lunedì 25 maggio 2026

Frangar & flectar: spezzarsi ma non piegarsi, o piegarsi ma non spezzarsi?

Risulta importante realizzare come culture differenti osservino uno stesso fenomeno da prospettive diverse, spesso antinomiche fra loro.

Nella cultura occidentale, si sente talvolta utilizzare l'espressione "frangar, not flectar"... che in parole brevi si traduce con "mi spezzo ma non mi piego". È usata per indicare un'integrità morale che non cede davanti a nessuna minaccia o pericolo.

Utilizziamo anche l'espressione "essere tutti d'un pezzo", che - nuovamente - è sinonimo di una persona estremamente integra, coerente, seria e onesta, che non scende a compromessi morali di alcun tipo.

Dall'altra parte del mondo, ad esempio in Giappone, le cose sembrano stare in modo diverso... e si preferirebbe forse utilizzare l'espressione opposta: "flectar, not frangar", cioè "mi piego, ma non mi spezzo".

In questo caso, viene rimandata l'importanza di una duttilità che consente di passare attraverso prove anche estreme, deformandosi ma rimanendo al contempo integri, sia a livello fisico, che intellettuale ed emotivo.

A me sembra evidente come "essere tutti d'un pezzo" e "mi spezzo ma non mi piego" siano modi di dire un po' contrastanti fra loro: se vuoi restare tutto d'un pezzo, non devi romperti!

E se non devi rompersi, devi magari piegarti per non farlo... esattamente come fanno i rami degli alberi sotto il peso della neve.

Questa immagine è molto utilizzata, specie nel Judo, per mettere in evidenza un atteggiamento cedevole, che però non è sinonimo di debolezza... ma di capacità di sopportare un carico notevole, per poi utilizzarlo a proprio favore in modo elastico. Nel periodo Edo, divenne famoso il nome [楊心流] Yōshin Ryū, "La scuola dello Spirito del Salice" (da non confondere con 幼心 "yoshin", omofono che invece significa "mente giovane").

Insomma dalle nostre parti si da preminenza agli aspetti INTERIORI, che quindi dovrebbero restare inflessibili, immodificabili e granitici anche all'interno di ogni tipo di crisi e traversie... mentre in oriente si sottolinea l'importanza di una flessibilità ESTERIORE, che consente di tenere botta ed addirittura di utilizzare le forze ostili a proprio vantaggio, proprio in virtù della propria capacità di adattarsi e fluire con esse.

Come sempre, NON me la sento di indicare né che qualcuno sbagli, né che abbia ragione in modo assoluto: comprendendo entrambi i punti di vista, mi pare ovvio che indichino atteggiamenti in grado di non escludersi a vicenda, sempre se non ci fermiamo alla loro apparente completa antinomia.

Come Aikidoka, dovremmo forse avere ideali irrinunciabili, prospettive poco dispose a cedere a compromessi... come ad esempio la volontà di non portare nel mondo altro conflitto o sofferenza inutile (ce n'è già in abbondanza!), o smettere con qualsiasi gioco malato a somma zero (win/lose): in questo caso, mi piace la posizione "mi spezzo, ma non mi piego", non mi sembra troppo rigida, ma piuttosto essenziale... che taglia fuori qualsiasi tipo di paura, opportunismo o manipolabilità dei valori che contano di più.

A livello fisico e psicologico, tuttavia, sappiamo piuttosto bene che enorme valore abbia il mantenimento di un corpo e di una mente flessibili ed aperti: il [柔体] jutai (corpo cedevole) è la base di molte [古流] Koryū ("scuola antica") e di parte del [現代武道] Gendai Budō ("arte marziale moderna") o [新武道] Shinbudō ("arte marziale nuova").

Quasi come dire che abbiamo bisogno di sviluppare un'anima cristallina (perciò poco flessibile), in un corpo ed una mente morbidi (quindi duttili): nel fare così stiamo facendo nostro il meglio della saggezza occidentale ed orientale insieme. Si tratta di un'operazione di SINTESI, che preclude la possibilità di schierarsi, e necessita la capacità di integrare e far lavorare insieme a reciproco supporto gli opposti duali.

Possiamo immaginare che il Budoka debba coltivare un atteggiamento sia fisico che mentale OPPOSTO a quello che si utilizza nel costruire una buona spada... La katana, infatti,  ha necessità di essere molto dura a livello superficiale, ma morbida nel suo interno, così da poter resistere a forti sollecitazioni.

In questo aspetto, il guerriero e la sua arma sono un esempio perfetto di tao: l'uno è il duale opposto dell'altro... e quindi nuovamente si completano a vicenda!

Constaterete che lo "schierarsi" non è sempre un'opzione saggia, specie quando abbiano a che fare con sistemi complessi e completi come l'essere umano... In Aikido mi pare sempre più crucciale piuttosto l'apprendere come armonizzare ed integrare questi "opposti", ragione per la quale mi pare altrettanto fondamentale che la pratica possa toccare TUTTI gli aspetti ritenuti fra di loro antinomici: fisicità e intelletto., marzialità e spiritualità, morbidezza e determinazione, utilizzo di armi ed esercizi a mani nude, custodia della tradizione e coraggio di avventurarsi in territori inesplorati, capacità di ascolto... e possibilità di esprimere la propria inedita ed unica prospettiva.


Marco Rubatto





lunedì 18 maggio 2026

[三の組] San no tachi: la semplicità difficile

Nello studio dei kumitachi siamo giunti al 3º esercizio, ovvero a [三の組] san no tachi... che risulta anche essere il più breve di tutti gli altri.

Tuttavia, in soli 2 passaggi è racchiuso molto di ciò che c'è da sapere rispetto al rapporto di due fendenti, in merito a [間合] "maai" (distanze e timing).

Come al solito, prima una sinossi di quanto avviene...

1A1 - uke tachi: ha intenzione di attaccare entrando, e per fare ciò ha la necessità di aprire l'arma del partner tramite un maki otoshi, un movimento in grado di spostare il bokken avversario, senza perdere il centro di uchi tachi;

1B - uchi tachi: utilizza l'energia ricevuta dal maki otoshi e la utilizza per eseguire kiri kaeshi, un taglio di risposta, che lo fa avanzare dalla guardia destra a quella sinistra, sferrano gyaku yokomenuchi; la ricezione si trasforma nel 1º attacco;

1A2 - uke tachi: dalla sua volontà iniziare di avanzare per colpire, è costretto ad indietreggiare parando, e passando anch'egli dalla guardia destra a quella sinistra; l'intenzione di attacco si trasforma nella ricezione del 1º attacco;

2A - uchi tachi: coglie l'iniziativa di attaccare con un ulteriore gyaku yokomenuchi la tempia sinistra del partner, eseguendo quindi il 2º attacco, e passando dalla guardia sinistra a quella destra;

2B - uke tachi: riceve anche il secondo fendente, passando anch'egli dalla guardia sinistra a quella destra, ma accorciando il maai e chiudendo così lo scontro, prendendo il centro del partner ed impedendogli di continuare con ulteriori azioni.

Di per se ci troviamo davanti ad un esercizio piuttosto semplice, una frazione di go no awase, se non fosse per l'inizio concitato, con inversione delle intenzioni dei praticanti. Ecco un video che vi mostra l'esercizio...


Però questa sequenza risulta particolarmente importante, poiché racchiude la maggior parte di elementi da comprendere relativi a due fendenti che si incontrano (e in Aikido non si scontrano): il primo elemento è quello di riuscire a deflettere la punta del bokken avversario, mantenendo il centro di quest'ultimo.

Questo punto si sviluppa tramite l'assunzione consapevole della posizione di hanmi, che consente di utilizzare le proprie anche come la tsuba (il guardiamano) della spada; nella pratica preferiamo una postura [三角体 ] sankaku tai (corpo triangolare), anziché una frontale.

Si tratta di un principio piuttosto importante, che si ritrova in ogni elemento del bukiwaza e del taijutsu.

Il secondo punto notevole è quello di apprendere da parte di uke tachi come parare "tagliando con le anche", anziché limitarsi a farlo con le braccia.

Di sicuro la parte più visibile di un taglio si esegue con le articolazioni che sorreggono la spada... tuttavia man mano che la pratica diventa più matura, le differenze vengono realizzate con micro-movimenti: nella fattispecie, si impara a far partire OGNI azione da un movimento dell'hara (ovvero da una rotazione delle anche).

Ciò implica, mentre si fa un passo indietro, utilizzare le gambe in un ordine specifico... che non è quello che viene più semplice ai neofiti...

Se siamo con la gamba destra avanti, essa dovrà fare un passo indietro, ma la gamba sinistra sarà l'ultima a muoversi, mentre le anche ruotano verso la propria destra; se siamo con la gamba sinistra avanti, questa dovrà fare un passo indietro, ma la gamba destra sarà l'ultima a muoversi, mentre le anche ruotano verso la propria sinistra.

Circa il 95% dei praticanti utilizza le gambe (e quindi le anche) esattamente al contrario... Ma fior fiore di 6º e 7º dan inclusi intendo... magari anche avanzati nei gradi, ma "diversamente neofiti" nello studio di alcune biomeccaniche piuttosto importanti.

Otre a questi punti fondamentali, questo esercizio presenta sia l'attacco, che la ricezione di fendenti in entrambe le guardie... e ciò lo porta ad essere il ricettacolo ideale di TUTTE le variazioni che possono essere create da queste tipologie di azione.

Gli henka no tachi (le variazioni della spada) sono descritti in questo video...


Al solito possiamo anche dilettarci a connettere questo kumi tachi con tutti gli altri, esattamente come abbiamo fatto con quelli che abbiamo sin ora descritto; ecco il video che mostra le connessioni...



A conclusione di questa esplorazione di san no tachi posso concludere che non tutte gli scambi veloci e brevi dovrebbero essere etichettati come qualcosa di meno importante, rispetto alle sequenze più lunghe e complesse: i principi sono semplici per loro stessa natura, anche quando è complicata la loro applicazione.

Nella Scuola dalla quale provengo - l'Iwama Ryu - si fa continuamente menzione dell'importanza dei "mattoni di base", sui quali si costruisce tutto l'Aikido (sia il taijutsu, che il buki waza): la conoscenza formale e le costruzioni tecniche risultano impalcature importantissime per la costruzione (prima) e la manifestazione (poi) di questi principi.

Ancora una volta sono testimone del fatto che essi sono INDIPENDENTI dagli aspetti meramente tecnici, che risultano "scatole" delle quali rappresentare il "contenuto"; tuttavia da qualche parte è necessario iniziare la formazione del propio alfabeto marziale, e devo ammettere che san no tachi rappresenta un elemento cardine, sia per la sua semplicità (che non è sinonimo di facilità), che per la sua completezza.

Marco Rubatto











lunedì 11 maggio 2026

Il posto "giusto" per studiare Aikido

Il posto "giusto" per studiare Aikido credo non esista
, anche perché bisogna intendere che cosa si intende per "giusto", parola che dipende tanto dalla prospettiva di chi la pronuncia.

Forse mi concentrerei di più sul luogo MIGLIORE per studiarlo, rispetto a quelli che ci sono a disposizione.

Eppure è parecchio frequente che mi si chieda: "Tu sei troppo lontano... dove possono andare a praticare bene Aikido se abito dall'altra parte della città (o della regione, o d'Italia)?".
Per me è sempre una sofferenza rispondere a domande simili, perché potrebbe sembrare che non mi fidi del lavoro di nessun altro oltre il mio... ma non è per nulla così!

Sono piuttosto consapevole che tutti cerchiamo un unico "brand" - l'Aikido appunto - ma gli attribuiamo caratteristiche molto differenti fra loro, talvolta addirittura antinomiche.

C'è chi vuole tecnica, e fra di essi chi la desidera più tradizionale e chi invece la preferisce più morbida... c'è chi vuole la relazione, chi ama la filosofia e la cultura Giapponese... chi vuole esplorare alcuni elementi legati alla spiritualità. Nessuno ha torto a 360º, molti hanno punti di vista molto specifici, e quindi anche inevitabilmente parziali!

Tutti cercano il luogo "giusto" per sé, non comprendendo che quel luogo dipende più dal film che si sono fatti dentro, piuttosto che da quanto serve loro o da quanto esista veramente sul territorio.

Esistono aspettative in grado di muoverci e spronarci ad intraprendere uno studio serio ed appassionato, potenzialmente in grado di accompagnarci per l'intera vita... ed esistono preconcetti in grado di frenarci ed impedirci di riconoscere una pepita d'oro, anche se ci andassimo a sbattere sopra col naso!

Allora, cos'è o dov'è il luogo "giusto"?

Ho ospitato qualche settimana fa una scolaresca al Dojo, per una mattinata di laboratorio sulla conflittualità: erano tutti ragazzi fra i 18 ed i 19 anni, senza alcuna esperienza nelle Arti Marziali. Ho chiesto loro prima di iniziare cosa veniva loro subito in mente nel sentire queste 2 parole.

Poi ho chiesto anche se sapevano cosa fosse l'Aikido, e se si, che provassero a descriverlo...

Il nulla cosmico più spinto: un crocevia di luoghi comuni su auto-difesa, mosse per atterrare un avversario, "usare la sua energia contro se stesso", confusioni con una sorta di cugino del Judo, del Karate o del Kung Fu; insomma una poco velata dichiarazione di completa ignoranza di 22 giovani al quali veniva chiesto se sapevano dove si stessero trovando.

La gente cresce con i film e cartoons della propria generazione: i miei erano quelli di Bruce Lee, Jan Claude Van Damme e Steven Seagal... ora c'è la generazione di Kung Fu Panda, Dragon Ball e One Punch Man. Nessuno sa qualcosa di vero, se non le ridicole caricature che vengono presentate nel main stream.

E non si può trovare il luogo "giusto" se lo cerchi con la testa piena di immondizia!
Di per sé, sei come un cieco che fa finta di scegliere i colori migliori per sé, solo che non può farlo proprio per via del proprio handicap.

Ma è meglio un 5º dan o un 7º dan come Insegnante?

DIPENDE, da chi è, da chi gli ha rilasciato quei gradi, da cosa ha intenzione di farsene dopo che li ha presi... e da un altro pacco di variabili che rendono quasi impossibile scegliere una persona in base al numero dei dan con i quali lo si identifica.

Nella mia città ci sono Insegnanti con gradi molto alti... dai quali non consiglierei di andare nemmeno se uno mi chiedesse dove può perdere del tempo!

E quale stile di Aikido è meglio praticare? Qual'è il più autentico, il più efficace, il più tradizionale?

Avete presente quei bei negozi nel centro città, nei quali si possono comperare solo cose costose ed inutili?
Ed avete presente quelle bancarelle al mercato delle pulci, nelle quali - fra un articolo vintage e l'altro - è possibile trovare qualche autentica chicca veramente importante da accaparrarsi?

Allora forse non è tanto dove vai, quanto lo spirito che ti muove: questo ti permetterà magari di trovare il meglio ed arenarti, spegnendo il sacro fuoco della ricerca personale... oppure ti consentirà di trovare il peggio, e non accontentandoti, di proseguire la tua ricerca.

Andare a finire "bene" o "male" sono solo punti di vista: nella mia esperienza ho visto fiorire molto di più persone e luoghi che hanno dovuto attraversare momenti difficili e di incertezza, piuttosto che altri... nei quali sembrava già esserci tutto cosa serviva per diventare grandi Aikidoka.

Quello che definiamo "male" o "sbagliato" talvolta non è altro che un guardiano della soglia... che ci attende per porci la domanda crucciale: "Quanto ti interessa sul serio?!"

Chi è interessato, sarà disposto a superare 1000 ostacoli...
coloro che hanno solo una desiderio romantico di intraprendere una disciplina in grado di fare la differenza si arenerebbero anche se l'Insegnante fosse O' Sensei in persona!

Se proprio dovessi fare a forza un distinguo fra gli Insegnanti ed i luoghi della pratica, ad oggi non guarderei più né i gradi, né lo stile o la Scuola: farei caso da quanto tempo quell'Insegnante insegna, se lo fa come hobby nel tempo libero o se è la sua professione (primaria o secondaria), quante cinture nere ha sfornato... e per il Dojo darei un occhio a quante lezioni ci sono a settimana e quali altre discipline si insegnano nello stesso luogo.

Farei attenzione se il gruppo al quale mi lego promuove di frequente scambi fra Insegnanti, se organizza eventi (privati, regionali, nazionali, internazionali di primo acchito poco importa), se è composto da 3 persone o da 30...

NESSUNO di questi indicatori è - di per sé - la garanzia di essere approdato in un buon luogo di pratica
, ma se li incrociamo tutti fra loro e facciamo caso a quanti di essi sono contemporaneamente presenti... forse potremo avere una prima indicazione.

Quando ho voluto fare la differenza per me, mi sono rivolto ad un professionista, che lavorava (e lavora) in un Dojo professionale, nel quale c'è lezione ogni giorno (anche più volte nello stesso giorno): capite da soli che un conto è avere come guida uno che fa il tranviere/panettiere/benzinaio e nel tempo libero insegna Arti Marziali, un conto è mettersi nelle mani di chi ha dedicato l'intera propria esistenza allo studio ed all'insegnamento di una disciplina.

E altrettanto vale per il Dojo: è un fitness club, nel quale ci sono lezioni di Aikido 2 volte alla settimana, e nella sala a fianco in contemporanea c'è lezione di Zumba... o è un luogo destinato a discipline che studiano il rapporto mente-corpo attraverso discipline affini a tale prospettiva?

É un luogo nel quale è possibile praticare 3 ore di Aikido a settimana o 20?

L'Insegnate ha un suo "lineage" riconoscibile?

"Io sono il grande Pdor, figlio di Kmer, della tribù di Instar! Della terra desolata degli Sknir! Uno degli ultimi sette saggi! [...] Colui il quale può leggere nel presente, nel passato e anche nel congiuntivo!".

Il movimento appartiene ad una corrente specifica, a livello territoriale, nazionale o internazionale?

Qual'è o quali sono gli Enti che rilasciano le certificazioni?

Tutti elementi che se presi a se stanti dicono tutto e nulla, ma che se messi insieme iniziano a descrivere uno scenario preciso, che racconta il livello di passione, di cura, di meticolosità, di aspettativa, di professionalità, di intensità, di cuore con i quali si propone la pratica di una disciplina.

Il posto "giusto" per studiare Aikido
, oltre tutto, cambia con noi... evolve man mano che noi stessi ci addentriamo nella disciplina e comprendiamo quali aspetti ci risultano più importanti da esplorare, coltivare, vivere con costanza ed ingaggio.

L'esperienza mi fa dire che, in fondo, nessuno finisce le luogo "sbagliato" (nonostante l'ampio significato che può avere questa espressione): magari approdiamo semplicemente nel luogo in grado di farci fare dei click importanti... talvolta proprio quelli che ci richiederanno di lasciarlo ed andarne a cercare un altro più consono e risonante con noi stessi.

Non è questa la sede per fare lezioni sulla sincronicità dell'universo, ma spesso i neofiti si mostrano spaventati proprio dalla eventualità di sprecare il loro tempo in luoghi che non fanno al caso loro. Un po' come se volessero fare subito centro, senza avere tempo da perdere... salvo poi trascorrere le loro serate davanti a Netflix, con popcorn e rutto libero.

Paradossalmente però, questa eventualità non si può presentare mai, poiché da qualsiasi luogo è possibile apprendere qualcosa (sia di positivo che di inappropriato per sé) e quindi ognuno di essi ci da la possibilità di fare una qualche differenza, sopratutto nel momento in cui decidiamo di dedicare tempo e risorse alla nostra stessa crescita.

Forse risulta comodo "chiedere all'esperto" e ricevere una risposta che non ci richieda più di tanto sbattimento...
così avremo qualcuno da incolpare se si dovesse darci un'informazione non collimante con le nostre aspettative: invece un po' di superamento di difficoltà iniziali risulta molto utile, ed è parte integrante del percorso stesso che stiamo scegliendo.


Marco Rubatto







lunedì 4 maggio 2026

L'allievo ideale, quello reale e perché le cose stanno come stanno

Ogni Insegnante desidera avere allievi modello...

Ma com'è lo stereotipo dell'allievo ideale?

Una persona sana, sveglia, intelligente, interessata, costante, ricettiva, ingaggiata, fedele, devota, grata, empatica, impegnata, naturalmente dotata, supportante il processo del gruppo del quale è parte (oltre al suo), disponibile, leale, ambiziosa, matura, rispettosa, fiduciosa, sincera, onesta, umile, resiliente, promettente, preparata, curiosa, equilibrata, qualcuno sul quale poter contare...

Chi di voi ha degli allievi sa per esperienza quanto non sia comune trovare tutte queste caratteristiche in una sola persona, ma neanche la loro metà... ma neanche un loro quarto o un ottavo!

E come sono invece gli allievi reali?

Beh, molto meno ideali di quanto non li vorrebbe il loro Sensei...

Io ho splendidi allievi, con qualità eccezionali, però ho anche persone che riescono talvolta a risultare nel contempo anche parecchio... incostanti, dubbiosi, deboli, paurosi, pigri, sleali, immaturi, rigidi, passivi, egoici, egoisti, sbruffoni, litigiosi, bigotti, manipolatori, pieni di pregiudizi, falsi, disimpegnati, ingrati, irrispettosi, ottusi, narcisisti, arrivisti, disfattisti, indisponenti, perditempo, chiacchieroni, fannulloni, sanguisughe, indisponenti, oppositivi, distratti, leccaculo, internamente scissi, con personalità doppie (triple, quadruple... multiple), schizofrenici, depressi, nemmeno lateralizzati da adulti, troppo mentali, grezzi, gretti, sfiduciati, (auto)limitati, impertinenti, con inutili manie di protagonismo e deliri di onnipotenza... qualcuno cioè sul quale chiunque si guarderebbe bene dal riporre la benché minima fiducia.

Già immaginando di avere anche tutte le caratteristiche migliori presenti in contemporanea, il numero di quelle negative superano di gran lunga quello delle prime, e vi assicuro che il secondo bestiario non è poi così raro fra le persone che entrano nel Dojo.

Ciascuno può fare leva sulla propria esperienza personale per costatarlo o meno.

Ci siamo mai chiesti però come mai le cose stanno così?

Perché fare tutta questa fatica per trasformare un informe pezzo di materia organica anfibia (comunemente detta m...) in un diamante prezioso?

Perché ci si riesce così poche volte?

Me lo sono chiesto molto negli anni, poi ho compreso che non stavo osservando il fenomeno esattamente dalla prospettiva più utile e saggia, sia per me, che per i miei stessi allievi. E come Insegnante, ho il dovere di cercare il punto di vista migliore che posso per tutte le persone sulle quali ricopro delle responsabilità.

Ho quindi cercato di capire se le diffuse problematicità che riscontravo nei miei allievi fossero lo specchio di un karma non del tutto riscattato di vite passate (in questo caso dovevo avere commesso crimini inenerrabili contro l'umanità, a guardare chi mi capitava davanti!), se rispecchiassero i miei numerosi limiti attuali e le parti in ombra di me... secondo il detto "gli allievi assomigliano al proprio Insegnante"...

Forse tutto questo, ma anche qualcosa di ulteriore: le persone non intraprendono un percorso nell'Aikido perché si percepiscono già in possesso di un equilibrio buddico... il più delle volte vengono mosse da alcuni loro disagi e bisogni, più o meno consapevoli.

É quindi più che naturale avvicinarsi alla pratica di una disciplina per il senso di limite di sé che si avverte (di nuovo, non per forza a livello cosciente), mascherando magari una necessità profonda con una curiosità superficiale.

Se andiamo ad esaminare tutte le caratteristiche negative che ho menzionato poco sopra, ci accorgeremo che la loro nemesi (ovvero le caratteristiche positive, che piacciono a chiunque) non provengono sempre da una sorta di "dote naturale", quanto dall'avere esperienzialmente compreso (prima) e scelto (dopo) di volere essere una persona diversa.

Un "perditempo" per definizione non può avere capito quanto il tempo sia prezioso e risulti limitato, perciò procrastina, rimanda, non sfrutta appieno le occasioni che gli capitano, perché esse gli richiederebbero anche qualche forma di impegno serio, di tanto in tanto: una persona diventa "impegnata" quando percepisce il limite insito nel comportamento annacquante di chi crede che ci sarà sempre un'occasione ulteriore di fare le cose. Quindi "impegnati" talvolta non ci si nasce, ma ci si diventa ad un certo punto del proprio cammino!

Una persona incostante e poco ricettiva non è in grado di ottimizzare il processo di apprendimento, poiché sprecherà nuovamente un sacco di tempo su aspetti e dettagli pressoché inutili, non essendo in grado di realizzare cosa sia realmente importante per sé: un allievo quindi più facilmente sceglierà di uscire il sabato con gli amici, anziché frequentare un Seminar nel week end.

Non che l'Aikido richieda di smettere di divertirsi in leggerezza, ma - nuovamente - il tempo e le risorse sono limitate, perciò se uno prima lavora, poi pensa alla famiglia, poi a divertirsi con gli amici... e quindi offre il resto al suo studio dell'Aikido, potremo meravigliarci molto se questo studio non lo porterà molto lontano?

Direi di NO: chi offre briciole ottiene briciole... ma lo posso affermare con sicurezza solo ora che - offrendo tutto - sento di avere ottenuto molto, se non proprio tutto!

Quanti però arrivano a comprenderlo esperienzialmente?

E fino a quando non arrivano a comprenderlo esperienzialmente, quanto faranno resistenza al loro Insegnante quando questi li inviterà a seguire qualche Seminar durante il week end?

Prendiamo ad esempio ora le persone che arrivano a 40, 50 anni senza mai avere conosciuto a dovere o essersi trovate a loro agio nel loro corpo: quante ce ne sono?!

Bella gente che "pensa" ma è assolutamente incapace di trasformare quel pensiero astratto in qualsiasi forma di azione concreta: quando chiedi loro di muovere il loro corpo secondo una logica specifica, quelli ti guardano con la rotella che gira negli occhi, tipo "error 404, file not found".

Ora... devo spiegarlo io alle persone che siamo fatti ANCHE di un aspetto fisico, che va esplorato, conosciuto ed utilizzato in modo consapevole e costante? Non credo proprio...

É qualcosa che fa perte dell'esperienza umana, ma non crediate che ci siano arrivati proprio tutti... specie nella società di oggi, la maggioranza dei colletti bianchi soprattuto, più inclini ad "avere" un corpo, piuttosto di identificarsi anche con un corpo!

Per queste persone il percorso che sarebbe necessario fare da bambini o da adolescenti inizia a maturità piuttosto avanzata: non si può quindi pretendere che a 60 anni siano dei fulmini di guerra a livello fisico, soprattuto se hanno iniziato ad "abitare" il loro corpo 5 minuti prima...

Esaminiamo ora il caso delle persone "frenate", rigide, bigotte... ma non solo in termini religiosi: mi riferisco più che altro a coloro i cui sistemi di credenze di fatto minano le principali possibilità di evoluzione (praticamente il 99% della popolazione umana!). Parliamo di chi NON sta bene nella propria condizione di vita abituale e lo riconosce (più o meno consapevolmente), ma NON mostra nessuna intenzione di effettuare dei cambiamenti sostanziali che permetterebbero loro di migliorare il proprio status, anche solo sperimentando nuove prospettive, sia teoriche che pratiche.

Tutta sta gente qui ha il cuore che chiede aiuto, ma ha la testa e le natiche ben inchiodate ad abitudini inerziali "allenate" e consolidate per decenni: saranno buoni allievi, oppure incostanti, dubbiosi, deboli, paurosi, pigri, immaturi, rigidi, passivi, pieni di pregiudizi, oppositivi, disimpegnati, disfattisti, distratti, internamente scissi, sfiduciati ed (auto)limitati?

Un numero esiguo di ore passate su un tatami ad entrare in contatto con una disciplina dell'attenzione, della presenza, del "togliere", dell'essenziale... e decenni di esperienza maturata a fare il contrario di tutto ciò, ovvero a farsi programmare dalla famiglia, dalla scuola, dalla religione, dalla società a delegare al prossimo praticamente ogni aspetto importante della propria esistenza... Cosa avrà la meglio secondo voi?

Non è cattiveria vera la loro, è inabitudine a percepirsi, ad auto-determinarsi... a notare i propri limi ed imparare ad accettarli o fare del proprio meglio per espanderli!

Sono cioè come il 99% delle persone che è possibile incontrare nel proprio vissuto in qualunque ambito, solo che questi avrebbero scelto di fare una qualche differenza, sottoponendosi ad una disciplina che permetta loro di fare alcuni cambiamenti sostanziali (ci si augura migliorativi): possiamo meravigliarci davvero che non ce la facciano da subito e su tutti i fronti?

Credo proprio di no...

Un Insegnante, del resto, è in grado di crescere moltissimo facendo da tutor a questo processo: TUTTE le sue ombre vengono - prima o poi - solleticate dalle parti oscure di quelli che salgono sul tatami, con la differenza che mentre questi ultimi sono li proprio per imparare a scoprirle e modificarle... il docente dovrebbe essere colui che ha già appreso quando e come tenerle a bada le proprie.

Supponiamo che arrivi una persona molto rigida (mentalmente e/o fisicamente) ed il Sensei si imponga con durezza con il proposito di farlo cambiare... Come è possibile insegnare la "non resistenza" se si accoglie un rigido con una rigidezza nell'atteggiamento?

L'Insegnate sarà stimolato a comprendere a che livello LUI STESSO ha compreso la "non resistenza", proprio perché ha davanti uno che gliene fa un botto!

In questo senso l'allievo NON risulta una punizione per colpe di un lontano passato, né una maledizione divina o una zavorra al sereno andamento del corso di Aikido... quanto una cartina di tornasole, che mette il docente nelle condizioni di comprendere QUANTO lui stesso ci tenga a fare ciò che fa, ad incarnare le belle filosofie che ama raccontare agli altri a parole.

Un banco di prova che lo mette di fronte alle sue capacità e limiti... che gli fa comprendere a che livello ci tenga a mandare avanti la baracca, GRAZIE alle resistenze che incontra, piuttosto che nonostante ad esse.

L'Insegnante si SPECCHIA nell'allievo non tanto perché egli sia ancora soggetto a tutte le miserie di quest'ultimo, ma la promiscuità delle ombre che incontra gli consente un continuo lavoro di indagine ed ridimensionamento delle proprie (ma anche di espansione, nei casi peggiori).

É vero che "gli allievi assomigliano al proprio Insegnante"... ma al massimo dopo qualche decennio che lo frequentano, non appena entrati dalla porta del Dojo: e soprattuto NON è sempre vero l'opposto, cioè che l'Insegnate debba per forza assomigliare ai suoi allievi!

Ringrazio quindi l'imperfezione di tutti i miei allievi, accolgo ben volentieri il loro essere ben lontani dall'ideale, così da ricordarmi quanto lo sia pure io... e quanto volentieri ci sia ancora da lavorarci su, ovviamente insieme.


Marco Rubatto




lunedì 27 aprile 2026

Hideo Hirosawa Sensei: l'omeopatia ed il no touch che tocca il cuore

Lo scorso 18 aprile è venuto a mancare Hideo Hirosawa Shihan.

Non ho avuto il piacere di conoscerlo e di allenarmi con lui, purtroppo... però ho buone amicizie che hanno vissuto questo Maestro molto da vicino, facendomi intendere quale importante perdita abbia ora subito il mondo dell'Aikido.

Il Maestro Hirosawa nacque ad Iwama il 14 maggio del 1937: iniziò la pratica dell'Aikido nel 1958 e si allenò sotto la guida diretta di O' Sensei per 12 anni, fino alla morte del Fondatore nel 1969.

Gli venne attribuito il titolo di Shihan Dai ("grande Shihan") dopo la morte dell'Aiki Kaiso e ricoprì tale carica per quasi 21 anni presso il Dojo di Iwama, nel quale rimase come semplice praticante, sotto la guida di Morihiro Saito Shihan, che era anche suo cognato (egli sposò la sorella della moglie del fratello maggiore di Saito Sensei).

Alla morte di quest'ultimo, divenne uno dei docenti regolari del Dojo di O' Sensei, insegnando la lezione della domenica, che era fra le più seguite.


Con lui però non se ne va solo un altro deshi diretto del Fondatore (dati gli anni che passano, ne restano veramente pochi sia vivi che in attività), ma una persona che ha mostrato un coraggio prezioso ed inusuale, ovvero quello di dedicarsi per decenni ad esplorare ed insegnare la forma finale di Aikido di O'Sensei, che era particolarmente sottile ed impalpabile, tanto da poter ingenerare non poche critiche nel mondo dell'Aikido e del Budo in generale.

Hirosawa Sensei era uno dei pochi allievi diretti del Fondatore ad utilizzare una metodologia di insegnamento che faceva del no-touch un ingrediente utilizzato di frequente: da qui i giudizi, o forse dovrei dire i "pregiudizi", le battutine... quando non proprio gli sfottò e gli insulti a chi propone questo gente di allenamento e a coloro che lo seguono.


Il Maestro cambia la direzione dello sguardo, muove impercettibilmente la posizione del suo centro e della mano, cambia il ritmo del suo respiro... ed uke cade come un salame, prima ancora di averlo toccato!

C'è qualcosa di potente e veritiero dietro a tutto ciò... o solo un altro Fuffaguru che vuole convincerci che Gesù Cristo è morto dal sonno?

Questo argomento mi ha molto interessato in passato, tanto che sono andato di persona a fare alcuni studi e verifiche da un altro personaggio che utilizzava una didattica simile, ovvero Nobuyuki Watanabe Sensei (QUI un articolo che lo riguarda), sfottuto dagli Iwamisti come "Magic Man"... e proprio per questo credo che collettivamente parlando siamo di fronte ad una nuova grande perdita per il nostro movimento con Hirosawa Sensei!

Ho sufficiente esperienza per comprendere che con la parola "Aikido" intendiamo una moltitudine di cose, anche parecchio differenti - se addirittura non contrastanti - fra loro: Watanabe prima, Hirosawa durante e dopo hanno lavorato un'intera esistenza sullo sviluppo della percezione sottile e sul lavoro di connessione basato sull'intenzione di uke.

Ai "malati" di lobo cerebrale sinistro questo il più delle volte non va proprio giù, perché cercano SOLO prove verificabili, biomeccaniche chiare e fenomeni nei quali sembra piuttosto lineare il rapporto fra "causa" ed "effetto"; tutto ciò è molto importante, da ingegnere direi basilare... ma è solo metà del lavoro: l'altra parte rende infatti necessario addentrarsi in un campo molto più minato, molto meno oggettivo e controllabile, che è appunto l'universo del lobo cerebrale destro, ovvero quello intuitivo ed empatico.

Questo è appunto l'immenso lavoro pionieristico che hanno fatto questi personaggi, a seguito di O' Sensei, che aprì loro la strada anche in questa dimensione ineffabile della pratica.

E fra essere un pragmatista incallito o un sognatore illuso... provo a trovare una posizione di equilibrio dinamico, nella quale gli opposti non sono solo contrastanti, ma anche - e soprattutto - complementari.

La mente umana è strana, e spesso riesce a scorgere solo ciò che crede essere reale (ad implicita dimostrazione di quanto la realtà sia molto meno oggettiva di ciò che ci piacerebbe credere), quindi non c'è verso di far cogliere un aspetto a qualcuno che ha già deciso a priori che esso sia insensato: il sistema di credenze, quello dei pregiudizi e delle aspettative... è più tagliente della lama di una katana, parecchie volte... ed è in grado di decurtarci da parte delle esperienze che invece saremmo in grado di vivere.

Io utilizzo il no touch solo in alcuni sporadici casi, poiché - al momento - sono interessato ad altro, ma non così poco da non avere colto alcuni sue (almeno superficiali) dinamiche: l'intenzione, il respiro, la connessione e la fisica quantistica fanno un botto la differenza. Ma è complicato trovare persone che hanno una idea sufficientemente matura di tutti questi aspetti insieme.

Allora le critiche si fanno avanti: c'è sempre il leone da tastiera che è pronto a gridare alla truffa ed alla circonvenzione di incapace (art. 643 c.p., l'allievo ovviamente), l'ultima volta mi è capitato un paio di settimane fa. Sono molto meno però quelli che hanno gli attributi (leggi "i coglioni") per andare a verificare sul campo in modo personale e diretto i fenomeni che da uno schermo non approvano o criticano così aspramente. In questo il metodo scientifico che spesso ineggiano (quello cioè che prevede e richiede sperimentazione) non viene applicato con altrettanto zelo.

Figuriamoci ad una personalità come quella di Hirosawa Sensei, che vantava una delle carriere Aikidoistiche più sostanziose al mondo: a quanto pare un divergente rispetto alla massa di pecore che percorrono la via dell'Aiki con il loro pastore di turno, che prima le tosa... e quando va loro male le porta pure al macello!

Hirosawa Sensei è rimasto 7º dan Aikikai per decenni, senza mai essere promosso... quando ora - pure in Italia - ci sono 8º dan che vengono ad insegnare katatedori shihonage o kokyunage (ma sono allineati con la loro "casa madre") come fossero messaggeri unici sacri di un sapere antico: lo scotto di essere se stessi di fronte al mondo ha un prezzo e persone come Hirosawa Sensei hanno accettato di pagarlo fino in fondo... ed anche solo per questo hanno il mio totale rispetto, prima ancora di entrare nel merito dell'utilità della loro opera di divulgazione di determinati aspetti sottili della pratica.

Hirosawa Sensei (prima Watanabe Sensei, ora ancora Takeda Yoshinobu Sensei) hanno qualcosa in comune con l'omeopatia: la scienza ufficiale non la riconosce come una cura accademicamente accettata.

La farmacologia convenzionale, che basa le sue consapevolezze per lo più sulla chimica, analizza i flaconi di rimedi omeopatici... e non riesce a trovarci altro che alcool, oppure acqua fresca: nessuna molecola ritenuta rilevante, nessun principio attivo. Ne deduce che se ci fosse un beneficio dall'assunzione di questi rimedi sarebbe solo per via dell'effetto placebo.

Allora il Burioni di turno va da Fabio Fazio a mettere in guardia la popolazione (pecorona) su quella medicina "burfaldina" mai accettata scientificamente, che promette ciò che non sarebbe in grado di attuare. Vero che è così?

Peccato che...

... l'omeopatia funziona in modo olografico, proprio come la fisica di Bohm, Hooft, Susskind e Maldacena descrive essere costituita la realtà che ci circonda. L'acqua è un veicolo di informazioni, proprio come Masaru Emoto, Emilio Del Giudice o Giuliano Preparata hanno già ampiamente mostrato, sia a livello qualitativo, che quantitativo.

E se non funzionasse proprio, sarebbe complicato per il sistema sanitario del Regno Unito o della Francia sostenere negli ospedali l'integrazione dell'allopatia con l'omeopatia... così come sarebbe stato complicato per industrie farmaceutiche come la Boiron diventare colossi così vasti da 80 anni, in più di 50 diversi Paesi del mondo, proprio tramite la vendita di prodotti omoeopatici.

Quindi il Burioni di turno non comprenderà mai né l'omeopatia, né le proprietà entropiche dell'acqua... se non si mette a STUDIARE; peccato sia troppo supponente per farlo!


Così i Budo-leoni da tastiera NON comprenderanno mai persone come quest'ultimo... almeno fino a quando non avranno il coraggio di mettere in discussione i loro sistemi di credenze, ed inizino a ricercare veramente tramite esperienze personali DIRETTE e concrete ed astinendosi al contempo dal predeterminare cosa hanno intenzione di trovare e cosa invece no.

Ma come fare quindi a distinguere un ricercatore avanguardista autentico dal un mare di pattume che è possibile trovare in giro, sia on-line, che sui tatami di mezzo globo?

Una risposta univoca è complicata, ma in questo caso specifico invece diviene piuttosto semplice!

La pratica proposta da Hirosawa Sensei (ed altri come lui) si basa sulla summa dell'interazione fra il proprio sistema mente-corpo e quello del proprio avversario... e viene comunemente chiamata [気体]"kitai" ("corpo di energia/ki").

Per fortuna nostra, O' Sensei ci ha indicato qual è la strada che porta al kitai, poiché esiste una precisa costruzione piramidale di sé, che presenta al vertice proprio ciò che oggi è tema della nostra ricerca.

Si parte con uno studio [固体] kotai ("corpo solido"), per procedere con [柔体] jutai/yawara kai ("corpo cedevole") e quindi con [液体] ryutai/ekitai ("corpo fluido")... per giungere proprio all'agognato kitai.

Ogni step si fonda e contiene quello precedente: ciò significa che non si può raggiungere il kitai, senza prima essere passati dai livelli che sottendono ad esso: un insegnante di kitai, che di per sé è molto più sottile e complicato da verificare, viene invece a poter essere testato senza grossi problemi quando si imbatte in uno dei livelli precedenti. Quando gli si fa quella resistenza che un contaballe preferirebbe non incontrare...

Se è un truffatore, le sue "magie" funzionano SOLO su persone complici ed a patto che non ci sia alcun contatto che necessita una biomeccanica più o meno solida: al contrario chi giunge al livello kitai NON ha alcun problema con i livelli precedenti, perché è proprio da essi che proviene!

Questo è un aspetto che ho appurato di persona già con Watanabe Sensei, e che mi fece concludere di essere di fronte ad un fenomeno più che autentico... cosa che penso senza alcun dubbio anche di Hirosawa Sensei, che dopo una vita di studi sotto la supervisione di Saito Sensei è complicato avesse grossi problemi con il kihon!

Perdiamo quindi a livello collettivo un ricercatore libero ed autentico, che al giorno d'oggi vale oro quanto pesa... ma abbiamo anche contemporaneamente una grossa fortuna che molti atri non hanno: Angelo Armano Sensei di Sorrento è stato un devoto allievo di Hirosawa Sensei per numerosi anni, ed ha iniziato lui stesso un cammino di ricerca nel Kon no Budo, la pratica basata sull'essenza... proprio su continuo supporto ed incoraggiamento del suo mentore.

Porgendo ad Angelo le mie più profonde condoglianze per la perdita del suo Maestro, gli auguro fortuna e realizzazione in quel coraggioso e fondamentale viaggio nel quale ciascuno di noi è coinvolto, ovvero quello della ricerca della propria essenza più profonda ed autentica, che è anche stato lo studio di Morihei Ueshiba prima e di Hirosawa Sensei poi.

Chi realizza se stesso può essere un catalizzatore importantissimo per la società nella quale vive ed opera.



Marco Rubatto