lunedì 5 luglio 2021

L'Aikido non va in vacanza, il Blog si

Buongiorno a tutti,

da oggi il nostro Blog osserverà un paio di mesi di meritata pausa estiva.

Quest'anno non ci siamo letteralmente mai fermati un momento, cercando di offrire ogni settimana il meglio di ciò che ci era possibile... per dare un contributo concreto ai momenti delicati che abbiamo trascorso come community.

Abbiamo girato, montato e caricato decine e decine di nuovi video (principalmente sul buki waza), che potrete tutti ritrovare QUI, suddivisi in argomenti nelle varie playlist. Ci auguriamo che essi possano essere stati di supporto allo studio dei molti volonterosi che - pur nel salotto di casa propria - non hanno smesso un attimo di allenarsi e di migliorare loro stessi... pandemia o no.

È stato un anno nel quale siamo stati messi tutti alla prova e nel quale parecchi di noi hanno accettato ciò di buon grado, come un nuovo esercizio da apprendere, in puro spirito Aiki.

Non è stato facile, lo sarebbe stato maggiormente spiaggiarsi sul divano come cetacei per mesi a lagnarci di quanto la situazione fosse drastica, la pratica non possibile... etc, etc, etc; abbiamo accettato la sfida e siamo contenti di averlo fatto!

Ora però è tempo di riposare, ritemprare le energie... e poi ripartire di slancio dopo le vacanze.

Ci rivediamo on-line il 6 settembre: buone vacanze a voi tutti... e grazie per l'enorme seguito e supporto del quale ci onorate ogni settimana da 13 anni a questa parte!

lunedì 28 giugno 2021

L'Aikido che ti insegnano gli allievi

Come fa un Insegnate a continuare ad imparare ed evolversi?

Ci sono molti modi grazie ai quali ciò è possibile... ma tenendo numerosi corsi e per ogni fascia d'età, ho notato che da essi si possono trarre insegnamenti molto importanti e diversi fra loro.

Ogni tipologia di allievi tende ad offrire un suo insegnamento specifico ed è compito del Sensei saperne fare tesoro per sé.

Ogni generalizzazione è ovviamente limitativa, ma proviamo ad inquadrare la questione in 3 macro-aree.


GLI ADULTI

Gli adulti di solito fanno una certa fatica a fidarsi della propria guida e molto del tempo viene impiegato per ammorbidire le rigidità, sia mentali che fisiche che si portano appresso da decenni. Quando un adulto desidera incominciare l'attività e parte da zero, molto del tempo speso insieme a lui serve a fargli esplorare un corpo che abita da decenni, ma che non per questo conosce altrettanto bene.

Si tratta di far percepire limiti e potenzialità, molto spesso mettendo l'accento sulla necessità di sentire se stessi e, contemporaneamente, percepire il proprio compagno di pratica.

Gli eccessi caratteriali (troppa spavalderia, troppa timidezza, etc) sono stati agiti per anni prima di mettere il piede sul tatami: sarebbe sciocco ritenere che essi possano essere presi in considerazione e riequilibrati in pochi giorni, settimane, mesi. Agli adulti serve tempo.

Da essi si apprende l'arte della pazienza e del rispetto degli eventuali blocchi pregressi, siano essi fisici, o mentali (difficilmente è possibile scindere questi ambiti)... Il loro scioglimento infatti non può essere mai imposto, ma solo proposto con una mano tesa. L'adulto prova, sperimenta su di sé quanto consigliato dal Sensei, e talvolta inizia ad essere collaborativo proprio perché comprende SPERIMENTALMENTE di essere il primo beneficiario del suo agire, quando esso è sano.

L'apprendimento empatico è difficoltoso con questa tipologia di allievi, perché - di solito - arrivano a livelli di scissione fra mente e corpo che sono molto pronunciati. Un esempio classico: chiami un uke, mostri con lui la tecnica o l'esercizio alla rimanenza del gruppo... quindi devi rispiegargli ciò che hai già spiegato agli altri, perché lui/lei ti dice: "Eh mai io non l'ho vista!".

"Ma l'hai sentita!!!... anzi dovresti comprenderla meglio di chiunque altro, perchè l'hai sentita cinesteticamente sul tuo corpo!"

Il problema è che c'è inabitudine ad auto-percepirsi, quindi serve la vista, l'oggettivazione mentre si è passivi osservatori.

Gli adulti insegnano all'Insegnante la pazienza con le proprie disconnessioni mente-corpo residue (che, ad essere onesti, ci sono sempre), poiché specchiano ed acutizzano il fenomeno, quasi come guardarsi negli altri con una sorta di lente d'ingrandimento.

Quando un adulto accetta un proprio limite, l'Insegnante è agevolato ad accettare i suoi... quando impara a superarlo, ricorda all'Insegnante che è possibile anche per lui continuare a fare la stessa cosa.


I RAGAZZI

I teenagers tendono a mettere in discussione tutto, a discordare su tutto ed a protestare per tutto. Sono in quella fase della vita nella quale sembra loro necessario mettere sotto scacco la figura dell'autorità (genitoriale, scolastica... quindi anche quella del Maestro che trovano al Dojo).

I ragazzi ci insegnano che imporre qualcosa al prossimo è una dinamica poco rispettosa di questo prossimo, e che - fra l'altro - nemmeno funziona sul serio!

Con loro è necessario essere empatici, comprenderli prima ancora di pretendere da loro una qualche forma di comportamento o performance. E, pur nella loro giovane età ed inesperienza, i giovani hanno un'ammirazione naturale per chi è in grado di fare da esempio vivente... così come hanno un'attenzione ed una giusta naturale diffidenza verso chi dice una cosa, ma poi ha un comportamento incoerente con essa.

I ragazzi sono maestri di coerenza, perché metteranno sempre l'Insegnante nella condizione di essere rispettato SOLO se questi merita effettivo rispetto: la fiducia dei giovani deve essere conquistata sul campo, non con le belle parole. Sotto questo punto di vista è più facile "comprare" un bambino ed un adulto con le belle parole. I teenagers sono alla ricerca di modelli sui quali forgiare la propria personalità, quindi hanno una sorta di "sensore" contro i fake guru.

I ragazzi sono in quella fascia d'età nella quale la costanza e la propensione di costruire lentamente se stessi non sono opzioni spesso prese in considerazione: tutto e subito, ti lasciano poco tempo prima di bollarti come "uno che c'è", oppure come "uno sfigato".

Hanno un grande tasso di abbandono, perché gli impegni scolastici, così come le prime cotte e serate brave al di fuori dell'ambito famigliare fanno molto gola. E fra andare a pomiciare con il proprio bello o la propria bella e sankyo ura... non sarebbero in molti a scegliere la seconda, pure da adulti forse!

I teenagers quindi insegnano all'Insegnante a non considerare gli allievi come una proprietà personale: ci regalano la loro preziosa presenza, esattamente con la stessa facilità con la quale smettono di farlo. Il Sensei è messo alla prova sempre quando parte del proprio investimento sugli allievi sembra andare a farsi benedire per via di un abbandono.

Non importa: l'Insegnante non è primariamente li per conservare e far fruttare il lavoro che fa insieme ai suoi allievi... è li per compierlo ed accettare qualsiasi cosa che da esso ne derivi, pure un abbandono.

La sorpresa bella è che alcuni dei ragazzi poi crescono con un enorme senso di gratitudine verso chi li ha accettati e li ha trattati alla pari durante un loro momento delicato di sviluppo... e magari torneranno da adulti, per praticare, o anche solo per ringraziare e ricordare insieme i vecchi tempi.

Basta uno di questi momenti per essere grati di tutto ciò che è stato dato loro con passione e disinteresse personale.


I BAMBINI

I bambini, infine, sono forse i migliori Insegnanti di Aikido che possa avere un Insegnate di Aikido!

Loro forse SONO l'Aikido personificato, in un certo senso...

I bambini chiedono tutto e danno tutto loro stessi in qualsiasi ambito che frequentano. Scevri da ogni forma di calcolo e di pregiudizio, sono impegnati ad essere semplicemente loro stessi al 100%... ben al di là di ogni sovrastruttura sociale.

Sono disarmanti, e a disarmare è una cosa che si impara in Aikido, anche per questo essi risultano ottimi insegnanti, seppur inconsapevoli di esserlo.

Sono capaci di tuffarsi in ogni azione come se fosse l'ultima, sono una sorta di zanshin (mente presente), mushin (mente libera) e yoshin (mente del principiante) naturali... tutte qualità che per un adulto sono abiti, ma non sempre a portata di mano.

Non hanno fudoshin (mente stabile), quindi il loro comportamento è un'altalenare di pensieri e di azioni, talvolta slegate fra loro, non sempre sensate o pertinenti: in questo possiamo dire che sono il duale opposto di un adulto.

Questi ha molta stabilità, ma a causa di ciò difficilmente evolve e se accade lo fa con lentezza... mentre i bambini sono instabili, senza struttura, e grazie a ciò evolvono facilmente ed in modo rapido.

È possibile notare un cambiamento fisico, mentale ed attitudinale in un bambino dopo che non lo si è visto per un paio di settimane... mentre è possibile non scorgere alcuna evoluzione in un adulto anche se lo incontriamo dopo 20 anni che non lo vedevamo più.

Nei bambini c'è la fiducia, sempre piena e totale, e la voglia di apprendere per ispirazione, curiosità, gioia ed ingaggio... tutti elementi che troppo spesso un adulto si rifiuta di prendere in considerazione. Non amano fare fatica, ma non sempre per pelandroneria, anzi... hanno naturalmente chiaro che l'apprendimento può essere semplice e divertente e che i grandi risultati NON è detto che debbano essere frutto di sforzi immani.

Gli adulti si convincono spesso del contrario... e quindi faticano in tutto ciò che fanno, perché forse inconsciamente credono che sia questa la via per ottenere successo e risultati positivi. Se osservassero un bambino, si accorgerebbero sperimentalmente di quanto sbagliano.

Coi più piccoli è necessario sviluppare un certo senso della responsabilità, poiché un Insegnante si accorge subito quanto sia facile "lasciare il segno", letteralmente: gli adulti sono corazze dure da scalfire, ma i bambini sono come creta morbida da modellare, quindi un errore grossolano potrebbe rimanere registrato in loro più di quanto desidereremmo per il loro bene.

I bambini aiutano gli adulti a prendere contatto con quel bambino interiore che sta dentro a ciascuno di loro: essi sono un poi fuori dal tempo e richiedono altrettanto a chi si prende cura di loro.

Sono sensibili, intuitivi, empatici: possiamo essere grandi tecnici, ma un bambino è in grado in pochi secondi di "dimostrarci quanto non abbiamo capito ciò che crediamo di avere capito". Con loro è necessario scendere nel reame dei principi della disciplina e non è sufficiente rimanere al livello della mera tecnica.

Non perché la loro struttura psico-fisica non sia adatta a cogliere ed apprenderla, quanto perché si trova ben oltre: la tecnica è molto utile a chi ha perso il contatto con il proprio intuito, ecco perché gli adulti ne vanno ghiotti...

I più piccoli sono naturalmente rispettosi della vita e quando si rendono conto che il loro comportamento va contro questo principio sono capaci di chiedere scusa e tornare sui loro passi: trovatemi degli adulti capaci di fare altrettanto e con altrettanta grande naturalezza!

L'utilizzo della forza fisica per fare cadere il proprio uke è qualcosa che accade nei corsi junior, ma perché non si è ancora consapevoli della propria forza: gli adulti invece spesso usano la forza perché sono consapevoli della propria debolezza, e non accettandola tentano con essa di mascherarla. Per un bambino ciò risulterebbe assurdo: la fragilità è la loro condizione esistenziale normale, quindi ci convivono senza alcun conflitto e senza desiderio di essere differenti da come sono, se non per la curiosità di diventare qualcos'altro.

C'è un'enorme competizione fra i più piccoli, si potrebbe dire che ciascuno di loro è un grumo di competizione: in Aikido ufficialmente essa non è contemplata, ma i più piccoli sanno competere con loro stessi, oltre che con gli altri pari... quindi utilizzano questa forza in loro innata per crescere ed evolvere.

Gli adulti sono più capaci di dissimulare la competizione che hanno dentro con un po' di filosofia spiccia, dicendo che loro "praticano solo per loro", che non ambiscono ad arrivare da nessuna parte... salvo poi ingrassare ego grandi come elefanti, pronti alla critica distruttiva verso l'operato altrui.
Con i bambini iAikido la competizione è visibile e si può spiegare loro come utilizzarla in modo proficuo... con gli adulti  risulta stealth, underground ed è più complessa da utilizzare in modo costruttivo... basti pensare che - scioccamente - si tende a volerla eliminare.

Si vuole eliminare sia ciò che non serve, che ciò di cui non sappiamo come servircene: non è proprio la stessa cosa, questo distinguo è molto importante.

Con i bambini dovrebbero averci a che fare i Mestri più esperti, non gli Insegnanti alle prime armi, poiché sono il contesto relazionale più complicato da agevolare: da noi i corsi di Aikido per le tenere fasce d'età si affidano agli Istruttori di primo pelo per "farsi le ossa", cosa che denota quanto ancora non si abbia chiaro il valore pedagogico ed educativo di un corso simile.


Come vedete, ogni tipologia di allievo porta con se veri e propri tesori da regalare a chi si occupa della sua crescita, così come problematiche specifiche da risolvere se si vuole frequentarla: è ovvio che ogni docente abbia le proprie predilezioni con questa o quella fascia d'utenza... ma non fidatevi MAI di un Sensei che non si sia sperimentato in situazioni differenti fra loro.

Non ho citato l'handicap (fisico e/o mentale) - anche questo un contesto ricchissimo di valore, senso e significato -, nel quale sono onorato di essere coinvolto per numerosi anni... ma l'articolo diverrebbe troppo lungo e quindi preferisco concludere qui le mie riflessioni.

Cambiare o essere in grado di contestualizzare il proprio insegnamento con fasce di utenza molto differenti fra loro comporta un arricchimento che NON può avvenire se per tutta la vita di un insegnante se ne frequentasse solo una specifica.

Se si vuole insegnare, è necessario imparare ad imparare e le diverse tipologie di allievi da un lato ci donano gli strumenti per farlo, dall'altro ci costringono anche un po' a farlo se vogliamo ottenere buoni risultati con esse: gli allievi sono uno degli stimoli di crescita continua più grandi di cui un Docente può fare tesoro!

L'allievo ti spiazza, ti sorprende, ti mette alla prova, ti toglie dalla tua zona di comfort... ti richiede di essere domani qualcosa in più di quello che sei oggi, insomma ti specchia che come lui ogni Maestro è innanzi tutto ancora e per sempre un ALLIEVO.

Marco Rubatto


lunedì 21 giugno 2021

Aikido ed il prolificare di nomine e titoli

Poco tempo fa sui social ho riflettuto a voce alta su un fenomeno che non dovrebbe passare inosservato ai praticanti ed agli amanti dell'Aikido: mi riferisco al prolificare di nomine, incarichi e titoli nel nostro settore.

Riporto testualmente il post di Facebook dello scorso 8/06/21, così poi possiamo farci sopra qualche riflessione più ampia:

"In Italia esistono 15 Enti di Promozione sportiva e la Federazione: ciascuno di essi per ogni disciplina di solito si dota da 1 a 5 responsabili nazionali + 1 responsabile regionale... e se serve pure provinciale.

In Italia le province sono 107, ne segue che ogni Ente può avere da 21 a 132 responsabili per disciplina, fra nazionali, regionali e provinciali.

16 Enti hanno quindi insieme da 336 a 2112 responsabili in totale per disciplina.

In Aïkido non è quindi tanto difficile sedersi su una qualche poltrona con su scritto un titolo... sembrerebbe quindi una disciplina in cui non sia poi così difficile essere responsabili... ma invece lo è parecchio!

Per alcuni avere un ruolo è importante, è come sentirsi visti dal mondo... è quasi terapeutico.

Ma se la cosa parte da un proprio bisogno non può essere utile più di tanto al prossimo.

Invece si dovrebbe ricevere una nomina proprio per poter essere utili al prossimo e non tanto per ostentare una medaglia in più.

Io penserei più a riempire di contenuti i ruoli e le nomine oltre a moltiplicarle, quindi... altrimenti si rischia di diventare tutti generali di eserciti che non ci sono o che hanno poco senso di esistere.

Se hai contenuti è naturale che il mondo trovi il modo di riconoscerteli, mentre se hai solo pezzi di carta appesi ad una parete è normale che il mondo trovi il modo di farti sprofondare nel baratro.

E meno male: è l’intelligenza del sistema che riequilibra e ridimensiona le responsabilità solo scritte sulla carta e le distingue da quelle più autentiche, che non hanno timore di essere specchiabili nei fatti".

Non che avessi questa urgenza di citarmi da solo, ma per avere tutti davanti lo stesso testo, con le stesse riflessioni riportate sopra... E nello scrivere il Post di oggi, mi piacerebbe andare ulteriormente oltre, sciorinando qualche dinamica che magari non è per forza nota e chiara a tutti.

Tendiamo - sia su ampia scala, che in contesti più piccoli - ad eleggere qualcuno "Responsabile" di qualcosa perché deleghiamo ad esso il compito di mettere ordine, normare, promuovere, migliorare questo qualcosa... potremmo leggere il fenomeno così: "Tu che sei bravo in quella cosa li, occupati di mantenerla, migliorarla, risolvere le eventuali grane che da essa potrebbero giungere".

In Aikido, nell'esempio che facevo sui Social, tendono a ragionare così sia la Federazione che ogni Ente di Promozione Sportiva, che deve patrocinare la pratica della disciplina sul territorio italiano... ma la dinamica è identica anche in tutto il resto del mondo.

In scala più piccola, ovvero all'interno di ogni singola Società Sportiva, o addirittura all'interno di ogni suo singolo corso, ritroviamo riprodotta la stessa dinamica: nomina a "Direttore Tecnico", "Responsabile corso bambini/ragazzi", "Responsabile corso principianti o avanzati", etc...

Si divide un contesto per averne un controllo più capillare e specifico.

Questo ha ovviamente una sua utilità, ma ce l'ha a patto che ogni singolo settore sia vivo e che abbia in effetti qualcosa da costruire, sistematizzare, controllare, migliorare espandere.

Se una ASD ha SOLO il corso di Aikido, frequentato da 4 allievi: uno di 5 anni, uno di 14 e due adulti... parrebbe inutile creare la figura del "Direttore Tecnico", quella del "Responsabile del corso bambini", quella del "Responsabile del corso ragazzi", del "Responsabile dei corsi adulti" e quella del "Coordinatore dei Responsabili di Dojo"...

Saremo 4 gatti, anzi 5 con il Docente... possiamo serenamente navigare a vista fino a quando il giro non si evolvesse un po', e magari si ingrandisse pure: a quel punto potrebbe avere senso creare figure differenti e specifiche, che si occupano di aspetti diversi e che servono per fare funzionare al meglio una macchina che sta diventando più complessa da guidare nel suo insieme per una persona sola.

Dovete sapere che quando dall'alto giunge una nomina su qualcuno è sia perché magari lo si è visto particolarmente meritevole in quel campo (è auspicabile, almeno, che ciò avvenga!), ma anche e soprattutto perché si vuole scollarsi di dosso problemi che non si hanno voglia o le competenze per risolvere.

Facciamo un esempio pratico: supponiamo che io sia il Presidente/Direttore di un EPS, che per ruolo deve patrocinare lo sport di base di tutte le discipline riconosciute dal CONI (che erano 385 nel 2018, ora non so di preciso) e mi arriva una Società che intende tesserare i suoi atleti per farli praticare "Flying Disc" (codice BE001, esiste... non me lo sono inventato!).

Avrò bisogno di qualcuno che conosca le regole di questa disciplina, se sono previste gare e tornei e come normarle: potrei avere bisogno di formare tecnici, arbitri, di riconoscere eventuali loro gradi e qualifiche.. insomma tutto ciò che serve per mandare avanti una disciplina che NON conosco.

"Flying Disc" saranno quelli che lanciano il frisbee o quelli che pilotano gli UFO nelle gare spaziali tipo i Go Kart?! NON LO SO!

Allora prendo il tizio che mi è venuto a chiedere l'affiliazione per questa disciplina e gli chiedo: "Ti andrebbe di diventare il mio responsabile Nazionale/Regionale/Provinciale/Comunale/Circostrizionale/Di Quartiere  del "Flying Disc ?".

Se mi dice di SI mi ha risolto subito un bel problema, perché da li in poi se qualcuno mi viene a chiedere del  "Flying Disc" gli passo il suo numero e gli dico di parlare con chi se ne occupa già.

PUNTO: a me interessa fare iscritti, non posso sapere tutto di tutte le discipline, quindi DELEGO. E non potrebbe essere altrimenti, in alcun altro campo delle attività umane.

Poi, avrò trovato la persona migliore alla quale affidare i destini del "Flying Disc"? NON lo so!

Avrò il più competente, il più lungimirante, quello che ne specchia i valori, quello che più si occupa di fare conoscere e divulgare la disciplina? Me lo AUGURO, ma non è ovviamente detto... infatti il preambolo è appunto che io di questa disciplina non ne sappia un tubo.

Con l'Aikido accade esattamente la STESSA cosa, con ogni Ente, ad ogni livello (nazionale, regionale, provinciale): capite bene che, a seconda delle persone su cui si punta, si ottengono risultati molto differenti... poiché differenti sono le capacità, le competenze, il tempo a disposizione, le propensioni e le prospettive di chi riceve gli incarichi.

Dal punto di vista di chi deve segnare il nome di qualcuno in una casellina e poi dimenticarsi della sua esistenza, il problema sembra sempre risolto... ma da quello di chi ama una disciplina, le nomine migliori portano vantaggi a pioggia sul settore governato con saggezza e lungimiranza, mentre le nomine peggiori portano conflittualità, carenze e malfunzionamenti... ovvio no?!

Ciò che non è ancora sempre chiaro al giorno d'oggi è che pure il vertice dell'Ente ci guadagna a scegliere "bene", poiché se fa amministrare il settore da una persona sensata nel suo ruolo esso tenderà a crescere e quindi ad attrarre più iscritti (che sono anche utili/soldi), mentre se lo affida ad un deficiente si da la zappa sui piedi da solo... perché il settore sarà destinato ad avvizzire, se non morire del tutto.

Un'altra cosa però altrettanto chiara e che chi riceve qualsiasi nomina, di qualsiasi livello, poi tende a metterla nel proprio curriculum: "Qui si allena Pinco Pallino... Direttore Tecnico Nazionale Flying Disc Italia... Coordinatore dei Tecnici Flying Disc della Valle d'Aosta (ho scelto apposta la regione più piccola d'Italia) e Responsabile Provinciale d'Aosta (che di province non ne ha altre)".

Ma questo con tutti sti titoli deve essere un figo per forza?! Mah...

Con l'Aikido è uguale, solo che la nostra disciplina un minimo di storia ce l'ha, persone che hanno un'esperienza non banale di essa pure... Quindi qualche Responsabile che avrebbe i numeri per essere responsabile di fatto e non solo come nome della carica c'è di sicuro.

Fra tutti i candidati, verrà nominato proprio lui?

Dipende... dall'Ente, da chi lo dirige... dal singolo Comitato Regionale e da chi lo dirige... dai Comitati Provinciali e da chi sono diretti, etc.

Ci sono scelte che si rivelano più lungimiranti, altre molto meno: è una dinamica del tutto umana... e la storia della politica ci insegna però che non mettiamo sempre il migliore sul podio, purtroppo.

Ma voglio fare riflettere in questo contesto sul numero impressionante di Responsabili/Dirigenti/Coordinatori/Direttori Tecnici che abbiamo: con tutto sto po' po' di risorse umane dedicate, come va l'Aikido in Italia?

Forse non è mai stato messo così male, parlando genericamente del movimento in sé.

Anche io ricopro una posizione di responsabilità nazionale nell'Aikido italiano, ma per fortuna (e pure per un tot di mazzo e sbattimento, a dire la verità!) la mia/nostra realtà non sembra essere messa poi così male attualmente, sicuramente posso dire che funziona molto meglio rispetto al passato, anche se non sono ancora proprio tutte rose e fiori...

Ma in generale si avverte una contrazione nel numero dei praticanti, una difficoltà risaputa nel coinvolgimento di nuovi giovani, quindi con un'età media in costante innalzamento fra gli Aikidoka.

Ciò significa che la disciplina sta diventando "vecchia" e che è minata la sua salute se non viene garantito il naturale turnover: ma come mai... se in Italia potremmo teoricamente avere dalle 336 alle 2112 persone che si occupano della sua salute???

Strano, vero?!

Non più di tanto purtroppo: il prolificare di titoli, nomine ed incarichi in realtà agisce proprio nella direzione del "dividi et impera" in alcuni contesti, agevolando la creazione di "baronetti" intenti ad ampliare il proprio orticello, anziché lavorare trasversalmente per la community.

Risulta quasi un elemento distraente dall'avere contatto con la situazione reale della disciplina sul territorio. Io mi occupo dell'Aikido FIJLKAM italiano e della mia regione, ma non è che se un Dojo di un'altro Ente nasce devo essere scontento perché non ha il mio logo o se muore devo essere contento perché è tutta concorrenza che se ne va!

Certo che ciascuno fa del suo meglio con gli strumenti che ha e che gli vengono messi a disposizione, che sono pure differenti a seconda degli Enti e dei contesti... ma chiunque ha un'incarico a pro della disciplina dovrebbe lavorare con prospettive convergenti, non parallele. Piuttosto dovrebbe imparare ad interagire con gli altri Responsabili come lui, ma militanti in altri Enti, così da coordinare al meglio le risorse e gli sforzi di ciascuno per ottenere una ricaduta ottimizzata su tutto il settore, in modo trasversale.

Se c'è tanto Aikido, è facile che esso si colori delle differenti bandiere presenti sul territorio... questo è banale, ma se di Aikido fra qualche anno non ce ne fosse più, allora finirebbe di esistere pure l'Aikido FIJLKAM, quello CSEN, UISP, LIBERTAS, ASI, etc.

L'Aikido insegna uno stato di non-separazione fra tori ed uke, mentre in campo di nomine le separazioni si sentono spesso e forte, come mai?

I cosiddetti "Responsabili" non dovrebbero essere persone che conoscono i principi della disciplina?

Che senso ha agire contro tali principi, sperando di avere una qualche forma di ritorno (che per altro al momento non si è mai manifestata)?

Ne vedo poco, ma constato che la direzione di lavoro attuale è dispersiva e non convergente, quindi tendiamo a provare a fare sempre le stesse cose - ciascuno per sé e dio per tutti - riuscendoci peggio che se unissimo le forze per centrare qualche obbiettivo comune.

E pure fare sempre la stessa cosa ed attendersi qualche risultato differente non mi pare un'aspettativa così intelligente!

Vabbè, infondo la cosa importante per ora sembra essere di poter dimostrare che chiunque di noi è il responsabile di qualcosa, che il suo nome sta scritto su qualche organigramma, che "è un pezzo grosso" insomma.

Il valore intrinseco però dipende da quale materiale è composto questo "pezzo grosso", poiché dall'oro e dalla fama... la strada che porta nelle fogne può essere molto breve.

Iniziassimo ad essere semplicemente un po' più responsabili delle nostre azioni sarebbe già un enorme passo in avanti per la disciplina nel suo insieme, poi nei quadri appesi dietro la scrivania scriviamoci pure ciò che ci fa piacere.

In Aikido è la sostanza a riempie la forma, non è la forma che crea la sostanza.

Marco Rubatto




lunedì 14 giugno 2021

Jo barai no awase: le parate/armonizzazioni di jo

Dopo una lunga esplorazione fatta insieme negli ultimi mesi sull'ABC dell'Aiki jo, ovvero suburi e kata, ci occupiamo oggi di fare il passo successivo... ovvero studiare insieme le parate (o armonizzazioni) di jo.

Se le pratiche di base erano state paragonate alle note ed al solfeggio nella musica, allora gli esercizi che vi mostriamo oggi potrebbero essere il corrispettivo dei primi accordi.

Se le pratiche di base erano viste come l'alfabeto, ciò che esaminiamo ora insieme costituirà le sillabe o le prime parole da formare quando uno inizia a scrivere.

Si tratta ora di includere la pratica con un partner fisico, che di solito ha il compito di attaccarci con un colpo di punta o con un fendente singolo a 3 differenti altezze, ovvero:

- gedan, altezza delle ginocchia;

- chudan, altezza della cintura;

- jodan, altezza del viso.

Chi attacca con un arma si definisce uchijo, mentre chi riceve l'attacco si chiama ukejo (notare l'inversione del ruolo di uke rispetto al taijutsu).

Si eseguono quindi alcune blocchi/parate degli attacchi, armonizzandosi con il timing di uchijo: questi accordi, o queste sillabe, sono poi "i pezzi" dei quali sono fatti i kumi jo, ovvero i combattimenti preordinati di jo, che costituiranno il successivo passo didattico.

Ma perché studiare prima le singole possibili armonizzazioni?

Semplice: perché quando ne vorremmo eseguire di più complesse e concatenate fra loro, con i ruoli di chi attacca e di chi riceve che continuano ad invertirsi (chi-attacca-chi è in continuo mutamento in un qualsiasi kumijo) sarà importante focalizzarsi più sulla fluidità della sequenza, che sul singolo passaggio... ragione per la quale è bene studiare PRIMA i singoli passaggi, così di potersi agevolare dopo delle competenze acquisite... quando avevamo solo quello da fare.

Didatticamente parlando si procede sempre da un fattore di complessità minore ad uno maggiore, secondo il processo:

- note -> accordi -> canzoni -> improvvisazione jazz

- lettere -> sillabe/parole -> testo scritto -> poesia

- suburi, kata -> jo barai/awase -> kumi jo -> henka no kumi jo -> jo jiyu waza

Vi presentiamo di seguito 3 tutorial, uno per ogni livello (altezza) di attacco, ciascuno riportante sia le parate più consuete, sia le evoluzioni meno semplici da eseguire.

Iniziamo con jo barai/awase GEDAN...



Noterete che ciascuna parata può essere eseguita sia nella forma dankai teki ni (a step consecutivi tra sé ed il partner), che nella forma fluida vera e propria (awase), che è anche il fine ultimo dell'esercizio.

Non molti sanno che la modalità di pratica dankai teki ni fu sviluppata da Morihiro Saito Sensei agli inizi degli anni '90, ma non esisteva al tempo di O' Sensei... poiché - sempre a quel tempo - ogni movimento veniva eseguito fin da subito in modo fluido.

Questa modalità fu introdotta ad un certo punto SOLO per fini didattici, poiché spesso Saito Sensei si trovava spesso dinnanzi persone poco esperte (o totalmente inesperte) di armi: risultava quindi semplificativo fare eseguire ciascun movimento come se il tempo per l'altro partner si fosse fermato, così da evidenziare bene chi-faceva-che-cosa, con quale angolo, su quale bersaglio... e così via.

Il dankai teki ni quindi è una tipica modalità da principianti, che come tale perciò può restare: il fatto che attualmente molto dell'Iwama Ryu forzi a questa pratica pure i gradi più avanzati risulta un non-senso storico, a nostro avviso.

Proseguiamo ora con lo studio di jo barai/awase CHUDAN...



Come avrete notato, in questo tutorial (ma pure nel precedente e nel successivo) al termine della parata, ukejo fa sempre seguire un "colpo di controllo" verso il partner: va spiegato che esso NON vuole rappresentare un occasione manifesta per "batterlo" o "terminare lo scontro" con una sorta di colpo di grazia, ma solo un'esercizio per imparare velocemente a riprenderne il centro a seguito dell'azione appena svolta.

Questa prassi avviene infatti mentre uchijo sta fermo e se lo lascia fare: va da sé che se il combattimento fosse vero egli cercherebbe di pararlo e non starebbe li ad attendere che l'altro lo infilzi.

E per concludere, ecco il tutorial su jo barai/awase JODAN...



Molte di queste parate (gedan, chudan, jodan) ce le ritroveremo paro paro dentro ai kumijo e nelle applicazioni a coppie dei kata.

Un'ultima cosa curiosa: nei nostri primi anni di Aikido avevamo studiato 7 parate/armonizzazioni fondamentali di jo.

Va detto che esse furono portate in Italia dall'opera divulgativa di Paolo Corallini Sensei e di Giorgio Oscari Sensei, che vissero al tempo più di chiunque altro connazionale un rapporto diretto e personale con Morihiro Saito Sensei, che - appunto - le utilizzava nella sua didattica.

Il fatto che ci venissero insegnate 7 parate fondamentali faceva presupporre facilmente che non fossero le uniche, ma solo quelle ritenute principali e forse più di base.

Frequentando diversi ambienti, che si rifacevano ad entrambi questi famosi Sensei italiani, ci siamo accorti che entrambi proponevano 7 parate fondamentali di jo, tuttavia le prime 6 erano identiche ma 1 (la 7º ed ultima) era differente a seconda di chi la insegnava.

Avendo avuto entrambi lo stesso Insegnante, ci venne voglia di comprendere la ragione di questa differenza e quindi continuammo ad indagare con altri allievi diretti di Morihiro Saito Sensei: abbiamo quindi chiesto a Miles Kessler, Patrick Cassidy, Bjorn Saw... tutti docenti - spesso professionisti - che hanno speso diversi ANNI come uchi deshi del Dojo di Iwama e che quindi vivevano quotidianamente ed in modo continuativo il rapporto con Saito Sensei in Giappone.

Le loro risposte ci lasciarono basiti: a quanto pare in Iwama NON si praticavano assolutamente 7 parate fondamentali di jo, numerati da 1 a 7... ma una serie abbastanza numerosa di jo awase, che ovviamente comprendeva ANCHE i 7 esercizi che ci erano stati insegnati, ma insieme a molti altri ancora.

Quello che doveva essere successo è che - nella preziosa opera di divulgazione dei 2 Sensei italiani sopra citati - essi abbiano chiesto al loro Maestro indicazioni sugli esercizi più importanti da insegnare, ed egli abbia dato loro 2 risposte quasi uguali, ma non esattamente identiche.

Entrambi quindi avranno fedelmente seguito le indicazioni ricevute e quindi insegnato i "loro" 7 esercizi di jo awase agli allievi, che però li hanno forse poi presi come se fossero degli assoluti... tanto che i "Coralliniani" e gli "Oscariani" rimproveravano gli uni gli altri un errore nel jo awase nº 7 della controparte. Come spesso accade, ciò che era stato fatto con ottimi propositi divulgativi, rischiava di divenire un punto sul quale discordare, dividersi, criticarsi: tipica dinamica umana, uguale a se stessa in ogni ambito in cui emerge.

Non c'era invece nessuno che sbagliava, ma semplicemente si deve essere verificata un'interpretazione un po' restrittiva di un campo molto vasto... ragione per la quale abbiamo scelto di fare i video-tutorial basati sull'altezza dell'attacco e non unicamente sulla sequenza da 1 a 7 che avevamo appreso.

In Aikido c'è molta tecnica da imparare e di sicuro la possibilità di apprenderla è funzione del tempo che vi si dedica per farlo: 7 parate fondamentali vanno più che bene per iniziare, quindi... a patto di non ritenere che il bagaglio tecnico debba per forza iniziare e terminare con esse.

Vi abbiamo raccontato questo aneddoto poiché crediamo che molto spesso in Aikido accada che un Maestro indichi la luna e l'allievo scorga solo il dito: noi lo abbiamo fatto per primi e per molti anni prima di renderci conto che stavamo limitando da soli la profondità della prospettiva con la quale stavamo osservando la disciplina.

Buona pratica di coppia con il jo!


lunedì 7 giugno 2021

Sensei, il guardiano del tempio

Chi è un Sensei?

Per quanto possa sembrarci strano, la traduzione in "Maestro" non è forse la più azzeccata, anche se la più frequente dalle nostre parti.

O meglio... non se lo intendiamo con l'etimo "magister", derivato da "magis" ("più"), col significato di ‘superiore’. Alle elementari abbiamo il Maestro o la Maestra che, in realtà "ammaestrano" sempre più spesso gli alunni... ovvero danno loro delle nozioni nelle varie materie di base.

Il Sensei non è qualcuno che si limita a dare delle nozioni di base di Aikido...

Se volessimo invece storpiare l'etimo in "colui che mostra", ovvero "fa vedere"... forse saremmo più vicini al significato più autentico del termine giapponese.

Egli "fa vedere", tecniche, esercizi, pratiche di vario tipo... ma questi sono stratagemmi ed occasioni per mostrare sé ed il lavoro che ha compiuto su se stesso.

Si, perché la traduzione letterale dei due kanji 先生 è "nato/giunto prima"... ed essendo arrivato prima degli altri, è da più tempo sulla Via, quindi ha avuto modo di sperimentarne più a lungo le caratteristiche, le difficoltà, e le opportunità di crescita che essa offre.

Ne segue che un Sensei NON può essere unicamente un distributore automatico di tecnica, per quanto essa risulti elaborata e sopraffina: fra qualche anno potremo avere automi della Boston Robotics in grado di muoversi e mostrare esattamente cosa un corpo umano è in grado di performare, con una memoria tecnica praticamente infinita, beh... ma non avremo per questo di certo più Sensei al mondo!

In realtà, chiunque insegna mostra al prossimo un po' di se stesso, in una sorta di "esempio vivente" di cosa si può fare se ci si ingaggia con costanza ed impegno in un campo specifico. Mostra sia i suoi traguardi notevoli, che le sue prospettive, che i suoi limiti.

Già solo questo ci consente di considerare inappropriata l'adorazione pseudo fanatica di questo o quel Sensei. Sono tutti uomini, che hanno dato del proprio meglio per sviluppare "maestria", molte volte riuscendoci, altre un po' meno.

In Aikido c'è un po' l'abitudine adulatoria di questo o quel personaggio, specie del passato. Ecco erano tutti uomini come noi: se vogliamo onorare la loro memoria, cerchiamo di fare la nostra parte al meglio delle nostre possibilità, esattamente come hanno provato a fare loro!

Poi c'è un altro aspetto che è bene sottolineare: in occidente, luogo nel quale siamo abituati ad analisi di tipo logico, siamo indotti a scindere due differenti propensioni, ovvero quella dell'Insegnante e quella dell'Educatore.

L'Insegnante "insegna", ovvero lascia il segno, da fuori cioè cerca di introdurre alcune nozioni nei suoi discenti... mentre l'Educatore "educa/educe", cioè si impegna a far emergere le qualità specifiche di chi ha dinnanzi, anziché tentare di fargli assumere le caratteristiche proprie.

L'uno fa un lavoro dall'esterno dell'alunno verso il suo interno, l'altro fa un lavoro dall'interno di questi diretto alla presa di consapevolezza di ciò che gli è peculiare.

Nella tradizione orientale questa divisione non emerge così nettamente: "dentro" e "fuori" sono considerati semplicemente specchi l'uno dell'altro, facce distinte di una stessa medaglia, quindi è comunemente accettato che ogni nozione insegnata abbia un impatto sulla personalità peculiare dell'allievo, così come ci sia un valore intrinseco nell'agevolare che ciascuno faccia emergere la sua natura e caratteristiche più autentiche.

Quindi il Sensei è sia un Insegnante, che un Educatore... contemporaneamente.

Volete vedere chi è un buon Sensei e chi millanta solo di esserlo?

Notate chi - fra i grandi nomi della storia - ha creato varietà espressiva nei suoi allievi e chi ha creato solo suoi cloni, ovvero gente che si muove e pensa come "il gran boss" e per tutta la vita sente di avere continuo bisogno delle dritte di quest'ultimo per migliorare ancora di un'anticchia (direbbero in Giappone).

O' Sensei, in questo senso, fu davvero un grande Sensei... e non solo per la traduzione del suo nome: ha insegnato cose diverse a persone differenti ed ha lasciato che ciascuno investisse sulla sua natura peculiare, creando la "propria corrente" della disciplina.

Era un educatore, ed in tal senso non aveva alcun bisogno di tenere sotto controllo e manipolare le espressioni personali dei suoi allievi, anche quando queste risultavano differenti dalla propria.

Altri super guru del passato, ma anche moderni, sembrano più interessati a creare "stampini" di se stessi, segno che all'Insegnante ci sono arrivati, all'Educatore un po' meno.

Altro punto importante: un Sensei conosce il proprio valore, ragione per la quale non ha alcun bisogno di imporre che gli venga portato rispetto per esso; ci sarà chi gli riconoscerà valore, ed allora verrà portato spontaneamente a rispettarlo, chi non lo comprenderà, lo sottovaluterà e cambierà strada.

Quando quest'ultima cosa accade, ci si guadagna tempo in 2: l'allievo perché non crede di poter apprendere nulla da chi non sente competente/affine/meritevole, ed il Sensei perché non sprecherà il suo tempo con chi ha già deciso di essere docile ai propri insegnamenti.

Un Sensei non impone, ma PROPONE se stesso... ovvero si mette davanti, in prima linea, per mostrare a chi lo segue come camminare sul Do.

In questo senso forse potremmo affermare che il ruolo principale del Sensei è essere una sorta di "guardiano del tempio"... non in senso necessariamente religioso, quanto attento alla congruenza con ciò che ritiene "sacro".

E cosa è sacro per un Aikidoka?

Il proprio corpo, la propria mente ed il proprio spirito in primis: il Sensei veglia che questi 3 domini differenti di se stesso siano in una buona relazione ed allineamento reciproco.

Veglia sulla SUA congruenza fra dentro e fuori, fra ciò che di sé è materiale e cosa non lo è: può fare solo quello... e non ha il potere, né l'aspettativa o il delirio di onnipotenza di insegnare al prossimo come fare altrettanto.

Gli altri proveranno a comprendere il suo lavoro alchemico frequentandolo... ciascuno con la sua capacità e limite nel farlo.

Questo rende evidente la ragione per la quale avere un buon Sensei NON è assolutamente una garanzia di arrivare a risultati notevoli con la disciplina e con se stessi. LUI è/è stato un figo nei confronti di se stesso, ma noi sappiamo/abbiamo saputo fare altrettanto?... non è per nulla detto!

O' Sensei crediamo che abbia anche avuto allievi veramente pessimi, cosa che non squalifica lui e non dovrebbe consentire di adulare per forza loro.

Il Sensei veglia sul Dojo, perché questo è il luogo nel quale egli compie l'alchimia su se stesso, insieme a coloro che hanno scelto di condividere questo spazio e questo tempo. Gli allievi faranno altrettanto?

Forse il Sensei se lo augura, forse ha smesso di perdere tempo nel cercare di cambiare il prossimo, poiché è completamente concentrato ed immerso nel provare a far cambiare ed evolvere se stesso.

Questa è forse la ragione per la quale gli insegnamenti che si possono avere da un Sensei sono anche funzione del periodo nel quale lo si frequenta: anni prima o anni dopo possono essere molto differenti, poiché ciò che sta cercando di sviluppare per sé potrebbe (dovrebbe?) essere molto differente.

Di solito negli anni della giovinezza un Sensei tende ad essere più fisico e manifesto nelle proprie azioni, quindi vira verso una ricerca più interna e sottile: chi pensa quindi di andare ad apprendere da un Maestro non appena avrà modo di farlo, non ha compreso che potrebbe essere destinato ad incontrare una persona molto differente da quella che aveva scorto tempo prima.

Delusione? NO, conferma che non è possibile attendere per fare certe cose o farsi attendere da chi le ha già fatte: o si salta sul treno alimento opportuno, o quel treno va perso e basta.

Se incontri un Sensei che 30 anni dopo sembra non essere cambiato di una virgola, hai la più lampante dimostrazione che non hai incontrato sul serio un Sensei!

Il Sensei è anche il guardiano della visione che ispira se stesso, e sicuramente anche alcuni dei suoi allievi. Diciamo questo perché spesso in passato c'è stata la tendenza/tentazione di creare dei Dojo "Sensei-centrici", che però si sono rivelati un buco nell'acqua alla lunga.

La pratica non può e forse non deve ruotare tutta intorno al Sensei, poiché ciascuno è responsabile della propria anche quando questi non c'è. Ne segue quindi che si sceglie insieme una direzione di lavoro e poi ciascuno ci lavora sopra e condivide traguardi e difficoltà con gli altri.

Il Sensei è il custode che ciò avvenga, non che gli altri presenti camminino sul suo Do: quello è il suo e solo il suo. Egli si rende il facilitatore che ciascuno trovi il proprio e lo approfondisca, grazie alle attività che si svolgono insieme.

Il tempio, in un certo senso, siamo noi... sono i nostri pensieri, le nostre azioni: il Sensei è li a ricordarsi di non dimenticarlo e a fare di tutto ciò un'azione integrata, più armonica possibile. E fa da esempio vivente/specchio al prossimo di questo importantissimo processo.

Il Sensei non insegna solo quando "fa", ma sopratutto in qualità di chi/cosa "è".

Poi questa cosa è faticosa, ma è una delle uniche occupazioni nelle quali vale la pena ingaggiarsi fino in fondo... almeno, questo è quanto al momento ci è parso di comprendere.