Chi ci ha preceduto si è trovato a dover gestire problematiche analoghe a quelle che affrontiamo noi, nonostante le epoche ed i contesti sociali differenti: ciò che funziona in oriente non è detto che funzioni anche in occidente... però proviamo un attimo anche a fare tesoro dell'esperienza altrui, prima di bollare tutto come "inutile"!
lunedì 5 ottobre 2026
Modern Koryu - di Paolo Narciso
Chi ci ha preceduto si è trovato a dover gestire problematiche analoghe a quelle che affrontiamo noi, nonostante le epoche ed i contesti sociali differenti: ciò che funziona in oriente non è detto che funzioni anche in occidente... però proviamo un attimo anche a fare tesoro dell'esperienza altrui, prima di bollare tutto come "inutile"!
lunedì 28 settembre 2026
Il 8º kumijo... e le cose raccontate al contrario
L'ottavo kumijo è semplice ma non facile, pochi attimi e c'è un uchijo che vola via!
Ecco la sinossi dei movimenti:
1A - uchi jo: prende l'iniziativa ed esegue uno gyaku yokomen uchi jodan (fendente sul lato opposto, a livello alto) a partire dalla guardia di tsuki sinistra;
1B1 - uke jo: nella prima metà del movimento del compagno, ukejo esegue un affondo tsuki all'altezza del cuore, ma senza caricare il jo prima di lanciarlo (estende lo tsuki dalla posizione di tsuki kamae hidari nella quale si trova);
1B2 - uke jo: nella seconda metà del movimento del compagno, si sposta dalla linea di attacco di quest'ultimo (muovendo prima la gamba destra e quindi la sinistra) ed esegue un secondo affondo, sempre all'altezza del cuore, questa volta arrivandoci da sopra le braccia di uchijo;
1B3 - ukejo: incastra la punta del suo jo fra le mani del compagno ed utilizza un movimento d'anca per proiettarlo davanti a sé, sulla destra; uchijo farà una proiezione identica a quella già esaminata nel 6º kumijo (recensito QUI) o in kotegaeshi.
Da questa descrizione, sembra che faccia quasi tutto ukejo, ma con il seguente video sarò tutto più chiaro...
Come tuto il restante bukiwaza esaminato fino ad ora, avremo variazioni dell'8º kumijo (henka)...
E concatenazioni dell'8º kumijo (renraku/kanren)...
E già ci sarebbe parecchio da studiare per arrivare fino a qui; ora però ci addentriamo nelle considerazioni "untold" sul bukiwaza di Iwama.
Saito Sensei in primis, e tutti i suoi deshi principali poi, hanno tramandato un metodo, una didattica specifica: si parte dagli esercizi di base... e quindi si arriva con il tempo a quelli più avanzati; dal punto di vista dell'apprendimento, forse è una delle metodologie più chiare e complete fra quelle al momento disponibili sulla piazza!
Secondo questa metodologia, l'ordine di studio dell'Aiki ken e quello dell'Aiki jo sono molto simili e prevedono...
Aiki ken
(7) suburi -> (4) ken awase -> (5) kumitachi + (1) kimusubi no tachi -> (∞) henka no tachi
Aiki jo
(20) suburi -> (3) jo kata -> (7) jo awase -> (10) kumijo -> (∞) henka no joCon questo patrimonio tecnico ben chiaro, diventa possibile affrontare la pratica più avanzata di tutte, ovvero (7) ken tai jo.
Questo è esattamente l'ordine con il quale io studiai queste forme a tempo debito... e devo dire che la metodicità con me ha funzionato.
Poi però, durante la pandemia - con molto tempo a disposizione per fare ricerca - mi ricordai di una serie di 10 ken tai jo, chiamati "furui", ovvero "antichi/desueti"... che mi era stata mostrata per la prima volta da Bill Witt Shihan, durante un Seminar Nazionale FIJLKAM presso il Centro Olimpico, credo intorno al 2010-2011...
E, grazie al prezioso aiuto di Ethan Weisgard Sensei di Copenhagen, sono riuscito a rimettere insieme tutto in modo abbastanza organico, solo che a quel punto ho notato qualcosa che mi ha colpito e sorpreso NON poco: infatti il 6º esercizio della serie è - più o meno - ciò che viene rappresentato nel video seguente...
Notato niente?
Si tratta proprio dello STESSO pattern presente nell'8º kumijo, questa volta eseguito con uchitachi armato di bokken, anziché uchijo che brandisce un jo... ma per ukejo non cambia assolutamente NULLA!So di certo che nel 1992 Saito Sensei aveva già abbandonato l'insegnamento ordinario di questi 10 ken tai jo furui, in vece dei 7 che spiegava regolarmente: alcuni suoi deshi di Iwama (fra i quali anche il mio attuale Maestro) li avevano potuti praticare, ma molto di rado, come sequenza storica speciale.
A me basta per dire che questi 10 ken tai jo furui sono venuti PRIMA del buki waza "messo in ordine" che avevo studiato io: allora questo significava che l'8º kumijo non nasceva come tale, ma come "riformulazione" in chiave Aiki jo del 6º ken tai jo furui!Stai a vedere che il Fondatore partì a studiare dal livello più "complicato", ovvero proprio quello di ken tai jo... e che da questo livello deriva tutto il resto?!
La curiosità è stata subito forte e quello che ho compreso successivamente non ha fatto altro che confermare questa mia supposizione: anche il 9º kumijo non è altro che una riproposizione del 4º ken tai jo furui.. oppure il 10º kumijo è molto molto simile al 9º ken tai jo furui, ad esempio.
Quasi tutto il bukiwaza odierno può essere ritrovato in nuce in questa serie desueta di esercizi di spada contro jo... Li esamineremo con cura, insieme a tutte le similitudini che ne derivano forse più avanti: per ora ci basti riflettere sul fatto che a noi è giunta una didattica "ordinata" e comprensibile, ma ai tempi di O' Sensei lo studio doveva essere molto differente, ed anche molto più complicato!Si partiva dall'essenziale, che è semplice... ma tutt'altro che facile. Noi ora partiamo dal semplificare il più possibile, c'è una bella differenza.
Nessuno credo volesse mentirci nel raccontare la favoletta del "ken tai jo" per ultimo, anziché per primo: si voleva forse utilizzare un criterio didattico/pedagogico, e non quello cronologico.
Pochi di noi si rendono conto della fortuna di studiare OGGI una disciplina, dopo che questa è stata sistematizzata, standardizzata, didatticizzata... un tempo tutte queste cose non esistevano, quindi era necessario mettere in campo altre risorse.Marco Rubatto
lunedì 21 settembre 2026
Iwamista si... ma solo fino ad un certo punto
lunedì 14 settembre 2026
Aiki age & Aiki sage: il controllo dell'asse verticale di uke
Questi principi erano già studiati nel Daitō-Ryū Aikijūjutsu, dal quale l'Aikido sappiamo derivare... quindi niente di nuovo o di rivoluzionario sotto il sole, se non la nuova prospettiva nella quale possiamo rileggerli ed utilizzarli nella pratica ordinaria.
Servono entrambi a squilibrare istantaneamente l'attaccante (uke), agendo sul suo centro di gravità senza usare un eccesso di forza muscolare; esaminiamoli uno alla volta...
[合気上げ] Aiki age: sorgere/sollevare Aiki
"Age" significa "sollevare" o "alzare", quindi questo principio consiste nel sollevare le braccia quando si viene afferrati solidamente ai polsi stando in ginocchio (seiza) o in piedi. Non si usano i bicipiti o la forza delle spalle però per farlo.
Il movimento è generato dall'asse centrale del corpo, con una rotazione interna ("ruota che gira all'indietro"). Ciò trasmette la forza direttamente attraverso i polsi di uke, sollevandone i gomiti e minando il suo radicamento a da terra, per privarlo di stabilità.
Aiki age è ben rappresentato nelle prime fasi della tecnica mostrata nel seguente video...
[合気下げ] Aiki sage: sprofondare/abbassare Aiki
"Sage" significa "abbassare" o "portare giù"; risulta il movimento complementare al precedente, nel quale le braccia scendono per proiettare o immobilizzare l'avversario. Il principio segue una rotazione in avanti ("ruota che gira in avanti"). La discesa non avviene spingendo con la forza delle braccia, ma modificando l'angolo della colonna vertebrale e lasciando cadere il peso del corpo nel proprio baricentro (spostando il peso in avanti e verso il basso).
La traiettoria corretta porta uke a crollare dietro i propri piedi o a subire un collasso strutturale delle articolazioni... in qualche modo egli si sente "schiacciato a terra".
Aiki sage è ben rappresentato nella tecnica contenuta nel seguente video...
Perché questi elementi risultano fondamentali?
Si comprende bene dalla pratica che tutte le centinaia di tecniche esistenti sono semplici combinazioni lineari di questi due vettori fondamentali di energia. Più che strategie di combattimento, sono studi per sviluppare la "forza interna" (kokyu ho o Aiki inryoku) e la gestione del baricentro.Quando uke ci attacca, le traiettorie di evasione possono essere le più disparate, ma la nostra azione su di esso o gli fa alzare il baricentro, rendendolo quindi più mobile ed instabile... oppure gli indirizza il baricentro verso terra, rendendolo quindi più stabile e meno mobile.
Entrambe le condizioni hanno pregi da poter utilizzare: se la sua instabilità aumenta (Aiki age), è più semplice sbilanciarlo con l'azione successiva; se la sua stabilità aumenta (Aiki sage), diminuisce la sua mobilità rispetto alla nostra, quindi sarà più facile proseguire con l'azione dinamica, qualsiasi essa sia.
Da qui realizziamo un principio importante della pratica: l'altezza del baricentro di uke non deve essere uguale a quella del nostro stesso baricentro durante un'azione, ed Aiki age è lo strumento per farglielo alzare, mentre Aiki sage è quello per farglielo abbassare.Paradossale vero che la disciplina che fa di tutto per cercare di stare allo stesso livello del proprio assalitore (filosoficamente parlando).. di fatto richieda che fisicamente i baricentri non stiano allo stesso livello, una volta che il contatto si è stabilito?
Ora la cosa complessa NON è comprendere la dinamica di Aiki age ed Aiki sage, ma è REALIZZARLA!All'inizio c'è inevitabilmente la tendenza ad un eccessivo utilizzo della forza fisica, facendo lavorare le braccia al posto del proprio centro addominale.
I due principi sopra esposti - infatti - richiedono un significativo livello di integrazione del proprio movimento corporeo con l'hara, e questa è una dinamica non così semplice da replicare per un principiante.
Padroneggiare questi due principi richiede una certa esperienza di auto-percezione e connessione con i propri compagni di pratica. In ogni caso, svelato ora l'arcano, vi invito ad osservare la naturalezza ed il poco sforzo fisico che utilizza un esperto per dirigere in alto o in basso il baricentro del partner durante qualsiasi azione tecnica.
Una volta resi consapevoli di questi principi, il vostro Aikido svolterà qualitativamente in modo notevole, ma non voglio convincere nessuno... Provate voi stessi, ovviamente sotto la supervisione di un Insegnante qualificato.
Marco Rubatto
lunedì 7 settembre 2026
Poca conoscenza pubblica dell'Aikido? Ipotesi sulle responsabilità e proiezioni future
Prima della pausa estiva - da aprile a giugno, per l'esattezza - ho avuto la possibilità di collaborare con il Prof Giovanni Volpe, che insegna Storia dell'Arte in un istituto Psico-Pedagogico di Torino: grazie al suo supporto, 3 classi (una 3º, una 4º ed una 5º superiore) si sono alternate con alcune mattinate di laboratori sulla gestione del conflitto, Aikido e Meditazione al mio Dojo.
L'esperienza a me è piaciuta molto ed ho avuto anche ottimi feedback da parte dei ragazzi... tuttavia ho anche fatto rispondere loro ad un breve questionario PRIMA di fare l'esperienza, così da comprendere cosa ne sapessero in generale delle attività che si apprestavano a fare.
Una cinquantina abbondante di ragazzi in tutto, bravi ragazzi, puliti, rispettosi, affamati di sapere e di crescita... che però hanno mostrato di possedere solo stereotipi poveri delle Arti Marziali e della Meditazione: "combattimento", "calci volanti", "difesa personale"... "eliminare i pensieri", "stare calmi"... e tutta una serie poco edificante di luoghi comuni e scemenze che propina a riguardo il cosiddetto mainstream.Ciò che mi ha colpito di più però sono state le risposta alla domanda: "Conosci la parola Aikido? E se si, cosa significa per te?"...
Il 99% dell'utenza ha risposto qualcosa di simile a: "No, non so proprio nulla a riguardo"!
Ora...Non siamo più nel 1800, e le informazioni girano abbastanza facilmente, tanto che ciascuno di quei ragazzi con 10 min di ricerche sullo smartphone può diventare più colto di molti Aikidoka navigati a riguardo di questa disciplina: il punto però è... perché essa si conosce ancora così tremendamente poco all'interno delle fasce giovanili?
Molti hanno citato il Judo, altri il Karate o il Kung Fu... magari scrivendo sbagliate queste parole, ma avendo in qualche modo una offuscata idea dell'esistenza di queste discipline, quindi perché NON dell'Aikido?Mi sono fatto alcune lunghe riflessioni in merito... che quest'oggi condivido - almeno in parte - con voi tutti.
I ragazzi conoscono (male) ciò che imparano a scuola e (bene) ciò che compare su mainstream e Social Network: in nessuno di questi luoghi, a meno che una persona non faccia ricerche specifiche ed autonome, compare di default l'Aikido... così come qualsiasi cosa che si riconduca ad esso.
I genitori di questi ragazzi - che hanno più o meno la mia età - forse hanno visto qualche film di Steven Seagal degli inizi, quando non era ancora panzone e si faceva intravvedere per 20 secondi con il keikogi addosso: anche la mia generazione, quindi, non ha avuto grandi chance pubbliche di conoscere l'Aikido... di conseguenza difficile che proponga di conoscerlo alle generazioni attuali!Gli algoritmi odierni ti tempestano di ciò che ritengono ti interessi, una volta che comprendono cosa sia che può trattenere la tua attenzione: ovvio perciò che non appena mi affaccio ad un Social Network a me compaia Aikido da tutte le parti ed in ogni salsa, ma questo è perché ho scelto che la mia vita giri introno a questo... quindi vengo intasato praticamente solo da questo genere di contenuti.
Ma se non accendi la miccia giusta, l'algoritmo esplode un po' dove vuole lui... o peggio, indirizza le tue preferenze e ne sollecita alcune poi non necessariamente a tuo vantaggio reale: in ogni caso è lui che ha scelto per te e non tu che hai indirizzato lui con ciò che ti interessa davvero.
E perché mai una persona dovrebbe cercare una parola come "Aikido" sul Web, così da attrarre l'attenzione degli algoritmi su di essa?Per non essere "etero-diretti" dallo strumento che può finire per farci da padrone, anziché da servo, dico io... ma forse è più comodo farsi riempire di contenuti, anziché cercarci quelli che stimolano di più le nostre curiosità più autentiche.
Già abbiamo le idee ancora molto confuse sul significato ed il ruolo delle Arti Marziali più conosciute, quasi tutte stravolte nei loro valori più tradizionali da un'eccesso di sportivizzazione... figuriamoci se ci viene in mente di informarci su qualcosa che non contiene forme (esplicite) di competizione!
C'è la paura che incute il mainstream sulla società in apparenza sempre più violenta della quale facciamo parte: evidente che chi ci crede non ha mai studiato molto la storia, né ha fatto molti viaggi in alcune aree specifiche del mondo (come Venezuela o Cambogia): ci sono effettivamente ancora alcuni luoghi del mondo nei quali bisogna fare una certa attenzione quando si esce di casa... ma per fortuna la nostra società non risulta esattamente nelle loro top list."Ma non senti cosa dicono la telegiornale?... Furti, aggressioni, stupri, violenze di ogni genere, ogni giorno!"
Risposta: ovviamente NO che non ascolto ste scemenze, ma in ogni caso la sicurezza personale può essere una strada più che legittima per interessarsi alle Arti Marziali... bisogna tuttavia comprendere in quale ottica lo facciamo e se siamo poi in grado di coglierne il valore, o se cerchiamo una coperta di Linus con la quale ammansire le nostre ansie più inconsce.
Se ho paura per la mia incolumità, provo timore/paura/panico all'idea di essere aggredito/a, magari mi affaccerò ad un corso di Difesa Personale, e se ne incontro uno serio (non impossibile, ma nemmeno così frequente) comprenderò quanto non sia un abito "acquistabile" come i pacchetti vacanza last minute: ci va tempo e costanza ad allenare corpo e mente, altrimenti soccomberemo alla prima pressione seria alla quale saremo sottoposti (sia essa di carattere psicologico o psicofisico).A questo punto le persone si dividono in due macro gruppi: chi crede di avere risolto il suo problema, supponendo di avere acquisto strumenti tali da riuscire ad affrontare l'eventuale pericolo improvviso... e chi è consapevole di non avere veramente poi così voglia, risorse e tempo per affrontare la questione seriamente, ora che si rende conto di quanto sia complessa.
I primi molto spesso credono di avere risolto il problema avendo acquisto la forza ed il metodo per smettere di essere vittima e diventare il carnefice del proprio carnefice... i secondi si rendono conto che in caso di pericolo non possono che rimanerne vittime, e provano a mettersi l'anima in pace.In ogni caso, l'interessamento finisce li... e non si sarà nemmeno scalfito la superficie più esterna di un'Arte Marziali tradizionale: essa infatti è fatta di costanza, lavoro, disciplina, ingaggio, perseveranza, accettazione della frustrazione... tutti elementi che col kakkyo che si imparano in un corso di Difesa Personale di 10 lezioni! Ci vanno anni ed anni...
Nel caso raro nel quale invece l'esigenza di sicurezza spingesse verso un corso di una disciplina marziale tradizionale, possediamo un mindset nel quale l'aggressore è il cattivo/stronzo/fuorilegge e chi si difende è il buono/legittimo/da tutelare: le Arti Marziali - complici i film di Hollywood - sono quindi state rese come l'eroe di turno (ad esempio John Wick) sconfigge "i cattivi" (i boss mafiosi) dopo che questi hanno fatto qualcosa di profondamente ingiusto (gli hanno ammazzato il cagnolino).
Allora c'è He-Man (un energumeno muscoloso con il caschetto di capelli biondi della Carrà) che incenerisce Skeletor, dopo che questi si era impossessato con la violenza del pianeta Eternia: e chi se ne frega se He-Man dovrà essere un po' violento... ha iniziato Skeletor a fare lo stronzo, se le merita tutte ste botte!E ci sono gli Avengers contro Thanos e Trump contro quei "bastardi" dell'Iran: in tutte queste narrazioni c'è un buono che si deve difendere contro i soprusi ingiusti di un cattivo, e lo può fare - a sua volta - nel modo che meglio ritiene, poiché "la vittima ha diritto di reagire e difendersi". Quante cagate...
Molte delle discipline marziali tradizionali sono state rilette secondo questo copione americaneggiante e malato e per nulla corrispondente alla realtà: quindi uno fa Judo per vincere la gara, fa Karate per colpire l'avversario senza poter essere colpito da esso... e così via.
Figuriamoci quanto può essere alla ribalta una disciplina che NON prevede la necessità di attaccare proprio nessuno e che fa della sua filosofia l'esigenza di rispettare sia fisicamente, che psicologicamente il proprio "avversario", tanto da non volerlo nemmeno più considerare tale!Ma a cosa servirebbe mai sta roba?! É veramente inutile... se non ti render nemmeno lontanamente simile ad He-Man, a John Wick, agli Avengers o a Trump...
Lo sappiamo bene, tuttavia ad alcune persone interessa di più studiarsi e conoscersi, magari in condizioni di stress, omeopatico o intenso che sia, ma che non hanno alcuna spinta verso uno stereotipo macista, nel quale la violenza viene sconfitta con altra violenza.
Se uno non approva la violenza, si sente titolato a non accettarne dagli altri, ma non desidera diventare un violento a propria volta per evitare i piedi in testa di terzi: potremmo definirla una prospettiva "pacifista"... ed un po' più filosofica, forse.
Ma qui incontriamo nuovamente lo iato fra chi vuole diventare un santo, un illuminato o un filosofo - di solito immaginato più come topo da biblioteca - e chi investe sulla forza e prestazione, perché esercita il suo corpo... non importa se rimanendo scemo!Qualcuno ci vieta di fare sia l'una che l'altra cosa?
L'Aikido è la disciplina che - più di altre - abbatte il limite della dualità, ma interessa a qualcuno conoscere esprerienzialmente cosa si nasconda dietro ai binomi bene/male, vittima/carnefice, intellettuale/fisico, spirituale/materiale, nemico/alleato...?
C'è chi vuole comprendere il fenomeno della connessione, poiché intuisce che quella che sono in grado di avere con qualcun altro specchia la qualità della connessione che ho con me stesso: va quindi a cercare la persona con la quale è più complicato avere trasporto ed empatia, ovvero il proprio nemico... e si confronta con esso per studiarsi, non per vincere una medaglia.
Di solito, quando faccio presente questi concetti, gli occhi dei presenti si illuminano un tot: perché poi quindi queste persone si accontentano che restino semplicemente "bei concetti"?
Lo dico senza timore di essere smentito: perché abbiamo paura di credere nei nostri sogni, abbiamo paura di realizzare quanto siamo potenti se puntiamo tutto sul nostro intuito, temiamo di esperire la connessione con il prossimo e quindi con la nostra natura più autentica... che è tutt'altro che materiale.Quindi rifuggiamo a gambe levate - mediamente parlando - da una disciplina che potrebbe suggerirci uno storytelling differente da quello al quale ci hanno abituati, sin dalla più tenera età.
Gia, perché siamo - sempre generalmente parlando - animali addomesticati, ammaestrati a pensare in un certo modo, a comportarci secondo regole condivise, ma difficilmente scelte dal singolo: viviamo in gabbie preparate per noi e quindi autoalimentate da noi stessi.
Non temo nemmeno di passare troppo da complottista se affermo che tutto ciò fa buon gioco a chi ci governa: si chiama "divide et impera", e viene applicato - da sempre nella storia - dai governi di tutto il globo... un processo secondo il quale il singolo va fatto sentire una monade, sola, separata ed impotente rispetto al contesto che lo contiene.L'Aikido, quindi, non conviene al singolo che non ha voglia di mutare la sua condizione di "schiavo" di se stesso... e non conviene a chi comanda questi chiavi, se attraverso questa disciplina si dovessero creare consapevolezze condivise, non poi così banali da tenere sotto controllo!
Ed ecco che la disciplina viene cercata da pochi, non compare nei contenuti previsti per un grande pubblico, non viene finanziata, anche perché non è una fonte sulla quale è possibile al momento instaurare fonti di lucro notevoli. É troppo semplice e diretta... trasformativa, pericolosa per il mantenimento di uno status quo che non piace alla maggior parte delle persone, ma per difendere il quale ci hanno insegnato a combattere fino all'esaurimento.
Ora mi ricordo che Franco Battiato, in una sua celebre canzone del 2004, ci ricordava che "le aquile non volano a stormi"... non lo hanno mai fatto e forse non lo faranno mai, perciò risulta forse più che naturale che certe discipline risultino sempre un po' di "nikya"... perché di nicchia sono gli esseri umani che usano il cervello, il cuore e che vogliono realizzare loro stessi in questa vita.Direi che il top sarebbe rimanere se stessi a fare ciò che ci ispira, come molti di noi hanno sempre fatto proprio praticando l'Aikido: non siamo qui per salvare il mondo, che se avrà voglia troverà il modo di salvarsi da solo.




























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