lunedì 23 marzo 2026

La spiegazione del Sensei: esagerazioni e paradossi

La comunicazione fra docente e discente è un fattore alquanto complesso e che non riuscirà ad essere trattato con esaustività in questo articolo, tuttavia ho notato che in Aikido la spiegazione del Sensei è qualcosa di spesso iconico, e che porta con sé diversi stereotipi ed esagerazioni.

Perciò voglio condividere con voi qualche riflessione in merito...

Innanzi tutto una "spiegazione" non necessariamente avviene tramite parole/frasi: può essere semplicemente fatta mostrando un movimento del corpo, in modo (talvolta lento) preciso e chiaro.

Molte volte gioco con le classi dei più piccini al Dojo nel fare lezioni completamente mute, nelle quali nessuno può esprimersi se non con il linguaggio del corpo stesso (sia io, che loro)... che se poi ci pensate è ciò che accade ad uno Stage internazionale, nel quale è possibile che tori ed uke non parlino una lingua comprensibile ad entrambi.

Si cercherà allora un meta-linguaggio per farsi comprendere... ed il corpo in questo può essere uno strumento eccezionale!

Poi c'è la tradizione, quella giapponese sopratutto, che tende a non perdersi in fiumi di parole, ma andare diritto all'esemplificazione fisica di ciò che si vuole passare ai propri discenti: l'elemento preponderante diventa l'esperienza personale, a livello innanzi tutto fisico, prima ancora che la comprensione intellettuale/mentale.

Noi occidentali siamo molto spesso parcheggiati nella nostra testa, quindi sembra che si abbia bisogno di comprendere intellettualmente una cosa, prima di poter passare ad un'azione fisica... ma questa è una stortura tutta nostra, che è possibile ridurre se non addirittura sciogliere con gli anni di pratica.

A fare da contraltare, come dicevo prima, c'è la tradizione dei Sensei a mandorla, che non spiegano quasi nulla ed un tempo quelle poche parole che dicevano erano in giapponese, quindi di complicata comprensione per gli occidentali presenti. Non era nemmeno molto sdoganata la possibilità di fare domande e nel caso qualcuno le avesse fatte... spesso le risposte erano molto criptiche: "Fai keiko, così capisci!".

Di sicuro questo modo parecchio richiedente nei confronti degli allievi era anche teso a far si che questi prestassero il massimo dell'attenzione più a lungo possibile, imparando a cogliere con gli occhi, ancora prima di sentire con le orecchie e comprendere razionalmente cosa veniva loro insegnato.

Dove porta però questo atteggiamento, se protratto nel tempo e mandato all'esagerazione?

Gia nel 2008, alla mia 1º visita in Giappone, avevo notato - all'Honbu Dojo prima ed all'Ibaraki Shibu Dojo poi - un livello relativamente scarso di consapevolezza da parte di molti dei giapponesi che incontravo sul tatami: non esagerare nelle pippe mentali è sicuramente qualcosa di auspicabile, ma nemmeno chiedersi mai nulla sulla dinamica di un movimento e limitarsi a ripeterlo non è che porti sempre a risultati strabilianti!

Gente che fa una tecnica da 20 anni e non è ancora riuscita ad andare oltre il "copia dall'insegnante" ed "incolla sul partner" fa riflettere, eccome: quasi ad indicare che se la mente razionale non è sempre la più adatta per aprirsi alle novità, non è detto che non serva proprio ad un tubo...

Quel [合気道は合理的なです] "Aikido wa goritekina desu" (l'Aikido è razionale/logico) spesso citato da Saito Sensei una "ragione" ce l'avrà pure avuta, no?

Io credo proprio di si, visto che i pattern tecnici funzionano come mattoncini di lego, molto duttili e poliedrici, ma che non sono poi così tanti... e sono da conoscere e studiare se si vuole essere in grado di muoversi con una certa libertà persino fuori dagli schemi standardizzati.

Non spiegare nulla diviene anche poi una "trappola per allievi", orchestrata da "abili" Insegnanti che - con la scusa della tradizione - desiderano mantenere un certo livello ALTO di incomprensione, così che si abbia ancora bisogno di loro per fare chiarezza nel buio lasciato dalla volta precedente.

Perciò "Fai keiko, così capisci!" è una frase usata da Insegnanti molto differenti fra loro: alcuni ben consci che certi messaggi possono giungere SOLO attraverso l'esperienza personale... SIA da Insegnanti che NON sanno come spiegare alcune loro capacità, oppure - peggio ancora - da coloro che desiderano NON spiegare alcune loro capacità... così da indurre una forma di dipendenza nei loro discenti.

Mi ricordo un tot di Seminar nei quali il Maestrone di turno sentenziava: "Ora vi spiegherò una cosa che non è adatta al livello della maggioranza di voi, solo in pochi capiranno... ma è in onore di questi pochi che lo faccio!".

Inutile rimandare come tutti si credessero egoicamente di essere fra questi "prescelti divini".

Se un Insegnante non è in grado di spiegare una cosa complicata a tutti NON è tanto perché le persone non sono ancora in grado di comprenderla, quanto perché non l'ha ancora compresa bene nemmeno lui; ricordiamo infatti quella iconica frase di Einstein che dice: "Se non sai spiegarlo a tua nonna, non l'hai capito veramente"...

Poi c'è anche la polarità del tutto opposta...

Ci sono quelli che spiegano fin troppo e lo fanno anche con quegli aspetti che NON possono essere davvero spiegati: non siamo come nel film Matrix, dove era sufficiente inserire uno spinotto nel collo per imparare a pilotare gli elicotteri o a praticare il Kung Fu!

In questi casi ci sono le "Aiki-conferenze da tatami", nelle quali i 3/4 della lezione sono trascorsi con il gruppo fermo ad ascoltare il Sensei che parla: non che in Aikido non debbano esistere lezioni teoriche... ma non è possibile che esse siano tutte fiumi di parole e pochissima esperienza fisica!

Yoshigasaki Sensei, ad esempio, era uno che parlava un botto... spiegava tanto, ma non è che facesse praticare e quindi provare più di tanto cosa egli aveva appena provato a chiarificare.

Ma se l'insegnamento verbale NON riesce a trasformarsi in un atteggiamento concreto del corpo, siamo certi che sia così utile?

Per conto mio diventa addirittura controproducente, poiché è proprio con la pratica fisica che mi rendo conto se o quanto ho compreso della spiegazione. In buona sostanza, è quando provo che comprendo la distanza che separa me da ciò che è in grado di fare l'insegnante... ma se non provo, come faccio a conoscere dove mi colloco io in questa mappa?

Tenderò a teorizzare le informazioni ricevute, ma in questo modo la pratica diventa qualcosa di troppo mentale, magari pure filosofico... ma ricordiamoci che l'attività si chiama PRATICA, e non TEORIA.

Saper trovare un punto di equilibrio fra il dicibile, il detto ed il non detto (per scelta) è tutt'altro che banale, infatti mi rendo spesso conto di non avere ancora trovato un bilanciamento sempre efficace. talvolta funziona di più, altre di meno...

Mi è di grande aiuto insegnare ogni settimana a gruppi molto differenti fra loro: adulti, ragazzi, bambini, portatori di handicap mentale... Ci sono tipologie di persone per le quali risulta preferibile spiegare a voce, con altri è meglio mostrare e far percepire fisicamente, ed ogni gruppo è sempre eterogeneo, quindi è composto da propensioni differenti... perciò la didattica ricopre un ruolo così importante!

Di sicuro in occidente dovremmo imparare a parlare un po' meno ed a sentire di più (meno raziocinio), mentre in oriente forse dovrebbero imparare ad articolare meglio anche con la voce ciò che il corpo è in grado di fare, ma spesse volte anche senza potersene accorgere (più logica).

Come preannunciato all'inizio del Post, non è qui che troveremo la situazione stabile e definitiva (che ormai dubito esistere), tuttavia mi pareva importante accennare ai principali rischi di quando la trasmissione tende ad estremizzarsi e polarizzarsi in modo esageratamente duale... ovvero non continuando come abbiamo fatto sovente fino ad ora nel nostro piccolo mondo.


Marco Rubatto



lunedì 16 marzo 2026

E perché non distruggere l'avversario?

"Ferire un avversario significa ferire se stessi.

Controllare le aggressioni senza infliggere lesioni è l'Arte della Pace". 

[Morihei Ueshiba, O' Sensei]


In Aikido pare che sia particolarmente importante garantire l'integrità del proprio attaccante... come mai?

Non si farebbe prima a togliere questo notevole freno al danno che gli si può infliggere? In fondo è stato l'altro ad attaccarci, no?!

NO.

Di solito, le Arti Marziali sono rappresentate nell'immaginario collettivo come il ragazzetto (o la ragazzetta) minuto/a che fracassa di mazzate un branco di bulli, lasciandone a terra la maggior parte doloranti: perché questo cliché non si addice ad una disciplina come la nostra?

Il senso della giustizia che prevale: "Ecco, gli sta bene... così la prossima volta ci pensa 3 volte prima di fare il prepotente", appagante almeno quanto banale però.

Siamo continuamente percorsi da un senso comune di rivalsa su un mondo che pare non vederci, talvolta sembra schiacciarci, più o meno consapevolmente... quindi quando arriva l'eroino/a che con 4 colpi segreti rimette in bolla la bilancia del dare-avere, molti si sentono sollevati.

Però è solo una sensazione facile, non ha nulla di profondo in sé.

Qui dobbiamo tirare in ballo sia una visione concreta, ovvero quella materiale... che una visione trans-personale, che è di carattere spirituale. Con il termine "transpersonale" si riferisce a ciò che va oltre la persona, ed include stati di coscienza espansi che trascendono l'ego e l'identità personale abituale... collegando l'individuo a una dimensione più ampia, universale e interconnessa.

E poi bisogna fare lo sforzo non banale di metterle insieme questi due dimensioni ed integrarle!

Da un punto di vista squisitamente concreto, è molto più facile mandare il proprio avversario al creatore, o ferirlo in modo serio... piuttosto che lasciarlo illeso, ed - anzi - averne persino cura.

Quindi dalla prospettiva della tanto blasonata "efficacia marziale", il Karate, ad esempio, prevede che la fine di uno scontro avvenga nel modo più semplice e veloce possibile, con il minimo numero di movimenti (1 può bastare, se si è bravi)... ed ottenendo i risultati più devastanti possibili al soma di chi ci attacca, così da impedirgli di nuocerci nuovamente.

Un nemico ferito gravemente o morto non costituisce più una minaccia diretta.

Però costituisce una minaccia indiretta: infatti egli avrà parenti, amici, compari... che presumibilmente dal giorno seguente saranno già sulle nostre tracce, per avere vendetta. Questa cosa si chiama "escalation del conflitto".

Dunque, da un punto di vista pratico e concreto, "colpire per primi, colpire forte, senza pietà" alla Cobra Kai maniera sembra essere ciò che funziona FORSE meglio nel breve periodo (e CERTAMENTE male in quello lungo).

Se invece assumiamo una prospettiva trans-personale, iniziamo a percepire la vita non scissa nelle sue varie forme di manifestazione... ed è possibile addivenire alla consapevolezza che la scintilla coscienziale che anima noi condivide parte della sua essenza con tutto ciò che ci vive intorno, dal filo d'erba, all'insetto... agli altri esseri umani, e - fra essi - anche il nostro nemico.

È come dire che esiste un'espressione della vita ESTROVERSA, specifica ed apparentemente scissa dalle altre, che chiamiamo "individualità"... e ne esiste anche un'espressione INTROVERSA, generale e interconnessa a tutto, che alcuni chiamano divinità... ma che non mi interessa neppure definire più di tanto.

Tutto vorrei, meno che cadere o far cadere in convinzioni di tipo religiosistico, cioè di dottrine basati su fede e dogmi: la spiritualità o è un'esperienza personale... o non è!

In ogni caso, per tutti quelli che hanno intenzione di fare questa esperienza... posso affermare che c'è la possibilità di percepire questo "primo che non ha un secondo", e che dal punto di vista di chi se ne sente parte, è sciocco andare contro un'altra parte di se stessi... che solitamente chiamiamo "un'altra persona".

Dal punto di vista trans-personale, quindi... ferire il propio avversario significa ferire quella parte "primale" di me che è anche parte di lui/lei: quindi non sto graziando nessuno nel voler lasciar l'altro incolume... sto solo rispettando me stesso (e lui/lei - che ad un determinato livello - siamo la stessa entità).

Allora se non posso fare nulla al mio avversario perché lui ed io siamo la stessa cosa... devo permettergli di fare a me ciò che desidera?

NO.

Perché anche se lui lede me sta mancando di rispetto a quell'unica entità che in noi si manifesta con due individualità apparentemente separate e ben distinte.

Quindi NON devo ledere l'altro, ma NON devo permettere che mi leda: come si fa?

... Semplice, ma non facile: si fa Aikido! 

Questa disciplina è creata per mettere insieme la prospettiva concreta con quella spirituale, quindi le tecniche marziali sono utilizzate per far si che l'aggressore non sia in grado di lederci, tuttavia la parte "spirituale" è quella che vuole impedirci di farlo soccombere per ottenere il primo benefit, che si rivelerebbe quindi solo e sempre parziale.

La visione è quella di una realtà che è solo FINTAMENTE duale (io/lui...), ma che si rivela UNITARIA e perciò non scindibile, e nella quale sacrificare una parte a beneficio dell'altra NON è qualcosa di accettabile, in nessuno dei due casi.

Deve finire pari, semplicemente perché se a livello manifesto la realtà è duale... ad un livello più alto o più profondo invece è primale: quindi VINCERE significa far si che non ci sia più possibilità, né ragione di combattere. Questo si chiama "descalation del conflitto"... ed è talvolta complicato sposarlo come pratica quotidiana, però è un investimento che lascia un profumo leggero ed una sensazione sana, al contrario del suo opposto esaminato poco prima.

Sembra che l'uniVERSO abbia, appunto un suo VERSO, una direzione... e che questa sia UNA sola: l'Aikido potrebbe avere colto questa direzione naturale e può quindi essere utilizzato per vivificarla nel nostro quotidiano, specialmente quando ci troviamo immersi in un conflitto di qualche tipo.

Quando va tutto bene è più facile rimanere in pace con tutto e tutti, ma quando ci sentiamo in pericolo è altrettanto veloce e comune tornare al "mors tua vita mea"... Ora però sappiamo esistere un'alternativa per chi è stanco di diventare un carnefice perché non vuole più essere una vittima: vieni a praticare Aikido, poiché la riconciliazioni degli opposti è una PRATICA concreta, non solo una insieme di belle parole filosofiche!


Marco Rubatto





lunedì 9 marzo 2026

Aikido, il problema dei 3 corpi ed essere sicuri di/nel non essere al sicuro

"Il problema dei 3 corpi", serie televisiva statunitense del 2024, basata sul primo capitolo del romanzo scritto da Liu Cixin... è diventata un cult a livello globale nel giro di poco.

Parla di alieni che stanno per invadere la terra e tutte quelle altre cose che fanno parecchio audience da 70 anni a questa parte... però è basata su una questione fisica attualmente ancora irrisolta per davvero, chiamata proprio  "il problema dei 3 corpi".

Di cosa si tratta?

Una conseguenza evidente del fatto che, ogni volta che la scienza attuale si occupa di questioni legate alla gravità, mostra di non averci ancora capito un benamato ciufolo di niente...

Esiste infatti una formula, della "Legge di gravitazione universale" che lega in modo matematicamente certo l'influenza gravitazionale di 2 corpi che interagiscono fra loro. È proprio da questa formula che ricaviamo infatti il valore dell'accelerazione di gravità g, pari a 9,81 m/s^2.

Non disponiamo attualmente tuttavia di una formula CHIUSA che lega l'interazione reciproca di 3 corpi, da cui il nome del "problema" suddetto.

In realtà però le cose stanno messe molto peggio di così... poiché la costante di gravitazione universale G (= 6,674 30 · N ⋅ m^2 k g^-2) non abbiamo idea da dove provenga e come mai sia così, se non ché... mettendola dentro quella formula con quel valore specifico... a Newton tornavano i conti!

Si, perché è dai tempi di Newton (1643-1727) che siamo fermi al palo su questo argomento...

E se affermo che la questione è pure più complicata è perché i corpi che interagiscono fra di loro sono SEMPRE più di 2, nella fattispecie un bel po' più di 2... solo che se le loro masse sono significativamente le une più grandi o più piccole delle altre, ed inoltre sono a grande distanza fra di loro, allora si possono introdurre delle approssimazioni che sembrano non fare così tanto la differenza nei calcoli.

Ma, si sa... approssima di qua, approssima di là, difficile che alla fine il risultato diventi più preciso!

Quindi di 2 corpi che si attraggono sembra che si sappia (quasi) tutto, di 3 corpi non si riesce a trovare una formula chiusa... ed i corpi massivi in gioco sono sempre infiniti: bel casino!

La scienza fa fatica a dire "non ci ho ancora capito un ciufolo", ma io sono un ingegnere e mi hanno insegnato molto bene che fare delle approssimazioni è legittimo, fino a quando poi ci si ricorda che le abbiamo fatte... e non inizio a prendere i risultati dei miei calcoli come se queste non fossero esistite.

E voi mi direte: cosa centra questo con l'Aikido?!

Centra, centra...

Sul tatami possiamo essere soli (poche volte) o in compagnia (la maggioranza delle volte): sappiate che la scienza non sa bene come funziona l'interazione fra voi e madre terra già quando siete da soli... quando invece siete in compagnia, ci si salva solo perché la massa dei praticanti sembra trascurabile rispetto a quella del pianeta sul quale facciamo le cadute.

Perciò il fatto che le interazioni gravitazionali fra i praticanti sembrano essere trascurabili, non significa che siano inesistenti!

Non tutto quello che è piccolo può essere trascurato solo perché è tale: ad esempio, noi siamo costituiti da atomi, che sono effettivamente PICCOLI... tuttavia non siamo così disposti a rinunciare a parte di essi solo perché occupano poco spazio. I nostri atomi ci servono tutti!

Introduciamo quindi un nuovo parametro, che alla fisica piace ben poco, che è l'INSICUREZZA/INCERTEZZA... derivata dal fatto che non abbiamo ancora una spiegazione esaustiva su tutto.

Beh, in Aikido pare che sia più importante imparare ad armonizzarci a questa incertezza, rispetto che avere formule chiuse che contemplino OGNI possibile scenario.

In fondo un avversario è tale se ci attacca QUANDO vuole lui e COME vuole lui: non importa che poi il 70% (per alcuni il 100%) del nostro allenamento sia costituito da katageiko, nel quale sappiamo già tutto prima che accada. Capiamo da soli che questa NON è una situazione realistica, vero?!

Allora, a differenza della razionalità, che prova a tenere ogni variabile sotto controllo... noi facciamo esattamente l'opposto, ovvero proviamo a stare a nostro agio quando questo controllo viene meno e non c'è modo per riprenderlo.

Imparare a stare nell'incertezza richiede molto più coraggio che sapere come tenere sotto controllo un avversario: in questo caso i parametri si invertono completamente.

Un fisico sbarella se non trova una soluzione al problema dei 3 corpi, perché è costretto a fare delle approssimazioni i cui effetti fa fatica a controllare: un Aikidoka dovrebbe andarci a nozze nel non sapere come fare a fare ciò che dovrà fare!

Per questo gli è richiesto di utilizzare primariamente il lobo cerebrale destro, ovvero quello empatico/creativo... e si vede SPERIMENTALMENTE che spesso è la soluzione a venire da noi, anche quando non abbiamo nessuna idea della forma che essa potrebbe prendere.

Spesso uno scienziato non riesce a fare altrettanto, a meno che non si sogni qualcosa alla notte... perché la sua mente è troppo legata a ciò che già conosce per essere in grado di partorire qualcosa di completamente nuovo... magari in apparenza pure contrastante con ciò che già conosce.

Ecco spiegata la differenza fra pensiero deduttivo e induttivo: il primo va dal generale al particolare (convergenza), partendo da principi o teorie generali per arrivare a conclusioni specifiche e certe (es. matematica), mentre il secondo va dal particolare al generale (divergenza), osservando casi specifici per formulare leggi o ipotesi più ampie e probabili (es. scienze naturali).

La deduzione garantisce la verità se le premesse sono vere, l'induzione offre solo conclusioni probabili.

Chiediamoci, perciò, quale spadaccino del medioevo giapponese avesse l'assoluta certezza di uscire indenne da ogni duello che affrontava. Impossibile: se la sarà sempre fatta un po' sotto, mettendo in conto che poteva essere arrivata la sua ora. Accettava questa semplice possibilità e si lanciava nella battaglia.

E non lo faceva solo per "vincere", perché il suo valore aggiunto era innanzi tutto partecipare allo scontro al meglio delle sue capacità: zero aspettative, solo capacità grande di vivere il momento presente: zanshin!

Ed il momento presente - per definizione - è sempre "nuovo", nel senso che è la prima volta che accade... ma è contemporaneamente pure "unico", perché è anche l'ultima volta che accade: l'istante presente succede una volta sola nella storia dell'universo.

Il presente NON può essere previsto, ma solo "simulato": si fa finta di poterlo determinare, immaginando una situazione didattica nella quale uke viene ad afferrarmi un polso, mentre io provo ad applicare su di lui la tecnica XYZ.

Ma è una condizione sperimentale UTILE almeno quanto FALSA... e non è corretto che lo ci si dimentichi e si ritenga che in futuro un istante così possa verificarsi sul serio!

Così come non è corretto scordarsi che l'interazione gravitazionale fra corpi non è nulla anche se non siamo in grado di quantificarla, così non è lecito immaginare che una situazione sperimentale impostata da noi debba poi corrispondere ad attimi di vita reale.

Il conflitto però al contrario è REALE eccome, e non possiamo decidere noi né quando verrà, né come lo farà e neppure con quale intensità si potrà manifestare; queste cose sono decidibili a priori infatti SOLO in un Dojo...

Ed io come mi relaziono con questi momenti UNICI, mai accaduti prima, che mai accadranno nuovamente in futuro... densi di CONFLITTO?

Saremo al sicuro? Avremo la possibilità di tenere sotto controllo ciò che per definizione non è determinabile più di tanto?

Altro che problema dei 3 corpi: un Aikidoka o è un pollo convinto di determinare (se non sovvertire) l'ordine naturale dell'universo... oppure è una persona che tenta di comprendere come funzionano le cose e quindi si prepara ad accettare di non essere MAI del tutto al sicuro ed in grado di tenere la situazione sotto controllo!!!

Pure col rischio di infrangere i sogni più romantici di ogni marzialista: capite che c'è una bella differenza fra queste 2 prospettive?

Una è falsa, l'altra invece è difficile da accettare, quindi richiede vero coraggio... voi come vi ponete di fronte ad esse?

Meglio farsi rapire dagli alieni Trisolariani che accettare la dura realtà?
A vedere come si comporta la comunità internazionale dell'Aikido, a me pare di si: la realtà fa paura, quindi ci si preferisce nascondere dietro a qualche comoda bugia!


Marco Rubatto






lunedì 2 marzo 2026

Come impara un Insegnate?

Le frasi motivazionali che si leggono, di tanto in tanto, sui Social dicono: "Rimanere ALLIEVO è il segreto di ogni MAESTRO"... o cose molto analoghe, scritte in modo più o meno poetico.

Ma come impara un Insegnante?

Ammesso che la condizione di perenne allievo gli sia necessaria (conosco decine di Insegnanti che hanno smesso di apprendere molto prima di diventare tali!), quali sono le modalità con le quali un Insegnante è ingrato di continuare ad evolvere, nonostante non utilizzi più tutto il suo tempo a suo esclusivo vantaggio?

Me lo sono chiesto per qualche decennio, in realtà... ed ora ho accumulato sufficiente esperienza per essermi fatto una idea abbastanza precisa in merito, per quanto sicuramente ancora migliorabile...

Quando si inizia ad insegnare, praticamente tutta la propria attenzione viene destinata ai nuovi allievi, che quasi sempre in Aikido partono da zero: Aiki taiso, le cadutine da seduti, i tai sabaki di base... le prime tecniche, quelle fatte piano perché nessuno si faccia male...

Un Insegnante medio vive abbastanza di rendita questa fase, poiché si suppone che egli stesso sia passato di li decine di anni prima e che quindi abbia le idee abbastanza chiare su come si imposta un lavoro di base... Macché!

Appena iniziamo ad insegnare ciò che crediamo di sapere benissimo... ci rendiamo conto di quanto non lo conosciamo così bene come credevamo: gli allievi si mostrano essere un esercizio continuo per trovare modi più efficaci di spiegare cose che magari a noi sono arci-note, ma che sembrano ostrogoto per le persone che le sentono e le provano per le prime volte.

Questa cosa migliora con gli anni: un tempo ci mettevo molto di più di adesso a far fare ai neofiti ciò che credo sia bene che loro facciano... ma questa cosa dipende dall'esperienza - appunto - di insegnamento, e non riguarda il Docente, quanto i suoi discenti.

E lui, invece?

Bene: lui impara ad insegnare sempre meglio, che è già comunque una forma di evoluzione personale... ma come fa ad imparare quello che ancora non conosce dell'Aikido, avendo a disposizione lezioni nelle quali chiunque è meno esperto di lui?

Nei miei primi anni di insegnamento, per paura che la mia preparazione ricevesse un duro colpo di arresto, sono andato ad allenarmi da un altro Insegnante, una volta alla settimana (per 8 anni): durante le SUE lezioni, ero un semplice allievo, quindi potevo disporre di tutto il tempo per me e per studiare, talvolta anche ciò che desideravo allenare maggiormente.

Il mio gruppo era costituito sono da neofiti, quindi mi pareva impossibile con loro fare ciò che serviva a me, per il mio livello, intendo.

Di sicuro, consiglio qualunque Insegnante di avere un Insegnante più esperto alle spalle, con il quale confrontarsi almeno un paio di volte all'anno, se possibile. Magari abita in altre città, in altri Paesi o continenti... magari non è così facile condividere un tatami con lui... ma finché potete, sarebbe sciocco non avere una guida che ci aiuta a crescere.

Conosco troppi Docenti che hanno smesso di avere una guida troppo presto, ed alcuni anche che non ne hanno mai avuta veramente una (seria): avere un nostro Sensei/senpai fa sempre estremamente comodo, così come esser inseriti in una rete nazionale/internazionale nella quale confrontarsi con altri Insegnanti (più o meno del nostro stesso livello di esperienza).

Tuttavia, questo fa sempre parte delle cose importanti per continuare a crescere, ma che rappresentano degli eventi straordinari: e nell'ordinario come fare?

Qui arriva la parte che per me è stata più sconvolgente...

È possibile per in Insegnante continuare a crescere anche in modo ordinario, ovvero attraverso le lezioni che offre ai suoi allievi (di solito molto meno esperti di sé).

Mi era stata raccontata una storia diversa, ovvero che l'insegnamento doveva essere solo un DARE, senza sé e senza ma... continuo, e senza ritegno alcuno, nel quale le esigenze dell'allievo venivano sempre e comunque prima di quelle dell'Insegnante

In questo storytelling, il principiante DEVE passare un determinato numero di ore a fare cose specifiche e qualsiasi altra richiesta da parte del proprio Sensei dovrebbe essere considerata fuori posto... perché troppo complessa, troppo avanzata... troppo incline a soddisfare l'ego dell'Insegnante, che invece va sempre e comunque ridimensionato e combattuto.

Ecco: NON è per nulla VERO!

Questa modalità tende a separare le esigenze degli allievi da quelli dell'Insegnante, senza considerare che allievi + docente formano un tutt'uno organico, coordinato ed integrato.

In questo sistema complesso, se l'Insegnante rinuncia per troppo tempo alle sue esigenze di miglioramento, tende a "spegnersi", ad annoiarsi ed a prendere tutto ciò che fa per "dovere", senza essere in grado di trarre ispirazione dal suo operato. Resta "in attesa" che i propri allievi divengano pronti per comprendere, sufficientemente abili per capire... processo che potrebbe impiegare decenni ad accadere, o forse potrebbe non accadere proprio mai!

Se un'ego è presente in ogni persona - invece - una qualche forma di utilità ce l'avrà pure: se non risulta saggio farlo comandare sempre e comunque, potrebbe invece esserlo ascoltare che cosa ha da dirci... ad esempio imparando a scindere "l'egoismo" generico, da quello "sano"...

L'Insegnante IMPARA insegnando, ovvero adotta una modalità completamente differente (e duale) ai suoi allievi, indipendentemente dalla loro esperienza, grado, preparazione.

Questo significa che egli proverà a fare cose delle quali sospetta il senso, ma nelle quali NON è certo per nulla di essere all'altezza: cioè la stessa cosa che accade ad un allievo qualsiasi, in ogni istante nel quale calca il tatami!

Fa quindi la stessa cosa, ma in modo molto diverso.

Percorrendo questa via, però, ha la possibilità di fallire - esattamente come accade ad un allievo qualsiasi, in ogni istante nel quale calca il tatami - e quindi di insegnare cose che gli vengono male o che invece di senso ne hanno poco.

L'Insegnante diventa perciò un "esploratore", che si assume la responsabilità sia delle scoperte che è in grado di fare, sia delle volte nelle quali non trova nulla di interessante dalla sua spedizione alla Indiana Jones. Nel fare questo NON sempre fa con modo diretto ciò che sembra il meglio per i propri allievi, ma proprio qui troviamo l'importante paradosso...

Fare il meglio per sé, alla lunga, risulta anche il meglio per il gruppo del quale si ha responsabilità... perché ciò gli consente di tenere viva quella sacra fiamma che nutre e da vita anche ai suoi allievi: egli è un "custode" di quel braciere, ed ha il compito supremo di non lasciarlo spegnere... perché in caso contrario la fine dei suoi allievi e del suo gruppo sarebbe comunque una conseguenza imminente almeno quanto inevitabile!

Nella Scuola di Aikido nella quale sono cresciuto, la possibilità di "fare il proprio Aikido" giunge solo ad un livello tale per cui o diventi abile come O' Sensei, o devi continuare a fare tai no henko per tutta la vita... e poi forse un giorno capirai: questo è un modo signorile di dire "mai!

In effetti, se non si ha una preparazione di base sufficientemente solida, il rischio di fare minkyate è piuttosto realistico... però abbiamo di fronte una scelta da fare a monte: rimanere i custodi della nostra sacra fiamma, oppure no. Tutto qui.

Gli allievi, almeno nei loro primi 10 anni di pratica (come minimo) si NUTRONO di quella stessa fiamma, perché guardano l'Insegnante come la persona in grado di garantire qualcosa per loro, molto più ampio che una tecnica eseguita nel modo più corretto possibile.

L'Insegnante, per loro, è un insieme di esperienze, di valori, di prospettive, (anche) di tecniche (ovviamente) che ancora loro non hanno assimilato a dovere, ma che sono desiderosi di rendere più vivi nel loro vissuto da tatami, e cose anche in quello del loro quotidiano.

Se viene a mancare quell'ispirazione si ferma tutto!

Ora comprendo che la differenza fra allievo ed Insegnante è che si tratta solo di due forme di allievi diversi: il primo è come chi entra in una biblioteca, sicuro di trovarci il sapere che ancora non possiede... ma che potrebbe fare suo semplicemente leggendo; l'Insegnante invece è quell'allievo che scrive libri e poi cerca di capire se siano intelligenti o meno a seconda del successo che hanno ai propri occhi prima, e sul mercato poi.

Nessun scrittore ha la sicurezza di scrivere sempre un best seller ogni volta che inizia una nuova opera... semplicemente FA ESPERIMENTI che lo ispirano, perché FARE diventa il modo migliore e diretto per crescere, senza demandare la responsabilità di ciò a figure terze.

I suoi Sensei e gli eventuali senpai continueranno ad essere fondamentali per un confronto... ma si comprende che ciò che non è farina del proprio sacco, tutto ciò che non è stato ingerito, masticato e digerito a dovere non è davvero "nostro".

Non è più sufficiente uno che ti dice: "Si fa così"... devono tornarci i conti a nostra volta, altrimenti si inizia ad essere refrattari agli insegnamenti che giungono da fuori: un sistema completamente "aperto" - l'allievo - col tempo diventa un sistema permeabile, semi permeabile o completamente adiabatico (chiuso) - l'allievo-Insegnante - a seconda delle situazioni che si trova a vivere.

Il suo compito quindi è vivere delle "buone" situazioni: un Insegnante impara a crescere sia dai propri successi, sia dai vari insuccessi che inevitabilmente gli capiterà di incontrare sulla propria via.

Forse è proprio questa la cosiddetta "maestria"!

Ricordate il detto: "Chi fa da sé, fa per 3"?

Beh, forse è proprio così che si inizia ad aiutare i nostri primi 2 allievi!


Marco Rubatto



lunedì 23 febbraio 2026

Il 5º kumi jo, la tecnica del coraggio

Nella nostra lenta disamina delle pratiche fondamentali di buki waza, siamo giunti quest'oggi ad esplorare il 5º kumijo e le sue caratteristiche.

Si tratta di uno degli esercizi, composto dalla sequenza di 4 movimenti (come il 1º, esaminato QUI, ed il 2º, esaminato QUI), nel quale emerge l'utilizzo di katate san bon, ovvero dei suburi di jo eseguiti con una sola mano.

Avevamo già notato che nel 4º kumijo compariva katate toma uchi, eseguito da ukejo: in questo caso verrà utilizzato katate gedan gaeshi, ma per mano di uchijo.



La sinossi risulta particolarmente semplice...

1A - uchijo: prende l'intenzione ed esegue uno tsuki chudan (colpo diretto di punta, a livello mediano) verso il centro di ukejo;

1B - ukejo: esegue una parata chudan, spostandosi alla sinistra del sei chu sen (la linea dell'attacco del compagno).

Fino a questo punto, non c'è alcuna differenza con quanto già visto a suo tempo nel 2º kumijo: i due esercizi sono esattamente sovrapponibili.

2A - ukejo: prende l'intenzione ed esegue uno tsuki chudan (colpo diretto di punta, a livello mediano) verso  il centro di uchijo;

2B - uchijo: si defila al destra del sei chu sen, evitando l'affondo dell'avversario e carica il jo con katate gedan gaeshi.

3A - uchijo: sferra il suo attacco alla tempia sinistra dell'avversario... e, mancandola, arresta il jo con la mano sinistra, pronto per scagliare un nuovo fendente gyakute uchi (con entrambe le mani rovesciate).

3B - ukejo: si inginocchia e si para la tempia sinistra, facendo entrambe le cose per sottrarre il bersaglio che l'avversario gli stava per colpire (anche nel 31 jo no kata esiste una sequenza simile, 20-21, nella quale ukejo si accuccia per evitare un fendente che gli starebbe per giungere alla tempia sinistra).

4A - uchijo: esegue gyakute uchi con l'intenzione di colpire con un fendente la tempia destra di ukejo, al momento scoperta e posta all'altezza chudan (perché questi si trova in ginocchio).

4B - ukejo: si rialza in piedi, eseguendo un cambio di guardia hayai gaeshi (quindi stando sul posto) ed un kaeshi barai... mentre affonda uno tsuki di controllo verso il centro di uchijo.

Quest'ultimo è un passaggio alquanto complicato, poiché è necessario NON fuggire da sotto il colpo di uchijo che sta arrivando, evitando quindi di spostarsi sulla propria sinistra (come invece fanno tutti quelli che hanno compreso molto poco di questo esercizio!) e fare una parata che si trasforma, in modo spiraliforme, in una minaccia senza soluzione di continuità.

Nel fare questo il maai (la distanza) fra i praticanti si stringe molto... ed uchijo rischia di essere colpito al plesso solare, se ukejo non presta sufficiente attenzione.

Entrambi i praticanti - quindi - per ragioni differenti, assaporano un brividino lungo la schiena, specie se eseguono il kumijo con un certo kime (energia-intenzione focalizzata): per questa ragione, Hitoira Saito Sensei definiva questa pratica come [勇気] "yuki waza", ossia la "tecnica del coraggio".


Il 5º kumijo è stato per me una sfide sempre molto interessante: ora ho tracciato solo la sinossi della forma di base, ma - come sempre accade - sono possibili tutta una vasta serie di sue variazioni: nel video che segue ne troverete 10, sia jo no riai (armonizzazioni del jo), sia taijutsu no riai (armonizzazioni che prevedono una caduta)...


Da uno studio che ho fatto io (che quindi NON mi è giunto da alcun Insegnante che ho frequentato), ho notato essere possibile ancora una serie di pratiche molto interessanti, ovvero sia il "kaeshi waza" (le contro tecniche), fruttando l'istante nel quale è ukejo ad attaccare uchijo; di seguito ne potete vedere alcuni esempi...



È anche possibile concatenare il 5º kumijo con qualsiasi altro kumijo (precedente e successivo): troverete anche questo audio nel video seguente...

La domanda (retorica) aperta è quindi la seguente: quando c'è da studiare e da lavorare con le armi, se un solo, semplice, esercizio di 4 movimenti può contenere un così alto numero di varianti, concatenazioni, interpretazioni?

La risposta è nell'immagine qui accanto...


Marco Rubatto