lunedì 21 settembre 2026

Iwamista si... ma solo fino ad un certo punto

Il nostro esimio Ministro degli Esteri, Antonio Tajani, spesso ne spara di veramente grosse ed io sono stato ispirato dall'ormai celebre: "Il diritto internazionale è importante, ma fino a un certo punto"... per trovare un titolo azzeccato a questo Post.

Infatti, pur senza intenzione di offendere nessuno, volevo mettere in evidenza che distanza considerevole talvolta si nota fra chi dice di praticare il cosiddetto "Aikido tradizionale" e le azioni che compie (o non compie) in concreto sul tatami.

Uno iato spesso più considerevole del previsto, forse anche dovuto al fatto che talvolta ci si riempie la bocca di termini conosciuti solo in parte... e si finisce per militare in una "scuderia" della quale ci piace il nome, o nella quale c'è anche il nostro amico o Maestro.

Innanzi tutto, lo specificare che ci dovrebbe essere un "Aikido tradizionale" parte forse dalla necessità di alcuni di prendere distanza da come questa disciplina spesso è praticata in giro attualmente: se l'Aikido fosse una ricetta del pesto, allora "quello tradizionale" sarebbe forse quello fatto rigorosamente nel pestello, con foglie di basilico ligure e pinoli... giusto per creare un'etichetta che distingua da tutte le altre forme di pesto (o di Aikido) che si trovano in giro (quello senza aglio, quello coi pistacchi, quello con i pomodorini secchi, etc...). É una forma di branding o di rebranding.

C'è quindi una parte di praticanti - non considerevole, ma comunque significativa - che vuole chiamarsi fuori da ciò che più si vede in giro e rivendicare una sua forma più autentica ed - appunto - tradizionale... come per dire: "Guarda che noi siamo quelli che fanno le cose come si facevano una volta!".

Ciò è più che legittimo, e per una quindicina di anni sono stato il primo a farlo con una certa convinzione... salvo però poi nei seguenti vent'anni comprendere meglio COSA significhi sul serio praticare in modo "tradizionale". Inizialmente pensavo fosse qualcosa di inerente ad uno stile specifico di Aikido, ad una didattica... ho capito poi tramite l'esperienza diretta che si trattava invece molto più del "come", che del "cosa"...

Ne segue un minuscolo vademecum di distonie fra chi dichiara di praticare in modo tradizionale, salvo poi di fatto comportarsi in modo non poi così coerente con il suo dire.

I praticanti che provengono dalla metodologie didattica creata da Morihiro Saito Sensei, i cosiddetti "Iwamisti" (dal nome della località dove essa nacque) sono perlopiù le persone che si rifanno più spesso e con più insistenza ad uno studio tecnico più rigoroso, al grande valore insito nella tradizione, e alla loro necessità di rimanere ad essa più fedeli possibile.


Le lezioni iniziano quindi con un saluto shintoista, che consiste in 2 (o 4) battiti di mani e 3 inchini... si tiene un atteggiamento molto rispettoso del reishiki (le regole che regnano in un Dojo), si praticano le tecniche prima nella loro forma di base e quindi nelle eventuali forme fluide e varianti...

La pratica inizia quasi sempre con katatedori tai no henko e morotedori kokyuho... e termina quasi sempre con suwari waza ryotedori kokyuho; si da una notevole importanza fra il riai (l'armonizzazione) delle tecniche di armi e di quelle a mani nude... etc, etc, etc...

Questa è la buccia superficiale, almeno... ora diamo un occhio a cosa significasse un tempo praticare in modo tradizionale.

La maggioranza dei Maestri (reali) di Iwama Ryu che ho conosciuto hanno trascorso dai 3 ai 6 ANNI di studio in qualità di uchideshi (allievo interno) nel Dojo di O' Sensei, sotto la direzione giornaliera di Morihiro Saito Shihan; alcuni altri vi si sono recati spesso in visita, quando il loro lavoro glielo permetteva, magari soggiornando li per qualche settimana ogni anno... ma di solito ciascuno di essi ha trascorso qualche periodo come uchideshi, praticando OGNI giorno ed anche più volte al giorno; questa è la PRATICA TRADIZIONALE.

Quanti Insegnanti di Iwama Ryu attuali hanno speso parte del loro tempo di formazione presso qualche Dojo come uchideshi?
Non dico trattenendosi anni, ma almeno qualche settimana?
Chiunque - almeno sulla carta - dica di praticare in modo "tradizionale", senza però avere fatto questa esperienza, sta affermando qualcosa di ben parziale...

Quante volte alla settimana poi pratica un Aikidoka che vuole dichiarare di farlo in modo tradizionale?
C'è solo UNA risposta possibile: TUTTI i santi giorni, come un semplice sotodeshi (allievo esterno) del Dojo di Iwama... quindi non può certo dichiararlo chi si allena un paio di volte a settimana per un'ora e mezza alla volta!

"Eh, ma qui i corsi normalmente sono bisettimanali..." VERO, però ciò è incompatibile con una pratica tradizionale, agevolandone una interpretazione invece molto moderna ed occidentale... che sarà forse quella che ha preso più piede dalle nostre parti, forse l'unica possibile alle nostre latitudini (falso!) ma che non centra proprio un tubo con lo schedule che ancora oggi è possibile vivere presso un vero Dojo tradizionale (e non solo di Aikido, ma di qualsiasi forma di Budo), sia in Giappone, che in giro per il mondo... e non ce ne sono pochi luoghi così!

Il tuo Dojo offre ai suoi membri uno schedule tradizionale (lezioni quotidiane multiple) e la possibilità di ospitare allievi interni residenti (uchideshi)?
Se NO, sarà pure un luogo dove magari tecnicamente e didatticamente si studia l'Iwama Ryu, ma NON si tratta di un Dojo tradizionale di sicuro!

La tradizione prevede che ci siano keiko di prima mattina e di sera: alla mattina si fa tendenzialmente armi all'aperto, mentre di sera più taijutsu: il vostro corso di Aikido ha sia delle sessioni sia mattutine, che serali?

"Ehm, in realtà no... c'è keiko solo alla sera, perché di mattina si va a lavorare".... ed anche "il mio corso non ha uno spazio esterno per praticare armi"...

Perfetto, sono sicuro che si possa apprendere molto bene l'Aikido anche frequentando un corso solo di sera (per quanto 2 volte a settimana sia comunque abbastanza pochino), ed anche se non si ha uno spazio per allenarsi all'aperto: solo sappiate che questo mondo di fare NON risulta per nulla tradizionale, tutto qui!

Le cinture colorate NON si usano: tradizionalmente i gradi kyu hanno tutti la cintura bianca, come mai quindi che molti corsi di Iwama Ryu hanno preso la bizzarra abitudine di fornire ai loro allievi le cinture che si utilizzano nel Judo?
Comprendo ancora il caso di corsi per bambini, che devo avere un elemento visibile che connoti i loro progressi... ma gli adulti? Non volevamo essere tradizionali?

Secondo le usanze del Budo, è possibile insegnare con il grado MINIMO di 3º dan, ovvero raggiunto il titolo di [指導員]"shidoin" - che significa "Istruttore" o "Allenatore Qualificato" -. Risulta ovvio che per essere i responsabili di un vero e proprio corso, sia necessario prima avere raggiunto una certa maturità nella disciplina... non ci si può certo improvvisare.

Persino la Federazione e gli EPS italiani (che non hanno proprio nessuna ambizione di essere considerati "tradizionali"!) NON consentono ad una semplice cintura nera di insegnare in autonomia, se non a fronte di un grado dan minimo e della frequenza di alcuni corsi di specializzazione... Abitudine che mi pare più che responsabile!

Alla luce di ciò, quanti sedicenti "Maestri di Iwama Ryu" dovrebbero esserci secondo voi in Italia con il solo grado di "shodan" (1º dan)? "Nessuno", mi si potrebbe rispondere... e invece no: ce ne sono, eccome!
Anche in questo caso, tutti elementi che sposano la tradizione, fino a quando essa non impedirebbe loro di fare ciò che fanno... momento nel quale non ci sono remore ad essere molto meno tradizionalisti.

Addentriamoci ora in elementi ancora più importanti...

Il cartello qui a fianco è comparso nel Dojo di Iwama nel marzo del 1992: la celebre frase giapponese "Gambariai keiko wo kinshi shimasu" (頑張り合いの稽古を禁止します), tradotta in inglese come "Using force to stop your partner from completing the techniques is prohibited", e fu affisso per volere di Morihiro Saito Sensei.

Il testo in inglese e la grafia che si vedono nel cartello originale furono scritti da Patricia Hendricks Sensei, una delle più importanti allieve occidentali di Saito Sensei, su esplicito incarico del suo Maestro, mentre la storica fotografia in bianco e nero del cartello appeso alla parete di legno del Dojo fu scattata da Bill Essig Sensei.

L'inglese non è sicuramente una traduzione letterale, ma in italiano può essere resa con:"È vietato usare la forza per impedire al partner di completare le tecniche".

Ora ho postato questo documento storico perché chi si è allenato secondo la metodologia di Iwama per qualche tempo sa molto bene quanto sia diffusa l'abitudine di USARE LA FORZA PER IMPEDIRE AL PARTNER DI COMPLETARE LE TECNICHE!

Ebbene, signori... a quanto pare questo elemento NON ha proprio nulla a che vedere con l'allenamento tradizionale, per dichiarazione e richiesta autografa di Morihiro Saito Sensei...

Qui qualcosa di importante deve essere stato misinterpretato, almeno qui in Italia: eseguire una presa solida, infatti, non ha nulla a che vedere con un comportamento rigido o con il maldestro tentativo di impedire al partner di terminare la tecnica che sta eseguendo.

Bloccare con fermezza significa imporre una stagnazione di quel ki che dovrebbe naturalmente scorrere, quindi ha senso proporre un allenamento nel quale io possa sentire pienamente la forza fisica del mio attaccante... ma non c'è relazione con il fatto che questi debba per fare di tutto per sabotarmi. Tanto più che egli sa già cosa andrò a performare, quindi gli risulta molto semplice muoversi in modo da annullare i miei movimenti.

Io devo spostare una mano verso l'altro, lui preme verso il basso e la mano resta ferma: è una semplice risultante delle forze applicate su un punto... diverso invece e molto più utile è se uke stringe forte un punto - ma in modo neutro - ed io riesco a far muovere quel punto utilizzando l'angolo più appropriato.

Resistere NON è sinonimo di attaccare, ed uke deve fare per ruolo questa seconda cosa, evitando la prima... altrimenti si preclude la possibilità di imparare i kaeshi waza.

Un altro punto importante: è assolutamente veritiero che O' Sensei stesso considerasse FONDAMENTALE l'allenamento statico, ma è una perfida misinterpretazione che TUTTO l'allenamento di base debba essere STATICO, almeno fino al raggiungimento del 1º dan.

Questo lo sa bene chi ha frequentato stabilmente il Dojo di Iwama negli anni nei quali c'era sia il Fondatore, che Saito Sensei: gli allenamenti erano sia statici che dinamici... da subito e per TUTTI, yudansha o principianti che fossero!

Non c'è nulla nella tradizione e traduzione giapponese del termine [基本] kihon che rimandi alla staticità: i due kanji sono [基] "moto/ki" che significa "fondamento, origine" e [本] "hon" che vuol dire "principale, reale, genuino, appropriato, sapere, libro"... potremmo dire "origine del sapere", "fondamento principale".

Il kihon quindi NON si contrappone al cosiddetto ki no nagare, come molto spesso si sente dire proprio nei cosiddetti "corsi di Aikido tradizionale"... poiché è possibile praticare in modo fluido anche una tecnica di fondamento, di base... pensiamo al tai no henko, per esempio.

Non smette di essere un esercizio fondante SOLO perché lo eseguiamo in modo dinamico!

Anzi, rincaro la dose: a livello tradizionale, le tecniche si distinguono in [固体] kotai, "corpo solido", [柔体] jutai "corpo cedevole"... [流体] ryu tai, "corpo fluido" e [氣体] ki tai, "corpo energetico"...

Mi aspetto quindi che un Aikido sedicente "tradizionale" contempli TUTTI questi tipi di allenamento... e non sicuramente solo il primo: nel vostro bel Dojo tradizionale... voi praticate proprio TUTTI, TUTTI questi livelli? Vi dicono forse che non avete ancora esperienza sufficiente per farlo? Il Maestro ce l'ha almeno?

Se anche solo faceste regolarmente pratica con i primi 3 dovreste già considerarvi super fortunati!

Un ultima considerazione, che non piacerà ad alcuni: il fatto che Saito Sensei abbia votato la sua intera esistenza alla diffusione dell'Aikido in modo più tradizionale possibile NON è assolutamente sinonimo che tutti quelli che lo hanno frequentato abbiano compreso sempre tutto e nel migliore dei modi...

L'Iwama Ryu che si pratica dalle nostre parti mi pare spesso più una sorta di "museo storico" che un vero e proprio metodo d'allenamento
: pochissima capacità dinamica, scarso rilassamento, uke che cadono come gatti di piombo, leve portate inutilmente allo spasimo, abitudine diffusa ad infiggere dolore inutile, gente che ripete ore ed ore le stesse menate... con la convinzione mistica che "un giorno sarà concessa loro l'illuminazione marziale". Beh, non ci trovo proprio nulla di tradizionale in tutto ciò!

Per non dimenticarci poi che Tohei, Tada, Tamura, Kobayashi, Yamada, Yamaguchi... e molti altri - pur non risiedendo ad Iwama stabilmente - hanno sicuramente praticato Aikido in modo piuttosto "tradizionale", non tanto come indirizzo tecnico, quanto come intensità, ingaggio, ritmo e tempo trascorso sul tatami.

Ho incontrato diversi praticanti e docenti che giungevano da altri lineage rispetto a quello di Iwama che avevano piuttosto chiaro a loro volta che:

- ci si allena tutti i giorni;
- non si usano le cinture colorate;
- per insegnare è necessario raggiungere prima un grado dan minimo non banale;
- l'allenamento di base è importante;
- l'allenamento è sia statico, che dinamico;
- non serve un tubo cercare di bloccare il proprio partner con la forza muscolare;
- la pratica consiste in vari livelli, dal più materiale al più sottile,  ed è necessario fare esperienza di tutti loro!

Quindi se ci piace la tradizione è ok, ma non possiamo viverla come se fosse una pasticceria, nella quale facciamo nostri solo gli elementi che ci solleticano di più il palato... questo elemento si, quell'altro non molto, un altro ancora proprio per nulla...

A me la tradizione piace molto, perché è il lascito del passato a noi e rappresenta la staffetta che dobbiamo portare con noi nel nostro cammino, per poterla poi cedere a nostra volta alle generazioni che verranno: però la tradizione NON può e non dovrebbe diventare una gabbia o un vanto... quanto una precisa responsabilità per chiunque vi si accosti.

Spero vivamente che il rischio di venire considerati Iwamisti nella maniera in cui Tajani ha descritto il diritto internazionale vi faccia desistere dall'essere "tradizionalisti"... e vi conduca a comprendere cosa significhi realmente aderire alla tradizione, ben al di là dell'angolo che utilizzate nell'eseguire le varie tecniche.

"La tradizione è custodire il fuoco, non adorare le ceneri"
[Gustav Mahler]


Marco Rubatto








lunedì 14 settembre 2026

Aiki age & Aiki sage: il controllo dell'asse verticale di uke

A differenza di chi ancora si ostina a cesellare la propria pratica con uno stile specifico, da un pezzo è possibile lavorare su principi della disciplina che risultano applicabili in qualsiasi contesto tecnico e didattico: è il caso di Aiki age e Aiki sage... le montagne russe dell'Aikido!

Questi principi erano già studiati nel Daitō-Ryū Aikijūjutsu, dal quale l'Aikido sappiamo derivare... quindi niente di nuovo o di rivoluzionario sotto il sole, se non la nuova prospettiva nella quale possiamo rileggerli ed utilizzarli nella pratica ordinaria.

Servono entrambi a squilibrare istantaneamente l'attaccante (uke), agendo sul suo centro di gravità senza usare un eccesso di forza muscolare; esaminiamoli uno alla volta...

 [合気上げ] Aiki age: sorgere/sollevare Aiki

"Age" significa "sollevare" o "alzare", quindi questo principio consiste nel sollevare le braccia quando si viene afferrati solidamente ai polsi stando in ginocchio (seiza) o in piedi. Non si usano i bicipiti o la forza delle spalle però per farlo.

Il movimento è generato dall'asse centrale del corpo, con una rotazione interna ("ruota che gira all'indietro"). Ciò trasmette la forza direttamente attraverso i polsi di uke, sollevandone i gomiti e minando il suo radicamento a da terra, per privarlo di stabilità.

Aiki age è ben rappresentato nelle prime fasi della tecnica mostrata nel seguente video...



[合気下げ] Aiki sage: sprofondare/abbassare Aiki

"Sage" significa "abbassare" o "portare giù"; risulta il movimento complementare al precedente, nel quale le braccia scendono per proiettare o immobilizzare l'avversario. Il principio segue una rotazione in avanti ("ruota che gira in avanti"). La discesa non avviene spingendo con la forza delle braccia, ma modificando l'angolo della colonna vertebrale e lasciando cadere il peso del corpo nel proprio baricentro (spostando il peso in avanti e verso il basso).

La traiettoria corretta porta uke a crollare dietro i propri piedi o a subire un collasso strutturale delle articolazioni... in qualche modo egli si sente "schiacciato a terra".

Aiki sage è ben rappresentato nella tecnica contenuta nel seguente video...


Perché questi elementi risultano fondamentali?

Si comprende bene dalla pratica che tutte le centinaia di tecniche esistenti sono semplici combinazioni lineari di questi due vettori fondamentali di energia. Più che strategie di combattimento, sono studi per sviluppare la "forza interna" (kokyu ho o Aiki inryoku) e la gestione del baricentro.

Quando uke ci attacca, le traiettorie di evasione possono essere le più disparate, ma la nostra azione su di esso o gli fa alzare il baricentro, rendendolo quindi più mobile ed instabile... oppure gli indirizza il baricentro verso terra, rendendolo quindi più stabile e meno mobile.

Entrambe le condizioni hanno pregi da poter utilizzare: se la sua instabilità aumenta (Aiki age), è più semplice sbilanciarlo con l'azione successiva; se la sua stabilità aumenta (Aiki sage), diminuisce la sua mobilità rispetto alla nostra, quindi sarà più facile proseguire con l'azione dinamica, qualsiasi essa sia.

Da qui realizziamo un principio importante della pratica: l'altezza del baricentro di uke non deve essere uguale a quella del nostro stesso baricentro durante un'azione, ed Aiki age è lo strumento per farglielo alzare, mentre Aiki sage è quello per farglielo abbassare.

Paradossale vero che la disciplina che fa di tutto per cercare di stare allo stesso livello del proprio assalitore (filosoficamente parlando).. di fatto richieda che fisicamente i baricentri non stiano allo stesso livello, una volta che il contatto si è stabilito?

Ora la cosa complessa NON è comprendere la dinamica di Aiki age ed Aiki sage, ma è REALIZZARLA!

All'inizio c'è inevitabilmente la tendenza ad un eccessivo utilizzo della forza fisica, facendo lavorare le braccia al posto del proprio centro addominale.

I due principi sopra esposti - infatti - richiedono un significativo livello di integrazione del proprio movimento corporeo con l'hara, e questa è una dinamica non così semplice da replicare per un principiante.

Padroneggiare questi due principi richiede una certa esperienza di auto-percezione e connessione con i propri compagni di pratica. In ogni caso, svelato ora l'arcano, vi invito ad osservare la naturalezza ed il poco sforzo fisico che utilizza un esperto per dirigere in alto o in basso il baricentro del partner durante qualsiasi azione tecnica.

Una volta resi consapevoli di questi principi, il vostro Aikido svolterà qualitativamente in modo notevole, ma non voglio convincere nessuno... Provate voi stessi, ovviamente sotto la supervisione di un Insegnante qualificato.


Marco Rubatto








lunedì 7 settembre 2026

Poca conoscenza pubblica dell'Aikido? Ipotesi sulle responsabilità e proiezioni future

Di solito inizio una stagione del Blog con interventi particolarmente significativi (almeno per me) e devo dire che quest'oggi lo faccio in modo forse meno sereno di quanto avrei voluto...

Prima della pausa estiva - da aprile a giugno, per l'esattezza - ho avuto la possibilità di collaborare con il Prof Giovanni Volpe, che insegna Storia dell'Arte in un istituto Psico-Pedagogico di Torino: grazie al suo supporto, 3 classi (una 3º, una 4º ed una 5º superiore) si sono alternate con alcune mattinate di laboratori sulla gestione del conflitto, Aikido e Meditazione al mio Dojo.

L'esperienza a me è piaciuta molto ed ho avuto anche ottimi feedback da parte dei ragazzi... tuttavia ho anche fatto rispondere loro ad un breve questionario PRIMA di fare l'esperienza, così da comprendere cosa ne sapessero in generale delle attività che si apprestavano a fare.

Una cinquantina abbondante di ragazzi in tutto, bravi ragazzi, puliti, rispettosi, affamati di sapere e di crescita... che però hanno mostrato di possedere solo stereotipi poveri delle Arti Marziali e della Meditazione: "combattimento", "calci volanti", "difesa personale"... "eliminare i pensieri", "stare calmi"... e tutta una serie poco edificante di luoghi comuni e scemenze che propina a riguardo il cosiddetto mainstream.

Ciò che mi ha colpito di più però sono state le risposta alla domanda: "Conosci la parola Aikido? E se si, cosa significa per te?"...

Il 99% dell'utenza ha risposto qualcosa di simile a: "No, non so proprio nulla a riguardo"!

Ora...

Non siamo più nel 1800, e le informazioni girano abbastanza facilmente, tanto che ciascuno di quei ragazzi con 10 min di ricerche sullo smartphone può diventare più colto di molti Aikidoka navigati a riguardo di questa disciplina: il punto però è... perché essa si conosce ancora così tremendamente poco all'interno delle fasce giovanili?

Molti hanno citato il Judo, altri il Karate o il Kung Fu... magari scrivendo sbagliate queste parole, ma avendo in qualche modo una offuscata idea dell'esistenza di queste discipline, quindi perché NON dell'Aikido?

Mi sono fatto alcune lunghe riflessioni in merito... che quest'oggi condivido - almeno in parte - con voi tutti.

I ragazzi conoscono (male) ciò che imparano a scuola e (bene) ciò che compare su mainstream e Social Network: in nessuno di questi luoghi, a meno che una persona non faccia ricerche specifiche ed autonome, compare di default l'Aikido... così come qualsiasi cosa che si riconduca ad esso.

I genitori di questi ragazzi - che hanno più o meno la mia età - forse hanno visto qualche film di Steven Seagal degli inizi, quando non era ancora panzone e si faceva intravvedere per 20 secondi con il keikogi addosso: anche la mia generazione, quindi, non ha avuto grandi chance pubbliche di conoscere l'Aikido... di conseguenza difficile che proponga di conoscerlo alle generazioni attuali!

Gli algoritmi odierni ti tempestano di ciò che ritengono ti interessi, una volta che comprendono cosa sia che può trattenere la tua attenzione: ovvio perciò che non appena mi affaccio ad un Social Network a me compaia Aikido da tutte le parti ed in ogni salsa, ma questo è perché ho scelto che la mia vita giri introno a questo... quindi vengo intasato praticamente solo da questo genere di contenuti.

Ma se non accendi la miccia giusta, l'algoritmo esplode un po' dove vuole lui... o peggio, indirizza le tue preferenze e ne sollecita alcune poi non necessariamente a tuo vantaggio reale: in ogni caso è lui che ha scelto per te e non tu che hai indirizzato lui con ciò che ti interessa davvero.

E perché mai una persona dovrebbe cercare una parola come "Aikido" sul Web, così da attrarre l'attenzione degli algoritmi su di essa?

Per non essere "etero-diretti" dallo strumento che può finire per farci da padrone, anziché da servo, dico io... ma forse è più comodo farsi riempire di contenuti, anziché cercarci quelli che stimolano di più le nostre curiosità più autentiche.

Già abbiamo le idee ancora molto confuse sul significato ed il ruolo delle Arti Marziali più conosciute, quasi tutte stravolte nei loro valori più tradizionali da un'eccesso di sportivizzazione... figuriamoci se ci viene in mente di informarci su qualcosa che non contiene forme (esplicite) di competizione!

C'è la paura che incute il mainstream sulla società in apparenza sempre più violenta della quale facciamo parte: evidente che chi ci crede non ha mai studiato molto la storia, né ha fatto molti viaggi in alcune aree specifiche del mondo (come Venezuela o Cambogia): ci sono effettivamente ancora alcuni luoghi del mondo nei quali bisogna fare una certa attenzione quando si esce di casa... ma per fortuna la nostra società non risulta esattamente nelle loro top list.

"Ma non senti cosa dicono la telegiornale?... Furti, aggressioni, stupri, violenze di ogni genere, ogni giorno!"

Risposta: ovviamente NO che non ascolto ste scemenze, ma in ogni caso la sicurezza personale può essere una strada più che legittima per interessarsi alle Arti Marziali... bisogna tuttavia comprendere in quale ottica lo facciamo e se siamo poi in grado di coglierne il valore, o se cerchiamo una coperta di Linus con la quale ammansire le nostre ansie più inconsce.

Se ho paura per la mia incolumità, provo timore/paura/panico all'idea di essere aggredito/a, magari mi affaccerò ad un corso di Difesa Personale, e se ne incontro uno serio (non impossibile, ma nemmeno così frequente) comprenderò quanto non sia un abito "acquistabile" come i pacchetti vacanza last minute: ci va tempo e costanza ad allenare corpo e mente, altrimenti soccomberemo alla prima pressione seria alla quale saremo sottoposti (sia essa di carattere psicologico o psicofisico).

A questo punto le persone si dividono in due macro gruppi: chi crede di avere risolto il suo problema, supponendo di avere acquisto strumenti tali da riuscire ad affrontare l'eventuale pericolo improvviso... e chi è consapevole di non avere veramente poi così voglia, risorse e tempo per affrontare la questione seriamente, ora che si rende conto di quanto sia complessa.

I primi molto spesso credono di avere risolto il problema avendo acquisto la forza ed il metodo per smettere di essere vittima e diventare il carnefice del proprio carnefice... i secondi si rendono conto che in caso di pericolo non possono che rimanerne vittime, e provano a mettersi l'anima in pace.

In ogni caso, l'interessamento finisce li... e non si sarà nemmeno scalfito la superficie più esterna di un'Arte Marziali tradizionale: essa infatti è fatta di costanza, lavoro, disciplina, ingaggio, perseveranza, accettazione della frustrazione... tutti elementi che col kakkyo che si imparano in un corso di Difesa Personale di 10 lezioni! Ci vanno anni ed anni...

Nel caso raro nel quale invece l'esigenza di sicurezza spingesse verso un corso di una disciplina marziale tradizionale, possediamo un mindset nel quale l'aggressore è il cattivo/stronzo/fuorilegge e chi si difende è il buono/legittimo/da tutelare: le Arti Marziali - complici i film di Hollywood - sono quindi state rese come l'eroe di turno (ad esempio John Wick) sconfigge "i cattivi" (i boss mafiosi) dopo che questi hanno fatto qualcosa di profondamente ingiusto (gli hanno ammazzato il cagnolino).

Allora c'è He-Man (un energumeno muscoloso con il caschetto di capelli biondi della Carrà) che incenerisce Skeletor, dopo che questi si era impossessato con la violenza del pianeta Eternia: e chi se ne frega se He-Man dovrà essere un po' violento... ha iniziato Skeletor a fare lo stronzo, se le merita tutte ste botte!

E ci sono gli Avengers contro Thanos e Trump contro quei "bastardi" dell'Iran: in tutte queste narrazioni c'è un buono che si deve difendere contro i soprusi ingiusti di un cattivo, e lo può fare - a sua volta - nel modo che meglio ritiene, poiché "la vittima ha diritto di reagire e difendersi". Quante cagate...

Molte delle discipline marziali tradizionali sono state rilette secondo questo copione americaneggiante e malato e per nulla corrispondente alla realtà: quindi uno fa Judo per vincere la gara, fa Karate per colpire l'avversario senza poter essere colpito da esso... e così via.

Figuriamoci quanto può essere alla ribalta una disciplina che NON prevede la necessità di attaccare proprio nessuno e che fa della sua filosofia l'esigenza di rispettare sia fisicamente, che psicologicamente il proprio "avversario", tanto da non volerlo nemmeno più considerare tale!

Ma a cosa servirebbe mai sta roba?! É veramente inutile... se non ti render nemmeno lontanamente simile ad He-Man, a John Wick, agli Avengers o a Trump...

Lo sappiamo bene, tuttavia ad alcune persone interessa di più studiarsi e conoscersi, magari in condizioni di stress, omeopatico o intenso che sia, ma che non hanno alcuna spinta verso uno stereotipo macista, nel quale la violenza viene sconfitta con altra violenza.

Se uno non approva la violenza, si sente titolato a non accettarne dagli altri, ma non desidera diventare un violento a propria volta per evitare i piedi in testa di terzi: potremmo definirla una prospettiva "pacifista"... ed un po' più filosofica, forse.

Ma qui incontriamo nuovamente lo iato fra chi vuole diventare un santo, un illuminato o un filosofo - di solito immaginato più come topo da biblioteca - e chi investe sulla forza e prestazione, perché esercita il suo corpo... non importa se rimanendo scemo!

Qualcuno ci vieta di fare sia l'una che l'altra cosa?

L'Aikido è la disciplina che - più di altre - abbatte il limite della dualità, ma interessa a qualcuno conoscere esprerienzialmente cosa si nasconda dietro ai binomi bene/male, vittima/carnefice, intellettuale/fisico, spirituale/materiale, nemico/alleato...?

C'è chi vuole comprendere il fenomeno della connessione, poiché intuisce che quella che sono in grado di avere con qualcun altro specchia la qualità della connessione che ho con me stesso: va quindi a cercare la persona con la quale è più complicato avere trasporto ed empatia, ovvero il proprio nemico... e si confronta con esso per studiarsi, non per vincere una medaglia.

Di solito, quando faccio presente questi concetti, gli occhi dei presenti si illuminano un tot: perché poi quindi queste persone si accontentano che restino semplicemente "bei concetti"?

Lo dico senza timore di essere smentito: perché abbiamo paura di credere nei nostri sogni, abbiamo paura di realizzare quanto siamo potenti se puntiamo tutto sul nostro intuito, temiamo di esperire la connessione con il prossimo e quindi con la nostra natura più autentica... che è tutt'altro che materiale.

Quindi rifuggiamo a gambe levate - mediamente parlando - da una disciplina che potrebbe suggerirci uno storytelling differente da quello al quale ci hanno abituati, sin dalla più tenera età.

Gia, perché siamo - sempre generalmente parlando - animali addomesticati, ammaestrati a pensare in un certo modo, a comportarci secondo regole condivise, ma difficilmente scelte dal singolo: viviamo in gabbie preparate per noi e quindi autoalimentate da noi stessi.

Non temo nemmeno di passare troppo da complottista se affermo che tutto ciò fa buon gioco a chi ci governa: si chiama "divide et impera", e viene applicato - da sempre nella storia - dai governi di tutto il globo... un processo secondo il quale il singolo va fatto sentire una monade, sola, separata ed impotente rispetto al contesto che lo contiene.

L'Aikido, quindi, non conviene al singolo che non ha voglia di mutare la sua condizione di "schiavo" di se stesso... e non conviene a chi comanda questi chiavi, se attraverso questa disciplina si dovessero creare consapevolezze condivise, non poi così banali da tenere sotto controllo!

Ed ecco che la disciplina viene cercata da pochi, non compare nei contenuti previsti per un grande pubblico, non viene finanziata, anche perché non è una fonte sulla quale è possibile al momento instaurare fonti di lucro notevoli. É troppo semplice e diretta... trasformativa, pericolosa per il mantenimento di uno status quo che non piace alla maggior parte delle persone, ma per difendere il quale ci hanno insegnato a combattere fino all'esaurimento.

Ora mi ricordo che Franco Battiato, in una sua celebre canzone del 2004, ci ricordava che "le aquile non volano a stormi"... non lo hanno mai fatto e forse non lo faranno mai, perciò risulta forse più che naturale che certe discipline risultino sempre un po' di "nikya"... perché di nicchia sono gli esseri umani che usano il cervello, il cuore e che vogliono realizzare loro stessi in questa vita.

Però è anche indubbio che l'umanità stia cercando (goffamente) di uscire dal cul-de-sac nel quale si è infilata, a forza di puntare tutto sul profitto, sulla competizione e sul controllo e sfruttamento delle risorse e delle persone... quindi forse una disciplina come l'Aikido può risultare di grande beneficio per coloro che vogliono scendere da questa giostra irresponsabile ed inumana, sulla quale la nostra specie è collettivamente salita già molto tempo fa.

Ed il numero di queste persone sta senza dubbio crescendo, seppure con una velocità inferiore al desiderato di tutti, quindi la buona notizia è che l'Aikido interesserà via via ad un maggior numero di individui, con il trascorrere del tempo!

Come mai allora la percezione è
proprio quella opposta... ovvero che non interessi a nessuno?
Si tratta del famoso rumore più forte che fa un albero che cade, rispetto a quello di una foresta che cresce...

In proporzione, l'Aikido è qualcosa che ha a che fare con gli stessi meccanismi che governano la democrazia: in pura teoria, il fatto che il governo sia del popolo (almeno in apparenza) sembra una cosa positiva e rassicurante, però dobbiamo anche ricordarci che la maggioranza - che è quella che in democrazia decide - NON è costituita dalle persone più sagge.

Il buon senso ed una certa sensibilità sono in media la prerogativa del 15-20% massimo delle persone in circolazione, ne segue che queste NON costituiranno mai la maggioranza degli aventi diritto al voto: quindi, se serve fare un'interrogazione parlamentare per intercettare il voto dei cittadini, state sicuri che si cercherà qualcosa che solletichi l'80-85% di essi... e non la minoranza del 15-20%.

Ne segue anche che i programmi del main stream e gli algoritmi dei Social sono tarati per l'80-85%... e non il 15-20%, quindi comprendete bene perché la nostra disciplina non sembra fra le priorità principali della società globale nella quale tutti viviamo: non ha gare, non ha sponsor... consente di conoscersi meglio, di apprendere come trasformare un conflitto in un'occasione evolutiva. Ma stiamo scherzando: non ha motivo proprio di esistere!

In poche parole, permette a parte di quel 80-85% di "fessi qualunquisti" di cambiare livello quantico e di andare a far parte del 15-20%, diminuendo la schiera dei primi ed aumentando quella dei secondi: che interesse avrebbe una società come la nostra a creare al suo interno individui svegli, consapevoli dei propri limiti e capacità, e - quindi - molto meno manipolabili?

Molto meglio puntare sui Talent Scout, sull'Isola dei Famosi, sui balletti di Tik Tok... che sulle crisi spirituali che hanno condotto Morihei Ueshiba verso l'Oomoto Kyo... o che gli hanno fatto rileggere le tecniche del Daito Ryu Aiki Jujutsu in Aikido, non credete?

Sembra brutto ed inopportuno ricordare che abitiamo una società che investe molto poco in cultura ed in prevenzione e cura della salute: la Scuola subisce tagli costanti da decenni, e così la Sanità... in compenso dobbiamo correre a riarmarci fino ai denti, e la nostra Premier afferma che l'Italia è al 2,8% del PIL per il riarmo, ma che nel 2027 cercheremo di aumentare questa quota, fino a poter giungere al nodo del 5%.

Sapete quanto è il 2,8% del PIL?
Sono circa 64,6 MILIARDI di euro... che ogni anno buttiamo nel cesso per acquistare armi, nel caso la Patagonia, il Liechtenstein o la Repubblica Democratica del Congo decidessero di invaderci all'improvviso.

Sapete quante scuole, quanti ospedali, quanta cultura e quanta consapevolezza sulla non violenza ci si potrebbe fare ogni anno con 64, 6 MILIARDI di euro? Quanti corsi di Aikido ci si potrebbe sponsorizzare?

Solo che questo non interessa molto a quel 80-85% di "fessi qualunquisti" ed ai loro burattinai: ma la buona nuova - lo ripeto - è che queste percentuali si stanno riducendo, mentre quelle del 15-20% non fanno che aumentare... PIANO, ma aumentano senza possibilità di invertire questa tendenza.

L'universo è l'unico sistema isolato che esiste ed al suo interno l'entropia cresce sempre - lo dice il 2º Principio della Termodinamica, mica io - ed essa rappresenta il grado di simmetrizzazione ed armonia che è in grado di raggiungere il sistema: quindi, più procediamo, più la società diverrà armonica, che lo vogliano o meno i nostri governanti deliberatamente estratti dal 80-85% di "fessi qualunquisti".

Al limite, mi attendo periodi sempre più duri per la divulgazione dell'Aikido in futuro, quando si saprà meglio a livello globale di cosa si tratta: esso va nella direzione opposta della rotazione degli interessi su questo pianeta, quindi ora viene perlopiù ignorato grazie al minuscolo impatto che ha sulla società... ma il mantenimento dello status quo renderà forse in futuro necessario censurarlo o vietarlo?

Non ne ho idea proprio, ma mi sorprenderei proprio poco nel caso ci fosse anche questo maldestro tentativo di tarpare le coscienze...

Cosa possiamo fare noi in questo quadro?

Direi che il top sarebbe rimanere se stessi a fare ciò che ci ispira, come molti di noi hanno sempre fatto proprio praticando l'Aikido: non siamo qui per salvare il mondo, che se avrà voglia troverà il modo di salvarsi da solo.

Siamo qui per comprendere chi siamo e cosa siamo venuti a fare su questo pianeta: a me l'Aikido ha aiutato molto nella risposta a queste domande, e sono più che certo di non essere il solo.

Se con la pratica di questa disciplina sarò riuscito a rendermi anche poco migliore di come ero un tempo, avrò già vinto la mia
piccola, ma importante, battaglia con me stesso - l'unica che mi pare veramente importante combattere - restituendo forse alla società una persona leggermente meno fessa e qualunquista rispetto alla media. E questo mi basterebbe di gran lunga.

L'effetto Maharishi o il campo morfogenetico di Scheldrake faranno il resto.


Marco Rubatto







lunedì 6 luglio 2026

夏休み Natsu yasumi per Aikime

É tempo di prenderci un periodo di riposo, quindi il Blog si ferma per le vacanze estive.

É stato un anno intenso e piacevole... trascorso fra ricerche, esplorazioni ed interessanti discussioni nate sulle pagine Social ed in privato: quindi un grazie "caloroso" o "rinfrescante" (scegliere voi!) a tutti coloro che continuano a mostrarci interesse, coinvolgimento e supporto!!!

Noi ci ritroveremo nuovamente on-line a partire da lunedì 7 settembre 2026.

Buone vacanze a voi tutti!


Marco Rubatto

lunedì 29 giugno 2026

La clessidra dell'Aikido: un'evoluzione nell'evoluzione

Siamo portati a credere che il tempo sia lineare, e che scorra in un'unica direzione... perché così è come ci hanno detto stare le cose sin dalle scuole elementari.

E altrettanto tendiamo a pensare che problemi e progressi si dispongano su questa linea in modo progressivo ed incrementale... l'esperienza diretta però ci mostra qualcosa di differente!

In Aikido, ad esempio, spendiamo i primi anni di pratica ad accumulare tecniche, terminologie, modi di fare, abitudini o caratteristiche di questa o quella Scuola... ed iniziamo a trattare gli allenamenti come se fossero un salvadanaio: una monetina oggi, una monetina domani... fino a quando non abbiamo accumulato un certo gruzzoletto di Aiki-soldi.

E ci convinciamo che se continueremo così per tutta la vita, potremo finalmente diventare ricchi!

Questo modello, all'inizio, sembra funzionare per davvero e piuttosto bene: scopriamo come si fa ikkyo da presa katate dori, shomenuchi, ushiro ryotedori... poi accumuliamo qualche centinaio di tenkan, qualche migliaio di cadute, un set nuovo di kotegaeshi da giardino; gli anni passano e spesso ci rendiamo conto che alcuni elementi che davamo per certi, lo sono molto meno di ciò che avremmo creduto.

Aumenta la nostra capacità di copiare il Sensei in modo fedele, la nostra propriocezione, persino la qualità tecnica con la quale ci muoviamo sul tatami: sembra proprio che la direzione sia tracciata, il passo sia finalmente cadenzato, ed i segreti della disciplina si stiano per dischiudere, anche grazie al nostro instancabile impegno!

Si arriva però ad un momento critico, nel quale le cose sembrano non quadrare più poi così tanto: il progresso tecnico continua, ma diviene minimale rispetto al passato, come se ci stessimo ingolfando da soli... proviamo nuove geometrie, ma lo spirito non è più quello d'una volta...

L'entusiasmo neppure: ci stiamo dirigendo verso una strettoia... e chi immagina come scorre l'acqua attraverso un imbuto sa che più il cono si stringe, più il fluido accelera la sua velocità e la sua rotazione.

Qui il tempo cambia passo: si intensifica, perde la sua linearità per diventare iperbolico... ciò che abbiamo sopportato per anni, ora non siamo in grado di reggerlo più nemmeno per settimane o giorni. La bulimia tecnica entra in profonda crisi ed a questo punto molte persone smettono di praticare, non ricevendo più un vero e proprio valore aggiunto dallo stare sul tatami, che è divenuto ormai un'abitudine, magari un tempo anche piacevole, ma non più un autentico momento di crescita, almeno quanto lo era in passato.

Abbiamo impiegato almeno una decina, se non una ventina di anni per accumulare know how, gradi, titoli e posizioni all'interno di Organizzazione dell'Aikido... ed ora non sappiamo più che senso abbia tutto ciò?

Ne avessi conosciuto uno solo ad avere questo problema, ma non é così... ed io stesso sono passato da questo punto intricato diverso tempo fa, quindi so per esperienza personale diretta di cosa parlo.

Stiamo passando da una CRISI naturale, che non è evitabile in alcun modo... anzi è piuttosto sana da vivere: è il passaggio nella clessidra dell'Aikido, da un cono all'altro... attraverso il diametro più piccolo!

Quando però si giunge nella seconda stanza, il tempo "rallenta", proprio come si comporta l'acqua, quando da un fiume arriva al mare. Il fluido si allarga, frena la sua corsa, si prende il suo tempo: continua a scorrere, ma non più imbrigliato nel cono dal quale è arrivato... ora sue le prospettive si ampliano.

E quelle di un Aikidoka pure...

A questo livello l'Aikido smette di essere un accumulo di cose da saper fare ed inizia ad essere il semplificare, togliere il superfluo, tornare semplici come da principianti... qualcosa da saper essere, piuttosto che da poter esibire. Se il fisico inizia ad essere datato e provato, non trae più soddisfazione dalle performance atletiche che non si può più permettere, senza pagare un caro prezzo in cambio. La soddisfazione inizia ad essere altrove...

Terminato un percorso di analisi, che ha richiesto il tempo per esaminare nel dettaglio ciascun componente della pratica, ora inizia un processo di sintesi, nel quale si desidera osservare le cose più nel loro complesso. Si cerca "the big Picture", come dicono gli anglofoni.

In questa strettoia si perdono molto praticanti, come dicevo in precedenza: in fondo l'Aikido ci entusiasma proprio per la sua capacità di farci cambiare, ma talvolta si teme che continuare a farlo significhi perdere le certezze che nel frattempo abbiamo già acquisito.

Invece non è proprio così: si tratta solo di cambiare prospettiva e guardare le pratiche "vecchie" con occhi "nuovi"!

Se da giovani principianti amavamo essere proiettati per lezioni intere (per esempio io ero così!), magari da praticanti più esperti ed in là con l'età non potremo più permetterci tutta quell'atleticità: ma questo non significa rinunciare ad essere uke, dobbiamo trovare solo un modo nuovo per farlo... che rispetti le nuove ed attuali condizioni del nostro fisico.

É importante sottolineare come i problemi ci fossero prima e continuino ad esserci anche adesso: cambiare prospettiva non significa eliminarli, ma rileggerne il significato. Non aspettiamoci quindi che il cammino "da esperti" risulti meno complicato o provante di quello "da principianti"!

Ad esempio, una frustrazione notevole sorge proprio nel momento in cui ci sentiamo sempre più "principianti", pur avendo accumulato un numero di anni di pratica tali da essere quasi autorizzati a considerarci "esperti", o ad essere considerati così dagli altri... ciò infatti fa parte del cambio di paradigma di cui parlavamo poc'anzi.

Che la definizione di "esperto" sia proprio "colui che riesce ad avvertire quanto ancora non conosce"?

Se i nostri strumenti di percezione si affinano è facile che ci si notino di più anche i nostri disallineamenti, disconnessioni e problematiche...

Ad un certo punto avremo attraversato la clessidra da cima a fondo, dal cono superiore a quello inferiore... e poi cosa succederà?

Nella mia esperienza personale, al termine del secondo cono - dove tutto si espande - ho trovato nuovamente un cono che si stringe... come se alla prima clessidra ce ne fosse collegata in serie una seconda, nella quale si inizia un nuovo periodo di contrazione, di accelerazione, di analisi...

Si ritorna così a studiare in modo simile a quello iniziale... ma non uguale, solo simile: l'operazione di analisi e di sintesi che avremo passato ci farà forse affrontare l'analisi successiva "con una certa sintesi"... e forse la sintesi successiva con un certo "grado di analisi" intrinseco.

Stiamo cioè percorrendo la via del Tao, nel quale un nuovo inizio è in un rapporto armonico con il concetto di termine, così come questi esisterà solo in co-presenza di una nuova partenza!

Il tempo non mi risulta quindi lineare, ma un qualcosa di "pulsante", come un respiro, come un pianto ed una risata, come le contrazioni di un parto che permettono lo sbocciare di una nuova vita: è descrivibile come qualcosa di circolare e rettilineo allo stesso tempo... un moto che può essere immaginato sia sinusoidale, che spiraliforme...

Questo spiazza parecchio, perché fa alternare fasi di costruzione a fasi di demolizione, fasi di serenità a periodi di crisi... nei quali l'unico elemento COSTANTE è proprio il CAMBIAMENTO! [cit. Eraclito]

Le celebri equazioni di Einstein postulano che il tempo non sarebbe una grandezza assoluta, ma relativa - ad esempio - alla velocità del soggetto: secondo queste equazioni, più la velocità aumenta, più il tempo scorre lentamente.

Con questa teoria abbiamo spiegato la vita dei muoni, ad esempio, ovvero particelle elementari altamente instabili che si formano nella alta atmosfera e che hanno una vita troppo breve (circa 2,2 micro-secondi) per riuscire a raggiungere il suolo terrestre: vanno però molto veloci, quindi a quanto pare ce la farebbero per quello ad arrivare da noi...

E molti di voi avranno visto il celebre film di fantascienza "Interstellar", nel quale un astronauta parte verso un pianeta lontano, muovendosi ad altissima velocità e lasciando sulla Terra la figlia piccola; al suo ritorno la trova anziana ed in punto di morte su un letto di ospedale, proprio perché per lui il tempo sarebbe trascorso più lentamente che per lei (dato che si è mosso ad alata velocità nello spazio, mentre la figlia è rimasta "ferma" sulla Terra).

Ecco, le cose non stanno realmente proprio così... infatti non ne sappiamo ancora molto sul tempo e sulle sue regole: nonostante sembri che queste equazioni abbiano trovato alcune conferme sperimentali, ancora non quadra il fatto che la velocità è evidente essere una proprietà legata ad un sistema di riferimento, non una proprietà di un oggetto e basta!

Cosa vuol dire questo?

Che se prendiamo la Terra come terna cartesiana di riferimento, allora i muoni vanno "veloce" e non decadono perché per loro il tempo rallenta... e l'astronauta torna giovane come quando è partito, perché si è mosso veloce quindi per lui il tempo è rallentato... ma se il sistema di riferimento fosse, ad esempio, il Sole (che viaggia a circa 800.000 km/h rispetto al centro della Via Lattea), allora il muone non andrebbe poi così veloce... e se prendessimo la navicella dell'astronauta come sistema di riferimento, allora sarebbe la figlia che sta sulla terra a muoversi velocemente... quindi alla fine, chi invecchierebbe rispetto all'altro? L'astronauta!

Ci si ritrova principianti DOPO avere creduto di essere esperti, in Aikido... ma è perché ci sbagliavamo sul nostro livello di preparazione (sovrastimandolo) o perché DAVVERO da principianti siamo diventati esperri e poi nuovamente principianti?

Magari abbiamo solo cambiato, nel frattempo, i nostri "sistemi di riferimento"...

Ho trovato tutti questi paradossi nell'Aikido, magari li troverete a vostra volta o magari scoprirete qualcosa di diverso da me, per questo sarà fondamentale continuare a conoscerci, incontrarci e condividere il vostro punto di vista... così da potermi ulteriormente arricchire e crescere; parlo per sano egoismo!


Marco Rubatto