lunedì 9 marzo 2026

Aikido, il problema dei 3 corpi ed essere sicuri di/nel non essere al sicuro

"Il problema dei 3 corpi", serie televisiva statunitense del 2024, basata sul primo capitolo del romanzo scritto da Liu Cixin... è diventata un cult a livello globale nel giro di poco.

Parla di alieni che stanno per invadere la terra e tutte quelle altre cose che fanno parecchio audience da 70 anni a questa parte... però è basata su una questione fisica attualmente ancora irrisolta per davvero, chiamata proprio  "il problema dei 3 corpi".

Di cosa si tratta?

Una conseguenza evidente del fatto che, ogni volta che la scienza attuale si occupa di questioni legate alla gravità, mostra di non averci ancora capito un benamato ciufolo di niente...

Esiste infatti una formula, della "Legge di gravitazione universale" che lega in modo matematicamente certo l'influenza gravitazionale di 2 corpi che interagiscono fra loro. È proprio da questa formula che ricaviamo infatti il valore dell'accelerazione di gravità g, pari a 9,81 m/s^2.

Non disponiamo attualmente tuttavia di una formula CHIUSA che lega l'interazione reciproca di 3 corpi, da cui il nome del "problema" suddetto.

In realtà però le cose stanno messe molto peggio di così... poiché la costante di gravitazione universale G (= 6,674 30 · N ⋅ m^2 k g^-2) non abbiamo idea da dove provenga e come mai sia così, se non ché... mettendola dentro quella formula con quel valore specifico... a Newton tornavano i conti!

Si, perché è dai tempi di Newton (1643-1727) che siamo fermi al palo su questo argomento...

E se affermo che la questione è pure più complicata è perché i corpi che interagiscono fra di loro sono SEMPRE più di 2, nella fattispecie un bel po' più di 2... solo che se le loro masse sono significativamente le une più grandi o più piccole delle altre, ed inoltre sono a grande distanza fra di loro, allora si possono introdurre delle approssimazioni che sembrano non fare così tanto la differenza nei calcoli.

Ma, si sa... approssima di qua, approssima di là, difficile che alla fine il risultato diventi più preciso!

Quindi di 2 corpi che si attraggono sembra che si sappia (quasi) tutto, di 3 corpi non si riesce a trovare una formula chiusa... ed i corpi massivi in gioco sono sempre infiniti: bel casino!

La scienza fa fatica a dire "non ci ho ancora capito un ciufolo", ma io sono un ingegnere e mi hanno insegnato molto bene che fare delle approssimazioni è legittimo, fino a quando poi ci si ricorda che le abbiamo fatte... e non inizio a prendere i risultati dei miei calcoli come se queste non fossero esistite.

E voi mi direte: cosa centra questo con l'Aikido?!

Centra, centra...

Sul tatami possiamo essere soli (poche volte) o in compagnia (la maggioranza delle volte): sappiate che la scienza non sa bene come funziona l'interazione fra voi e madre terra già quando siete da soli... quando invece siete in compagnia, ci si salva solo perché la massa dei praticanti sembra trascurabile rispetto a quella del pianeta sul quale facciamo le cadute.

Perciò il fatto che le interazioni gravitazionali fra i praticanti sembrano essere trascurabili, non significa che siano inesistenti!

Non tutto quello che è piccolo può essere trascurato solo perché è tale: ad esempio, noi siamo costituiti da atomi, che sono effettivamente PICCOLI... tuttavia non siamo così disposti a rinunciare a parte di essi solo perché occupano poco spazio. I nostri atomi ci servono tutti!

Introduciamo quindi un nuovo parametro, che alla fisica piace ben poco, che è l'INSICUREZZA/INCERTEZZA... derivata dal fatto che non abbiamo ancora una spiegazione esaustiva su tutto.

Beh, in Aikido pare che sia più importante imparare ad armonizzarci a questa incertezza, rispetto che avere formule chiuse che contemplino OGNI possibile scenario.

In fondo un avversario è tale se ci attacca QUANDO vuole lui e COME vuole lui: non importa che poi il 70% (per alcuni il 100%) del nostro allenamento sia costituito da katageiko, nel quale sappiamo già tutto prima che accada. Capiamo da soli che questa NON è una situazione realistica, vero?!

Allora, a differenza della razionalità, che prova a tenere ogni variabile sotto controllo... noi facciamo esattamente l'opposto, ovvero proviamo a stare a nostro agio quando questo controllo viene meno e non c'è modo per riprenderlo.

Imparare a stare nell'incertezza richiede molto più coraggio che sapere come tenere sotto controllo un avversario: in questo caso i parametri si invertono completamente.

Un fisico sbarella se non trova una soluzione al problema dei 3 corpi, perché è costretto a fare delle approssimazioni i cui effetti fa fatica a controllare: un Aikidoka dovrebbe andarci a nozze nel non sapere come fare a fare ciò che dovrà fare!

Per questo gli è richiesto di utilizzare primariamente il lobo cerebrale destro, ovvero quello empatico/creativo... e si vede SPERIMENTALMENTE che spesso è la soluzione a venire da noi, anche quando non abbiamo nessuna idea della forma che essa potrebbe prendere.

Spesso uno scienziato non riesce a fare altrettanto, a meno che non si sogni qualcosa alla notte... perché la sua mente è troppo legata a ciò che già conosce per essere in grado di partorire qualcosa di completamente nuovo... magari in apparenza pure contrastante con ciò che già conosce.

Ecco spiegata la differenza fra pensiero deduttivo e induttivo: il primo va dal generale al particolare (convergenza), partendo da principi o teorie generali per arrivare a conclusioni specifiche e certe (es. matematica), mentre il secondo va dal particolare al generale (divergenza), osservando casi specifici per formulare leggi o ipotesi più ampie e probabili (es. scienze naturali).

La deduzione garantisce la verità se le premesse sono vere, l'induzione offre solo conclusioni probabili.

Chiediamoci, perciò, quale spadaccino del medioevo giapponese avesse l'assoluta certezza di uscire indenne da ogni duello che affrontava. Impossibile: se la sarà sempre fatta un po' sotto, mettendo in conto che poteva essere arrivata la sua ora. Accettava questa semplice possibilità e si lanciava nella battaglia.

E non lo faceva solo per "vincere", perché il suo valore aggiunto era innanzi tutto partecipare allo scontro al meglio delle sue capacità: zero aspettative, solo capacità grande di vivere il momento presente: zanshin!

Ed il momento presente - per definizione - è sempre "nuovo", nel senso che è la prima volta che accade... ma è contemporaneamente pure "unico", perché è anche l'ultima volta che accade: l'istante presente succede una volta sola nella storia dell'universo.

Il presente NON può essere previsto, ma solo "simulato": si fa finta di poterlo determinare, immaginando una situazione didattica nella quale uke viene ad afferrarmi un polso, mentre io provo ad applicare su di lui la tecnica XYZ.

Ma è una condizione sperimentale UTILE almeno quanto FALSA... e non è corretto che lo ci si dimentichi e si ritenga che in futuro un istante così possa verificarsi sul serio!

Così come non è corretto scordarsi che l'interazione gravitazionale fra corpi non è nulla anche se non siamo in grado di quantificarla, così non è lecito immaginare che una situazione sperimentale impostata da noi debba poi corrispondere ad attimi di vita reale.

Il conflitto però al contrario è REALE eccome, e non possiamo decidere noi né quando verrà, né come lo farà e neppure con quale intensità si potrà manifestare; queste cose sono decidibili a priori infatti SOLO in un Dojo...

Ed io come mi relaziono con questi momenti UNICI, mai accaduti prima, che mai accadranno nuovamente in futuro... densi di CONFLITTO?

Saremo al sicuro? Avremo la possibilità di tenere sotto controllo ciò che per definizione non è determinabile più di tanto?

Altro che problema dei 3 corpi: un Aikidoka o è un pollo convinto di determinare (se non sovvertire) l'ordine naturale dell'universo... oppure è una persona che tenta di comprendere come funzionano le cose e quindi si prepara ad accettare di non essere MAI del tutto al sicuro ed in grado di tenere la situazione sotto controllo!!!

Pure col rischio di infrangere i sogni più romantici di ogni marzialista: capite che c'è una bella differenza fra queste 2 prospettive?

Una è falsa, l'altra invece è difficile da accettare, quindi richiede vero coraggio... voi come vi ponete di fronte ad esse?

Meglio farsi rapire dagli alieni Trisolariani che accettare la dura realtà?
A vedere come si comporta la comunità internazionale dell'Aikido, a me pare di si: la realtà fa paura, quindi ci si preferisce nascondere dietro a qualche comoda bugia!


Marco Rubatto






lunedì 2 marzo 2026

Come impara un Insegnate?

Le frasi motivazionali che si leggono, di tanto in tanto, sui Social dicono: "Rimanere ALLIEVO è il segreto di ogni MAESTRO"... o cose molto analoghe, scritte in modo più o meno poetico.

Ma come impara un Insegnante?

Ammesso che la condizione di perenne allievo gli sia necessaria (conosco decine di Insegnanti che hanno smesso di apprendere molto prima di diventare tali!), quali sono le modalità con le quali un Insegnante è ingrato di continuare ad evolvere, nonostante non utilizzi più tutto il suo tempo a suo esclusivo vantaggio?

Me lo sono chiesto per qualche decennio, in realtà... ed ora ho accumulato sufficiente esperienza per essermi fatto una idea abbastanza precisa in merito, per quanto sicuramente ancora migliorabile...

Quando si inizia ad insegnare, praticamente tutta la propria attenzione viene destinata ai nuovi allievi, che quasi sempre in Aikido partono da zero: Aiki taiso, le cadutine da seduti, i tai sabaki di base... le prime tecniche, quelle fatte piano perché nessuno si faccia male...

Un Insegnante medio vive abbastanza di rendita questa fase, poiché si suppone che egli stesso sia passato di li decine di anni prima e che quindi abbia le idee abbastanza chiare su come si imposta un lavoro di base... Macché!

Appena iniziamo ad insegnare ciò che crediamo di sapere benissimo... ci rendiamo conto di quanto non lo conosciamo così bene come credevamo: gli allievi si mostrano essere un esercizio continuo per trovare modi più efficaci di spiegare cose che magari a noi sono arci-note, ma che sembrano ostrogoto per le persone che le sentono e le provano per le prime volte.

Questa cosa migliora con gli anni: un tempo ci mettevo molto di più di adesso a far fare ai neofiti ciò che credo sia bene che loro facciano... ma questa cosa dipende dall'esperienza - appunto - di insegnamento, e non riguarda il Docente, quanto i suoi discenti.

E lui, invece?

Bene: lui impara ad insegnare sempre meglio, che è già comunque una forma di evoluzione personale... ma come fa ad imparare quello che ancora non conosce dell'Aikido, avendo a disposizione lezioni nelle quali chiunque è meno esperto di lui?

Nei miei primi anni di insegnamento, per paura che la mia preparazione ricevesse un duro colpo di arresto, sono andato ad allenarmi da un altro Insegnante, una volta alla settimana (per 8 anni): durante le SUE lezioni, ero un semplice allievo, quindi potevo disporre di tutto il tempo per me e per studiare, talvolta anche ciò che desideravo allenare maggiormente.

Il mio gruppo era costituito sono da neofiti, quindi mi pareva impossibile con loro fare ciò che serviva a me, per il mio livello, intendo.

Di sicuro, consiglio qualunque Insegnante di avere un Insegnante più esperto alle spalle, con il quale confrontarsi almeno un paio di volte all'anno, se possibile. Magari abita in altre città, in altri Paesi o continenti... magari non è così facile condividere un tatami con lui... ma finché potete, sarebbe sciocco non avere una guida che ci aiuta a crescere.

Conosco troppi Docenti che hanno smesso di avere una guida troppo presto, ed alcuni anche che non ne hanno mai avuta veramente una (seria): avere un nostro Sensei/senpai fa sempre estremamente comodo, così come esser inseriti in una rete nazionale/internazionale nella quale confrontarsi con altri Insegnanti (più o meno del nostro stesso livello di esperienza).

Tuttavia, questo fa sempre parte delle cose importanti per continuare a crescere, ma che rappresentano degli eventi straordinari: e nell'ordinario come fare?

Qui arriva la parte che per me è stata più sconvolgente...

È possibile per in Insegnante continuare a crescere anche in modo ordinario, ovvero attraverso le lezioni che offre ai suoi allievi (di solito molto meno esperti di sé).

Mi era stata raccontata una storia diversa, ovvero che l'insegnamento doveva essere solo un DARE, senza sé e senza ma... continuo, e senza ritegno alcuno, nel quale le esigenze dell'allievo venivano sempre e comunque prima di quelle dell'Insegnante

In questo storytelling, il principiante DEVE passare un determinato numero di ore a fare cose specifiche e qualsiasi altra richiesta da parte del proprio Sensei dovrebbe essere considerata fuori posto... perché troppo complessa, troppo avanzata... troppo incline a soddisfare l'ego dell'Insegnante, che invece va sempre e comunque ridimensionato e combattuto.

Ecco: NON è per nulla VERO!

Questa modalità tende a separare le esigenze degli allievi da quelli dell'Insegnante, senza considerare che allievi + docente formano un tutt'uno organico, coordinato ed integrato.

In questo sistema complesso, se l'Insegnante rinuncia per troppo tempo alle sue esigenze di miglioramento, tende a "spegnersi", ad annoiarsi ed a prendere tutto ciò che fa per "dovere", senza essere in grado di trarre ispirazione dal suo operato. Resta "in attesa" che i propri allievi divengano pronti per comprendere, sufficientemente abili per capire... processo che potrebbe impiegare decenni ad accadere, o forse potrebbe non accadere proprio mai!

Se un'ego è presente in ogni persona - invece - una qualche forma di utilità ce l'avrà pure: se non risulta saggio farlo comandare sempre e comunque, potrebbe invece esserlo ascoltare che cosa ha da dirci... ad esempio imparando a scindere "l'egoismo" generico, da quello "sano"...

L'Insegnante IMPARA insegnando, ovvero adotta una modalità completamente differente (e duale) ai suoi allievi, indipendentemente dalla loro esperienza, grado, preparazione.

Questo significa che egli proverà a fare cose delle quali sospetta il senso, ma nelle quali NON è certo per nulla di essere all'altezza: cioè la stessa cosa che accade ad un allievo qualsiasi, in ogni istante nel quale calca il tatami!

Fa quindi la stessa cosa, ma in modo molto diverso.

Percorrendo questa via, però, ha la possibilità di fallire - esattamente come accade ad un allievo qualsiasi, in ogni istante nel quale calca il tatami - e quindi di insegnare cose che gli vengono male o che invece di senso ne hanno poco.

L'Insegnante diventa perciò un "esploratore", che si assume la responsabilità sia delle scoperte che è in grado di fare, sia delle volte nelle quali non trova nulla di interessante dalla sua spedizione alla Indiana Jones. Nel fare questo NON sempre fa con modo diretto ciò che sembra il meglio per i propri allievi, ma proprio qui troviamo l'importante paradosso...

Fare il meglio per sé, alla lunga, risulta anche il meglio per il gruppo del quale si ha responsabilità... perché ciò gli consente di tenere viva quella sacra fiamma che nutre e da vita anche ai suoi allievi: egli è un "custode" di quel braciere, ed ha il compito supremo di non lasciarlo spegnere... perché in caso contrario la fine dei suoi allievi e del suo gruppo sarebbe comunque una conseguenza imminente almeno quanto inevitabile!

Nella Scuola di Aikido nella quale sono cresciuto, la possibilità di "fare il proprio Aikido" giunge solo ad un livello tale per cui o diventi abile come O' Sensei, o devi continuare a fare tai no henko per tutta la vita... e poi forse un giorno capirai: questo è un modo signorile di dire "mai!

In effetti, se non si ha una preparazione di base sufficientemente solida, il rischio di fare minkyate è piuttosto realistico... però abbiamo di fronte una scelta da fare a monte: rimanere i custodi della nostra sacra fiamma, oppure no. Tutto qui.

Gli allievi, almeno nei loro primi 10 anni di pratica (come minimo) si NUTRONO di quella stessa fiamma, perché guardano l'Insegnante come la persona in grado di garantire qualcosa per loro, molto più ampio che una tecnica eseguita nel modo più corretto possibile.

L'Insegnante, per loro, è un insieme di esperienze, di valori, di prospettive, (anche) di tecniche (ovviamente) che ancora loro non hanno assimilato a dovere, ma che sono desiderosi di rendere più vivi nel loro vissuto da tatami, e cose anche in quello del loro quotidiano.

Se viene a mancare quell'ispirazione si ferma tutto!

Ora comprendo che la differenza fra allievo ed Insegnante è che si tratta solo di due forme di allievi diversi: il primo è come chi entra in una biblioteca, sicuro di trovarci il sapere che ancora non possiede... ma che potrebbe fare suo semplicemente leggendo; l'Insegnante invece è quell'allievo che scrive libri e poi cerca di capire se siano intelligenti o meno a seconda del successo che hanno ai propri occhi prima, e sul mercato poi.

Nessun scrittore ha la sicurezza di scrivere sempre un best seller ogni volta che inizia una nuova opera... semplicemente FA ESPERIMENTI che lo ispirano, perché FARE diventa il modo migliore e diretto per crescere, senza demandare la responsabilità di ciò a figure terze.

I suoi Sensei e gli eventuali senpai continueranno ad essere fondamentali per un confronto... ma si comprende che ciò che non è farina del proprio sacco, tutto ciò che non è stato ingerito, masticato e digerito a dovere non è davvero "nostro".

Non è più sufficiente uno che ti dice: "Si fa così"... devono tornarci i conti a nostra volta, altrimenti si inizia ad essere refrattari agli insegnamenti che giungono da fuori: un sistema completamente "aperto" - l'allievo - col tempo diventa un sistema permeabile, semi permeabile o completamente adiabatico (chiuso) - l'allievo-Insegnante - a seconda delle situazioni che si trova a vivere.

Il suo compito quindi è vivere delle "buone" situazioni: un Insegnante impara a crescere sia dai propri successi, sia dai vari insuccessi che inevitabilmente gli capiterà di incontrare sulla propria via.

Forse è proprio questa la cosiddetta "maestria"!

Ricordate il detto: "Chi fa da sé, fa per 3"?

Beh, forse è proprio così che si inizia ad aiutare i nostri primi 2 allievi!


Marco Rubatto



lunedì 23 febbraio 2026

Il 5º kumi jo, la tecnica del coraggio

Nella nostra lenta disamina delle pratiche fondamentali di buki waza, siamo giunti quest'oggi ad esplorare il 5º kumijo e le sue caratteristiche.

Si tratta di uno degli esercizi, composto dalla sequenza di 4 movimenti (come il 1º, esaminato QUI, ed il 2º, esaminato QUI), nel quale emerge l'utilizzo di katate san bon, ovvero dei suburi di jo eseguiti con una sola mano.

Avevamo già notato che nel 4º kumijo compariva katate toma uchi, eseguito da ukejo: in questo caso verrà utilizzato katate gedan gaeshi, ma per mano di uchijo.



La sinossi risulta particolarmente semplice...

1A - uchijo: prende l'intenzione ed esegue uno tsuki chudan (colpo diretto di punta, a livello mediano) verso il centro di ukejo;

1B - ukejo: esegue una parata chudan, spostandosi alla sinistra del sei chu sen (la linea dell'attacco del compagno).

Fino a questo punto, non c'è alcuna differenza con quanto già visto a suo tempo nel 2º kumijo: i due esercizi sono esattamente sovrapponibili.

2A - ukejo: prende l'intenzione ed esegue uno tsuki chudan (colpo diretto di punta, a livello mediano) verso  il centro di uchijo;

2B - uchijo: si defila al destra del sei chu sen, evitando l'affondo dell'avversario e carica il jo con katate gedan gaeshi.

3A - uchijo: sferra il suo attacco alla tempia sinistra dell'avversario... e, mancandola, arresta il jo con la mano sinistra, pronto per scagliare un nuovo fendente gyakute uchi (con entrambe le mani rovesciate).

3B - ukejo: si inginocchia e si para la tempia sinistra, facendo entrambe le cose per sottrarre il bersaglio che l'avversario gli stava per colpire (anche nel 31 jo no kata esiste una sequenza simile, 20-21, nella quale ukejo si accuccia per evitare un fendente che gli starebbe per giungere alla tempia sinistra).

4A - uchijo: esegue gyakute uchi con l'intenzione di colpire con un fendente la tempia destra di ukejo, al momento scoperta e posta all'altezza chudan (perché questi si trova in ginocchio).

4B - ukejo: si rialza in piedi, eseguendo un cambio di guardia hayai gaeshi (quindi stando sul posto) ed un kaeshi barai... mentre affonda uno tsuki di controllo verso il centro di uchijo.

Quest'ultimo è un passaggio alquanto complicato, poiché è necessario NON fuggire da sotto il colpo di uchijo che sta arrivando, evitando quindi di spostarsi sulla propria sinistra (come invece fanno tutti quelli che hanno compreso molto poco di questo esercizio!) e fare una parata che si trasforma, in modo spiraliforme, in una minaccia senza soluzione di continuità.

Nel fare questo il maai (la distanza) fra i praticanti si stringe molto... ed uchijo rischia di essere colpito al plesso solare, se ukejo non presta sufficiente attenzione.

Entrambi i praticanti - quindi - per ragioni differenti, assaporano un brividino lungo la schiena, specie se eseguono il kumijo con un certo kime (energia-intenzione focalizzata): per questa ragione, Hitoira Saito Sensei definiva questa pratica come [勇気] "yuki waza", ossia la "tecnica del coraggio".


Il 5º kumijo è stato per me una sfide sempre molto interessante: ora ho tracciato solo la sinossi della forma di base, ma - come sempre accade - sono possibili tutta una vasta serie di sue variazioni: nel video che segue ne troverete 10, sia jo no riai (armonizzazioni del jo), sia taijutsu no riai (armonizzazioni che prevedono una caduta)...


Da uno studio che ho fatto io (che quindi NON mi è giunto da alcun Insegnante che ho frequentato), ho notato essere possibile ancora una serie di pratiche molto interessanti, ovvero sia il "kaeshi waza" (le contro tecniche), fruttando l'istante nel quale è ukejo ad attaccare uchijo; di seguito ne potete vedere alcuni esempi...



È anche possibile concatenare il 5º kumijo con qualsiasi altro kumijo (precedente e successivo): troverete anche questo audio nel video seguente...

La domanda (retorica) aperta è quindi la seguente: quando c'è da studiare e da lavorare con le armi, se un solo, semplice, esercizio di 4 movimenti può contenere un così alto numero di varianti, concatenazioni, interpretazioni?

La risposta è nell'immagine qui accanto...


Marco Rubatto






lunedì 16 febbraio 2026

Dove e quando finiscono gli stili di Aikido?

Non tutti sanno come nacquero i diversi stili di Aikido che abbiamo tutt'oggi sul territorio nazionale e/o internazionale, ma è bene comunque fare una sana riflessione sulla loro direzione e destino...

Dal 2008, Aikime ha cercato di essere un luogo nel quale ogni espressione tecnica dell'Aikido potesse sentirsi ben accetta: ero inesperto, ma avevo già compreso quanto potesse essere divisivo l'aspetto legato alla tecnica, alla didattica, e quindi anche allo stile che ciascuno era solito frequentare.

Non che ora creda che le cose siano molto cambiate, ma ho quella ventina di anni in più trascorsi quotidianamente sul tatami, che mi permettono di aggiungere qualche considerazione in più rispetto ad allora.

Innanzi tutto gli STILI sono qualcosa di completamente sconosciuto ed "inutile" per un principiante assoluto... il quale, se vuole fare Aikido, cercherà il luogo più vicino e che ha orari compatibili con il suo menage settimanale, magari a quote abbordabili per il proprio portafoglio.

Non cerca un corso di Iwama Ryu, piuttosto che di Ki Aikido, Kobayashi Ryu o Aikikai: non sa nemmeno cosa significhino "queste strane parole"!
Ciascuno degli approcci che ho menzionato ha qualcosa di unico ed importante da offrire, ma il principiante lo ignora e quindi è mosso da altro: se proprio andasse in cerca di una Scuola specifica sarà perché un amico gli avrà consigliato di fare così, in base all'esperienza di quest'ultimo... 

Ma parliamo di "fidarsi" delle referenze che ci vengono date, non di scegliere in base ad una specifica forma di bisogno o consapevolezza.

Ergo: all'inizio gli stili non servono a niente!

Vediamo però ora dove finiscono questi "stili": oggi è ancora molto forte la polarizzazione fra i praticanti, quindi difficile che un allievo che segue Christian Tissier si rechi ad uno stage di Hitorira Saito (e viceversa, ovviamente). Ciascuno resta nel suo piccolo o grande ovile... ed è già tanto se riesce a seguire una corrente specifica in modo un po' decente!

D'altronde, il tempo dedicato alla pratica è veramente esiguo per il 95% dei praticanti di Aikido occidentali.

Però, però, però... 

Se - o quando - si accetta di approfondire maggiormente il valore aggiunto delle singole Scuole, si comprende che le varie proposte hanno tutte un certo senso logico, ma che spesso si sono occupate di aspetti DIVERSI di una stessa pratica. Tutti abbastanza importanti, fra l'altro, per restituire un quadro completo della stessa.

Il Fondatore, infatti, era uno solo... anche se della sua proposta sono stati colti aspetti peculiari molto differenti da chi lo ha conosciuto e frequentato; lo abbiamo detto molte volte su queste pagine...

Il futuro però cosa ci riserva?

Sulla base dell'esperienza che ho maturato in un ambiente multi-stile come la Federazione o come l'Evolutionary Aikido Community: questi "stili" sono destinati con il tempo a contaminarsi, e quindi anche un po' a "morire"... in un certo senso.

Infatti, ogni rappresentante di questa o quella corrente ha costruito una identità sulla base di due fattori ben specifici:

- cosa aveva compreso che gli altri non avevano capito altrettanto bene; e questi saranno i tratti più determinanti si uno "stile" o di una "didattica" specifica;

- sul proprio carisma personale; amplificando anche parte del proprio subconscio ed inconscio, comprese le ombre e le inconsapevolezze delle quali ciascuno soffre (ad un livello più o meno intenso), come - ad esempio - manifestazioni inutili dell'ego.

Il primo fattore è degno di nota, poiché una consapevolezza acquisita e trasmessa consente a tutti quelli che vengono dopo di acquisirla e trasmetterla a loro volta... senza dover inventare e reinventare l'acqua calda altre 200 volte.

Quella cosa specifica la sai?

- se SI, bene;

- se NO, vai a studiarla con chi l'ha sa e può insegnartela.

Non importa a quale aspetto dell'Aikido ci si stia riferendo: tecnico, filosofico, tradizionale, spirituale... funzionano tutti nello stesso modo; c'è chi ti può dare cosa ti interessa o ti manca, e chi non è in grado di farlo perché manca pure a lui/lei.

L'aspetto del carisma, invece, lascia un po' il tempo che trova... perché rischia di inghirlandare qualcosa di importante con aspetti che invece sono caratteristici della persona che insegna quell'aspetto... ma che non centrano un tubo con la disciplina.

Christian Tissier Shihan, per esempio, è il tipico caso che sta costruendo parte della storia dell'Aikido, almeno in occidente: molte Scuole si rifanno alla sua linea e sono testimone di prima mano della bontà e qualità dei suoi insegnamenti.

Però è francese - non che questo sia da considerarsi di per sé una colpa, ben inteso - e da francese, ha inzuppato tutta la nomenclatura dell'Aikido di francesismi che non hanno il benché minimo senso in giapponese: tutti quei "nagé" con sto accento farlocco NON rendono migliore la pratica di nessuno.

D'altronde gli americani - per esempio contrario - tendono a dire "kotegaishi", perché leggono "i", la "e"... ma questo non fa grande il loro kotegaeshi solo perché lo pronunciano ad minkyam.

Quindi un conto è cosa facciamo sul tatami, un conto è quanto la nostra lingua, cultura, ego, carisma hanno influenzato cosa facciamo sul tatami: il primo aspetto può essere importante per qualcun altro, oltre che per noi... il secondo è preferibile che si limiti  a vivere e poi morire con noi.

Fra 20 anni, se un allievo italiano di Tissier toglierà tutti gli accenti sballati con i quali è cresciuto, continuando a mantenere il buono che il suo Insegnante gli ha trasmesso e lo trasmetterà a sua volta (le pronunce in italiano sono le più simili a quelle giapponesi, e chi ha studiato un po' questa lingua lo sa bene)... lo "stile Tissier" starà morendo?

Di sicuro, la nomenclatura tecnica di un "Iwamaista" (che ha imparato direttamente dal giapponese) e di un "Tissieriano" tornerebbero ad essere più simili, pur continuando ad avere forse differente tecniche consistenti nella pratica: in questo senso le differenze fra gli stili tenderanno ad affievolirsi.

Ecco quindi la differenza fra i principi ed i loro contenitori momentanei, ovvero sia le tecniche, che i grandi Maestri che ce le hanno fatte conoscere. Quelli quindi che scimiottano un gesto stilistico tipico di una corrente...

- gli allievi di Tada Sensei che sembra che buttino via l'umido quando proiettano qualcuno, solo perché il loro Maestro finisce spesso con un braccio alzato;

- gli allievi di Tissier Sensei che ritraggono il jo dopo avere colpito, o stanno in seiza con un ginocchio alzato durante il saluto, solo perché lo hanno visto fare al loro Boss;

- gli allievi di Saito Sensei che cercano di imitare persino il kiai del loro mentore, perché così il loro Aikido è più figo, più tradizionale, più originale, più... più, più insomma;

- gli allievi di Tamura Sensei che devono per forza rendere qualsiasi cosa oscura e complicata, perché il loro Maestro diceva che "la via te la devi trovare da solo";

- gli allievi di Kobayashi Sensei che orpellano sto meguri come se nell'Aikido non ci fosse niente altro;

- gli allievi di Tohei Sensei che saltellano ogni 2x3 come se gli fosse entrata una cavalletta nelle mutande.

Beh, queste cose li fanno sentire forse più vicini a chi li ha ispirati (ed umanamente è comprensibile), ma diventare brutte copie di una grande persona non ci rende purtroppo (o meno male) grandi a nostra volta!

Cerchiamo di avere un Aikido la cui profondità sia commensurabile a quello di Tada, Tissier, Saito, Tamura, Kobayashi o Tohei... anziché rendere queste figure delle macchiette da scimmiottare come decerebrati.

Più ci allontaniamo dalla fonte di chi faceva "in un certo modo", più quel suo fare resta se risulta significativo e si dissolve se invece era solo un'espressione dell'ego personale, se non addirittura dell'inconsapevolezza di quell'individuo.

Quindi un Aikido "immaturo", ai suoi esordi, ha consentito che si creassero un sacco di stili perché oltre a seguire la luna, molti hanno iniziato ad adorare il dito che la indicava. Però più l'Aikido evolve e prende consapevolezza di se stesso, meno avremo bisogno di questa illusione adolescenziale di essere "nel posto migliore" rispetto a tutti quelli che ci sono.

Afferma così, infatti, solo chi è ancora molto insicuro di sé... e deve raccontarsi una storiella che lo fa stare più tranquillo possibile.

Gli esseri umani avranno sempre una loro bio-diversità, visto che non sono mai nati due individui identici in tutto da quando esistiamo su questo pianeta, quindi anche l'Aikido verrà SEMPRE interpretato in modo differente da ogni capo scuola, ma questo non sarà sufficiente a creare più delle divisioni "stilistiche", almeno non come le intendiamo adesso.

Prendiamo ad esempio l'ACQUA: c'è n'è di solida, liquida ed aeriforme... dolce di montagna o di lago, salata di mare, di pura e di pesantemente inquinata, di potabile e di non potabile... però ciascuno di queste forme differenti di acqua sarà costituita da 2 molecole di idrogeno ed una di ossigeno, indipendentemente da tutte le altre condizioni al contorno.

Più procediamo nella storia, più diventiamo consapevoli di ciò che accomuna e di ciò che differenzia due tipologie di acqua, o due Scuole di Aikido: ed in diversi momenti della vita avremo forse bisogno di differenti tipi di acqua o di pratica sul tatami... ma questo non ci farà dire che l'acqua di mare è meglio o peggio dell'acqua di montagna o che l'Aikido di Saito è meglio o peggio di quello di Tissier (come invece molti pensano ancora oggi).

Forse ragioneremo in base a: "Ora mi è utile?" oppure "Risuona con me al momento?"... e credo sia importante che chi avrà voglia e passione di guidare il movimento in futuro dovrà mostrare una discreta capacità di muoversi in TUTTI gli ambiti della disciplina, non solo in quello che preferisce o che gli risulta più naturale seguire.

Questo fa la differenza fra il cliente che entra in una pasticceria e sceglie le paste che preferisce sul bancone per portarle alla cena con parenti ed amici... ed il pasticcere che sta dietro il bancone... che deve essere in grado di preparale tutte, e che anzi sarà più apprezzato tanto quanto sarà in grado di incontrare i gusti di chiunque entri nel suo negozio.

Pensate che sarà molto differente in Aikido?

Per me è già così da un pezzo, ed ho continuo modo di constatare che differenza faccia... ma non voglio convincere nessuno: siate pure talebani di questo o di quel metodo, anche io per anni lo sono stato ed ora mi rendo conto che dovevo passare per quella esperienza per comprenderne il limite.

Marco Rubatto



lunedì 9 febbraio 2026

Quanto COSTA un corso di Aikido?

La scorsa settimana ho ricevuto una telefonata da una ragazza, la voce era giovane e voleva alcune informazioni sui corsi...
Dopo poche parole, ho capito che non cercava il mio Dojo, ma una palestra che fa sport da combattimento che si trova propio di fronte a noi (voleva un corso di Thai Boxe).
Già che eravamo al telefono però, mi ha chiesto quali Arti Marziali si praticassero da noi; alla parola "Aikido", mi ha immediatamente chiesto: "Ma quanto costa?"

Non le ho potuto rispondere come avrei desiderato, quindi mi sono limitato a dirle che questo tipo di informazioni vengono date solo dopo che una persona ci viene a conoscere di persona... cosa che è bastata per farle concludere la chiamata.

Però qui ho lo spazio ed il tempo (ovvero il ma-ai) per rispondere come si conviene...

Le persone sono ormai abituate a scegliere in modo molto rapido, di solito cavalcando un'ondata emotiva: confrontano le offerte tramite siti Web appositamente creati per paragonare fra loro offerte di prodotti simili... ma tutto ciò, che di per sé potrebbe pure aiutare, non è detto che consenta di fare scelte più consapevoli. Anzi...

Tecnicamente parlano, un corso qualsiasi che si frequenta presso una Associazione Sportiva Dilettantistica (ovvero almeno il 95% dei corsi postivi frequentabili in Italia) NON "costa" proprio nulla, perché ciò che è necessario pagare è una quota di appartenenza e auto-finanziamento ad una realtà associativa.

3 o più persone vogliono andare a fare una gita in montagna: si trovano, si equipaggiano, svolgono l'attività, quindi si suddividono le spese sostenute (trasporto, pasti, eventuali pernottamenti)... non è differente per una ASD, se non ché i soci sono più di 3, è necessario pagare un Tecnico in grado di erogare il corso desiderato ed è necessario ottemperare ad altri numerosi obblighi di legge: ma il socio non "compera nulla", contribuisce a che l'oggetto sociale (cioè quello che c'è scritto sullo statuto) divenga raggiungibile.

Quindi quanto "costa" è una domanda che non ha alcun senso, e non è solo un sofismo linguistico: l'Agenzia delle Entrate fa grossi soldoni quando - intervistando i soci di una ASD - si sente dichiarare che i corsi hanno un "costo"!
Se così fosse (o quando così è), allora le attività proposte NON sarebbero/sono DEFISCALIZZATE, in quanto si trasformerebbero in COMMERCIALI, e quindi costituirebbero un REDDITO D'IMPRESA, sul quale ovviamente è necessario pagare l'IVA.

Quindi se l'Agenzia delle Entrate riesce a dimostrare che l'ASD fa attività commerciali, anzi... se l'ASD non riesce a dimostrare che le sue attività NON rientrano in quelle di tipo commerciale, è la volta che è possibile esigere un tot di IVA evasa dagli importi incassati negli ultimi 10 anni.

Questo vuol dire, per farla veloce, che l'ASD si trova a dover pagare magari all'improvviso 30.000 - 50.000 € e CHIUDE sotto un peso che non è in grado di sostenere (mentre il Presidente, di tasca sua, mette ciò che manca dalla cassa dell'Associazione)!

Nel chiedere perciò quanto COSTA un corso di Aikido
- nel senso che intendeva la ragazzetta al telefono - ... uno mostra solo di essere ignorante come una foca monaca!

In un altro senso, invece, molto più importante e profondo... ha senso chiedersi cosa COSTA frequentare un corso di Aikido: quanto impegno ci richiede, che tipo di ingaggio è necessario, cosa è necessario essere disposti ad affrontare questo percorso?

Quanto COSTA a livello di risorse e scelte personali, anche se queste NON fossero minimamente di tipo economico.

Beh, a questa domanda rispondo invece più che volentieri, senza alcun rischio di vedere defiscalizzate le mie attività!

Praticare Aikido COSTA il rischio di rendersi conto che vivevamo in una bolla prima di metterci in discussione, anima, mentre e corpo su un tatami...

L'inabitudine di studiarci, utilizzando il nostro stesso corpo come strumento, fa si che ci si possa raccontare un numero imprecisato di pippe mentali, alle quali credere come se fossero tutte verità del vangelo.

COSTA la fatica di uscire di casa sia quando fa bello, che quando piove, nevica o c'è la nebbia: un appuntamento con noi stessi non può essere mancato o derogato senza una valida ragione. E si scopre con il tempo che "questa valida ragione" è la morte di un parente, lo scoppio di una guerra atomica, un grave incedente, una malattia invalidante ... ovvero cose che per fortuna nella vita non accadono esattamente una volta alla settimana!

COSTA il coraggio di tirare diritto per la propria strada anche se questa sembra piena di limi, difetti ed ostacoli
: la frustrazione è uno degli Insegnanti più autentici, severi ed utili che possiamo incontrare... e sul tatami più di una volta mangeremo pane e frustrazione.

COSTA la paura ed il coraggio di guardare solo se stessi ed evitare inutili confronti con chi ci cammina accanto, crescendo insieme ma evitando di entrare in competizione con i risultati (o i limiti) che ci vediamo intorno. Una delle lezioni più ostiche da apprendere, disattesa da molti Aikidoka, ancora un po' troppo impastoiati con il proprio ego.

COSTA l'acquisire la capacità di apprendere da qualsiasi cosa, condizione e situazione, piacevole o spiacevole che risulti, facile o difficile che si riveli, comoda o scomoda che si mostri... 

COSTA la presa di coscienza che NON siamo
coraggiosi come avremmo creduto di essere, così come non siamo poi così forti, così elastici, così disciplinati, così coordinati, così imperturbabili, così sensibili come avremmo già creduto di essere. E la presa di contatto con la realtà è di solito un prezzo che veramente in pochi sono disposti a pagare, benché risulti l'unico elemento che possa garantire la possibilità di una evoluzione ulteriore.

Non COSTA quindi così poco sto Aikido, anche se non avessimo per niente dovuto mettere la mano al portafoglio!

Siamo spesso incastrati in una società nella quale molte cose sono ACQUISTABILI, e forse una delle caratteristiche di questa disciplina è proprio quella di NON poter essere ottenuta SOLO con i soldi, ma con un ingaggio di tipo personale, che ha caratteristiche perlopiù scomode, come l'impegno la continuità, la resilienza, la focalizzazione, etc.

Ci saranno sicuramente da spendere quattrini in corsi, attrezzature, seminari, viaggi... ma l'Aikido NON entra in noi, né noi entriamo nell'Aikido in funzione di quanto è a fisarmonica o meno il nostro portafoglio!

È interessante notare che quando stiamo facendo una scelta, talvolta usiamo il termine "valutazione", che ha la stessa radice di "valuta"... cioè è come se stessimo dicendo che stiamo pensando o comparando qualcosa con i soldi.

Quando una cosa ci piace, diciamo che è "apprezzabile"... ovvero che possiamo attribuire un prezzo.

Chi non esce dal corto circuito mentale "qualcosa = soldi" non sarà in grado di approcciarsi positivamente ad una disciplina che parte da presupposti e si conclude in paradigmi molto distanti da tutto ciò.


Marco Rubatto