lunedì 4 marzo 2024

Saito dame... gli errori del Sensei e le piaghe d'Egitto

La scorsa settimana è accaduta una cosa molto particolare, della quale approfitto per fare insieme qualche riflessione: in un momento di assoluto cazzeggio serale, la mia attenzione è caduta su un video, l'ennesimo clip di Morihiro Saito Sensei che insegna in qualche Seminar in giro per il mondo.

Fortunatamente per noi tutti, i possessori di questi video ormai divenuti storici, talvolta li condividono sui loro canali Social, rendendoli visibili e fruibili a tutto il resto della Community.

Solo TALVOLTA però!

In questo caso, il video proveniva da un seminar tenuto nel 1990 a Nidda, in Germania: si vedeva Saito Sensei eseguire 31 no kumijo, abilmente supportato da Paolo Corallini Sensei, nel ruolo di uchijo.

Beh... fino a qui tutto piuttosto regolare. Tuttavia qualcosa di strano mi era saltato all'occhio, senza che mi rendessi nemmeno conto di cosa fosse.

Ad una seconda visione però... TAAC! Eccolo li: Saito Sensei aveva eseguito tutta la sequenza DIMENTICANDO però la trance di movimenti che va da 13 a 17 (jusan kara - jushichi made, per i nippofili). Possibile... Saito che sbaglia???

SI... proprio lui, famoso per i suoi [駄目] "dame" ("non buono/utile") se ne sarebbe meritato uno a sto giro?

SI, ma può capitare... dalle nostre parti si dice che "sbaglia pure il Papa a dire messa", quindi qualche imperfezione può sicuramente essere accaduta anche a lui.

Ed anche a CHIUNQUE altro, se ci pensiamo, da O' Sensei a Gesù Cristo... perché questi, ben prima di essere divinità viventi (sempre che lo siano state davvero) erano certamente UOMINI.

La natura umana stessa è imperfetta, e ciò non avviene a caso... perché la perfezione ha in sé l'impossibilità di "fare meglio", quindi diventerebbe del tutto improficuo essere qui a migliorare noi stessi, se non potessimo più farlo perché siamo già il top in tutto.

Saito Sensei, per distrazione, fretta... o vai a sapere per quale altro misterioso motivo, tralasciò la sequenza 13-17 nel 31 no kumijo: e allora?

NIENTE, questo ovviamente non sposta di un capello la sua grandezza, la sua competenza ed il suo valore o il senso di gratitudine ed ammirazione che possiamo provare nei suoi confronti per la monumentale opera didattica e divulgativa che ha svolto... tuttavia ho segnalato sotto il profilo di Andreas Wiemann questa stranezza, visto che il video lo aveva postato lui.

La stranezza successiva che mi è accaduta però è stata quella di vedermi BANNATO da questa fonte, dopo avermi reso indisponibili i suoi contenuti Web. Perché? Non lo so, ma ci ha messo veramente non più di 5 minuti a farlo.

Forse ha creduto gli stessi rovinando un mito d'infallibilità?

Non lo so e forse non lo saprò mai... ma per me è molto interessante notare come questo tipo di dinamiche sia del tutto comune nel nostro mondo.

Ho visto sbagliare - dal vivo - molto grandi Maestri, ma di raro ho visto loro ammettere cosa era successo.

Non è il caso di Morihiro Saito Sensei (ce non ho mai visto sbagliare vistosamente dal vivo), ma vi assicuro che ho visto tanta gente cercare di aggiustare il tiro, facendo finta di nulla... anziché ridere della propria imperfezione.

La cosa peggiore che mi è accaduta sul tatami, in merito a ciò, è stata a Lignano Sabbiadoro, nel 2006: mi ricordo ancora la sessione di pratica, ero la con un mio allievo ed amico... il tema della sessione era "ken awase" (manco a farlo apposta, ne parlavamo sul questo Blog proprio la scorsa settimana!).

Ad un certo punto il Sensei mostrò la pratica di ogni esercizio nella modalità "dankai teki ni" e quindi quella "awase"... ma lo fece solo per go no awase e per shichi no awase. Fra di essi, però, ci aveva fatto praticare anche roku no awase... ma questo direttamente nella modalità di armonizzazione dinamica.

Alla fine della sessione, egli chiese agli astanti se ci fossero delle domande: il mio amico quindi gli chiese perché avevamo fatto roku no awase direttamente in dinamica, saltando la forma dankai teki ni.

Il Sensei, dopo avere sentito la domanda (l'unica che gli pervenne, fra l'altro), la ignorò... e disse che siccome non c'erano domande allora la sessione era terminata.

NO, una domanda c'era stata, invece!

Probabilmente per questioni di tempo (far stare tutto il programma nelle ore disponibili)... o per una semplice dimenticanza (che ci sta pure!) era stata saltata quella specifica modalità di pratica, ma il Sensei NON volle rispondere ad una domanda che forse gli era suonata come "critica" al suo operato, mentre in realtà era stata rivolta solo per sapere se c'era stato un motivo specifico o didattico per le modalità di pratica che ci aveva proposto... o se fosse stata una semplice dimenticanza.

Nada: le domande PERCEPITE come scomode, impertinenti, o fuori luogo sembrava NON meritare una risposta. Quella fu una delle numerose occasioni che mi suggerirono che il mio Aikido in futuro avrebbe preso delle strade alternative a quella che stavo percorrendo allora.

Da Aikidoka ero ancora sufficientemente inesperto per poter giudicare l'operato di un Sensei di così grande abilità e preparazione, ma da Educatore già sapevo quanto fosse pericoloso, disfunzionale ed incongruente mostrarsi aperto a rispondere a delle domande, se poi di fatto non si ha l'intenzione / il coraggio di farlo sul serio e fino in fondo.

La piccolezza li mi è parsa più dell'uomo, che del ruolo del Sensei o del tecnico: la tendenza diffusa di prendere abbastanza le cose SUL PERSONALE, a mio avviso è veramente un segno di pochezza... mi spiace di doverlo ammettere, ma è ciò che ho provato... augurando certo di sbagliarmi.

Anche questo episodio - da solo - non credo significhi che quel Sensei sia un cattivo insegnante, intendiamoci... è però lo stesso mood di Andreas Wiemann... che ai miei occhi non funziona, ovvero se un allievo riesce a vedere un potenziale errore del suo docente, anziché essere lodato da questi per il suo occhio attento, viene un po' marginalizzato, preso per irrispettoso.

Ma perché, gli Insegnanti possono ancora sbagliarsi?

Ma CERTO che possono, anzi... se non lo facessero più mi preoccuperei parecchio fossi in loro, perché è segno che non sono più in grado di progredire ed evolvere a loro volta... e si troverebbero il fiato sul collo dei loro allievi in un batter d'occhio.

Un paio di errori al giorno, di quelli belli memorabili ed imbarazzanti da ammettere a me stesso ed agli altri, io vedo di farli... a mo di terapia contro l'ipertrofia dell'ego.

Dal mio punto di vista ha poco senso invocare le piaghe d'Egitto contro gli infedeli che dovessero accorgersi che non è tutto perfetto: è come tentare di coprire un letto matrimoniale con un asciugamano... se tiri di qui, scopri di là, e rendi ciò che potrebbe essere visibile ancora più evidente.

Forse è altrettanto vero che in certi ambienti (e l'Iwama Ryu è di certo solo uno fra essi) è poco ammissibile che un Sensei possa essere sorpreso a commettere errori, ed è ancora meno ammissibile che sia un allievo qualsiasi a sottolineare la cosa: cosa si fomenta però in questi casi...

Richieste di cecità selettiva? Quando il Sensei fa meraviglie applaudi forte, mentre quando ne combina una meno felice, fa finta di nulla?

Costruzione di falsi miti viventi? Persone che avrebbero rinunciato alla loro limitatezza umana e percorrerebbero le vie polverose del mondo per indicarci la strada redentrice? C'è gente che ha ancora così tanto bisogno di credere alle favole, per quanto la realtà fa loro paura?

C'è più volontà di costruire "facciate" o autenticità, noi Aikidoka cosa desideriamo per il nostro futuro?

Forse c'è più l'esigenza di mantenere una sorta di controllo sui eventuali dissidenti, un po' come fa il nostro Governo ora con chi manifesta per fermare la carneficina in corso a Gaza... L'Insegnante che dovesse essere sorpreso da un allievo a sbagliare potrebbe vedersi abbassare le sue quotazioni e la sua credibilità... 

Niente di più idiota e falso: l'Insegnante che ha creato allievi IN GRADO di accorgersi di una sua lacuna (per quanto momentanea ed occasionale), ha la riprova che questi sono attenti, presenti e preparati... altrimenti nemmeno sarebbero in grado di riconoscere il lapsus.

Ed anziché temere di poter essere accantonato o superato da essi... egli DOVREBBE dare tutto se stesso perché ciò un giorno possa effettivamente avvenire, poiché il compito di un Sensei è lanciare nel futuro persone migliori di lui, più preparate ancora di quanto egli non sia ora.

Un certo Leonardo da Vinci, in tempi Aikidoisticamente non sospetti, scriveva infatti: "Tristo è quel discepolo che non avanza il suo Maestro" (nel senso di "triste è quell'allievo che non arriva più avanti del suo Maestro").

Ma non siamo ancora giunti a comprendere questa saggezza del 1500, a dimostrazione di quanto Da Vinci Sensei fosse avanti coi tempi... o di quanto noi siamo rimasti indietro rispetto alle nostre possibilità!

Quindi come ci comportiamo?

Non rispondiamo alle domande scomode, banniamo le persone che si permettono di far notare una pecca al nostro Sensei beniamino o mitico: tutto va nella direzione OPPOSTA al DIALOGO ed al CONFRONTO... ovvero a ciò che fa crescere sul serio.

Tutti atteggiamenti di chi lo teme invece il confronto, forse per paura di non aver argomenti particolarmente convincenti da mettere sul piatto, non lo so... ma ci meravigliamo che in generale il nostro movimento faccia fatica a decollare, se ancora pregno di dinamiche simili?

Ci meritiamo ampiamente il nostro parziale insuccesso collettivo, almeno fino a quando saremo succubi di simili atteggiamenti malati del neolitico.

L'unico sbaglio davvero grosso che facciamo e non avere ancora imparato nulla dagli errori in generale... e dagli sbagli che abbiamo fatto fino ad ora in particolare.

L'Aikido è un'altra cosa, e tanti cari saluti ad Andreas Wiemann! 


Marco Rubatto



lunedì 26 febbraio 2024

剣合わせ KEN AWASE: muovere la spada insieme

A distanza di quasi 3 anni dal primo Post sulle basi dell'Aiki Ken, nel quale abbiamo introdotto i suburi, ovvero il lavoro da fare senza un partner (potrete recuperarlo QUI, se ve lo foste perso), iniziamo un nuovo importante capitolo, ovvero quello di [剣合わせ] "ken awase": le armonizzazioni della spada.

Molti praticanti sostituiscono le Scuole di Scherma giapponese all'Aiki Ken, lo sappiamo quasi tutti molto bene e ne abbiamo parlato molte volte su queste pagine... forse proprio perché non hanno mai riflettuto a fondo (e/o non sono mai stati aiutati a farlo dai loro Maestri) sulla differenza abissale che esiste fra il "lavoro di spada" concepito tradizionalmente e quello che ha introdotto O' Sensei, in modo innovativo e peculiare.

La storia ci presenta due spadaccini, "uchitachi" (colui che attacca) ed "uketachi" (colui che riceve) ingaggiati in numerose forme di duello, che sono state anche codificate da pregevoli ed antiche Scuole di Kenjutsu (come [天真正伝香取神道流] Tenshin Shōden Katori Shintō Ryū, [鹿島神流] Kashima Shin Ryū, solo per citare le 2 più famose...).

Uno attacca, l'altro si difende... e dopo alcuni scambi, uno ha la meglio sull'altro.

Morihei Ueshiba ha riletto questa tradizione sotto una nuova luce, ed ha iniziato ad utilizzare la spada (di legno, in questo caso) in modo inedito, ovvero ponendosi in un atteggiamento NON-DUALE... che evita di basarsi su chi AGISCE per attaccare, e chi REAGISCE all'attacco...

... bensì due individui, dei quali il primo cerca di divenire UNO con l'altro, imparando così a muoversi in modo sincronico (e non conseguente) al proprio partner. L'attaccato si armonizza all'attaccante, e non viceversa.

In quest'ottica, prima ancora di codificare un "duello Aiki", sono stati creati alcuni esercizi che sviluppano SOLO questa capacità: armonizzarsi al partner, cogliendo intuitivamente la sua velocità, la profondità del suo attacco... cioè essendo in grado di interagire in modo consapevole con il [間合い] "maai", lo spazio/distanza-timing".

Siamo quindi ora in una fase nella quale iniziamo ad avere un compagno FISICO con il quale praticare, a differenza di Ken Suburi, ma l'interazione è unicamente mirata a sviluppare la capacità di "andare insieme": diciamo che una persona che osserva uchitachi ed uketachi che interagiscono non dovrebbe essere in grado di cogliere chi dei due si muove per primo.

Dovrebbe vedere SOLO movimenti sincroni.

Questo aspetto per forza è anche contenuto nelle antiche Scuole di Scherma giapponese, poiché si tratta di un principio universale... tuttavia l'Aiki Ken lo focalizza in modo peculiare e specifico PRIMA di approcciarsi alle forme di duello codificato... proprio per porsi in modo alternativo rispetto alla dualità "attaccante-attaccato", "azione-reazione", vincente-perdente".

In tutto l'Aiki Ken se non c'è [合わせ] "awase" (armonizzazione) si può dire che non abbia senso la pratica, e quindi nemmeno la ripetizione a nastro di 10.000 varianti elaborate di duello codificato.

Sono quindi stati sviluppati 4 esercizi di base, che permettono di includere questo aspetto fondamentale nella propria pratica; vediamoli uno ad uno...


MIGI NO AWASE: armonizzazione a destra

Uchitachi fa un semplice fendente frontale (shomenuchi), mettendo in movimento il primo suburi di ken; contemporaneamente a ciò, uketachi compie un analogo fendente frontale (shomenuchi), spostandosi però alla destra della linea di azione del partner (sei chu sen).



Come si potrò notare dal video, la distanza fra i praticanti è molto ampia, sicuramente esagerata per un attacco di tipo realistico, ma la funzione di questo esercizio (e del prossimo) è solo quella di imparare il timing del movimento, mentre l'armonizzazione della distanza verrà introdotta negli ultimi 2 esercizi.

Quando si diventa capaci di prendere il ritmo dell'attaccante, chiederemo a questi di modificarlo in continuazione (es: 2 attacchi veloci, 1 lento, 2 medi, 3 veloci, 2 lenti, etc...), per vedere se siamo in grado di variare a nostra volta il nostro ritmo SENZA sapere prima quale velocità egli utilizzerà.

In questo modo sviluppiamo due differenti attitudini della mente, ovvero [無心] "mushin" (mente libera) e [残心] "zanshin" (mente pronta)... ovvero abbiamo la possibilità di lavorare su due principi che poi potremo utilizzare trasversalmente in tutto l'Aikido.


HIDARI NO AWASE: armonizzazione a sinistra

Uchitachi fa un semplice fendente frontale (shomenuchi), mettendo in movimento il primo suburi di ken; contemporaneamente a ciò, uketachi compie un analogo fendente frontale (shomenuchi), spostandosi questa volta però alla sinistra del sei chu sen.



Questo esercizio ha tutte le caratteristiche già esaminate in quello precedente, ma avviene con un cambio di guardia per uketachi, che passa da migi ken no kamae ad hidari ken no kamae, ovvero dalla guardia destra di spada a quella sinistra.

Nuovamente, impariamo a prendere il ritmo dell'attaccante, specie quando questi inizia a variarlo in modo inaspettato e casuale... ma chiediamo al nostro corpo di eseguire nel mentre un movimento più elaborato del precedente.


GO NO AWASE: armonizzazione del 5 (5º suburi di ken)

Uchitachi esegue una serie di fendenti laterali (yokomenuchi), uno a sinistra ed uno a destra e così via... mentre uketachi indietreggia armonizzandosi ad essi con una sorta di 4º suburi di ken eseguito arretrando, anziché avanzando (shomenuchi).

Ukeru ken è l'attitudine di "ricevere" con la propria spada, andando a deviare la spada dell'attaccante senza perdere di vista la sua linea centrale: ne segue che questa NON risulta una parata, che di solito ha il compito di fermare completamente l'energia in arrivo.... bensì di incanalarla lateralmente al proprio centro. 



In questo esercizio inizia a divenire importante anche la distanza reciproca, oltre che il timing: è necessario riuscire a mantenere una prossemica invariata fra i praticanti (di solito, issoku ittō no maai, "un passo, una distanza"), il che significa che per un avanzamento grande di uchitachi dovrà corrispondere un altrettanto grande arretramento di uketachi (altrimenti la distanza si chiuderebbe)... mentre se l'attacco ha un ingresso modesto, anche uketachi deve indietreggiare solo modicamente (altrimenti la distanza si aprirebbe).

Non vi è un numero minimo o massimo di ripetizioni: esse sono gestite in base allo spazio fisico che i praticanti hanno a disposizione; lo si utilizza tutto con uno praticante che attacca "all'andata" e quindi si "torna" indietro utilizzando lo stesso spazio a ruoli invertiti.


SHICI NO AWASE: armonizzazione del 7 (7º suburi di ken)

Uchitachi esegue una serie di fendenti laterali (yokomenuchi) a destra ed una serie di affondi (tsuki) a sinistra... mentre uketachi indietreggia armonizzandosi a queste due tipologie di attacchi in modo coerente e specifico a ciascuno di essi.
L'armonizzazione su yokomenuchi risulta identica a quella già studiata nell'esercizio precedente... mentre l'armonizzazione sul colpo di punta si esegue compiendo un movimento spiraliforme interno, complementare a quello spiraliforme esterno che compie uchitachi.



Si nota - innanzitutto - che all'inizio dell'esercizio esiste un movimento convenzionale nel quale uketachi passa con il bokken SOTTO a quello di uchitachi: ciò risulta un segnale contemporaneamente al quale entrambi i praticanti cambiano la guardia (passando da  migi ken no kamae ad hidari ken no kamae); questo avviene poiché la guardia più tipica di entrambi è quella destra, ma l'esercizio non può "decollare" fino a quando entrambi non hanno assunto quella sinistra.

A differenza di go no awase, in questo esercizio l'attaccante impara a sferrare un colpo di punta ogni qual volta che uketachi tenta di abbassare il suo bokken sulla sua destra: quest'ultimo compie questo movimento per il desiderio di togliere di mezzo l'arma del compagno ed avere spazio libero per un attacco di risposta.

L'interazione diventa quindi più complessa, poiché uketachi NON si limita a deviare solo l'attacco che riceve... bensì sviluppa l'attitudine a rispondere ad esso (appunto provando ad abbassare l'arma di uchitachi sulla sua sinistra).

L'attaccante rimane in attesa di questa azione PRIMA di sferrare il colpo di punta, il che crea una sorta di "dialogo ritmico" fra i praticanti... intenti ad avere lo stesso timing, a mantenere inalterata la loro distanza reciproca, ma ANCHE di dipendere gli uni dagli altri durante l'azione.


ATTENZIONE

Negli ultimi 2 video (go no awase e shici no awase) avrete notato la possibilità di partire con l'allenamento detto "dankai teki ni", cioè "a livelli/step fra (sé e il) nemico"; questo rappresenta una modalità non direttamente legata a ciò che faceva il Fondatore, ma ideata da Morihiro Saito Sensei alla fine degli anni '80 per pure esigenze didattiche.

In questa modalità i due praticanti NON si muovono insieme (e quindi l'uno non si armonizza all'attacco dell'atro), ma a step successivi: quando uno si muove, l'altro sta immobile (e viceversa); così facendo era possibile far sviluppare un movimento corretto anche ad un gran numero di persone contemporanee che non avevano esperienza precedente di Aiki Ken (la stessa modalità, anche detta "stop and go", si utilizza anche nell'Aiki Jo).

La pratica di armonizzazione vera e propria (awase) viene proposta una volta che il dankai teki ni riesce ad essere eseguito con un sufficiente livello di precisione.


PROGRESSIONE DIDATTICA

4 esercizi di base...

1º - mi armonizzo al timing del compagno

2º - mi armonizzo al timing del compagno, ma compio un movimento più complesso con il corpo

3º - mi armonizzo al timing ed alla distanza del compagno, compiendo una serie di movimenti più complessi con il corpo

4º - mi armonizzo al timing ed alla distanza del compagno, compiendo una serie di movimenti più complessi con il corpo, instaurando una sorta di dialogo interattivo fra i praticanti.

Notate quanta cura è stata conferita all'aumentare graduale della difficoltà per i praticanti?

Questa si chiama "didattica", ovvero capacità di trasferire nozioni, anche complesse, a chi ancora non le possiede: tutto ciò non è così comune fra le Scuole tradizionali di Scherma giapponesi, che invece si basano più sul: "Fai così per 20 anni, poi, forse... un giorno capirai".


VARIANTI

Questi 4 esercizi di armonizzazione di base sono poi completati da una serie piuttosto grande di varianti (sul nostro canale YouTube ne troverete come minimo una trentina!), sulle quali però preferisco non fare menzione oggi: ci torneremo più avanti... quando questi concetti di base avranno avuto modo di sedimentare e di diventare facilmente esprimibili per molti di voi nella pratica sul tatami.


Un ultima riflessione...

Quando pratichiamo - anche con un partner - NON dobbiamo compiere il madornale errore di dare il via ad atteggiamenti dal sapore competitivo, anche solo a livello stealth: NON pratichiamo per "vincere" sull'altro o per diventare "migliori" dell'altro... lo facciamo per migliorare, competere e vincere contro noi stessi semmai, per avere dopo una versione migliore e più consapevole di chi eravamo prima del keiko.

A questo proposito, durante la pandemia, quando al Dojo potevo andarci solo io... ho avuto l'occasione di incontrare il mio avversario più temibile e l'onore di combatterci: ho catturato questi istanti in quest'ultimo video per voi, buona visione!



Marco Rubatto




lunedì 19 febbraio 2024

Cambi di consonanti per Aikidoka

Con il mio lavoro mi trovo molto spesso ad esaminare le dinamiche del CONFLITTO, innanzi tutto quello FISICO, occupandomi di Aikido... ma anche inerente allo stato MENTALE ed EMOTIVO di chi vi è coinvolto.

Per fortuna mia e vostra, questo campo è già stato abbondantemente esplorato dalla biologia, dalla sociologia e della psicologia... e si è giunti alla conclusione che le 3 naturali risoluzioni di un conflitto, a livello del mondo ANIMALE, perlomeno.

Queste 3 modalità ancestrali sono state chiamate con l'acronimo F. F. F., ovvero:

A) - FIGHT, combatti contro il conflitto (fino a quando non lo vinci)

B) - FLIGHT, fuggi dal conflitto (fino a quando lo hai seminato)

C) - FREEZE, immobilizzati (fino a quando il conflitto non è passato)

Alla prima categoria appartengono di solito i predatori, che attaccano quando si sentono minacciati: i felini, per esempio; la seconda categoria è costituita maggiormente dai predati, che fuggono via dalla minaccia: è il caso della gazzella che scappa dal leone; alla terza categoria invece appartengono quegli animali che stanno fermi fino a quando non avvertono che il pericolo si è esaurito: pensiamo alle tartarughe, le lumache, certi tipi di crostacei... oppure gli animali che si fingono morti, perché sanno che i predatori non si nutrono di carogne.

Ci farà più o meno piacere sapere che , a livello umano, mettiamo in atto esattamente le stesse dinamiche in caso di avvertita minaccia, poiché il conflitto è qualcosa che a volte bypassa la razionalità e ci riporta a reazioni di tipo inconscio, strettamente legate al sistema limbico ed al cervello rettiliano.

Pensiamo, ad esempio, al significato di "me la sono fatta sotto dalla paura"... questo modo di dire nasconde in sè un senso tutt'altro che figurativo: un animale predato espelle urine e feci in modo automatico se sotto minaccia, perché così può correre via più veloce... perché più LEGGERO!

Il problema di questo tipo di risoluzione naturale del conflitto è però che praticamente MAI la relazione conflittuale si risolve con un WIN/WIN: talvolta uno dei due predatori uccide il rivale in combattimento (quindi per uno che vince, ce n'è uno che perde)... qualche gazzella sfugge di corsa e semina il leone (ed in questo caso vince la gazzella), talvolta però non ce la fa ed il leone se la mangia (un punto a segno per il leone, zero per la gazzella)... qualche tartaruga lascia a becco asciutto il rapace che la voleva divorare, ma qualche rapace riesce a beccare e rompere il carapace e si mangia la tartaruga (sempre uno che vince ed uno che perde).

Per dirla in francese, quindi: se facciamo Aikido, credendo di risolvere il conflitto in questo modo... ce l'abbiamo in quel posto!

Tori/nage cercherà di "abbattere" l'uke che attacca, o cercherà di "fuggire" dal suo attacco... oppure ancora, resterò immobile fino a quando l'attacco cessa: nel primo caso magari anche utilizzando la forza fisica per combattere contro l'attaccante, se occorre; nel secondo caso augurandosi di essere più veloce dell'attaccante, nel terzo caso prendendosi in pieno addosso l'impeto dell'attacco.

In tutte queste dinamiche c'è ben poco Aikido, quindi.

L'Aikido è CARATTERIZZATO appunto da un rapporto WIN/WIN, nel quale ci guadagna/impara qualcosa chi applica una tecnica (tori/nage), ma non a discapito di chi la riceve... così come l'attaccante (uke) impara alcuni aspetti fondamentali della pratica, senza avere bisogno di uccidere qualcuno per farlo.

Allora ciò è sinonimo che l'acronimo F. F. F. non è adatto alla nostra disciplina, ma che essa può regalarci una prospettiva ulteriore e forse anche più evoluta... di risoluzione ARMONICA di un conflitto!

Esistono vari modi di inquadrare questo nuovo paradigma, ma per semplicità utilizzerò oggi l'acronimo C. C. C. che sta per:

A) - CONNECTION, mi connetto e mi allineo al conflitto che sto vivendo

B) - CURIOSITY, mi pongo con un fare esplorante e curioso rispetto al conflitto

C) - CREATIVITY, mi do il permesso di trovare vie inedite di vivere il conflitto

Mi rendo ben conto che uno scritto rende ben poco merito alla POTENZA di questo paradigma, ma vi assicuro che - a livello fisico, così come ad ogni altro livello - esso è in grado di far si che il conflitto si AUTO-RISOLVA spontaneamente, consentendo però una posizione WIN/WIN a tutti coloro che ne arano coinvolti.

Questo è ESATTAMENTE ciò che cerchiamo con l'Aikido!

Esaminiamo quindi, punto per punto, questa nuova prospettiva...

Se sono CONNESSO con il conflitto allora non erigerò alcuna barriera di separazione fra esso e me, poiché lo percepirò, istante per istante, nelle sue caratteristiche ed anche nei suoi mutamenti.

Un tori/nage si connetterà all'attaccante semplicemente per percepirlo, non per vincerlo o controllarlo. Il vecchio paradigma delle Arti Marziali richiedeva invece tutt'altro.

Uke che sta per essere proiettato nel ricevere la tecnica non irrigidirà la muscolatura (facendosi male da solo con le leve che si creerebbero) per paura di ciò che sta per succedergli, poiché questo sarebbe l'equivalente di mettere un muro, una corazza di protezione fra sé ed il conflitto che sta vivendo (il cadere, appunto). Non sarà nemmeno passivo o floscio... sarà presente perché CONNESSO istante per istante con chi lo proietta o immobilizza.

Se sono CURIOSO, ho una propensione positiva rispetto a ciò che accadrà, non sarò intrappolato in nel senso di aspettativa, perché mi starò dando l'opportunità di esplorare nuovi scenari possibili: sarò di nuovo PRESENTE, PRONTO, INGAGGIATO, in un buon equilibrio fra la RICEZIONE e l'AZIONE, fra uno stato ATTIVO ed uno PASSIVO.

Se sono CREATIVO non baserò il mio futuro su ciò che ho fatto in passato. L'esigenza delle Arti Marziali tradizionali di ripetere molte volte un movimento per interiorizzarlo credo sia stato compreso poco, oppure frainteso molto...

RIPETERE un pattern specifico (diciamo "una tecnica di Aikido") NON servirà a potermene agevolare tale e quale in caso di necessità in uno scontro reale... ma a farmi assorbire quei principi contenuti nella forma che poi potrò utilizzare in uno scontro reale, con tutte le specificità del caso, che saranno sempre UNICHE ed IRRIPETIBILI.

Non entrerò in una sorta di biblioteca dell'Aikido per chiedermi "di quale volume ho bisogno" per rispondere ad una situazione reale improvvisa e velocemente mutabile: questa operazione sarebbe LENTISSIMA rispetto alle esigenze ed alle contingenze del momento conflittuale... e quindi risulterebbe per forza fallimentare.

Allora assorbirò i PRINCIPI da tutte le forme marziali che pratico e poi mi darò la libertà di lasciare che questi principi prendano la FORMA CHE SERVE quando vivo un conflitto specifico (e lo sono tutti, unici nel loro genere, intendo).

Quindi senza CREATIVITÁ non ci può essere alcuna risposta intelligente WIN/WIN ad un conflitto reale, poiché sarà inutile rievocare le conoscenze apprese in passato, così come sarebbe di ostacolo intrappolarmi sulle aspettative che ho per il futuro: il vivere con intensità il presente, che è l'unico tempo REALE che esiste, sarà la soluzione per tutte le parti coinvolte nel conflitto.

Vedete che queste 3C presuppongono la coltivazione ed il mantenimento di un'attitudine APERTA, PRESENTE e COINVOLTA con ciò che accade, senza fughe, passività attacchi o innalzamento di barriere fra sé e l'altro, fra sé ed il problema, fra sé ed il conflitto.

In Aikido diremmo forse "zanshin" (mente pronta), "mushin" (mente libera), "shoshin" (mente curiosa del principiante), "fudoshin" (mente calma), "yoshin" (mente giovane)...

Tutto ciò che abbiamo scritto va nella direzione di sviluppo di una certa spontaneità del movimento, del corpo così come della mente... che è l'esatto opposto della ripetitività del katageiko al quale siamo abituati di solito ("Maestro fare, io copiare").

Forse non proprio a caso il Fondatore dell'Aikido, in età avanzata, parlava di "Takemusu Aiki", ovvero la sorgente SPONTANEA dell'Aiki a partire dal conflitto... ci avevate mai pensato?

Ripetere le tecniche è molto utile, ma NON per imparare pattern da ripetere in caso di necessità, quanto per interiorizzare principi (come radicamento, estensione, centering, awase, kuzushi, ki no musubi, zanshin... etc), che poi troveranno il modo creativo di prendere una nuova forma concreta e specifica durante l'imprevedibilità di un conflitto altrettanto specifico, improvviso ed inatteso.

La differenza però la fa che con C. C. C. il conflitto sarà UTILE a TUTTI coloro che ne verranno coinvolti, non importa se come attaccanti o come attaccati.

Per studiare questi principi però è necessaria pratica sul tatami più ancora che uno testo... e di rado ho l'occasione di presentarli come si deve ai Seminar che tengo, per pura questione di tempo: quando vado in giro trovo la maggioranza degli Aikidoka (e pure degli Insegnanti, devo ammettere) ancora del tutto focalizzati e talvolta anche incasinati ed impreparati sugli aspetti tecnici della disciplina.

Mi ci sono voluti una ventina di anni buoni per affacciarmi anche FUORI dalla TECNICA, pur continuando a coltivarla in parallelo; mi rendo quindi conto che il praticante medio è ancora tutto preso da capire come relazionarsi con cose come shihonage, koshinage, i kumijo o le varianti di ken tai jo...

Però intorno a tutto ciò che è tecnico, e quindi anche didatticamente trasmissibile in modo chiaro, esiste un mondo che fa rileggere queste pratiche alla luce dei PRINCIPI che contengono... ma quest'ultimo non può essere insegnato da fuori, se non se ne fa prima una esperienza diretta e personale.

Ed in ultimo - ma non di certo per importanza - c'è poi il mondo delle PROSPETTIVE, ancora più ampio e forse importante di quello dei principi... ai quali ho voluto dedicare il Post di oggi, proprio perché noto quanto ci sia fame di ciò che per fortuna mia (e forse pure dei miei allievi) è diventato la quotidianità.

Dal mio punto di vista, sicuramente modesto e parziale, credo che i PRINCIPI e le PROSPETTIVE saranno il futuro dell'Aikido, quando più o meno tutti saranno capaci di fare un ikkyo o di tenere in mano un jo ed un bokken... e già qualche anno fa avevo tentato di scrivere un libro anche dedicato a questi argomenti importanti; purtroppo però al momento sono troppo impegnato su altri fronti ed i miei progetti personali dovranno attendere momenti più propizi.

Nel frattempo, facciamo insieme il possibile per fare questo enorme salto di maturità... in grado di farci apprezzare non solo il COSA facciamo su un tatami (tecniche)... ma anche il COME lo facciamo (principi), e - soprattuto - il PERCHÉ lo facciamo (prospettive).

E se non ci soddisfa la prospettiva che abbiamo utilizzato fino ad ora, sentiamoci senz'altro liberi di cambiarla: F. F. F. → C. C. C.


Marco Rubatto



lunedì 12 febbraio 2024

Aikido, spiritualità e l'uscita dall'ipnosi di massa

Ci sono persone che reputano l'Aikido una disciplina "spirituale"... però non è banale definire cosa si intenda con questo termine. Oggi proviamo insieme a darne una delle tante accezioni possibili.

Esiste una tendenza, nemmeno troppo velata, delle società moderne a fagocitare i membri che la compongono in alcune strane forme di ritualità: noi possiamo anche non accorgercene, giacché nasciamo e cresciamo dentro queste dinamiche di gruppo, però alcune persone utilizzano proprio discipline come l'Aikido per affrancarsene e sentirsi più liberi e coerenti con le proprie aspirazioni e bisogni più autentichi.

Questa può essere vissuta come una forma di "spiritualità"...

Ecco, con molta approssimazione, qual è il "game" al quale molti di noi giocano inconsapevolmente...

1 - Nasci, dopo pochi mesi vai al "Nido", che ti preparerà alla Scuola Materna

2 - Cresci, e vai alla Scuola Materna, che ti preparerà alle scuole dell'obbligo

3 - Vai a scuola e ti prepari al mondo del lavoro, ma di solito - come minimo sindacale - vai alle Scuole Superiori e pure all'università prima di affacciartici.

4 - Al lavoro cerchi normalmente la posizione più redditizia che richieda gli incarichi che più gradisci, anche se questo connubio non è facile da realizzare

5 - Se nel frattempo ne hai modo, fra la scuola ed il lavoro, frequenti qualche persona... e magari con qualcuna ti ci fidanzi pure... o persino ti sposi (nei casi migliori/peggiori, fate voi!)

6 - É ora di mettere su famiglia, di mettere la testa a posto e di abbandonare le "perdite di tempo della gioventù (la moto, i viaggi, le serate, la palestra...)

7 - In men che non si dica sei alle porte della pensione, contento se ti sei riuscito a comperare casa, a crescere figli sani ed a fare mancare loro i meno possibile

8 - Invecchi e pensi a cosa resterà di te dopo che te ne sarai andato

9 - Dopo qualche anno ancora rimane una lapide in un cimitero, sempre meno visitata, man mano che pure i tuoi cari/eredi invecchieranno e moriranno

10 - Se da 1 a 9 hai saputo procurarti un buon cellulare, una playstation, una TV 297 pollici, i programmi on demand, qualche vestito griffato, la macchina grossa ed una seconda casa al mare o in montagna... sei stato un gran figo.

Se esistesse la reincarnazione, moltiplichiamo pure i punti precedenti in un loop che non ci è dato di sapere quanto sia lungo.

Sei vissuto?

Ma certo... Te ne sei accorto?

Non è detto... infondo hai sempre avuto un sacco da fare...

Questo "loop" serrato, nel quale sembra che ciascuno abbia sempre qualcosa di pre-impostato da fare a tutte le età della vita, può essere chiamato "ipnosi di massa", visto che non sta scritto proprio da nessuna parte che questo sia il modo migliore per vivere per tutti!

Un famoso sociologo lo chiama "pappa-cacca-nanna", a sottolineare come la vita venga passata nel tentativo (spesso inconcludente) di saziare alcuni bisogni fisici, mentali ed emotivi dell'essere umano. 

Vanno aggiunte a ciò lievi differenze circostanziali basate al Paese nel quale ciascuno di noi nasce:

- se sei Giapponese, sei figo se per tutta la vita ti fai il mazzo a tarallo per la gloria dell'Imperatore, se sei cortese e se ti tieni i tuoi problemi per te;

- se sei Israeliano, sei figo se odi i palestinesi che "vogliono rubarti la terra"; mentre se sei palestinese sei ok se ce l'hai un po' con gli israeliani che "ti hanno rubato la terra";

- se sei Occidentale, sei figo se mangi gli hamburger, parli slang e guardi male orientali e Russi, che sono comunisti e quindi il male assoluto; sei ossessionato dalla cultura woke e pensi che in Italia sono tutti ladri con pizza e mandolino.

- se sei Russo, è ok se ti tuffi nella neve dopo la sauna, se hai il caricatore di Vodka sempre pronto a sparare... se hai una madre ed una matrioska, e se critichi gli Americani, che vogliono portare al mondo alla perdizione;

- se sei Cinese, è ok se riesci a fare affari vendendoti pure tua nonna al mercato nero, se paghi tutto in contanti e se ti espandi a macchia d'olio sotto traccia in occidente, prima di poterlo reclamare come tuo;

... e via dicendo... giusto per non toccare argomenti religiosi, nei quali diventiamo estremisti con una certa facilità. E non crediate che esageri: questi stereotipi ridicoli sono realmente creduti veri da una buona parte delle società che ho nominato!

In ogni era umana però sono esistiti i "divergenti", ovvero persone che non riescono o non vogliono uniformarsi alle regole sociali più diffuse, e compiono scelte differenti... che dalla massa vengono percepite come pericolose, scellerate o insensate.

Sono quelli ai quali l'ipnosi di massa attecchisce poco, o per natura caratteriale, o perché hanno compreso che il tempo limitato che spendiamo su questa terra può essere anche utilizzato per realizzare se stessi, oltre che per seguire il pattern che altri hanno scelto pure per noi.

Alcuni semplicemente seguivano l'ipnosi di massa, ma vengono svegliati da un'evento specifico, che fa comprendere loro che stavano vivendo la vita di altri... non la propria.

Qualsiasi cosa ci possa portare a volerci vedere chiaro sulle nostre prospettive personali però passa per alcuni step fondamentali: ci dobbiamo chiedere...

1 - Chi siamo

2 - Da dove veniamo

3 - Dove andiamo

4 - Perché siamo qui

Alcune queste domande richiedono qualche minuto di riflessione, altre una vita intera e la risposta può variare un tot numero di volte, mentre la viviamo.

In ogni caso, chi ha voglia di conoscere se stesso è praticamente costretto a praticare una disciplina psicofisica, o comunque nella quale il corpo sia incluso e coinvolto da protagonista. La ragione di ciò è che l'ipnosi (quella che si vive o quella che vediamo vivere agli altri) guasta le nostre capacità percettive e logiche: in poche parole, la mente inizia a funzionare male.

E se la mente non è in equilibrio, l'unico modo che si ha per rimetterla in sesto e far si che sia il corpo a darle supporto. Il corpo è stabilizzante ed ha la bella/brutta abitudine di denudarci di fronte a ciò che crediamo di essere, ma non siamo.

Le discipline come l'Aikido aiutano questo tipo di riallineamento mente-corpo, perché utilizzano la fisicità e lo scambio di energia come cartina di tornasole per farci percepire i pensieri e gli stati d'animo che proviamo sotto stress.

L'ambiente conflittuale della tradizione marziale risulta molto importante per far emergere l'immondizia che avevamo nascosto sotto il nostro tappeto personale, per pigrizia, per soddisfare le aspettative altrui, per paura di diventare chi siamo su serio.

E così cerchi un Dojo e - sotto la guida di un Docente preparato - hai la possibilità di metterti in discussione a 360º, e - più in generale - di mettere in discussione tutti quei costrutti che avresti forse prima considerato assoluti inammovibili.

Eccone alcuni:

1 - il "nemico" fuori non esiste, ci sono solo ancora alcune forse che non riusciamo ad utilizzare per crescere

2 - difendersi è innaturale, perché mette una barriera fra te e ciò che temi, anziché rimuoverla ed apprendere

3 - il nemico più pericoloso, infido ed astuto lo vedi quando ti guardi allo specchio... non è per la strada, a scuola, in ufficio, in famiglia

4 - la fiducia che hai negli altri è la stessa che sei capace di riporre in te stesso... e viceversa

5 - la capacità di stare rilassato sotto stress e fuori dalla tua zona di comfort è l'UNICO elemento che ti assicura cambiamento ed evoluzione... il resto sono abbagli inutili e perditempo

6 - la disciplina che sei in grado di darti è la stessa che potrai pretendere dagli altri, non di più, non di meno

7 - siamo tutti interconnessi, anche se non ce ne accorgiamo, anche se pare il contrario... ciò che fai agli altri, che pensi degli altri... lo fai a te stesso e lo pensi di te stesso

8 - se una situazione ti crea difficoltà è perché possiede un alto potenziale d'apprendimento da utilizzare a tuo vantaggio; non ci sono amici o nemici, ma solo Maestri

9 - l'ispirazione è un ottimo motore, del quale la paura è un freno naturale... ma spesso utilizziamo troppo e male.

Tutto questo si realizza certo tramite un'opera di introspezione, ma anche prendendo informazioni dall'esterno ed imparando a specchiarsi negli altri: l'Aikido supporta proprio questa esplorazione di sé tramite il prossimo...

Ho definito questo percorso di tipo "spirituale" poiché si rifà alla parte più sacra, intima e profonda di ciascuno... tuttavia non lo accosterei a pratiche di tipo religioso, che richiedono diversi "atti di fede".

In Aikido TUTTO è sperimentabile in modo diretto, in prima persona... e pure l'atto di affidarsi ad un Sensei è qualcosa che piano piano necessita di scelta, più che di fede.

Il contro altare di tutto ciò è - talvolta - avere la sensazione di appartenere ad un movimento che si sente "il prediletto", al di sopra ed al di là dei comuni mortali... Questo dark-side esiste, inutile negarlo.

Non è però l'Aikido a creare questi mostri, ma una schiera di imbecilli che lo utilizzano nel peggiore dei modi, per ingrassare il loro ego e dare fiato ai loro deliri di onnipotenza.

Quindi: esistono molti modi per non farsi fagocitare dalla vita di tutti i giorni, dalla nostra società, dal sistema delle credenze che ci ha appiccicato addosso qualcun altro... e sicuramente l'Aikido può essere uno particolarmente adatto fra di essi.

Diventa perciò una disciplina-strumento per guardarsi dentro e fare ordine fuori: permette di uscire dall'ipnosi di massa?

SI, se la utilizziamo consapevolmente, come qualsiasi strumento... dipende quindi dalla maturità, costanza, ingaggio e profondità con la quale sentiamo di dovere qualcosa di importante a noi stessi e da quanto abbiamo voglia di imparare (o abbiamo già imparato) a volerci bene.

Forse vale la pena di darsi questa possibilità e di provare, che dite?!


Marco Rubatto




lunedì 5 febbraio 2024

Sensei: il giudicatore ingiudicabile, che nasce prima e muore prima

Come ormai pure Wikipedia racconta, "SENSEI" non si traduce letteralmente con "maestro"... ma come "colui/colei che è nato/a (oppure) è arrivato/a PRIMA"...

Dalle nostre parti poi, questo termine non solo indica "il Maestro", ma pure uno di quelli dei quali nutrire un certo rispetto... e non ho nulla in contrario a tutto ciò.

Bisogna tuttavia avere chiaro alcune caratteristiche di questa carismatica ed enigmatica figura, per comprenderla a fondo ed evitare di mitizzarla eccessivamente.

Dunque iniziamo dall'inizio...

Uno prima è un principiante, inizia a frequentare un corso di Arti Marziali, diciamo l'Aikido per rimanere a casa nostra (ma questo discorso si può applicare a qualsiasi tipo di "corso")... ci passa numerosi anni all'interno...

Ogni tanto da un esame, cambia il proprio livello...

E, mediamente dopo qualche decade, è diventato così bravo da poter aprire un corso a sua volta... nel quale però si farà chiamare "Sensei", in effetti perché "è nato (marzialmente parlando) prima" di coloro che andranno poi a frequentare il suo corso.

Ecco: no, le cose non dovrebbero andare esattamente così... anche se poi di fatto spesso lo fanno!

Sensei è un termine ONORIFICO, ovvero che ti danno gli altri: è come dire "Signor/Signora", o i termini giapponesi "San" e "Sama".

Se mi presento, dico: "Piacere, sono Marco"... non dico: "Piacere, sono il SIGNOR Marco", oppure "Marco SAN", "Marco SAMA"... o, peggio ancora "Marco SENSEI"! Sembrerei uno sbruffone spaziale, uno che se la tira peggio di una fionda: devono essere gli altri ad attribuirmi onore e rispetto, non posso darmelo da solo (almeno nei titoli che utilizzo per descrivermi).

Il "Sensei", con la storia che è "nato prima", ad un certo punto si sente in diritto di adottare tutta una serie di decisioni che rispettano il proprio sentire ed onorano la sua esperienza: per esempio diventa il "sovrano illuminato" di un Dojo e può pretendere che tutti rispettino le sue volontà e che queste non siano mai messe in discussione dai praticanti suoi allievi, che prendono lezioni da lui.

La sua esperienza gli consente di capre chi è pronto a sostenere gli esami e chi invece no; al momento dei test poi, egli giudica i suoi allievi, e determina chi sarà promosso e chi invece sarà respinto... 

Lui fa sempre le tecniche divinamente, quindi indica ai suoi allievi dove sbagliano e dove possono ancora migliorare.

Ma lui può ancora migliorare?
É in grado, cioè, di essere l'esempio di ciò che richiede costantemente ai suoi allievi di fare?

C'è ancora qualcosa che un Sensei può ancora imparare?
Nell'immaginario collettivo NO, lui è arrivato al culmine della sapienza e della crescita... mentre nella realtà invece capita ben altro...

Il Sensei è un essere umano, come tutti gli altri: mangia, beve, lavora, dorme, fa pipì e popo...

Sbaglia ancora anche lui, può crescere ed evolversi... e se non sa come continuare a farlo, è fregato di brutto!

Sarà pure "nato prima", ma non è ancora morto, e fin che non si muore si può crescere, fare esperienza ed utilizzarla per migliorarci, almeno questo è ciò che un Sensei dovrebbe fare innanzi tutto per se stesso e quindi per i propri allievi... se veramente desidera sentirsi tale.

E qui iniziano i paradossi: come fa un Sensei a continuare ad imparare?

Deve continuare ad essere a sua volta un allievo di qualcun altro, o - almeno - deve continuare a coltivare la mentalità del principiante, ovvero quello che nella tradizione si chiama "shoshin" [初心].

Questo termine utilizza lo stesso kanji iniziale del più noto termine "shodan" [初段], che noi di solito traduciamo come "cintura nera"... a dimostrazione che quest'ultima è il grado del novizio, del principiante... e non della maestria, un po' come si sarebbe portati a credere dalle nostre parti.

Quindi se una cintura nera è un principiante, possiamo comprendere come un Sensei possa essere - a sua volta - ancora un allievo, o no?

... "Allievo" di un Sensei di rango superiore al suo, oppure facente parte di un gruppo nei quali ci sono Senpai in grado di dargli supporto e consiglio a pro della sua continua crescita...

Al limite egli deve essere in grado di specchiarsi da solo in ciò che fa, e da ciò apprendere, auto-correggersi e migliorare.

La trappola dell'ego però è dietro l'angolo... "Se non sono più obbligato a sottopormi al giudizio di qualcun altro, perché dovrei volontariamente andare a rischiare di essere corretto, redarguito... oppure consigliato?"

Ho un tatami sul quale "la legge sono io"... che è l'equivalente di dire "posseggo una posizione privilegiata" nella community che frequento: cerco di non perdere "la priorità acquisita", altro che lavorare per continuare a meritarmela!!!

Tanto più che se qualcuno non è d'accordo con me, posso sempre sbatterlo fuori dal Dojo... perché la sua immaturità gli impedisce di comprendere quanto sono eccelso, illuminato e buddico...

E così il Sensei che è nato prima, può anche morire prima dei suoi allievi: defunge perché si auto-sottrae al processo - che magari a fatto per anni - ma che chiede agli altri di continuare a fare... anche quando lui tira i suoi remi in barca.

Somiglia un po' alla pubblicità anni '80 di Luisa Shihan, "che inizia prima, finisce prima... e di solito non pulisce il water"! Una sorta di politico, di quelli che di solito ci fanno parecchio schifo, che si accaparra una poltrona e poi spende tutto il resto della sua vita nel cercare di rimanerci incollato sopra.



Come si riconosce quindi un Sensei che è al suo posto perché è ANCORA un ALLIEVO in qualche misura, da uno che invece pontifica dall'alto del suo "regno"?

Molto semplice: il primo tipo di persona CAMBIA nel tempo, il secondo tipo invece cerca di annacquare il brodo che offre perché gli duri più a lungo possibile... e cerca però di non darlo a vedere, così che gli allievi non si accorgano di nulla di sospetto nelle sue attività.

Il primo tipo di persona, quindi, può continuare a rimanere una persona autentica, di certo sempre più consapevole dei propri limiti, e proprio per questo desideroso di provare a superarli... mentre il secondo tipo di persona DEVE per forza ricorrere a dinamiche di tipo manipolatorio, per non perdere "il posto". E questo distinguo non è banale, attenzione.

Il Sensei autentico SI METTE spesso fuori dalla propria comfort zone, perché è quello l'unico luogo nel quale la crescita può avvenire... ad esempio va a frequentare (come allievo) lezioni e seminari condotti da ALTRI Sensei, così da continuare ad allenarsi per se stesso e continuare a ricevere stimoli, di tipo più ampio e vario possibile.

Il Sensei fake insegna SOLO più: lui crede di non avere più bisogno che qualcuno gli faccia da specchio, e non evolve nemmeno specchiandosi da solo, poiché ritiene essere giunto alle vette della perfezione.

Quest'ultimo trend malato non si trova solo a gradi molto elevati (che ricordo NON essere per nulla sinonimo di bravura, come ho scritto QUI), ma anche relativamente più in basso, dal momento in cui abbiamo accettato che una cintura nera sia considerato un ESPERTO anziché un PRINCIPIANTE.

Tradizionalmente, si poteva iniziare ad insegnare al raggiungimento del grado minimo di [参段] sandan ("terzo dan"), che corrisponde alla qualifica di "Fuku Shidoin" ("Assistente Istruttore"); fra il 4º ed il 5º dan si può essere [指導員] "Shidoin" ("Istruttore")... e dal 6º dan in poi riconosciuti con la qualifica di [師範] "Shihan" ("Istruttore anziano").. ma non è solo una questione di esperienza lunga e di patacche.

Come ben sappiamo, una persona può avere fiumi di esperienza della quale non è riuscita a ricavare un granché, oppure può avere qualche santo in paradiso che gli fa pervenire le pergamene a mandorla con sopra scritto qualsiasi forma di onorificenza. Non è da questi elementi purtroppo che si può realmente riconoscere un Sensei...

Lo si può comprendere solo frequentandolo e valutandone il comportamento, di solito nel periodo medio lungo... e la quantità di coerenza che si percepisce fra cosa dice, cosa fa e come si atteggia.

Io appartengo a questa pericolosa categoria di persone difficilmente inquadrabili una volta per tutte: che magari iniziano bene e poi si siedono sugli allori... e devo ammettere che non è sempre facile essere all'altezza delle aspettative proprie e dei propri allievi.

Siamo appunto esseri umani, con difetti e limiti... e che fanno pipì e popò.

Beh, tuttavia, per paradosso è proprio questa imperfezione a poterci donare credibilità, ogni volta che l'accettiamo e la utilizziamo per poter fare la differenza... poiché ci mette nella condizione di non smettere di imparare, come l'ultima delle cinture bianche della fila prima o dopo il saluto.

"Sensei" è un termine importante per me, proprio perché non ho mai chiesto o preteso che qualcuno lo utilizzasse per indicarmi: ad un certo punto è semplicemente successo spontaneamente... a suggerirmi che forse ero sulla Via migliore per me stesso.

Se un giorno le persone smettessero di chiamarmi così, mi potrò dire nuovamente molto fortunato: saprò che sto deviando dalla mia Via... e quindi avrò nuovamente l'opportunità di aggiustare il tiro e di cercare ciò che ho smarrito.

Non ho intenzione di "morire prima"... lo farò poi volentieri più in là, quando sarà biologicamente ora.


Marco Rubatto