Perciò voglio condividere con voi qualche riflessione in merito...
Innanzi tutto una "spiegazione" non necessariamente avviene tramite parole/frasi: può essere semplicemente fatta mostrando un movimento del corpo, in modo (talvolta lento) preciso e chiaro.
Molte volte gioco con le classi dei più piccini al Dojo nel fare lezioni completamente mute, nelle quali nessuno può esprimersi se non con il linguaggio del corpo stesso (sia io, che loro)... che se poi ci pensate è ciò che accade ad uno Stage internazionale, nel quale è possibile che tori ed uke non parlino una lingua comprensibile ad entrambi.
Si cercherà allora un meta-linguaggio per farsi comprendere... ed il corpo in questo può essere uno strumento eccezionale!Poi c'è la tradizione, quella giapponese sopratutto, che tende a non perdersi in fiumi di parole, ma andare diritto all'esemplificazione fisica di ciò che si vuole passare ai propri discenti: l'elemento preponderante diventa l'esperienza personale, a livello innanzi tutto fisico, prima ancora che la comprensione intellettuale/mentale.
Noi occidentali siamo molto spesso parcheggiati nella nostra testa, quindi sembra che si abbia bisogno di comprendere intellettualmente una cosa, prima di poter passare ad un'azione fisica... ma questa è una stortura tutta nostra, che è possibile ridurre se non addirittura sciogliere con gli anni di pratica.
A fare da contraltare, come dicevo prima, c'è la tradizione dei Sensei a mandorla, che non spiegano quasi nulla ed un tempo quelle poche parole che dicevano erano in giapponese, quindi di complicata comprensione per gli occidentali presenti. Non era nemmeno molto sdoganata la possibilità di fare domande e nel caso qualcuno le avesse fatte... spesso le risposte erano molto criptiche: "Fai keiko, così capisci!".
Di sicuro questo modo parecchio richiedente nei confronti degli allievi era anche teso a far si che questi prestassero il massimo dell'attenzione più a lungo possibile, imparando a cogliere con gli occhi, ancora prima di sentire con le orecchie e comprendere razionalmente cosa veniva loro insegnato.Dove porta però questo atteggiamento, se protratto nel tempo e mandato all'esagerazione?
Gia nel 2008, alla mia 1º visita in Giappone, avevo notato - all'Honbu Dojo prima ed all'Ibaraki Shibu Dojo poi - un livello relativamente scarso di consapevolezza da parte di molti dei giapponesi che incontravo sul tatami: non esagerare nelle pippe mentali è sicuramente qualcosa di auspicabile, ma nemmeno chiedersi mai nulla sulla dinamica di un movimento e limitarsi a ripeterlo non è che porti sempre a risultati strabilianti!
Gente che fa una tecnica da 20 anni e non è ancora riuscita ad andare oltre il "copia dall'insegnante" ed "incolla sul partner" fa riflettere, eccome: quasi ad indicare che se la mente razionale non è sempre la più adatta per aprirsi alle novità, non è detto che non serva proprio ad un tubo...
Quel [合気道は合理的なです] "Aikido wa goritekina desu" (l'Aikido è razionale/logico) spesso citato da Saito Sensei una "ragione" ce l'avrà pure avuta, no?Io credo proprio di si, visto che i pattern tecnici funzionano come mattoncini di lego, molto duttili e poliedrici, ma che non sono poi così tanti... e sono da conoscere e studiare se si vuole essere in grado di muoversi con una certa libertà persino fuori dagli schemi standardizzati.
Non spiegare nulla diviene anche poi una "trappola per allievi", orchestrata da "abili" Insegnanti che - con la scusa della tradizione - desiderano mantenere un certo livello ALTO di incomprensione, così che si abbia ancora bisogno di loro per fare chiarezza nel buio lasciato dalla volta precedente.
Perciò "Fai keiko, così capisci!" è una frase usata da Insegnanti molto differenti fra loro: alcuni ben consci che certi messaggi possono giungere SOLO attraverso l'esperienza personale... SIA da Insegnanti che NON sanno come spiegare alcune loro capacità, oppure - peggio ancora - da coloro che desiderano NON spiegare alcune loro capacità... così da indurre una forma di dipendenza nei loro discenti.Mi ricordo un tot di Seminar nei quali il Maestrone di turno sentenziava: "Ora vi spiegherò una cosa che non è adatta al livello della maggioranza di voi, solo in pochi capiranno... ma è in onore di questi pochi che lo faccio!".
Inutile rimandare come tutti si credessero egoicamente di essere fra questi "prescelti divini".
Se un Insegnante non è in grado di spiegare una cosa complicata a tutti NON è tanto perché le persone non sono ancora in grado di comprenderla, quanto perché non l'ha ancora compresa bene nemmeno lui; ricordiamo infatti quella iconica frase di Einstein che dice: "Se non sai spiegarlo a tua nonna, non l'hai capito veramente"...
Poi c'è anche la polarità del tutto opposta...Ci sono quelli che spiegano fin troppo e lo fanno anche con quegli aspetti che NON possono essere davvero spiegati: non siamo come nel film Matrix, dove era sufficiente inserire uno spinotto nel collo per imparare a pilotare gli elicotteri o a praticare il Kung Fu!
In questi casi ci sono le "Aiki-conferenze da tatami", nelle quali i 3/4 della lezione sono trascorsi con il gruppo fermo ad ascoltare il Sensei che parla: non che in Aikido non debbano esistere lezioni teoriche... ma non è possibile che esse siano tutte fiumi di parole e pochissima esperienza fisica!
Yoshigasaki Sensei, ad esempio, era uno che parlava un botto... spiegava tanto, ma non è che facesse praticare e quindi provare più di tanto cosa egli aveva appena provato a chiarificare.
Ma se l'insegnamento verbale NON riesce a trasformarsi in un atteggiamento concreto del corpo, siamo certi che sia così utile?Per conto mio diventa addirittura controproducente, poiché è proprio con la pratica fisica che mi rendo conto se o quanto ho compreso della spiegazione. In buona sostanza, è quando provo che comprendo la distanza che separa me da ciò che è in grado di fare l'insegnante... ma se non provo, come faccio a conoscere dove mi colloco io in questa mappa?
Tenderò a teorizzare le informazioni ricevute, ma in questo modo la pratica diventa qualcosa di troppo mentale, magari pure filosofico... ma ricordiamoci che l'attività si chiama PRATICA, e non TEORIA.
Saper trovare un punto di equilibrio fra il dicibile, il detto ed il non detto (per scelta) è tutt'altro che banale, infatti mi rendo spesso conto di non avere ancora trovato un bilanciamento sempre efficace. talvolta funziona di più, altre di meno...
Mi è di grande aiuto insegnare ogni settimana a gruppi molto differenti fra loro: adulti, ragazzi, bambini, portatori di handicap mentale... Ci sono tipologie di persone per le quali risulta preferibile spiegare a voce, con altri è meglio mostrare e far percepire fisicamente, ed ogni gruppo è sempre eterogeneo, quindi è composto da propensioni differenti... perciò la didattica ricopre un ruolo così importante!Di sicuro in occidente dovremmo imparare a parlare un po' meno ed a sentire di più (meno raziocinio), mentre in oriente forse dovrebbero imparare ad articolare meglio anche con la voce ciò che il corpo è in grado di fare, ma spesse volte anche senza potersene accorgere (più logica).
Come preannunciato all'inizio del Post, non è qui che troveremo la situazione stabile e definitiva (che ormai dubito esistere), tuttavia mi pareva importante accennare ai principali rischi di quando la trasmissione tende ad estremizzarsi e polarizzarsi in modo esageratamente duale... ovvero non continuando come abbiamo fatto sovente fino ad ora nel nostro piccolo mondo.Marco Rubatto

















































