lunedì 22 giugno 2026

Embodying Aikido: il tassello che manca per chiudere il cerchio

C'è un aspetto dell'Aikido al quale si conferisce uno sguardo limitato e spesso carico di preconcetti, contrariamente ad una sua importanza primaria, oserei quasi dire "vitale": mi riferisco all'embodiment... termine che che sono certo alcuni di voi non hanno neppure mai sentito!

Nel processo di apprendimento Shu - Ha - Ri (conformazione - interpretazione - trasgressione), l'Aikido canonico si ferma di solito all'aspetto Shu, talvolta azzarda a toccare Ha... livello che si crede (a torto) possibile solo a stadi molto avanzati di esperienza.

E Ri?!

A forza di allenarci solo dentro un perimetro completamente definito, quand'è che saremo finalmente liberi dalla forma e capaci di affrontare l'ignoto?

La risposta è: MAI!

Questa forse è la ragione per la quale altisonanti gradi mostrano quanto sono capaci ad eseguire le loro tecniche perfette durante gli enbukai... a condizione di averle ripetute per decine di anni prima e di avere concordato con gli uke ogni attacco quando sono sotto i riflettori.

Cosa accadrebbe se qualche Shihan Aikikai salisse sul tatami senza un proprio "palinsesto" pre-costituito?

Sarebbe altrettanto armonica la risposta ad attacchi non concordati, improvvisi, magari anche non codificati?

NO, e questa è precisamente la risposta per la quale chi vuole sembrare l'incarnazione dell'armonia non si azzarda nemmeno da lontano a smettere di tenere tutto sotto il proprio controllo.

Non mi risulta però che il Fondatore si mettesse d'accordo con i propri uke per fare bella figura, e ne ho conosciuti personalmente almeno una decina di questi uke, ora rinomati Sensei internazionali!

Allora per quale ragione adesso l'Aikido si è ridotto ad una pantomima di quanto riusciamo ad eseguire bene SOLO un esercizio che posiamo provare e riprovare in Dojo, quasi fosse una poesia da ripetere poi in pubblico?

Fiumi di inchiostro, parole e battute di tastiera sono stati riversati rispetto all'applicabilità dell'Aikido in un contesto "reale", che si discosta da quanto è possibile praticare in un Dojo PRIMA di averne davvero bisogno. Ed attenzione, non mi soffermo nemmeno un istante a mettere in discussione l'efficacia marziale o cose di questo genere... parlo proprio di altro: è possibile diventare un poeta limitandosi a studiare a memoria i poemi dei grandi della letteratura o è necessario riuscire a scrivere qualcosa di nuovo ed originale?

Ed è possibile diventare geni musicali o chef stellati limitandosi ad eseguire alla perfezione gli spartiti dei grandi della musica o le ricette di Suor Germana?

La risposta è sempre e comunque NO!

Ecco perché in Aikido (e nelle Arti Marziali in generale) se ne parla ancora tanto, senza giungere ad una vera e propria consapevolezza definitiva sull'argomento...

Allora, facciamo pace con tutto ciò e cerchiamo di comprendere cosa facesse del Fondatore, IL Fondatore, di cosa facesse di Alighieri... il Dante che tutti abbiamo studiato, di Mozart il compositore di eccellenza che conosciamo... e pure di Suor Germana o di Sora Lella le cuoche che tutti ricordiamo piuttosto volentieri!

Ciò che accomuna tutte queste figure è il fatto che fossero degli ARTISTI, prima ancora di essere marzialisti, scrittori, musicisti o chef... e che l'arte è un processo interno/interiore che si manifesta all'esterno/esteriore.

L'apprendimento di tecniche marziali, tecniche di composizione poetica e musicale o tecniche di cucina costituisce l'alfabeto indispensabile a ciascuna di queste categorie per iniziare a dotarsi degli strumenti necessari per iniziare - potenzialmente - a fare arte con le rispettive discipline.

Ma si parla di strumenti di BASE, necessari ma non sufficienti perché l'artisticità si manifesti: molti hanno studiato le tecniche dell'Aikido... ma di novelli O' Sensei ne vedo pochi al momento, come mai?!

E la stessa cosa dicasi per geni della letteratura, della musica o della cucina; ci si ferma al livello Shu, quello della conformazione... nel quale è importante ripetere al meglio un movimento o una serie di essi, quando poi si vuole fare gli splendidi, si osa approdare ad Ha, interpretando, dando un proprio significato peculiare a quegli stessi movimenti (e rischiando così anche un mare di critiche!)...

Ma quand'è che si "CREA", nel vero e proprio significato del termine?

Quando il processo smette di andare da fuori a dentro, ed inizia ad esternarsi dal proprio intimo...

Per fortuna una didattica per tutto ciò ora esiste, e molte discipline la stanno scoprendo... perciò si sta collettivamente imparando a seguire ciò che in Aikido chiameremmo "Takemusu Aiki", ovvero a smettere di voler tenere tutto sotto controllo ed abbandonarsi all'ignoto, imparando a viverlo in modo più sereno, partecipe e costruttivo possibile.

Per ciò oltre 10 anni fa insistevo con sottolineare quanto fosse ridicolo continuare a confondere l'Iwama Ryu proprio con il Takemusu Aiki (chi è interessato trova QUI l'articolo); fra l'altro ogni disciplina ha il suo modo di fare questa cosa, quindi un attore impara ad improvvisare, un jazzista altrettanto... ed un buon cuoco impara a cucinare manicaretti con ciò che trova nel frigorifero, senza necessariamente avere a disposizione 10000 ricette e tutti i prodotti di un supermercato.

L'EMBODIMENT è appunto lo strumento che utilizziamo in Aikido, e lo si può fare sin dalla 1º volta che saliamo sul tatami, non è assolutamente essenziale essere esperti... anzi forse è proprio meglio iniziare fin da subito, quando non sappiamo ancora nulla!

Utilizzo questo termine inglese perché in italiano non abbiamo nulla che esprima lo stesso significato (purtroppo), infatti esso rende bene l'atto di dare una forma tangibile e fisica a un concetto, un'idea o una qualità astratta... appunto attraverso il corpo; per noi sarebbe qualcosa come "incorporare", "incarnare", "rappresentare" o "personificare".

Si tratta comunque di un processo che va da "dentro a fuori", così come qualsiasi forma di arte. Ma prima ancora di spiegare cosa sia, cerchiamo di capire insieme bene perché l'embodiment sarebbe qualcosa di così importante.

Ordinariamente parlando, riceviamo stimoli dall'esterno ed in base ad essi formuliamo una risposta adatta ad essi: sentiamo il suono di un'auto in arrivo, allora giriamo lo sguardo... la vediamo anche, e ci prepariamo a fare un passo indietro o un balzo in avanti per non essere investiti. Stimolo, elaborazione, risposta.

Riceviamo uno yokomenuchi (l'input sarà visivo) o un katatedori (input sia visivo, che cinestesico)... a quel punto il nostro sistema nervoso calcola il movimento migliore da compiere in base alla nostra posizione attuale ed al nostro grado di coordinazione motoria. Stimolo, elaborazione, risposta.

Tutto ok fino a qui, tuttavia esiste un problema di fondo che la fisica del nostro universo non ci permette di superare, ovvero il "tempo di latenza nella ricezione" e di conseguenza pure nella reazione: c'è infatti un tempo tecnico fra l'informazione in entrata (da canali visivo, auditivo e cinestesico), elaborazione neurale e la risposta in uscita... questo tempo NON può essere ridotto sotto ad una certa soglia, che dipende dagli strumenti che utilizziamo per compiere questo processo.

Ad esempio l'elaborazione razionale viaggia a circa 40 bit/s: se quindi voglio analizzare razionalmente pacchetti di informazione, non potrò scendere sotto la soglia richiesta dal mio emisfero sinistro per elaborare queste informazioni.

L'elaborazione razionale ha la caratteristica di essere molto "logica", e da questo punto di vista pure "ottimizzata", però e fottutamente LENTA in campo marziale (e non solo!) rispetto - ad esempio - all'elaborazione intuitiva, istintuale e spontanea... che invece viaggia intorno ai 40.000.000 bit/s (ovvero 6 - SEI - ordini di grandezza sopra quella precedente)!


Quindi dobbiamo trovare il modo di tenere occupata la razionalità, così da permettere al nostro istinto di agire al posto di essa in situazioni inaspettate ed inedite: se non lo facciamo, essa cercherà sempre di prendere il controllo, rallentando le nostre azioni.

Come si supera quindi il tempo di latenza della reazione: smettendola di REAGIRE ed iniziando ad AGIRE proattivamente... ovvero dando priorità a ciò che da dentro va verso il fuori e non limitandoci a lasciare che il nostro fuori sia l'unica fonte alla quale riferirci.

L'embodiment quindi diventa uno strumento straordinario per iniziare un processo INTERNO e lasciare che esso si manifesti spontaneamente fuori, a livello intuitivo e libero, ovvero NON razionale: ci si sente particolarmente scemi le prime 100 volte che si fanno questo genere di esercizi, ma poi ne si comprende l'effettiva indispensabilità!

Si tratta di immaginare una qualità che desideriamo esprimere: qualsiasi concetto astratto, archetipo, simbolo o prospettiva... ed iniziare a MIMARLA con il corpo, ossia consentire che da qualcosa di mentale possa esprimersi a livello SOMATICO.

Possiamo esprimere le qualità dei 4 elementi principali (terra, acqua, fuoco ed aria), oppure una prospettiva specifica della nostra pratica (la fluidità, la connessione, la decisione, la determinazione, la ricezione, la chiarezza mentale, la calma all'interno del movimento....) e iniziamo a muovere il nostro corpo in modo apparentemente caotico, ma facendo del nostro meglio per far si che i movimenti MIMINO, ESPRIMANO la qualità che stiamo studiando.

Questo processo fa andare le informazioni da DENTRO a FUORI... e chi ci guarda non dovrebbe vedere tanto noi, quanto una rappresentazione dell'archetipo che stiamo facendo del nostro meglio ad incarnare.

Ovvio che a questo livello NON si può COPIARE nessuno: ciascuno avrà il suo modo UNICO di esprimere la qualità della quale sta facendo embodying, quindi ogni forma di riferimento esterno sarà automaticamente tagliata fuori, per essere esclusivamente a contatto con la propria interiorità. Qui non esiste "giusto" o "sbagliato"... c'è solo l'azione.

Questa credo sia appunto la ragione per la quale nel mondo dell'Aikido si sta così lontani da queste pratiche: perché esse richiedono di perdere consciamente il controllo di ciò che si sta facendo e non consentono alcuna forma di imitazione del proprio super Sensei preferito! Non solo si rischia l'errore e la disarmonia: ci si fionda proprio dentro consapevolmente!

Si sperimenta l'ignoto, e in una condizione nella quale esso non può essere parametrizzato in alcun modo...

Però questo porta più lontano del previsto, perché ci mette in grado di AGIRE ad uno stimolo esterno INCLUDENDOLO nel nostro ignoto, anziché limitandosi a reagirvi, acquistando preziosi istanti di azione spontanea... cioè sperimentando il vero e proprio Takemusu Aiki che tutti andiamo cercando!!!

Solo che a fare questa esperienza possono essere letteralmente TUTTI, indipendentemente dall'età (i bambini lo fanno comunque meglio che gli adulti!), il proprio grado o titolo e la propria esperienza sul tatami. Si può letteralmente iniziare con l'embodiment la 1º lezione di Aikido che si fa, senza sapere ancora nulla delle varie tecniche... e spesso ciò risulta più semplice di quando un esperto prova a mettere da parte ciò che sa ed a lasciarsi andare!

Che frustrazione per i cosiddetti "esperti"!? Qui un momento in cui ci siamo bendati, per agevolare un movimento più spontaneo possibile....



Questo livello della pratica NON può - per definizione - essere tenuto sotto controllo da nessuna Organizzazione Aikidoistica e consente a chiunque di avere "prestazioni" assolutamente paragonabili a quelle del Fondatore: si viene attaccati liberamente, in qualsiasi modo (codificato o meno) e si è in grado di rispondere in modo naturale, spontaneo ed unico senza nemmeno pensare al da farsi, ma lasciando che sia la connessione con il partner a creare una situazione che potremmo definire "marziale", ma come risultato del tutto collaterale.

Se aggiungo che utilizziamo la MUSICA - elemento assolutamente NON contemplato dalla tradizione - come onda portante di questo genere di esercizi, comprenderete bene quando essi si scontrino contro i sacri dogmi dei praticanti più tradizionalisti, quelli cioè che che amano zavorrare la loro pratica a Shu o a Ri...

Ne comprendete anche però il potenziale?

Chi vi approda NON torna indietro... e questo spaventa veramente un botto!


Marco Rubatto



lunedì 15 giugno 2026

Il 7º kumijo... la contestualizzazione e le spiegazioni che non si danno

Nel proseguire con la nostra disamina dei kumijo codificati, quest'oggi è il turno del 7º esercizio.

Non si tratta di una sequenza particolarmente complicata, ma racchiude alcuni punti importanti da esaminare, che la dicono lunga sulla differenza che passa dalla didattica giapponese a quelle che spesso utilizziamo dalle nostre parti.

Innanzi tutto, la sinossi dei movimenti...

1A - uchi jo: prende l'iniziativa ed esegue uno gyaku yokomen uchi gedan (fendente sul lato opposto, a livello basso, in altri contesti anche chiamato "hiza giri") a partire dalla guardia di tsuki sinistra verso il ginocchio sinistro di uke jo;

1B - uke jo: esegue una parata gedan, facendo un passo indietro sul sei chu sen (la linea dell'attacco del compagno).


2A - uchi jo: attacca con uno tsuki chudan (colpo diretto di punta, a livello medio) a partire dalla guardia destra, verso l'addome di uke jo;

2B - uke jo: esegue una parata, che la forma codificata prevede venga fatta con un leggero avvicinamento (tsugi ashi in avanti), con la guardia destra.


3A - uchi jo: attacca con uno gyaku yokomenuchi jodan (fendente sul lato opposto, a livello alto), assumendo la guardia sinistra;

3B - uke jo: esegue un avanzamento molto ampio, che gli consente di agganciare il ginocchio destro del partner e di proiettarlo a terra.


Ecco il video che riproduce la sequenza...


Iniziamo a notare alcuni elementi semplici: uchijo fa 3 attacchi sequenziali, il 1º a livello basso (migi hanmi), il 2º ad altezza media (migi hanmi) ed il 3º alto (hidari hanmi); ukejo para i primi due e sul 3º entra e proietta: questo significa che NON è possibile fare kaeshi waza durante questo esercizio, se ogni movimento è eseguito correttamente, poiché ukejo non attacca mai.

Secondo punto importante: dopo avere eseguito 2A, uchijo ha bisogno di una distanza minima per poter sferrare l'attacco 3A alla tempia destra del suo compagno; se ukejo compie un avvicinamento troppo grande durante il movimento 2B... il 3A diventa insensato.

Per questa ragione, nonostante la forma preveda che ukejo accorci il maai durante il movimento 2B, è consentito lasciarlo inalterato (parare sul posto), o - addirittura - aumentare la distanza (parare arretrando)... purché il movimento 3A possa essere ancora eseguibile con un senso compiuto, anche se quel colpo non arriverà mai sulla tempia destra di ukejo.

Questo ci porta alla prima delle considerazioni importanti: la forma codificata va studiata in un modo prestabilito, ed il katageiko è proprio questo modo di stabilire come i movimenti vadano eseguiti... tuttavia essi devono - anche e soprattutto - risultare viatico di alcuni principi, senza i quali ha poco senso muoversi secondo il katageiko.

Ogni esercizio, alla fine, risulta situazionale: se ukejo entra un botto sia nel movimento 1A, che nel movimento 2A... facilmente ukejo NON riuscirà ad avvicinarsi ad esso nel movimento 2B (come sarebbe previsto), ma dovrà AGGIUSTARE la distanza, così che il rapporto fra i due praticanti continui a risultare interessante e sensato.

Il katageiko quindi è quello schema da seguire fino a quando ha un senso farlo, ed è proprio qui che entra in gioco l'esperienza di un praticante: un principiante esegue i movimenti che gli vengono mostrati ma NON ha gli strumenti adatti per comprendere se essi sono sensati in TUTTI i contesti che si andranno a vivere sul tatami.

Non può che ripetere e fidarsi del proprio Sensei: questi invece sta giocando una partita differente... ovvero sta modificando in continuazione la forma alla situazione che vive, il che vuol, dire non farà mai un kumijo esattamente uguale al precedente o al successivo, e tutti loro avranno valore e significato proprio per QUESTO!

Il "copia & incolla", in Aikido funziona poco (e talvolta male): bisogna partire magari da questo, ma è necessario al più presto comprendere cosa sta DIETRO la ripetizione di una forma, che non è mai qualcosa di fisso o stabilito una volta per tutte.

Ultima considerazione, a mio avviso molto importante: ora vi riporto 2 video con l'esecuzione di Saito Sensei del 7º kumijo. Il primo si riferisce ad uno stage in Francia del 1989...

Il Secondo, invece, è un vecchio filmato girato nel Dojo di Iwama nel 1972...



Avete notato nulla di strano?

Stesso Insegnante, stesso esercizio... 2 finali completamente differenti: il primo (come ho spiegato poco sopra) con una proiezione al ginocchio, il secondo con una proiezione eseguita sulle braccia di uchijo.

Come mai? A che cosa è dovuta questa differenza?

Non so rispondervi, ma è palese come la forma del 7º kumijo sia cambiata negli anni!

E non è qualcosa di accaduto SOLO a questo esercizio: negli anni abbiamo avuto modifiche al 2º, al 3º, al 7º kumijo... ed anche al 6º ed al 7º ken tai jo.

Quasi mai qualcuno è venuto a spiegarci COME MAI queste variazioni siano avvenute, tranne nei casi in cui esplicitamente è stato dichiarato che esse fossero dovute all'attenzione a ridurre gli incidenti durante la pratica (poiché la forma precedente a quanto pare ne era riuscita a causare tanti da cercare una forma alternativa più sicura).

E Saito Sensei è famoso in tutto il mondo per essere colui che ha preservato forse con più cura il repertorio tecnico del Fondatore: ma quindi uno che si era ripromesso di non cambiare nemmeno una virgola invece poi lo ha fatto?!

I cambiamenti sono innegabili, e dirò di più: attualmente suo figlio Hitoira Saito Sensei, che dichiara anche con il nome della sua Associazione (Iwama Shin Shi Aiki Shuren Kai) di voler ricercare proprio quella tradizione già tenuta cara da suo padre Morihiro... ha fatto a sua volta un botto di cambiamenti anche rispetto a quest'ultimo, questo è proprio più che evidente. Ho praticato alcuni anni con lui e mi sono accorto di persona di parecchie differenze tecniche.

Ma allora sti cambiamenti possono avvenire, oppure no?

AVVENGONO, punto... ma il motivo è differente rispetto a quello che può balzare nella mente di un occidentale poco impegnato nella disciplina. Io non insegno Aikido come lo insegnavo 10 anni fa... e 10 anni fa non lo insegnavo come lo avrei fatto 10 anni prima ancora: ogni Insegnante cerca in continuazione nuove strategie per migliorare sia ciò che propone, sia per facilitare la comprensione di chi ha davanti.

Se in un Seminar di Aikido capito in un gruppo che non ha mai tenuto il jo in mano... mi accontenterò forse di presentare loro i primi 5 suburi, in modo lento, più chiaro possibile. Al gruppo degli adolescenti talvolta "semplifico" i suburi stessi, pretendendo una forma molto meno dettagliata e precisa rispetto a quella che richiedo agli adulti. Ma non sto cambiando proprio niente, sto contestualizzando ciò che faccio!

Se ai miei ragazzi faccio una Special Class riservata agli yudansha (cinture nere), magari mostro 15 variazioni del 7º kumijo, e che comprendono sia la versione del 1972, sia quella del 1989... ed anche altre 13 che non compaiono in nessun video di Saito Sensei, ma che possono tranquillamente avere un senso per loro.

Ciò che quindi un principiante (o un Aikidoka disimpegnato) percepisce come "variazione" in realtà non è altro che uno degli innumerevoli modi che si hanno per fare una certa cosa, che però dipende anche dalla "bravura" o dalle capacità ricettive di chi ha di fronte il Sensei che spiega. Se ogni forma adottata contiene un principio, allora è degna di esistere... altrimenti è solo fuffa per allungare la brodaglia da propinare agli allievi, per avere ancora qualcosa da dare loro, prorogando la loro dipendenza dal proprio Insegnante.

Dal mio punto di vista, quindi, non è assolutamente scandaloso che Saito Morihiro Sensei o Saito Hitoira Sensei - ad un certo punto - abbiano deciso di insegnare versioni differenti dei loro esercizi, rispetto a quelli che avevano adottato fino ad un certo tempo: tutti contengono principi più che validi, quindi esistono tutte quelle differenti forme, hanno senso tutte, bisognerebbe studiarle e conoscere tutte... poi se ti alleni 3 volte al mese è già tanto che ti ricordi una cosa e che non fai tu un minestrone senza senso con tutto il resto.

La didattica è un'evoluzione continua, quindi se capitate da quelli che ti dicono che fanno SOLO ciò che faceva O' Sensei sappiate che si potrebbe trattare di qualcuno vi sta prendendo in giro (e prima ancora sta prendendo in giro se stesso), poiché il Fondatore è evoluto in continuazione per tutta la sua carriera marziale, ed è più che normale quindi che a chiunque di noi accada più o meno la stesa cosa!

A questo proposito, vi elenco nel prossimo video ALCUNE delle variazioni possibili al 7º kumijo, senza avere alcuna pretesa di essere esaustivo (ma se già uno si studiasse queste, sarebbe ben al di sopra della preparazione media delle persone che normalmente incontro!)



In fine abbiamo TUTTE le connessioni che si possono avere con i 9 kumijo che restano: anche questi esercizi "non sono canonici", nel senso che non ho mai visto Saito Sensei farli, ma vi invito a provare ad esercitarli e poi magari in seguito buttarli nella pattumiera... poiché sarebbe fin troppo semplice non fare una cosa solo perché il tal Maestro non la faceva: mi suona come una scusa per non mettersi mai in discussione ed in difficoltà, cosa invece nella quale un Aikidoka dovrebbe eccellere!



Marco Rubatto






lunedì 8 giugno 2026

La libertà e le attitudini della mente di un Aikidoka

Oggi cerchiamo di volare più alto del consueto... anche se mai la filosofia è così specchiabile in modo concreto nella pratica del corpo.

Di solito ci piace l'idea di essere "liberi", ma non altrettanto di frequente dedichiamo del tempo per comprendere cosa significhi la "libertà", con la conseguenza di non comprendere nemmeno bene cosa desideriamo!

Prendiamo ad esempio il carattere prettamente "marziale" della disciplina che pratichiamo: non ci piace l'idea che una persona ci aggredisca (poco importano le ragioni che la muovono); se ciò dovesse accadere, vogliamo strumenti per "difenderci" da una simile eventualità... facendo così valere il nostro diritto alla libertà di recarci dove vogliamo, senza timore alcuno di fare brutte esperienze, men che meno di soccombere ad esse!

Quindi mi chiudo in una palestra (un Dojo sarebbe sprecato!) e mi esercito a stortare polsi... così se un giorno qualcuno mi facesse qualcosa, saprò come affrontare la situazione; già, però ci sono alcune cose alle quali non sempre si fa altrettanta attenzione; facciamo qualche esempio:

- supponiamo che mi eserciti tutta la vita a fare fronte a questa eventualità, cosa mi accadrebbe all'umore se poi questa NON si presenti MAI finché campo? Avrei perso un tot di tempo...

- supponiamo che me ne vada libero dove meglio credo, per esempio a svaligiare un appartamento o a rapinare una vecchietta (potrò essere LIBERO di fare ciò che desidero o no?!)... e mentre ciò accade, un passante tenta di fermarmi; sarebbe il momento giusto di sfoggiare la mia capacità di non farmi bloccare da un aggressore?

Ho volutamente citato alcuni paradossi... ma nemmeno poi tanto: chi sancisce la giusta definizione di aggressore nel secondo esempio?

Dipende ovviamente dal punto di vista dal quale lo si esamina... il ladro o aggressore spesso non si ritiene tale, ad esempio argomentando che il suo comportamento gli è necessario ed indispensabile per sopravvivere.

Allora, cosa significa essere LIBERI?

E introduco ancora un ulteriore elemento di riflessione su questo significato...

Il Fondatore dell'Aikido (e non solo lui, per fortuna nostra), rimandava che esiste un'ordine naturale ed armonioso nell'Universo: ciò rinnega la possibilità che esista il caos - e fin qui ciò potrebbe piacere a tutti -, ma questo richiede l'assenza di qualsiasi forma di reale LIBERTÀ, almeno come di consueto la intendiamo... non ci avevate mai pensato?

Se esistono leggi universali, che rendono armonioso il luogo nel quale viviamo... la nostra "libertà" sarebbe SOLO quella di scegliere se aderire o meno a queste leggi.

Se vi aderiamo, otterremo di essere parte di un sistema armonico, quindi armoniosi a nostra volta... se le respingiamo... ci troviamo ob-torto-collo nei casini, perché abbiamo tutto l'Universo contro.

Non è questa gran scelta "libera", isn't it?!

Solo un babbeo o una persona inconsapevole (questo è quello che accade nel 99,999% delle volte) andrebbe contro le leggi universali in modo intenzionale... o no?!

Allora la libertà dev'essere qualcosa di diverso che "fare tutto ciò che si vuole"... e ciò che è importante per noi è che la nostra mente tratta questo bizzarro argomento in modo piuttosto curioso, e non sempre funzionale.

Ad esempio: una persona mi fa una presa ad un polso... L'istinto (in)naturale di molti è quello di cercare di liberarsi, strattonando il punto che si percepisce vincolato. Questa è una delle situazioni nelle quali sentiamo venire meno la nostra libertà di muovere il polso dove e come vogliamo.

Ci sentiamo "coerciti", e la mente è abilissima a farci percepire il punto di vincolo... È così in gamba, da farci all'istante dimenticare di tutti gli altri punti che nel mentre sono però rimasti completamente "liberi"!

Si identifica così tanto con il problema, da consentire che TUTTO il sistema si senta paralizzato: la vocina interiore dirà "Mi hanno preso", e non "Mi hanno afferrato un paio di ossa con le quali termina una delle mie articolazioni". Vero o no?!

Ed allora Signori abbiamo un problema con la "libertà", poiché uscire dalla presa al polso NON rappresenta assolutamente la riconquista di qualcosa che in realtà non ci può minimamente essere sottratto (senza il nostro consenso).

Si percepisce molto bene - attraverso alcuni esercizi di pratica - che nel momento in cui un'altra persona entra in contatto con me per bloccarmi/coercirmi un polso, anche io entro in relazione con lei... e - se presto la sufficiente attenzione - sono addirittura in grado di utilizzare questa connessione per esplorare alcuni aspetti molto interessanti del conflitto!

"Sono io che ho preso lei", si può addirittura percepire, ad un certo punto... Sono in grado di fare un viaggetto nel suo sistema psico-corporeo proprio GRAZIE al fatto che l'avversario mi ha afferrato un polso: mi ha fornito lo strumento di comunicazione che prima non esisteva.

Quindi chi è l'aggressore: colui/colei che compie un'attentato alla mia libertà o colui/colei che mi permette di studiare meglio i funzionamenti della mia mente?

La libertà NON è mai stata messa minimamente in gioco o discussione: ciò che è stato messo in campo è la mia capacità/possibilità di vivere i principi sul quali è costruito l'Universo stesso, MENTRE vivo un momento di conflittualità, probabilmente nel quale si prova paura e ci si sente minacciati.

Al massimo la libertà viene AMPLIATA da questa situazione, anziché risultarne ridotta, perché - se si è sufficientemente consapevoli - la situazione di conflitto tenderà a farmi diventare più consapevole del fatto che non sono un essere bloccabile, in alcun modo... (a meno che non decida io di esserlo).

La libertà o aumenta, o - addirittura - cessa di essere qualcosa da ricercare, perché non viene percepita più come qualcosa da "AVERE" o meno... diviene qualcosa relativa all' "ESSERE".

Avete presente quel detto che afferma: "La tua libertà finisce dove inizia la mia"? Ecco, questa frase offre bene il senso del fraintendimento: le libertà vengono viste come qualcosa di SEPARATO e POSSEDUTO (mio/tuo)... forse perciò stiamo parlando di qualcosa di differente.

In ambito filosofico/religioso, ad esempio, spesso si parla di "libero arbitro"... ovvero a mio parere di una creazione [molto umana] per tenere a bada il bisogno che si percepisce - nuovamente - di POSSEDERE una forma di libertà, che però non è mai stata né studiata, né compresa fino in fondo. Allora ci si inventa la favoletta di un dio che - bontà sua - ci concede "il diritto ad essere liberi". Ma che personcina carina, che mecenate, mi verrebbe da dire!

Se ci avesse creato e poi non ci concedesse questo "favore", non potrebbe anche essere chiamato "tiranno"? Ovvio che si: prima ci crea, poi ci mette nel SUO gioco da tavolo a giocare secondo le SUE regole... Non può mica essere andata così!

DEVE darci il libero arbitrio, se vuole esercitare la sua "infinità saggezza e bontà"... solo che così lui stesso non è più libero (perché DEVE fare una cosa specifica e non un'altra): e come fa uno "non libero" a concedere a noi qualcosa che nemmeno lui riesce ad esercitare o concedere a se stesso?

Sono certo che una buona parte di voi non ci aveva mai pensato... 

Ho passato un esame all'università (30 e lode) con una tesina sul libero arbitro (ebbene si, sono uno dei pochi Ingegneri ad avere sostenuto ANCHE esami della facoltà di Filosofia), perché già 30 anni fa mi ero accorto che questo argomento era piuttosto incompreso (da me stesso), perciò l'ho studiato in lungo ed in largo.

La "libertà" che ha la natura, ad esempio, è quella di seguire le regole che strutturano la natura stessa: nessun melo, ad un certo punto, invoca il libero arbitrio di diventare un pesco!

E - senza andare molto lontano - anche le nostre cellule del corpo sono sottoposte alle stesse leggi: durante le prime fasi della gestazione (morula) tutte le cellule sono ancora cellule staminali "toti-potenti", cioè indifferenziate e in grado di originare tutti i tessuti embrionali ed extra-embrionali... in parole povere, ogni elemento presente è ancora capace di utilizzare tutte le informazioni del DNA in esso contenute per diventare un tessuto differente, e quindi anche una parte del corpo diversa del nascituro.

Ma non è che a questo punto le cellule si mettano a litigare fra loro per determinare chi andrà a formare il tessuto cardiaco, chi i polmoni, chi il timpano e chi la pelle dei glutei!

Ciascuna di esse SEGUE una legge (che al momento non è così chiara alla medicina istituzionale, ovvero quella che non studia la fisica quantistica), che le "suggerisce" di speciarsi in un modo e non in un altro: quale "libertà" hanno allora le cellule tutte uguali di diventare quello che in futuro saranno (notevolmente differenti fra loro)?

NESSUNA... ma noi stiamo bene anche se è così, anzi SOPRATTUTTO perché la natura funziona così!

Quindi l'intensità della nostra "ricerca della libertà" può essere presa come MISURA di quanto ignoriamo (siamo inconsapevoli del) le leggi che ordinano l'Universo... tutto qui.

Poco romantico?

No, è solo che l'Aikido serve proprio a diventare più consapevoli di queste leggi, per questo utilizziamo il corpo... che è "un pezzo di natura" ed è soggetto a TUTTE le leggi del resto della materia. La mente, che come vedete può essere confondibile o corrotta dalla sua incomprensione delle cose, può invece imparare dal corpo... connettendosi ad esso in modo sempre più integrato.

La libertà aumenta fino a esaurire il suo stesso bisogno di esistere: ricordate le parole del Fondatore?

 [Ware wa uchu nari] "Io sono l'Universo"... "What else?" direbbe George Clooney nella vecchia pubblicità della Nespresso!

Sembra qualcosa di così lontano, invece è talmente sotto gli occhi di chiunque... che preferiamo vivere proteggendoci dalle minacce del prossimo, anziché fare qualcosa di concreto per arginare tutte le manipolazioni, le mancanze di rispetto e conoscenza che facciamo ogni giorno a noi stessi!

Siamo una specie a dir poco bizzarra...


Marco Rubatto



lunedì 1 giugno 2026

Scarpe sportive per Aikidoka che fuggono

Sto cambiando: lentamente ma inesorabilmente mi trovo dentro un momento di profonda trasformazione personale, che mi fa pensare ed agire diversamente dal passato... vedo e percepisco aspetti della pratica che non mi erano mai parsi così importanti come invece lo sono oggi.

Da diverso tempo sono coinvolto nella formazione di numerosi Docenti e gruppi di pratica dell'Aikido, inoltre io stesso sono spesso ancora discente a Seminar di altri Sensei (sempre più scelti col lanternino, a dire il vero!) e noto che una parte sostanziale degli Aikidoka sta "scappando", è troppo evidente!

Ci sono gruppi cresciuti con una forte impronta tecnica, che fanno una fatica impressionante ad affrancarsi da una visione stilistica specifica, per aprire gli orizzonti della loro pratica a prospettive nuove ed altrettanto utili e nutrienti... Li troviamo in ogni ambito: Iwama Ryu, Aikikai d'Italia, Aikikai di Francia, Kobayashi Ryu, Ki Aikido... Non è una questione di luogo: i "talebani" ci sono ovunque.

Si cresce con il supporto di alcune forme e non si realizza come esse siano lo strumento della crescita, e non il fine ultimo di un praticante: in questi casi, la bulimia tecnica non termina mai, al limite si ingigantisce... e ciascuno è sempre in cerca di quel particolare che farebbe un'ulteriore differenza nella propria pratica, in una forma di collezionismo completista che non giungerà mai a completare proprio un tubo di niente.

Quelli poi che operano questa fuga dalla realtà in un solo contesto tecnico, continuano all'infinito non solo a collezionare particolari - il più delle volte feticistici almeno quanto inutili - ma cercano di catechizzare chiunque provenga da percorsi differenti che solo la loro "è la modalità corretta" di fare le cose.

Lo osservavo proprio ieri mattina, durante una formazione federale dei Docenti: c'era un appartenente all'Aikikai che provava ad ammaestrare il suo uke, spiegandogli come questi dovesse muovere i piedi in un certo modo anziché in un altro... perché semplicemente altrimenti la sua forma non avrebbe più funzionato!

Ma uke non è il nostro burattino, al limite è li per metterci pressione e crearci dei problemi... non per fare bene la recita che gli abbiamo suggerito!

Niente: siccome gli hanno detto per anni che le cose stanno in un certo modo, costui (un 4º dan, non esattamente un principiante, intendiamoci!) - che non ha mai visto nient'altro - ha provato a trasformare a sua immagine e somiglianza il suo mondo circostante, visto che non riusciva a reggere il peso e la responsabilità di avere lui ad qualche piccolo problema d'incomprensione di cosa stesse accadendogli intorno.

Ma da cosa scappi?! Cosa serve praticare 10, 20, magari 30 anni... per diventare gli inconsapevoli ripetitori dei neologismi altrui, fra l'altro senza rendersi conto dei limiti intrinseci in ciò che ci hanno insegnato!

Chi vuoi fregare, chi vuoi manipolare, a chi vuoi mentire? Si vede piuttosto da lontano che sei un poveretto convinto di essere qualcuno per non renderti conto della tua condizione misera...

E questo è solo un esempio fra centinaia di migliaia... Aikidoka che osannano questo o quel Maestro (di qualsiasi corrente, tanto accade ovunque) tanto da divenirne DIPENDENTI, drogati, potremmo dire... dandogli la responsabilità della loro crescita ed evoluzione, anziché prenderla fra le proprie mani, decidere di essere i capitani della propria nave!

I Maestri sono tutti bravi (questo non è vero, alcuni fanno cagarissimo, però fingiamo per un attimo che in tutti alberghi un'estrema buona fede), ma sono anche limitati, poiché sono esseri umani... che si portano inevitabilmente dietro i propri limiti, oltre che le loro migliori qualità.

Va da sé che eleggere una sola persona ad esempio di ciò che è meritevole, giusto e saggio espone CHIUNQUE a tutto ciò che quella persona NON sarà in grado di mostrare loro, per via delle proprie inevitabili ombre: è come eleggere qualcuno come "Patrimonio Mondiale del NUN-esco dal recinto".

Ma da cosa scappi: dalla possibilità di essere limitato, di sbagliare... assicurandoti al contempo che lo farai per il resto dell'esistenza?!

La tecnica - di qualunque stile, Scuola estrazione - va benone, a patto che sia degna di esistere e che serva a conferire una struttura... solida si, ma anche duttile e - soprattuto - mai dogmatica... cioè una casa provvisoria per i principi, fino a quando essi avranno la possibilità di esistere anche al di fuori di un kata prestabilito da qualcuno.

Un bastoncino è utile fa far crescere diritto il tronco di una pianta neonata, poiché essa non ha ancora la capacità di reggersi da sola quando c'è il vento forte: guai però a far credere ad un baobab adulto di avere ancora bisogno del bastoncino per stare diritto!

È un manipolatore chi lo propone e si fa manipolare come un pollo chi lo accetta. Ad un certo punto l'Aikido necessita del coraggio di rimuovere i bastoncini, per verificare se reggiamo al vento che incontriamo!

Poi ci sono quelli che preferiscono un Aikido più "libero", quelli che "basta che uno applichi i principi, poi non è importante cosa si fa"...

Questi talvolta non è che scappino meno, lo fanno solo in un altra modalità...

I primi scappano dalla realtà cercando di diventare brutte copie di chi non potranno essere mai, i secondi invece - di solito meno razionali e più anarchici - si ritengono liberi di volare senza avere nemmeno ancora imparato a gattonare.

Questa mattina mi è capitato anche uno di questi "poeti da strapazzo"... giusto per dirvi quanto è stata messa a dura prova il mio desiderio crescente di fare seppuku!

Questo qui, che un Maestro non lo ha avuto mai e che è cresciuto studiando Aikido un po' sui libri, un po' su YouTube ed un po' al CEPU (nel Lazio c'è un botto di gente che è stata abituata a fare così), stava facendo con il corpo una marea di stronzate allucinanti, violando tutti i principi fondamentali della biomeccanica... però con la bocca faceva grassi sproloqui di avere "fuso" insieme stili differenti, creando una sua specifica visione della disciplina.

Visione da Mister Magoo però! Ma da cosa scappi tu, o Aikidoka anarchico ed incapace?!

Dalla consapevolezza che non hai nemmeno coordinazione fra il braccio dentro e quello sinistro? Fra la parte sopra e quella sotto del tuo stesso corpo?

Non ti sottoponi ad una strutturazione tecnica perché non hai la disciplina personale sufficiente per farlo: non raccontiamoci solo scuse di convenienza, per favore!

Ti puoi convincere pure di essere un'aquila, piuttosto di non realizzare quanto sei ancora pollo, ma non c'è molta dignità in tutto ciò... prima o poi la vita ti sputerà la verità in faccia. Unica nota positiva: mi si è avvicinato un collega della Commissione Nazionale e mi ha sussurrato: "Non si può guardare, sembra di stare a Zelig!"... 

Non per farsi gioco del minus habem in questione (sarebbe stato come sparare sulla croce rossa), ma mi ha riportato in un attimo alla consapevolezza che era effettivamente lui quello strano rispetto agli altri presenti. Perché uno si fa pure assalire dallo sconforto delle volte!

Una cosa è certa: costi quel che mi costi, sto cercando di scappare sempre meno da me stesso... del tutto intenzionato a pagare qualsiasi dazio di crescita che la vita mi metterà di fronte. Forse, proprio per questo, riesco a reggere sempre meno tutti coloro che si raccontano una marea di balle pur di dire a loro stessi che stanno facendo delle cose per evolvere... con la ferma decisione di continuare a non farlo affatto!

Desidero che il mio sabotatore interno rimanga perennemente disoccupato...

Penso che la vita sia un fenomeno coerente ed intelligente, con il quale non vale la pena scherzare troppo o procastinare ciò che è invece sembra più sano affrontare... anche se fa male, pure se inquieta o spaventa...

Non è che fra i miei allievi veda solo integerrimi ricercatori delle proprie verità, intendiamoci: magari molti specchieranno le tendenze che ho avuto - in passato più di oggi - ad utilizzare anche l'Aikido per scappare da me stesso. Ma ora la ritengo una cosa sempre più perfida e perversa alla quale dedicarsi.

Desidero che per me l'Aikido sia uno strumento di dissipazione delle nebbie che mi creo da solo per non procedere sul mio cammino personale, non una sorta di macchina del fumo che me le aumenta o - addirittura - me le crea!

Se l'Aikido un giorno si rivelasse solo una scarpa sportiva per fuggire più veloce da me stesso... forse preferirò liberarmene del tutto, e proseguire scalzo, ma fiero, sul mio cammino
In fondo si pratica a piedi nudi, quindi talvolta si fa addirittura più Aikido scegliendo di smettere di farlo in modo malato, piuttosto che continuare a pervertire un cammino... nato invece proprio col fine di guardarsi in faccia fino in fondo!


Marco Rubatto




PS: queste riflessioni a caldo derivano da un week end piuttosto intenso di formazione nazionale dei Docenti di Aikido FIJLKAM. Vi avevo abituati negli anni ad un aggiornamento puntuale di tutto ciò che accadeva in Federazione; ora, pur restando un responsabile nazionale del Settore, non sono più il Presidente della CN, quindi non credo spetti ancora a me il dovere di ragguagliarvi su tutto.

Chi fosse interessato, si rivolga direttamente al nuovo Presidente della CN Aikido. Grazie.


lunedì 25 maggio 2026

Frangar & flectar: spezzarsi ma non piegarsi, o piegarsi ma non spezzarsi?

Risulta importante realizzare come culture differenti osservino uno stesso fenomeno da prospettive diverse, spesso antinomiche fra loro.

Nella cultura occidentale, si sente talvolta utilizzare l'espressione "frangar, not flectar"... che in parole brevi si traduce con "mi spezzo ma non mi piego". È usata per indicare un'integrità morale che non cede davanti a nessuna minaccia o pericolo.

Utilizziamo anche l'espressione "essere tutti d'un pezzo", che - nuovamente - è sinonimo di una persona estremamente integra, coerente, seria e onesta, che non scende a compromessi morali di alcun tipo.

Dall'altra parte del mondo, ad esempio in Giappone, le cose sembrano stare in modo diverso... e si preferirebbe forse utilizzare l'espressione opposta: "flectar, not frangar", cioè "mi piego, ma non mi spezzo".

In questo caso, viene rimandata l'importanza di una duttilità che consente di passare attraverso prove anche estreme, deformandosi ma rimanendo al contempo integri, sia a livello fisico, che intellettuale ed emotivo.

A me sembra evidente come "essere tutti d'un pezzo" e "mi spezzo ma non mi piego" siano modi di dire un po' contrastanti fra loro: se vuoi restare tutto d'un pezzo, non devi romperti!

E se non devi rompersi, devi magari piegarti per non farlo... esattamente come fanno i rami degli alberi sotto il peso della neve.

Questa immagine è molto utilizzata, specie nel Judo, per mettere in evidenza un atteggiamento cedevole, che però non è sinonimo di debolezza... ma di capacità di sopportare un carico notevole, per poi utilizzarlo a proprio favore in modo elastico. Nel periodo Edo, divenne famoso il nome [楊心流] Yōshin Ryū, "La scuola dello Spirito del Salice" (da non confondere con 幼心 "yoshin", omofono che invece significa "mente giovane").

Insomma dalle nostre parti si da preminenza agli aspetti INTERIORI, che quindi dovrebbero restare inflessibili, immodificabili e granitici anche all'interno di ogni tipo di crisi e traversie... mentre in oriente si sottolinea l'importanza di una flessibilità ESTERIORE, che consente di tenere botta ed addirittura di utilizzare le forze ostili a proprio vantaggio, proprio in virtù della propria capacità di adattarsi e fluire con esse.

Come sempre, NON me la sento di indicare né che qualcuno sbagli, né che abbia ragione in modo assoluto: comprendendo entrambi i punti di vista, mi pare ovvio che indichino atteggiamenti in grado di non escludersi a vicenda, sempre se non ci fermiamo alla loro apparente completa antinomia.

Come Aikidoka, dovremmo forse avere ideali irrinunciabili, prospettive poco dispose a cedere a compromessi... come ad esempio la volontà di non portare nel mondo altro conflitto o sofferenza inutile (ce n'è già in abbondanza!), o smettere con qualsiasi gioco malato a somma zero (win/lose): in questo caso, mi piace la posizione "mi spezzo, ma non mi piego", non mi sembra troppo rigida, ma piuttosto essenziale... che taglia fuori qualsiasi tipo di paura, opportunismo o manipolabilità dei valori che contano di più.

A livello fisico e psicologico, tuttavia, sappiamo piuttosto bene che enorme valore abbia il mantenimento di un corpo e di una mente flessibili ed aperti: il [柔体] jutai (corpo cedevole) è la base di molte [古流] Koryū ("scuola antica") e di parte del [現代武道] Gendai Budō ("arte marziale moderna") o [新武道] Shinbudō ("arte marziale nuova").

Quasi come dire che abbiamo bisogno di sviluppare un'anima cristallina (perciò poco flessibile), in un corpo ed una mente morbidi (quindi duttili): nel fare così stiamo facendo nostro il meglio della saggezza occidentale ed orientale insieme. Si tratta di un'operazione di SINTESI, che preclude la possibilità di schierarsi, e necessita la capacità di integrare e far lavorare insieme a reciproco supporto gli opposti duali.

Possiamo immaginare che il Budoka debba coltivare un atteggiamento sia fisico che mentale OPPOSTO a quello che si utilizza nel costruire una buona spada... La katana, infatti,  ha necessità di essere molto dura a livello superficiale, ma morbida nel suo interno, così da poter resistere a forti sollecitazioni.

In questo aspetto, il guerriero e la sua arma sono un esempio perfetto di tao: l'uno è il duale opposto dell'altro... e quindi nuovamente si completano a vicenda!

Constaterete che lo "schierarsi" non è sempre un'opzione saggia, specie quando abbiano a che fare con sistemi complessi e completi come l'essere umano... In Aikido mi pare sempre più crucciale piuttosto l'apprendere come armonizzare ed integrare questi "opposti", ragione per la quale mi pare altrettanto fondamentale che la pratica possa toccare TUTTI gli aspetti ritenuti fra di loro antinomici: fisicità e intelletto., marzialità e spiritualità, morbidezza e determinazione, utilizzo di armi ed esercizi a mani nude, custodia della tradizione e coraggio di avventurarsi in territori inesplorati, capacità di ascolto... e possibilità di esprimere la propria inedita ed unica prospettiva.


Marco Rubatto