lunedì 7 settembre 2026

Poca conoscenza pubblica dell'Aikido? Ipotesi sulle responsabilità e proiezioni future

Di solito inizio una stagione del Blog con interventi particolarmente significativi (almeno per me) e devo dire che quest'oggi lo faccio in modo forse meno sereno di quanto avrei voluto...

Prima della pausa estiva - da aprile a giugno, per l'esattezza - ho avuto la possibilità di collaborare con il Prof Giovanni Volpe, che insegna Storia dell'Arte in un istituto Psico-Pedagogico di Torino: grazie al suo supporto, 3 classi (una 3º, una 4º ed una 5º superiore) si sono alternate con alcune mattinate di laboratori sulla gestione del conflitto, Aikido e Meditazione al mio Dojo.

L'esperienza a me è piaciuta molto ed ho avuto anche ottimi feedback da parte dei ragazzi... tuttavia ho anche fatto rispondere loro ad un breve questionario PRIMA di fare l'esperienza, così da comprendere cosa ne sapessero in generale delle attività che si apprestavano a fare.

Una cinquantina abbondante di ragazzi in tutto, bravi ragazzi, puliti, rispettosi, affamati di sapere e di crescita... che però hanno mostrato di possedere solo stereotipi poveri delle Arti Marziali e della Meditazione: "combattimento", "calci volanti", "difesa personale"... "eliminare i pensieri", "stare calmi"... e tutta una serie poco edificante di luoghi comuni e scemenze che propina a riguardo il cosiddetto mainstream.

Ciò che mi ha colpito di più però sono state le risposta alla domanda: "Conosci la parola Aikido? E se si, cosa significa per te?"...

Il 99% dell'utenza ha risposto qualcosa di simile a: "No, non so proprio nulla a riguardo"!

Ora...

Non siamo più nel 1800, e le informazioni girano abbastanza facilmente, tanto che ciascuno di quei ragazzi con 10 min di ricerche sullo smartphone può diventare più colto di molti Aikidoka navigati a riguardo di questa disciplina: il punto però è... perché essa si conosce ancora così tremendamente poco all'interno delle fasce giovanili?

Molti hanno citato il Judo, altri il Karate o il Kung Fu... magari scrivendo sbagliate queste parole, ma avendo in qualche modo una offuscata idea dell'esistenza di queste discipline, quindi perché NON dell'Aikido?

Mi sono fatto alcune lunghe riflessioni in merito... che quest'oggi condivido - almeno in parte - con voi tutti.

I ragazzi conoscono (male) ciò che imparano a scuola e (bene) ciò che compare su mainstream e Social Network: in nessuno di questi luoghi, a meno che una persona non faccia ricerche specifiche ed autonome, compare di default l'Aikido... così come qualsiasi cosa che si riconduca ad esso.

I genitori di questi ragazzi - che hanno più o meno la mia età - forse hanno visto qualche film di Steven Seagal degli inizi, quando non era ancora panzone e si faceva intravvedere per 20 secondi con il keikogi addosso: anche la mia generazione, quindi, non ha avuto grandi chance pubbliche di conoscere l'Aikido... di conseguenza difficile che proponga di conoscerlo alle generazioni attuali!

Gli algoritmi odierni ti tempestano di ciò che ritengono ti interessi, una volta che comprendono cosa sia che può trattenere la tua attenzione: ovvio perciò che non appena mi affaccio ad un Social Network a me compaia Aikido da tutte le parti ed in ogni salsa, ma questo è perché ho scelto che la mia vita giri introno a questo... quindi vengo intasato praticamente solo da questo genere di contenuti.

Ma se non accendi la miccia giusta, l'algoritmo esplode un po' dove vuole lui... o peggio, indirizza le tue preferenze e ne sollecita alcune poi non necessariamente a tuo vantaggio reale: in ogni caso è lui che ha scelto per te e non tu che hai indirizzato lui con ciò che ti interessa davvero.

E perché mai una persona dovrebbe cercare una parola come "Aikido" sul Web, così da attrarre l'attenzione degli algoritmi su di essa?

Per non essere "etero-diretti" dallo strumento che può finire per farci da padrone, anziché da servo, dico io... ma forse è più comodo farsi riempire di contenuti, anziché cercarci quelli che stimolano di più le nostre curiosità più autentiche.

Già abbiamo le idee ancora molto confuse sul significato ed il ruolo delle Arti Marziali più conosciute, quasi tutte stravolte nei loro valori più tradizionali da un'eccesso di sportivizzazione... figuriamoci se ci viene in mente di informarci su qualcosa che non contiene forme (esplicite) di competizione!

C'è la paura che incute il mainstream sulla società in apparenza sempre più violenta della quale facciamo parte: evidente che chi ci crede non ha mai studiato molto la storia, né ha fatto molti viaggi in alcune aree specifiche del mondo (come Venezuela o Cambogia): ci sono effettivamente ancora alcuni luoghi del mondo nei quali bisogna fare una certa attenzione quando si esce di casa... ma per fortuna la nostra società non risulta esattamente nelle loro top list.

"Ma non senti cosa dicono la telegiornale?... Furti, aggressioni, stupri, violenze di ogni genere, ogni giorno!"

Risposta: ovviamente NO che non ascolto ste scemenze, ma in ogni caso la sicurezza personale può essere una strada più che legittima per interessarsi alle Arti Marziali... bisogna tuttavia comprendere in quale ottica lo facciamo e se siamo poi in grado di coglierne il valore, o se cerchiamo una coperta di Linus con la quale ammansire le nostre ansie più inconsce.

Se ho paura per la mia incolumità, provo timore/paura/panico all'idea di essere aggredito/a, magari mi affaccerò ad un corso di Difesa Personale, e se ne incontro uno serio (non impossibile, ma nemmeno così frequente) comprenderò quanto non sia un abito "acquistabile" come i pacchetti vacanza last minute: ci va tempo e costanza ad allenare corpo e mente, altrimenti soccomberemo alla prima pressione seria alla quale saremo sottoposti (sia essa di carattere psicologico o psicofisico).

A questo punto le persone si dividono in due macro gruppi: chi crede di avere risolto il suo problema, supponendo di avere acquisto strumenti tali da riuscire ad affrontare l'eventuale pericolo improvviso... e chi è consapevole di non avere veramente poi così voglia, risorse e tempo per affrontare la questione seriamente, ora che si rende conto di quanto sia complessa.

I primi molto spesso credono di avere risolto il problema avendo acquisto la forza ed il metodo per smettere di essere vittima e diventare il carnefice del proprio carnefice... i secondi si rendono conto che in caso di pericolo non possono che rimanerne vittime, e provano a mettersi l'anima in pace.

In ogni caso, l'interessamento finisce li... e non si sarà nemmeno scalfito la superficie più esterna di un'Arte Marziali tradizionale: essa infatti è fatta di costanza, lavoro, disciplina, ingaggio, perseveranza, accettazione della frustrazione... tutti elementi che col kakkyo che si imparano in un corso di Difesa Personale di 10 lezioni! Ci vanno anni ed anni...

Nel caso raro nel quale invece l'esigenza di sicurezza spingesse verso un corso di una disciplina marziale tradizionale, possediamo un mindset nel quale l'aggressore è il cattivo/stronzo/fuorilegge e chi si difende è il buono/legittimo/da tutelare: le Arti Marziali - complici i film di Hollywood - sono quindi state rese come l'eroe di turno (ad esempio John Wick) sconfigge "i cattivi" (i boss mafiosi) dopo che questi hanno fatto qualcosa di profondamente ingiusto (gli hanno ammazzato il cagnolino).

Allora c'è He-Man (un energumeno muscoloso con il caschetto di capelli biondi della Carrà) che incenerisce Skeletor, dopo che questi si era impossessato con la violenza del pianeta Eternia: e chi se ne frega se He-Man dovrà essere un po' violento... ha iniziato Skeletor a fare lo stronzo, se le merita tutte ste botte!

E ci sono gli Avengers contro Thanos e Trump contro quei "bastardi" dell'Iran: in tutte queste narrazioni c'è un buono che si deve difendere contro i soprusi ingiusti di un cattivo, e lo può fare - a sua volta - nel modo che meglio ritiene, poiché "la vittima ha diritto di reagire e difendersi". Quante cagate...

Molte delle discipline marziali tradizionali sono state rilette secondo questo copione americaneggiante e malato e per nulla corrispondente alla realtà: quindi uno fa Judo per vincere la gara, fa Karate per colpire l'avversario senza poter essere colpito da esso... e così via.

Figuriamoci quanto può essere alla ribalta una disciplina che NON prevede la necessità di attaccare proprio nessuno e che fa della sua filosofia l'esigenza di rispettare sia fisicamente, che psicologicamente il proprio "avversario", tanto da non volerlo nemmeno più considerare tale!

Ma a cosa servirebbe mai sta roba?! É veramente inutile... se non ti render nemmeno lontanamente simile ad He-Man, a John Wick, agli Avengers o a Trump...

Lo sappiamo bene, tuttavia ad alcune persone interessa di più studiarsi e conoscersi, magari in condizioni di stress, omeopatico o intenso che sia, ma che non hanno alcuna spinta verso uno stereotipo macista, nel quale la violenza viene sconfitta con altra violenza.

Se uno non approva la violenza, si sente titolato a non accettarne dagli altri, ma non desidera diventare un violento a propria volta per evitare i piedi in testa di terzi: potremmo definirla una prospettiva "pacifista"... ed un po' più filosofica, forse.

Ma qui incontriamo nuovamente lo iato fra chi vuole diventare un santo, un illuminato o un filosofo - di solito immaginato più come topo da biblioteca - e chi investe sulla forza e prestazione, perché esercita il suo corpo... non importa se rimanendo scemo!

Qualcuno ci vieta di fare sia l'una che l'altra cosa?

L'Aikido è la disciplina che - più di altre - abbatte il limite della dualità, ma interessa a qualcuno conoscere esprerienzialmente cosa si nasconda dietro ai binomi bene/male, vittima/carnefice, intellettuale/fisico, spirituale/materiale, nemico/alleato...?

C'è chi vuole comprendere il fenomeno della connessione, poiché intuisce che quella che sono in grado di avere con qualcun altro specchia la qualità della connessione che ho con me stesso: va quindi a cercare la persona con la quale è più complicato avere trasporto ed empatia, ovvero il proprio nemico... e si confronta con esso per studiarsi, non per vincere una medaglia.

Di solito, quando faccio presente questi concetti, gli occhi dei presenti si illuminano un tot: perché poi quindi queste persone si accontentano che restino semplicemente "bei concetti"?

Lo dico senza timore di essere smentito: perché abbiamo paura di credere nei nostri sogni, abbiamo paura di realizzare quanto siamo potenti se puntiamo tutto sul nostro intuito, temiamo di esperire la connessione con il prossimo e quindi con la nostra natura più autentica... che è tutt'altro che materiale.

Quindi rifuggiamo a gambe levate - mediamente parlando - da una disciplina che potrebbe suggerirci uno storytelling differente da quello al quale ci hanno abituati, sin dalla più tenera età.

Gia, perché siamo - sempre generalmente parlando - animali addomesticati, ammaestrati a pensare in un certo modo, a comportarci secondo regole condivise, ma difficilmente scelte dal singolo: viviamo in gabbie preparate per noi e quindi autoalimentate da noi stessi.

Non temo nemmeno di passare troppo da complottista se affermo che tutto ciò fa buon gioco a chi ci governa: si chiama "divide et impera", e viene applicato - da sempre nella storia - dai governi di tutto il globo... un processo secondo il quale il singolo va fatto sentire una monade, sola, separata ed impotente rispetto al contesto che lo contiene.

L'Aikido, quindi, non conviene al singolo che non ha voglia di mutare la sua condizione di "schiavo" di se stesso... e non conviene a chi comanda questi chiavi, se attraverso questa disciplina si dovessero creare consapevolezze condivise, non poi così banali da tenere sotto controllo!

Ed ecco che la disciplina viene cercata da pochi, non compare nei contenuti previsti per un grande pubblico, non viene finanziata, anche perché non è una fonte sulla quale è possibile al momento instaurare fonti di lucro notevoli. É troppo semplice e diretta... trasformativa, pericolosa per il mantenimento di uno status quo che non piace alla maggior parte delle persone, ma per difendere il quale ci hanno insegnato a combattere fino all'esaurimento.

Ora mi ricordo che Franco Battiato, in una sua celebre canzone del 2004, ci ricordava che "le aquile non volano a stormi"... non lo hanno mai fatto e forse non lo faranno mai, perciò risulta forse più che naturale che certe discipline risultino sempre un po' di "nikya"... perché di nicchia sono gli esseri umani che usano il cervello, il cuore e che vogliono realizzare loro stessi in questa vita.

Però è anche indubbio che l'umanità stia cercando (goffamente) di uscire dal cul-de-sac nel quale si è infilata, a forza di puntare tutto sul profitto, sulla competizione e sul controllo e sfruttamento delle risorse e delle persone... quindi forse una disciplina come l'Aikido può risultare di grande beneficio per coloro che vogliono scendere da questa giostra irresponsabile ed inumana, sulla quale la nostra specie è collettivamente salita già molto tempo fa.

Ed il numero di queste persone sta senza dubbio crescendo, seppure con una velocità inferiore al desiderato di tutti, quindi la buona notizia è che l'Aikido interesserà via via ad un maggior numero di individui, con il trascorrere del tempo!

Come mai allora la percezione è
proprio quella opposta... ovvero che non interessi a nessuno?
Si tratta del famoso rumore più forte che fa un albero che cade, rispetto a quello di una foresta che cresce...

In proporzione, l'Aikido è qualcosa che ha a che fare con gli stessi meccanismi che governano la democrazia: in pura teoria, il fatto che il governo sia del popolo (almeno in apparenza) sembra una cosa positiva e rassicurante, però dobbiamo anche ricordarci che la maggioranza - che è quella che in democrazia decide - NON è costituita dalle persone più sagge.

Il buon senso ed una certa sensibilità sono in media la prerogativa del 15-20% massimo delle persone in circolazione, ne segue che queste NON costituiranno mai la maggioranza degli aventi diritto al voto: quindi, se serve fare un'interrogazione parlamentare per intercettare il voto dei cittadini, state sicuri che si cercherà qualcosa che solletichi l'80-85% di essi... e non la minoranza del 15-20%.

Ne segue anche che i programmi del main stream e gli algoritmi dei Social sono tarati per l'80-85%... e non il 15-20%, quindi comprendete bene perché la nostra disciplina non sembra fra le priorità principali della società globale nella quale tutti viviamo: non ha gare, non ha sponsor... consente di conoscersi meglio, di apprendere come trasformare un conflitto in un'occasione evolutiva. Ma stiamo scherzando: non ha motivo proprio di esistere!

In poche parole, permette a parte di quel 80-85% di "fessi qualunquisti" di cambiare livello quantico e di andare a far parte del 15-20%, diminuendo la schiera dei primi ed aumentando quella dei secondi: che interesse avrebbe una società come la nostra a creare al suo interno individui svegli, consapevoli dei propri limiti e capacità, e - quindi - molto meno manipolabili?

Molto meglio puntare sui Talent Scout, sull'Isola dei Famosi, sui balletti di Tik Tok... che sulle crisi spirituali che hanno condotto Morihei Ueshiba verso l'Oomoto Kyo... o che gli hanno fatto rileggere le tecniche del Daito Ryu Aiki Jujutsu in Aikido, non credete?

Sembra brutto ed inopportuno ricordare che abitiamo una società che investe molto poco in cultura ed in prevenzione e cura della salute: la Scuola subisce tagli costanti da decenni, e così la Sanità... in compenso dobbiamo correre a riarmarci fino ai denti, e la nostra Premier afferma che l'Italia è al 2,8% del PIL per il riarmo, ma che nel 2027 cercheremo di aumentare questa quota, fino a poter giungere al nodo del 5%.

Sapete quanto è il 2,8% del PIL?
Sono circa 64,6 MILIARDI di euro... che ogni anno buttiamo nel cesso per acquistare armi, nel caso la Patagonia, il Liechtenstein o la Repubblica Democratica del Congo decidessero di invaderci all'improvviso.

Sapete quante scuole, quanti ospedali, quanta cultura e quanta consapevolezza sulla non violenza ci si potrebbe fare ogni anno con 64, 6 MILIARDI di euro? Quanti corsi di Aikido ci si potrebbe sponsorizzare?

Solo che questo non interessa molto a quel 80-85% di "fessi qualunquisti" ed ai loro burattinai: ma la buona nuova - lo ripeto - è che queste percentuali si stanno riducendo, mentre quelle del 15-20% non fanno che aumentare... PIANO, ma aumentano senza possibilità di invertire questa tendenza.

L'universo è l'unico sistema isolato che esiste ed al suo interno l'entropia cresce sempre - lo dice il 2º Principio della Termodinamica, mica io - ed essa rappresenta il grado di simmetrizzazione ed armonia che è in grado di raggiungere il sistema: quindi, più procediamo, più la società diverrà armonica, che lo vogliano o meno i nostri governanti deliberatamente estratti dal 80-85% di "fessi qualunquisti".

Al limite, mi attendo periodi sempre più duri per la divulgazione dell'Aikido in futuro, quando si saprà meglio a livello globale di cosa si tratta: esso va nella direzione opposta della rotazione degli interessi su questo pianeta, quindi ora viene perlopiù ignorato grazie al minuscolo impatto che ha sulla società... ma il mantenimento dello status quo renderà forse in futuro necessario censurarlo o vietarlo?

Non ne ho idea proprio, ma mi sorprenderei proprio poco nel caso ci fosse anche questo maldestro tentativo di tarpare le coscienze...

Cosa possiamo fare noi in questo quadro?

Direi che il top sarebbe rimanere se stessi a fare ciò che ci ispira, come molti di noi hanno sempre fatto proprio praticando l'Aikido: non siamo qui per salvare il mondo, che se avrà voglia troverà il modo di salvarsi da solo.

Siamo qui per comprendere chi siamo e cosa siamo venuti a fare su questo pianeta: a me l'Aikido ha aiutato molto nella risposta a queste domande, e sono più che certo di non essere il solo.

Se con la pratica di questa disciplina sarò riuscito a rendermi anche poco migliore di come ero un tempo, avrò già vinto la mia
piccola, ma importante, battaglia con me stesso - l'unica che mi pare veramente importante combattere - restituendo forse alla società una persona leggermente meno fessa e qualunquista rispetto alla media. E questo mi basterebbe di gran lunga.

L'effetto Maharishi o il campo morfogenetico di Scheldrake faranno il resto.


Marco Rubatto







lunedì 6 luglio 2026

夏休み Natsu yasumi per Aikime

É tempo di prenderci un periodo di riposo, quindi il Blog si ferma per le vacanze estive.

É stato un anno intenso e piacevole... trascorso fra ricerche, esplorazioni ed interessanti discussioni nate sulle pagine Social ed in privato: quindi un grazie "caloroso" o "rinfrescante" (scegliere voi!) a tutti coloro che continuano a mostrarci interesse, coinvolgimento e supporto!!!

Noi ci ritroveremo nuovamente on-line a partire da lunedì 7 settembre 2026.

Buone vacanze a voi tutti!


Marco Rubatto

lunedì 29 giugno 2026

La clessidra dell'Aikido: un'evoluzione nell'evoluzione

Siamo portati a credere che il tempo sia lineare, e che scorra in un'unica direzione... perché così è come ci hanno detto stare le cose sin dalle scuole elementari.

E altrettanto tendiamo a pensare che problemi e progressi si dispongano su questa linea in modo progressivo ed incrementale... l'esperienza diretta però ci mostra qualcosa di differente!

In Aikido, ad esempio, spendiamo i primi anni di pratica ad accumulare tecniche, terminologie, modi di fare, abitudini o caratteristiche di questa o quella Scuola... ed iniziamo a trattare gli allenamenti come se fossero un salvadanaio: una monetina oggi, una monetina domani... fino a quando non abbiamo accumulato un certo gruzzoletto di Aiki-soldi.

E ci convinciamo che se continueremo così per tutta la vita, potremo finalmente diventare ricchi!

Questo modello, all'inizio, sembra funzionare per davvero e piuttosto bene: scopriamo come si fa ikkyo da presa katate dori, shomenuchi, ushiro ryotedori... poi accumuliamo qualche centinaio di tenkan, qualche migliaio di cadute, un set nuovo di kotegaeshi da giardino; gli anni passano e spesso ci rendiamo conto che alcuni elementi che davamo per certi, lo sono molto meno di ciò che avremmo creduto.

Aumenta la nostra capacità di copiare il Sensei in modo fedele, la nostra propriocezione, persino la qualità tecnica con la quale ci muoviamo sul tatami: sembra proprio che la direzione sia tracciata, il passo sia finalmente cadenzato, ed i segreti della disciplina si stiano per dischiudere, anche grazie al nostro instancabile impegno!

Si arriva però ad un momento critico, nel quale le cose sembrano non quadrare più poi così tanto: il progresso tecnico continua, ma diviene minimale rispetto al passato, come se ci stessimo ingolfando da soli... proviamo nuove geometrie, ma lo spirito non è più quello d'una volta...

L'entusiasmo neppure: ci stiamo dirigendo verso una strettoia... e chi immagina come scorre l'acqua attraverso un imbuto sa che più il cono si stringe, più il fluido accelera la sua velocità e la sua rotazione.

Qui il tempo cambia passo: si intensifica, perde la sua linearità per diventare iperbolico... ciò che abbiamo sopportato per anni, ora non siamo in grado di reggerlo più nemmeno per settimane o giorni. La bulimia tecnica entra in profonda crisi ed a questo punto molte persone smettono di praticare, non ricevendo più un vero e proprio valore aggiunto dallo stare sul tatami, che è divenuto ormai un'abitudine, magari un tempo anche piacevole, ma non più un autentico momento di crescita, almeno quanto lo era in passato.

Abbiamo impiegato almeno una decina, se non una ventina di anni per accumulare know how, gradi, titoli e posizioni all'interno di Organizzazione dell'Aikido... ed ora non sappiamo più che senso abbia tutto ciò?

Ne avessi conosciuto uno solo ad avere questo problema, ma non é così... ed io stesso sono passato da questo punto intricato diverso tempo fa, quindi so per esperienza personale diretta di cosa parlo.

Stiamo passando da una CRISI naturale, che non è evitabile in alcun modo... anzi è piuttosto sana da vivere: è il passaggio nella clessidra dell'Aikido, da un cono all'altro... attraverso il diametro più piccolo!

Quando però si giunge nella seconda stanza, il tempo "rallenta", proprio come si comporta l'acqua, quando da un fiume arriva al mare. Il fluido si allarga, frena la sua corsa, si prende il suo tempo: continua a scorrere, ma non più imbrigliato nel cono dal quale è arrivato... ora sue le prospettive si ampliano.

E quelle di un Aikidoka pure...

A questo livello l'Aikido smette di essere un accumulo di cose da saper fare ed inizia ad essere il semplificare, togliere il superfluo, tornare semplici come da principianti... qualcosa da saper essere, piuttosto che da poter esibire. Se il fisico inizia ad essere datato e provato, non trae più soddisfazione dalle performance atletiche che non si può più permettere, senza pagare un caro prezzo in cambio. La soddisfazione inizia ad essere altrove...

Terminato un percorso di analisi, che ha richiesto il tempo per esaminare nel dettaglio ciascun componente della pratica, ora inizia un processo di sintesi, nel quale si desidera osservare le cose più nel loro complesso. Si cerca "the big Picture", come dicono gli anglofoni.

In questa strettoia si perdono molto praticanti, come dicevo in precedenza: in fondo l'Aikido ci entusiasma proprio per la sua capacità di farci cambiare, ma talvolta si teme che continuare a farlo significhi perdere le certezze che nel frattempo abbiamo già acquisito.

Invece non è proprio così: si tratta solo di cambiare prospettiva e guardare le pratiche "vecchie" con occhi "nuovi"!

Se da giovani principianti amavamo essere proiettati per lezioni intere (per esempio io ero così!), magari da praticanti più esperti ed in là con l'età non potremo più permetterci tutta quell'atleticità: ma questo non significa rinunciare ad essere uke, dobbiamo trovare solo un modo nuovo per farlo... che rispetti le nuove ed attuali condizioni del nostro fisico.

É importante sottolineare come i problemi ci fossero prima e continuino ad esserci anche adesso: cambiare prospettiva non significa eliminarli, ma rileggerne il significato. Non aspettiamoci quindi che il cammino "da esperti" risulti meno complicato o provante di quello "da principianti"!

Ad esempio, una frustrazione notevole sorge proprio nel momento in cui ci sentiamo sempre più "principianti", pur avendo accumulato un numero di anni di pratica tali da essere quasi autorizzati a considerarci "esperti", o ad essere considerati così dagli altri... ciò infatti fa parte del cambio di paradigma di cui parlavamo poc'anzi.

Che la definizione di "esperto" sia proprio "colui che riesce ad avvertire quanto ancora non conosce"?

Se i nostri strumenti di percezione si affinano è facile che ci si notino di più anche i nostri disallineamenti, disconnessioni e problematiche...

Ad un certo punto avremo attraversato la clessidra da cima a fondo, dal cono superiore a quello inferiore... e poi cosa succederà?

Nella mia esperienza personale, al termine del secondo cono - dove tutto si espande - ho trovato nuovamente un cono che si stringe... come se alla prima clessidra ce ne fosse collegata in serie una seconda, nella quale si inizia un nuovo periodo di contrazione, di accelerazione, di analisi...

Si ritorna così a studiare in modo simile a quello iniziale... ma non uguale, solo simile: l'operazione di analisi e di sintesi che avremo passato ci farà forse affrontare l'analisi successiva "con una certa sintesi"... e forse la sintesi successiva con un certo "grado di analisi" intrinseco.

Stiamo cioè percorrendo la via del Tao, nel quale un nuovo inizio è in un rapporto armonico con il concetto di termine, così come questi esisterà solo in co-presenza di una nuova partenza!

Il tempo non mi risulta quindi lineare, ma un qualcosa di "pulsante", come un respiro, come un pianto ed una risata, come le contrazioni di un parto che permettono lo sbocciare di una nuova vita: è descrivibile come qualcosa di circolare e rettilineo allo stesso tempo... un moto che può essere immaginato sia sinusoidale, che spiraliforme...

Questo spiazza parecchio, perché fa alternare fasi di costruzione a fasi di demolizione, fasi di serenità a periodi di crisi... nei quali l'unico elemento COSTANTE è proprio il CAMBIAMENTO! [cit. Eraclito]

Le celebri equazioni di Einstein postulano che il tempo non sarebbe una grandezza assoluta, ma relativa - ad esempio - alla velocità del soggetto: secondo queste equazioni, più la velocità aumenta, più il tempo scorre lentamente.

Con questa teoria abbiamo spiegato la vita dei muoni, ad esempio, ovvero particelle elementari altamente instabili che si formano nella alta atmosfera e che hanno una vita troppo breve (circa 2,2 micro-secondi) per riuscire a raggiungere il suolo terrestre: vanno però molto veloci, quindi a quanto pare ce la farebbero per quello ad arrivare da noi...

E molti di voi avranno visto il celebre film di fantascienza "Interstellar", nel quale un astronauta parte verso un pianeta lontano, muovendosi ad altissima velocità e lasciando sulla Terra la figlia piccola; al suo ritorno la trova anziana ed in punto di morte su un letto di ospedale, proprio perché per lui il tempo sarebbe trascorso più lentamente che per lei (dato che si è mosso ad alata velocità nello spazio, mentre la figlia è rimasta "ferma" sulla Terra).

Ecco, le cose non stanno realmente proprio così... infatti non ne sappiamo ancora molto sul tempo e sulle sue regole: nonostante sembri che queste equazioni abbiano trovato alcune conferme sperimentali, ancora non quadra il fatto che la velocità è evidente essere una proprietà legata ad un sistema di riferimento, non una proprietà di un oggetto e basta!

Cosa vuol dire questo?

Che se prendiamo la Terra come terna cartesiana di riferimento, allora i muoni vanno "veloce" e non decadono perché per loro il tempo rallenta... e l'astronauta torna giovane come quando è partito, perché si è mosso veloce quindi per lui il tempo è rallentato... ma se il sistema di riferimento fosse, ad esempio, il Sole (che viaggia a circa 800.000 km/h rispetto al centro della Via Lattea), allora il muone non andrebbe poi così veloce... e se prendessimo la navicella dell'astronauta come sistema di riferimento, allora sarebbe la figlia che sta sulla terra a muoversi velocemente... quindi alla fine, chi invecchierebbe rispetto all'altro? L'astronauta!

Ci si ritrova principianti DOPO avere creduto di essere esperti, in Aikido... ma è perché ci sbagliavamo sul nostro livello di preparazione (sovrastimandolo) o perché DAVVERO da principianti siamo diventati esperri e poi nuovamente principianti?

Magari abbiamo solo cambiato, nel frattempo, i nostri "sistemi di riferimento"...

Ho trovato tutti questi paradossi nell'Aikido, magari li troverete a vostra volta o magari scoprirete qualcosa di diverso da me, per questo sarà fondamentale continuare a conoscerci, incontrarci e condividere il vostro punto di vista... così da potermi ulteriormente arricchire e crescere; parlo per sano egoismo!


Marco Rubatto


lunedì 22 giugno 2026

Embodying Aikido: il tassello che manca per chiudere il cerchio

C'è un aspetto dell'Aikido al quale si conferisce uno sguardo limitato e spesso carico di preconcetti, contrariamente ad una sua importanza primaria, oserei quasi dire "vitale": mi riferisco all'embodiment... termine che che sono certo alcuni di voi non hanno neppure mai sentito!

Nel processo di apprendimento Shu - Ha - Ri (conformazione - interpretazione - trasgressione), l'Aikido canonico si ferma di solito all'aspetto Shu, talvolta azzarda a toccare Ha... livello che si crede (a torto) possibile solo a stadi molto avanzati di esperienza.

E Ri?!

A forza di allenarci solo dentro un perimetro completamente definito, quand'è che saremo finalmente liberi dalla forma e capaci di affrontare l'ignoto?

La risposta è: MAI!

Questa forse è la ragione per la quale altisonanti gradi mostrano quanto sono capaci ad eseguire le loro tecniche perfette durante gli enbukai... a condizione di averle ripetute per decine di anni prima e di avere concordato con gli uke ogni attacco quando sono sotto i riflettori.

Cosa accadrebbe se qualche Shihan Aikikai salisse sul tatami senza un proprio "palinsesto" pre-costituito?

Sarebbe altrettanto armonica la risposta ad attacchi non concordati, improvvisi, magari anche non codificati?

NO, e questa è precisamente la risposta per la quale chi vuole sembrare l'incarnazione dell'armonia non si azzarda nemmeno da lontano a smettere di tenere tutto sotto il proprio controllo.

Non mi risulta però che il Fondatore si mettesse d'accordo con i propri uke per fare bella figura, e ne ho conosciuti personalmente almeno una decina di questi uke, ora rinomati Sensei internazionali!

Allora per quale ragione adesso l'Aikido si è ridotto ad una pantomima di quanto riusciamo ad eseguire bene SOLO un esercizio che posiamo provare e riprovare in Dojo, quasi fosse una poesia da ripetere poi in pubblico?

Fiumi di inchiostro, parole e battute di tastiera sono stati riversati rispetto all'applicabilità dell'Aikido in un contesto "reale", che si discosta da quanto è possibile praticare in un Dojo PRIMA di averne davvero bisogno. Ed attenzione, non mi soffermo nemmeno un istante a mettere in discussione l'efficacia marziale o cose di questo genere... parlo proprio di altro: è possibile diventare un poeta limitandosi a studiare a memoria i poemi dei grandi della letteratura o è necessario riuscire a scrivere qualcosa di nuovo ed originale?

Ed è possibile diventare geni musicali o chef stellati limitandosi ad eseguire alla perfezione gli spartiti dei grandi della musica o le ricette di Suor Germana?

La risposta è sempre e comunque NO!

Ecco perché in Aikido (e nelle Arti Marziali in generale) se ne parla ancora tanto, senza giungere ad una vera e propria consapevolezza definitiva sull'argomento...

Allora, facciamo pace con tutto ciò e cerchiamo di comprendere cosa facesse del Fondatore, IL Fondatore, di cosa facesse di Alighieri... il Dante che tutti abbiamo studiato, di Mozart il compositore di eccellenza che conosciamo... e pure di Suor Germana o di Sora Lella le cuoche che tutti ricordiamo piuttosto volentieri!

Ciò che accomuna tutte queste figure è il fatto che fossero degli ARTISTI, prima ancora di essere marzialisti, scrittori, musicisti o chef... e che l'arte è un processo interno/interiore che si manifesta all'esterno/esteriore.

L'apprendimento di tecniche marziali, tecniche di composizione poetica e musicale o tecniche di cucina costituisce l'alfabeto indispensabile a ciascuna di queste categorie per iniziare a dotarsi degli strumenti necessari per iniziare - potenzialmente - a fare arte con le rispettive discipline.

Ma si parla di strumenti di BASE, necessari ma non sufficienti perché l'artisticità si manifesti: molti hanno studiato le tecniche dell'Aikido... ma di novelli O' Sensei ne vedo pochi al momento, come mai?!

E la stessa cosa dicasi per geni della letteratura, della musica o della cucina; ci si ferma al livello Shu, quello della conformazione... nel quale è importante ripetere al meglio un movimento o una serie di essi, quando poi si vuole fare gli splendidi, si osa approdare ad Ha, interpretando, dando un proprio significato peculiare a quegli stessi movimenti (e rischiando così anche un mare di critiche!)...

Ma quand'è che si "CREA", nel vero e proprio significato del termine?

Quando il processo smette di andare da fuori a dentro, ed inizia ad esternarsi dal proprio intimo...

Per fortuna una didattica per tutto ciò ora esiste, e molte discipline la stanno scoprendo... perciò si sta collettivamente imparando a seguire ciò che in Aikido chiameremmo "Takemusu Aiki", ovvero a smettere di voler tenere tutto sotto controllo ed abbandonarsi all'ignoto, imparando a viverlo in modo più sereno, partecipe e costruttivo possibile.

Per ciò oltre 10 anni fa insistevo con sottolineare quanto fosse ridicolo continuare a confondere l'Iwama Ryu proprio con il Takemusu Aiki (chi è interessato trova QUI l'articolo); fra l'altro ogni disciplina ha il suo modo di fare questa cosa, quindi un attore impara ad improvvisare, un jazzista altrettanto... ed un buon cuoco impara a cucinare manicaretti con ciò che trova nel frigorifero, senza necessariamente avere a disposizione 10000 ricette e tutti i prodotti di un supermercato.

L'EMBODIMENT è appunto lo strumento che utilizziamo in Aikido, e lo si può fare sin dalla 1º volta che saliamo sul tatami, non è assolutamente essenziale essere esperti... anzi forse è proprio meglio iniziare fin da subito, quando non sappiamo ancora nulla!

Utilizzo questo termine inglese perché in italiano non abbiamo nulla che esprima lo stesso significato (purtroppo), infatti esso rende bene l'atto di dare una forma tangibile e fisica a un concetto, un'idea o una qualità astratta... appunto attraverso il corpo; per noi sarebbe qualcosa come "incorporare", "incarnare", "rappresentare" o "personificare".

Si tratta comunque di un processo che va da "dentro a fuori", così come qualsiasi forma di arte. Ma prima ancora di spiegare cosa sia, cerchiamo di capire insieme bene perché l'embodiment sarebbe qualcosa di così importante.

Ordinariamente parlando, riceviamo stimoli dall'esterno ed in base ad essi formuliamo una risposta adatta ad essi: sentiamo il suono di un'auto in arrivo, allora giriamo lo sguardo... la vediamo anche, e ci prepariamo a fare un passo indietro o un balzo in avanti per non essere investiti. Stimolo, elaborazione, risposta.

Riceviamo uno yokomenuchi (l'input sarà visivo) o un katatedori (input sia visivo, che cinestesico)... a quel punto il nostro sistema nervoso calcola il movimento migliore da compiere in base alla nostra posizione attuale ed al nostro grado di coordinazione motoria. Stimolo, elaborazione, risposta.

Tutto ok fino a qui, tuttavia esiste un problema di fondo che la fisica del nostro universo non ci permette di superare, ovvero il "tempo di latenza nella ricezione" e di conseguenza pure nella reazione: c'è infatti un tempo tecnico fra l'informazione in entrata (da canali visivo, auditivo e cinestesico), elaborazione neurale e la risposta in uscita... questo tempo NON può essere ridotto sotto ad una certa soglia, che dipende dagli strumenti che utilizziamo per compiere questo processo.

Ad esempio l'elaborazione razionale viaggia a circa 40 bit/s: se quindi voglio analizzare razionalmente pacchetti di informazione, non potrò scendere sotto la soglia richiesta dal mio emisfero sinistro per elaborare queste informazioni.

L'elaborazione razionale ha la caratteristica di essere molto "logica", e da questo punto di vista pure "ottimizzata", però e fottutamente LENTA in campo marziale (e non solo!) rispetto - ad esempio - all'elaborazione intuitiva, istintuale e spontanea... che invece viaggia intorno ai 40.000.000 bit/s (ovvero 6 - SEI - ordini di grandezza sopra quella precedente)!


Quindi dobbiamo trovare il modo di tenere occupata la razionalità, così da permettere al nostro istinto di agire al posto di essa in situazioni inaspettate ed inedite: se non lo facciamo, essa cercherà sempre di prendere il controllo, rallentando le nostre azioni.

Come si supera quindi il tempo di latenza della reazione: smettendola di REAGIRE ed iniziando ad AGIRE proattivamente... ovvero dando priorità a ciò che da dentro va verso il fuori e non limitandoci a lasciare che il nostro fuori sia l'unica fonte alla quale riferirci.

L'embodiment quindi diventa uno strumento straordinario per iniziare un processo INTERNO e lasciare che esso si manifesti spontaneamente fuori, a livello intuitivo e libero, ovvero NON razionale: ci si sente particolarmente scemi le prime 100 volte che si fanno questo genere di esercizi, ma poi ne si comprende l'effettiva indispensabilità!

Si tratta di immaginare una qualità che desideriamo esprimere: qualsiasi concetto astratto, archetipo, simbolo o prospettiva... ed iniziare a MIMARLA con il corpo, ossia consentire che da qualcosa di mentale possa esprimersi a livello SOMATICO.

Possiamo esprimere le qualità dei 4 elementi principali (terra, acqua, fuoco ed aria), oppure una prospettiva specifica della nostra pratica (la fluidità, la connessione, la decisione, la determinazione, la ricezione, la chiarezza mentale, la calma all'interno del movimento....) e iniziamo a muovere il nostro corpo in modo apparentemente caotico, ma facendo del nostro meglio per far si che i movimenti MIMINO, ESPRIMANO la qualità che stiamo studiando.

Questo processo fa andare le informazioni da DENTRO a FUORI... e chi ci guarda non dovrebbe vedere tanto noi, quanto una rappresentazione dell'archetipo che stiamo facendo del nostro meglio ad incarnare.

Ovvio che a questo livello NON si può COPIARE nessuno: ciascuno avrà il suo modo UNICO di esprimere la qualità della quale sta facendo embodying, quindi ogni forma di riferimento esterno sarà automaticamente tagliata fuori, per essere esclusivamente a contatto con la propria interiorità. Qui non esiste "giusto" o "sbagliato"... c'è solo l'azione.

Questa credo sia appunto la ragione per la quale nel mondo dell'Aikido si sta così lontani da queste pratiche: perché esse richiedono di perdere consciamente il controllo di ciò che si sta facendo e non consentono alcuna forma di imitazione del proprio super Sensei preferito! Non solo si rischia l'errore e la disarmonia: ci si fionda proprio dentro consapevolmente!

Si sperimenta l'ignoto, e in una condizione nella quale esso non può essere parametrizzato in alcun modo...

Però questo porta più lontano del previsto, perché ci mette in grado di AGIRE ad uno stimolo esterno INCLUDENDOLO nel nostro ignoto, anziché limitandosi a reagirvi, acquistando preziosi istanti di azione spontanea... cioè sperimentando il vero e proprio Takemusu Aiki che tutti andiamo cercando!!!

Solo che a fare questa esperienza possono essere letteralmente TUTTI, indipendentemente dall'età (i bambini lo fanno comunque meglio che gli adulti!), il proprio grado o titolo e la propria esperienza sul tatami. Si può letteralmente iniziare con l'embodiment la 1º lezione di Aikido che si fa, senza sapere ancora nulla delle varie tecniche... e spesso ciò risulta più semplice di quando un esperto prova a mettere da parte ciò che sa ed a lasciarsi andare!

Che frustrazione per i cosiddetti "esperti"!? Qui un momento in cui ci siamo bendati, per agevolare un movimento più spontaneo possibile....



Questo livello della pratica NON può - per definizione - essere tenuto sotto controllo da nessuna Organizzazione Aikidoistica e consente a chiunque di avere "prestazioni" assolutamente paragonabili a quelle del Fondatore: si viene attaccati liberamente, in qualsiasi modo (codificato o meno) e si è in grado di rispondere in modo naturale, spontaneo ed unico senza nemmeno pensare al da farsi, ma lasciando che sia la connessione con il partner a creare una situazione che potremmo definire "marziale", ma come risultato del tutto collaterale.

Se aggiungo che utilizziamo la MUSICA - elemento assolutamente NON contemplato dalla tradizione - come onda portante di questo genere di esercizi, comprenderete bene quando essi si scontrino contro i sacri dogmi dei praticanti più tradizionalisti, quelli cioè che che amano zavorrare la loro pratica a Shu o a Ri...

Ne comprendete anche però il potenziale?

Chi vi approda NON torna indietro... e questo spaventa veramente un botto!


Marco Rubatto



lunedì 15 giugno 2026

Il 7º kumijo... la contestualizzazione e le spiegazioni che non si danno

Nel proseguire con la nostra disamina dei kumijo codificati, quest'oggi è il turno del 7º esercizio.

Non si tratta di una sequenza particolarmente complicata, ma racchiude alcuni punti importanti da esaminare, che la dicono lunga sulla differenza che passa dalla didattica giapponese a quelle che spesso utilizziamo dalle nostre parti.

Innanzi tutto, la sinossi dei movimenti...

1A - uchi jo: prende l'iniziativa ed esegue uno gyaku yokomen uchi gedan (fendente sul lato opposto, a livello basso, in altri contesti anche chiamato "hiza giri") a partire dalla guardia di tsuki sinistra verso il ginocchio sinistro di uke jo;

1B - uke jo: esegue una parata gedan, facendo un passo indietro sul sei chu sen (la linea dell'attacco del compagno).


2A - uchi jo: attacca con uno tsuki chudan (colpo diretto di punta, a livello medio) a partire dalla guardia destra, verso l'addome di uke jo;

2B - uke jo: esegue una parata, che la forma codificata prevede venga fatta con un leggero avvicinamento (tsugi ashi in avanti), con la guardia destra.


3A - uchi jo: attacca con uno gyaku yokomenuchi jodan (fendente sul lato opposto, a livello alto), assumendo la guardia sinistra;

3B - uke jo: esegue un avanzamento molto ampio, che gli consente di agganciare il ginocchio destro del partner e di proiettarlo a terra.


Ecco il video che riproduce la sequenza...


Iniziamo a notare alcuni elementi semplici: uchijo fa 3 attacchi sequenziali, il 1º a livello basso (migi hanmi), il 2º ad altezza media (migi hanmi) ed il 3º alto (hidari hanmi); ukejo para i primi due e sul 3º entra e proietta: questo significa che NON è possibile fare kaeshi waza durante questo esercizio, se ogni movimento è eseguito correttamente, poiché ukejo non attacca mai.

Secondo punto importante: dopo avere eseguito 2A, uchijo ha bisogno di una distanza minima per poter sferrare l'attacco 3A alla tempia destra del suo compagno; se ukejo compie un avvicinamento troppo grande durante il movimento 2B... il 3A diventa insensato.

Per questa ragione, nonostante la forma preveda che ukejo accorci il maai durante il movimento 2B, è consentito lasciarlo inalterato (parare sul posto), o - addirittura - aumentare la distanza (parare arretrando)... purché il movimento 3A possa essere ancora eseguibile con un senso compiuto, anche se quel colpo non arriverà mai sulla tempia destra di ukejo.

Questo ci porta alla prima delle considerazioni importanti: la forma codificata va studiata in un modo prestabilito, ed il katageiko è proprio questo modo di stabilire come i movimenti vadano eseguiti... tuttavia essi devono - anche e soprattutto - risultare viatico di alcuni principi, senza i quali ha poco senso muoversi secondo il katageiko.

Ogni esercizio, alla fine, risulta situazionale: se ukejo entra un botto sia nel movimento 1A, che nel movimento 2A... facilmente ukejo NON riuscirà ad avvicinarsi ad esso nel movimento 2B (come sarebbe previsto), ma dovrà AGGIUSTARE la distanza, così che il rapporto fra i due praticanti continui a risultare interessante e sensato.

Il katageiko quindi è quello schema da seguire fino a quando ha un senso farlo, ed è proprio qui che entra in gioco l'esperienza di un praticante: un principiante esegue i movimenti che gli vengono mostrati ma NON ha gli strumenti adatti per comprendere se essi sono sensati in TUTTI i contesti che si andranno a vivere sul tatami.

Non può che ripetere e fidarsi del proprio Sensei: questi invece sta giocando una partita differente... ovvero sta modificando in continuazione la forma alla situazione che vive, il che vuol, dire non farà mai un kumijo esattamente uguale al precedente o al successivo, e tutti loro avranno valore e significato proprio per QUESTO!

Il "copia & incolla", in Aikido funziona poco (e talvolta male): bisogna partire magari da questo, ma è necessario al più presto comprendere cosa sta DIETRO la ripetizione di una forma, che non è mai qualcosa di fisso o stabilito una volta per tutte.

Ultima considerazione, a mio avviso molto importante: ora vi riporto 2 video con l'esecuzione di Saito Sensei del 7º kumijo. Il primo si riferisce ad uno stage in Francia del 1989...

Il Secondo, invece, è un vecchio filmato girato nel Dojo di Iwama nel 1972...



Avete notato nulla di strano?

Stesso Insegnante, stesso esercizio... 2 finali completamente differenti: il primo (come ho spiegato poco sopra) con una proiezione al ginocchio, il secondo con una proiezione eseguita sulle braccia di uchijo.

Come mai? A che cosa è dovuta questa differenza?

Non so rispondervi, ma è palese come la forma del 7º kumijo sia cambiata negli anni!

E non è qualcosa di accaduto SOLO a questo esercizio: negli anni abbiamo avuto modifiche al 2º, al 3º, al 7º kumijo... ed anche al 6º ed al 7º ken tai jo.

Quasi mai qualcuno è venuto a spiegarci COME MAI queste variazioni siano avvenute, tranne nei casi in cui esplicitamente è stato dichiarato che esse fossero dovute all'attenzione a ridurre gli incidenti durante la pratica (poiché la forma precedente a quanto pare ne era riuscita a causare tanti da cercare una forma alternativa più sicura).

E Saito Sensei è famoso in tutto il mondo per essere colui che ha preservato forse con più cura il repertorio tecnico del Fondatore: ma quindi uno che si era ripromesso di non cambiare nemmeno una virgola invece poi lo ha fatto?!

I cambiamenti sono innegabili, e dirò di più: attualmente suo figlio Hitoira Saito Sensei, che dichiara anche con il nome della sua Associazione (Iwama Shin Shi Aiki Shuren Kai) di voler ricercare proprio quella tradizione già tenuta cara da suo padre Morihiro... ha fatto a sua volta un botto di cambiamenti anche rispetto a quest'ultimo, questo è proprio più che evidente. Ho praticato alcuni anni con lui e mi sono accorto di persona di parecchie differenze tecniche.

Ma allora sti cambiamenti possono avvenire, oppure no?

AVVENGONO, punto... ma il motivo è differente rispetto a quello che può balzare nella mente di un occidentale poco impegnato nella disciplina. Io non insegno Aikido come lo insegnavo 10 anni fa... e 10 anni fa non lo insegnavo come lo avrei fatto 10 anni prima ancora: ogni Insegnante cerca in continuazione nuove strategie per migliorare sia ciò che propone, sia per facilitare la comprensione di chi ha davanti.

Se in un Seminar di Aikido capito in un gruppo che non ha mai tenuto il jo in mano... mi accontenterò forse di presentare loro i primi 5 suburi, in modo lento, più chiaro possibile. Al gruppo degli adolescenti talvolta "semplifico" i suburi stessi, pretendendo una forma molto meno dettagliata e precisa rispetto a quella che richiedo agli adulti. Ma non sto cambiando proprio niente, sto contestualizzando ciò che faccio!

Se ai miei ragazzi faccio una Special Class riservata agli yudansha (cinture nere), magari mostro 15 variazioni del 7º kumijo, e che comprendono sia la versione del 1972, sia quella del 1989... ed anche altre 13 che non compaiono in nessun video di Saito Sensei, ma che possono tranquillamente avere un senso per loro.

Ciò che quindi un principiante (o un Aikidoka disimpegnato) percepisce come "variazione" in realtà non è altro che uno degli innumerevoli modi che si hanno per fare una certa cosa, che però dipende anche dalla "bravura" o dalle capacità ricettive di chi ha di fronte il Sensei che spiega. Se ogni forma adottata contiene un principio, allora è degna di esistere... altrimenti è solo fuffa per allungare la brodaglia da propinare agli allievi, per avere ancora qualcosa da dare loro, prorogando la loro dipendenza dal proprio Insegnante.

Dal mio punto di vista, quindi, non è assolutamente scandaloso che Saito Morihiro Sensei o Saito Hitoira Sensei - ad un certo punto - abbiano deciso di insegnare versioni differenti dei loro esercizi, rispetto a quelli che avevano adottato fino ad un certo tempo: tutti contengono principi più che validi, quindi esistono tutte quelle differenti forme, hanno senso tutte, bisognerebbe studiarle e conoscere tutte... poi se ti alleni 3 volte al mese è già tanto che ti ricordi una cosa e che non fai tu un minestrone senza senso con tutto il resto.

La didattica è un'evoluzione continua, quindi se capitate da quelli che ti dicono che fanno SOLO ciò che faceva O' Sensei sappiate che si potrebbe trattare di qualcuno vi sta prendendo in giro (e prima ancora sta prendendo in giro se stesso), poiché il Fondatore è evoluto in continuazione per tutta la sua carriera marziale, ed è più che normale quindi che a chiunque di noi accada più o meno la stesa cosa!

A questo proposito, vi elenco nel prossimo video ALCUNE delle variazioni possibili al 7º kumijo, senza avere alcuna pretesa di essere esaustivo (ma se già uno si studiasse queste, sarebbe ben al di sopra della preparazione media delle persone che normalmente incontro!)



In fine abbiamo TUTTE le connessioni che si possono avere con i 9 kumijo che restano: anche questi esercizi "non sono canonici", nel senso che non ho mai visto Saito Sensei farli, ma vi invito a provare ad esercitarli e poi magari in seguito buttarli nella pattumiera... poiché sarebbe fin troppo semplice non fare una cosa solo perché il tal Maestro non la faceva: mi suona come una scusa per non mettersi mai in discussione ed in difficoltà, cosa invece nella quale un Aikidoka dovrebbe eccellere!



Marco Rubatto