lunedì 2 marzo 2026

Come impara un Insegnate?

Le frasi motivazionali che si leggono, di tanto in tanto, sui Social dicono: "Rimanere ALLIEVO è il segreto di ogni MAESTRO"... o cose molto analoghe, scritte in modo più o meno poetico.

Ma come impara un Insegnante?

Ammesso che la condizione di perenne allievo gli sia necessaria (conosco decine di Insegnanti che hanno smesso di apprendere molto prima di diventare tali!), quali sono le modalità con le quali un Insegnante è ingrato di continuare ad evolvere, nonostante non utilizzi più tutto il suo tempo a suo esclusivo vantaggio?

Me lo sono chiesto per qualche decennio, in realtà... ed ora ho accumulato sufficiente esperienza per essermi fatto una idea abbastanza precisa in merito, per quanto sicuramente ancora migliorabile...

Quando si inizia ad insegnare, praticamente tutta la propria attenzione viene destinata ai nuovi allievi, che quasi sempre in Aikido partono da zero: Aiki taiso, le cadutine da seduti, i tai sabaki di base... le prime tecniche, quelle fatte piano perché nessuno si faccia male...

Un Insegnante medio vive abbastanza di rendita questa fase, poiché si suppone che egli stesso sia passato di li decine di anni prima e che quindi abbia le idee abbastanza chiare su come si imposta un lavoro di base... Macché!

Appena iniziamo ad insegnare ciò che crediamo di sapere benissimo... ci rendiamo conto di quanto non lo conosciamo così bene come credevamo: gli allievi si mostrano essere un esercizio continuo per trovare modi più efficaci di spiegare cose che magari a noi sono arci-note, ma che sembrano ostrogoto per le persone che le sentono e le provano per le prime volte.

Questa cosa migliora con gli anni: un tempo ci mettevo molto di più di adesso a far fare ai neofiti ciò che credo sia bene che loro facciano... ma questa cosa dipende dall'esperienza - appunto - di insegnamento, e non riguarda il Docente, quanto i suoi discenti.

E lui, invece?

Bene: lui impara ad insegnare sempre meglio, che è già comunque una forma di evoluzione personale... ma come fa ad imparare quello che ancora non conosce dell'Aikido, avendo a disposizione lezioni nelle quali chiunque è meno esperto di lui?

Nei miei primi anni di insegnamento, per paura che la mia preparazione ricevesse un duro colpo di arresto, sono andato ad allenarmi da un altro Insegnante, una volta alla settimana (per 8 anni): durante le SUE lezioni, ero un semplice allievo, quindi potevo disporre di tutto il tempo per me e per studiare, talvolta anche ciò che desideravo allenare maggiormente.

Il mio gruppo era costituito sono da neofiti, quindi mi pareva impossibile con loro fare ciò che serviva a me, per il mio livello, intendo.

Di sicuro, consiglio qualunque Insegnante di avere un Insegnante più esperto alle spalle, con il quale confrontarsi almeno un paio di volte all'anno, se possibile. Magari abita in altre città, in altri Paesi o continenti... magari non è così facile condividere un tatami con lui... ma finché potete, sarebbe sciocco non avere una guida che ci aiuta a crescere.

Conosco troppi Docenti che hanno smesso di avere una guida troppo presto, ed alcuni anche che non ne hanno mai avuta veramente una (seria): avere un nostro Sensei/senpai fa sempre estremamente comodo, così come esser inseriti in una rete nazionale/internazionale nella quale confrontarsi con altri Insegnanti (più o meno del nostro stesso livello di esperienza).

Tuttavia, questo fa sempre parte delle cose importanti per continuare a crescere, ma che rappresentano degli eventi straordinari: e nell'ordinario come fare?

Qui arriva la parte che per me è stata più sconvolgente...

È possibile per in Insegnante continuare a crescere anche in modo ordinario, ovvero attraverso le lezioni che offre ai suoi allievi (di solito molto meno esperti di sé).

Mi era stata raccontata una storia diversa, ovvero che l'insegnamento doveva essere solo un DARE, senza sé e senza ma... continuo, e senza ritegno alcuno, nel quale le esigenze dell'allievo venivano sempre e comunque prima di quelle dell'Insegnante

In questo storytelling, il principiante DEVE passare un determinato numero di ore a fare cose specifiche e qualsiasi altra richiesta da parte del proprio Sensei dovrebbe essere considerata fuori posto... perché troppo complessa, troppo avanzata... troppo incline a soddisfare l'ego dell'Insegnante, che invece va sempre e comunque ridimensionato e combattuto.

Ecco: NON è per nulla VERO!

Questa modalità tende a separare le esigenze degli allievi da quelli dell'Insegnante, senza considerare che allievi + docente formano un tutt'uno organico, coordinato ed integrato.

In questo sistema complesso, se l'Insegnante rinuncia per troppo tempo alle sue esigenze di miglioramento, tende a "spegnersi", ad annoiarsi ed a prendere tutto ciò che fa per "dovere", senza essere in grado di trarre ispirazione dal suo operato. Resta "in attesa" che i propri allievi divengano pronti per comprendere, sufficientemente abili per capire... processo che potrebbe impiegare decenni ad accadere, o forse potrebbe non accadere proprio mai!

Se un'ego è presente in ogni persona - invece - una qualche forma di utilità ce l'avrà pure: se non risulta saggio farlo comandare sempre e comunque, potrebbe invece esserlo ascoltare che cosa ha da dirci... ad esempio imparando a scindere "l'egoismo" generico, da quello "sano"...

L'Insegnante IMPARA insegnando, ovvero adotta una modalità completamente differente (e duale) ai suoi allievi, indipendentemente dalla loro esperienza, grado, preparazione.

Questo significa che egli proverà a fare cose delle quali sospetta il senso, ma nelle quali NON è certo per nulla di essere all'altezza: cioè la stessa cosa che accade ad un allievo qualsiasi, in ogni istante nel quale calca il tatami!

Fa quindi la stessa cosa, ma in modo molto diverso.

Percorrendo questa via, però, ha la possibilità di fallire - esattamente come accade ad un allievo qualsiasi, in ogni istante nel quale calca il tatami - e quindi di insegnare cose che gli vengono male o che invece di senso ne hanno poco.

L'Insegnante diventa perciò un "esploratore", che si assume la responsabilità sia delle scoperte che è in grado di fare, sia delle volte nelle quali non trova nulla di interessante dalla sua spedizione alla Indiana Jones. Nel fare questo NON sempre fa con modo diretto ciò che sembra il meglio per i propri allievi, ma proprio qui troviamo l'importante paradosso...

Fare il meglio per sé, alla lunga, risulta anche il meglio per il gruppo del quale si ha responsabilità... perché ciò gli consente di tenere viva quella sacra fiamma che nutre e da vita anche ai suoi allievi: egli è un "custode" di quel braciere, ed ha il compito supremo di non lasciarlo spegnere... perché in caso contrario la fine dei suoi allievi e del suo gruppo sarebbe comunque una conseguenza imminente almeno quanto inevitabile!

Nella Scuola di Aikido nella quale sono cresciuto, la possibilità di "fare il proprio Aikido" giunge solo ad un livello tale per cui o diventi abile come O' Sensei, o devi continuare a fare tai no henko per tutta la vita... e poi forse un giorno capirai: questo è un modo signorile di dire "mai!

In effetti, se non si ha una preparazione di base sufficientemente solida, il rischio di fare minkyate è piuttosto realistico... però abbiamo di fronte una scelta da fare a monte: rimanere i custodi della nostra sacra fiamma, oppure no. Tutto qui.

Gli allievi, almeno nei loro primi 10 anni di pratica (come minimo) si NUTRONO di quella stessa fiamma, perché guardano l'Insegnante come la persona in grado di garantire qualcosa per loro, molto più ampio che una tecnica eseguita nel modo più corretto possibile.

L'Insegnante, per loro, è un insieme di esperienze, di valori, di prospettive, (anche) di tecniche (ovviamente) che ancora loro non hanno assimilato a dovere, ma che sono desiderosi di rendere più vivi nel loro vissuto da tatami, e cose anche in quello del loro quotidiano.

Se viene a mancare quell'ispirazione si ferma tutto!

Ora comprendo che la differenza fra allievo ed Insegnante è che si tratta solo di due forme di allievi diversi: il primo è come chi entra in una biblioteca, sicuro di trovarci il sapere che ancora non possiede... ma che potrebbe fare suo semplicemente leggendo; l'Insegnante invece è quell'allievo che scrive libri e poi cerca di capire se siano intelligenti o meno a seconda del successo che hanno ai propri occhi prima, e sul mercato poi.

Nessun scrittore ha la sicurezza di scrivere sempre un best seller ogni volta che inizia una nuova opera... semplicemente FA ESPERIMENTI che lo ispirano, perché FARE diventa il modo migliore e diretto per crescere, senza demandare la responsabilità di ciò a figure terze.

I suoi Sensei e gli eventuali senpai continueranno ad essere fondamentali per un confronto... ma si comprende che ciò che non è farina del proprio sacco, tutto ciò che non è stato ingerito, masticato e digerito a dovere non è davvero "nostro".

Non è più sufficiente uno che ti dice: "Si fa così"... devono tornarci i conti a nostra volta, altrimenti si inizia ad essere refrattari agli insegnamenti che giungono da fuori: un sistema completamente "aperto" - l'allievo - col tempo diventa un sistema permeabile, semi permeabile o completamente adiabatico (chiuso) - l'allievo-Insegnante - a seconda delle situazioni che si trova a vivere.

Il suo compito quindi è vivere delle "buone" situazioni: un Insegnante impara a crescere sia dai propri successi, sia dai vari insuccessi che inevitabilmente gli capiterà di incontrare sulla propria via.

Forse è proprio questa la cosiddetta "maestria"!

Ricordate il detto: "Chi fa da sé, fa per 3"?

Beh, forse è proprio così che si inizia ad aiutare i nostri primi 2 allievi!


Marco Rubatto



lunedì 23 febbraio 2026

Il 5º kumi jo, la tecnica del coraggio

Nella nostra lenta disamina delle pratiche fondamentali di buki waza, siamo giunti quest'oggi ad esplorare il 5º kumijo e le sue caratteristiche.

Si tratta di uno degli esercizi, composto dalla sequenza di 4 movimenti (come il 1º, esaminato QUI, ed il 2º, esaminato QUI), nel quale emerge l'utilizzo di katate san bon, ovvero dei suburi di jo eseguiti con una sola mano.

Avevamo già notato che nel 4º kumijo compariva katate toma uchi, eseguito da ukejo: in questo caso verrà utilizzato katate gedan gaeshi, ma per mano di uchijo.



La sinossi risulta particolarmente semplice...

1A - uchijo: prende l'intenzione ed esegue uno tsuki chudan (colpo diretto di punta, a livello mediano) verso il centro di ukejo;

1B - ukejo: esegue una parata chudan, spostandosi alla sinistra del sei chu sen (la linea dell'attacco del compagno).

Fino a questo punto, non c'è alcuna differenza con quanto già visto a suo tempo nel 2º kumijo: i due esercizi sono esattamente sovrapponibili.

2A - ukejo: prende l'intenzione ed esegue uno tsuki chudan (colpo diretto di punta, a livello mediano) verso  il centro di uchijo;

2B - uchijo: si defila al destra del sei chu sen, evitando l'affondo dell'avversario e carica il jo con katate gedan gaeshi.

3A - uchijo: sferra il suo attacco alla tempia sinistra dell'avversario... e, mancandola, arresta il jo con la mano sinistra, pronto per scagliare un nuovo fendente gyakute uchi (con entrambe le mani rovesciate).

3B - ukejo: si inginocchia e si para la tempia sinistra, facendo entrambe le cose per sottrarre il bersaglio che l'avversario gli stava per colpire (anche nel 31 jo no kata esiste una sequenza simile, 20-21, nella quale ukejo si accuccia per evitare un fendente che gli starebbe per giungere alla tempia sinistra).

4A - uchijo: esegue gyakute uchi con l'intenzione di colpire con un fendente la tempia destra di ukejo, al momento scoperta e posta all'altezza chudan (perché questi si trova in ginocchio).

4B - ukejo: si rialza in piedi, eseguendo un cambio di guardia hayai gaeshi (quindi stando sul posto) ed un kaeshi barai... mentre affonda uno tsuki di controllo verso il centro di uchijo.

Quest'ultimo è un passaggio alquanto complicato, poiché è necessario NON fuggire da sotto il colpo di uchijo che sta arrivando, evitando quindi di spostarsi sulla propria sinistra (come invece fanno tutti quelli che hanno compreso molto poco di questo esercizio!) e fare una parata che si trasforma, in modo spiraliforme, in una minaccia senza soluzione di continuità.

Nel fare questo il maai (la distanza) fra i praticanti si stringe molto... ed uchijo rischia di essere colpito al plesso solare, se ukejo non presta sufficiente attenzione.

Entrambi i praticanti - quindi - per ragioni differenti, assaporano un brividino lungo la schiena, specie se eseguono il kumijo con un certo kime (energia-intenzione focalizzata): per questa ragione, Hitoira Saito Sensei definiva questa pratica come [勇気] "yuki waza", ossia la "tecnica del coraggio".


Il 5º kumijo è stato per me una sfide sempre molto interessante: ora ho tracciato solo la sinossi della forma di base, ma - come sempre accade - sono possibili tutta una vasta serie di sue variazioni: nel video che segue ne troverete 10, sia jo no riai (armonizzazioni del jo), sia taijutsu no riai (armonizzazioni che prevedono una caduta)...


Da uno studio che ho fatto io (che quindi NON mi è giunto da alcun Insegnante che ho frequentato), ho notato essere possibile ancora una serie di pratiche molto interessanti, ovvero sia il "kaeshi waza" (le contro tecniche), fruttando l'istante nel quale è ukejo ad attaccare uchijo; di seguito ne potete vedere alcuni esempi...



È anche possibile concatenare il 5º kumijo con qualsiasi altro kumijo (precedente e successivo): troverete anche questo audio nel video seguente...

La domanda (retorica) aperta è quindi la seguente: quando c'è da studiare e da lavorare con le armi, se un solo, semplice, esercizio di 4 movimenti può contenere un così alto numero di varianti, concatenazioni, interpretazioni?

La risposta è nell'immagine qui accanto...


Marco Rubatto






lunedì 16 febbraio 2026

Dove e quando finiscono gli stili di Aikido?

Non tutti sanno come nacquero i diversi stili di Aikido che abbiamo tutt'oggi sul territorio nazionale e/o internazionale, ma è bene comunque fare una sana riflessione sulla loro direzione e destino...

Dal 2008, Aikime ha cercato di essere un luogo nel quale ogni espressione tecnica dell'Aikido potesse sentirsi ben accetta: ero inesperto, ma avevo già compreso quanto potesse essere divisivo l'aspetto legato alla tecnica, alla didattica, e quindi anche allo stile che ciascuno era solito frequentare.

Non che ora creda che le cose siano molto cambiate, ma ho quella ventina di anni in più trascorsi quotidianamente sul tatami, che mi permettono di aggiungere qualche considerazione in più rispetto ad allora.

Innanzi tutto gli STILI sono qualcosa di completamente sconosciuto ed "inutile" per un principiante assoluto... il quale, se vuole fare Aikido, cercherà il luogo più vicino e che ha orari compatibili con il suo menage settimanale, magari a quote abbordabili per il proprio portafoglio.

Non cerca un corso di Iwama Ryu, piuttosto che di Ki Aikido, Kobayashi Ryu o Aikikai: non sa nemmeno cosa significhino "queste strane parole"!
Ciascuno degli approcci che ho menzionato ha qualcosa di unico ed importante da offrire, ma il principiante lo ignora e quindi è mosso da altro: se proprio andasse in cerca di una Scuola specifica sarà perché un amico gli avrà consigliato di fare così, in base all'esperienza di quest'ultimo... 

Ma parliamo di "fidarsi" delle referenze che ci vengono date, non di scegliere in base ad una specifica forma di bisogno o consapevolezza.

Ergo: all'inizio gli stili non servono a niente!

Vediamo però ora dove finiscono questi "stili": oggi è ancora molto forte la polarizzazione fra i praticanti, quindi difficile che un allievo che segue Christian Tissier si rechi ad uno stage di Hitorira Saito (e viceversa, ovviamente). Ciascuno resta nel suo piccolo o grande ovile... ed è già tanto se riesce a seguire una corrente specifica in modo un po' decente!

D'altronde, il tempo dedicato alla pratica è veramente esiguo per il 95% dei praticanti di Aikido occidentali.

Però, però, però... 

Se - o quando - si accetta di approfondire maggiormente il valore aggiunto delle singole Scuole, si comprende che le varie proposte hanno tutte un certo senso logico, ma che spesso si sono occupate di aspetti DIVERSI di una stessa pratica. Tutti abbastanza importanti, fra l'altro, per restituire un quadro completo della stessa.

Il Fondatore, infatti, era uno solo... anche se della sua proposta sono stati colti aspetti peculiari molto differenti da chi lo ha conosciuto e frequentato; lo abbiamo detto molte volte su queste pagine...

Il futuro però cosa ci riserva?

Sulla base dell'esperienza che ho maturato in un ambiente multi-stile come la Federazione o come l'Evolutionary Aikido Community: questi "stili" sono destinati con il tempo a contaminarsi, e quindi anche un po' a "morire"... in un certo senso.

Infatti, ogni rappresentante di questa o quella corrente ha costruito una identità sulla base di due fattori ben specifici:

- cosa aveva compreso che gli altri non avevano capito altrettanto bene; e questi saranno i tratti più determinanti si uno "stile" o di una "didattica" specifica;

- sul proprio carisma personale; amplificando anche parte del proprio subconscio ed inconscio, comprese le ombre e le inconsapevolezze delle quali ciascuno soffre (ad un livello più o meno intenso), come - ad esempio - manifestazioni inutili dell'ego.

Il primo fattore è degno di nota, poiché una consapevolezza acquisita e trasmessa consente a tutti quelli che vengono dopo di acquisirla e trasmetterla a loro volta... senza dover inventare e reinventare l'acqua calda altre 200 volte.

Quella cosa specifica la sai?

- se SI, bene;

- se NO, vai a studiarla con chi l'ha sa e può insegnartela.

Non importa a quale aspetto dell'Aikido ci si stia riferendo: tecnico, filosofico, tradizionale, spirituale... funzionano tutti nello stesso modo; c'è chi ti può dare cosa ti interessa o ti manca, e chi non è in grado di farlo perché manca pure a lui/lei.

L'aspetto del carisma, invece, lascia un po' il tempo che trova... perché rischia di inghirlandare qualcosa di importante con aspetti che invece sono caratteristici della persona che insegna quell'aspetto... ma che non centrano un tubo con la disciplina.

Christian Tissier Shihan, per esempio, è il tipico caso che sta costruendo parte della storia dell'Aikido, almeno in occidente: molte Scuole si rifanno alla sua linea e sono testimone di prima mano della bontà e qualità dei suoi insegnamenti.

Però è francese - non che questo sia da considerarsi di per sé una colpa, ben inteso - e da francese, ha inzuppato tutta la nomenclatura dell'Aikido di francesismi che non hanno il benché minimo senso in giapponese: tutti quei "nagé" con sto accento farlocco NON rendono migliore la pratica di nessuno.

D'altronde gli americani - per esempio contrario - tendono a dire "kotegaishi", perché leggono "i", la "e"... ma questo non fa grande il loro kotegaeshi solo perché lo pronunciano ad minkyam.

Quindi un conto è cosa facciamo sul tatami, un conto è quanto la nostra lingua, cultura, ego, carisma hanno influenzato cosa facciamo sul tatami: il primo aspetto può essere importante per qualcun altro, oltre che per noi... il secondo è preferibile che si limiti  a vivere e poi morire con noi.

Fra 20 anni, se un allievo italiano di Tissier toglierà tutti gli accenti sballati con i quali è cresciuto, continuando a mantenere il buono che il suo Insegnante gli ha trasmesso e lo trasmetterà a sua volta (le pronunce in italiano sono le più simili a quelle giapponesi, e chi ha studiato un po' questa lingua lo sa bene)... lo "stile Tissier" starà morendo?

Di sicuro, la nomenclatura tecnica di un "Iwamaista" (che ha imparato direttamente dal giapponese) e di un "Tissieriano" tornerebbero ad essere più simili, pur continuando ad avere forse differente tecniche consistenti nella pratica: in questo senso le differenze fra gli stili tenderanno ad affievolirsi.

Ecco quindi la differenza fra i principi ed i loro contenitori momentanei, ovvero sia le tecniche, che i grandi Maestri che ce le hanno fatte conoscere. Quelli quindi che scimiottano un gesto stilistico tipico di una corrente...

- gli allievi di Tada Sensei che sembra che buttino via l'umido quando proiettano qualcuno, solo perché il loro Maestro finisce spesso con un braccio alzato;

- gli allievi di Tissier Sensei che ritraggono il jo dopo avere colpito, o stanno in seiza con un ginocchio alzato durante il saluto, solo perché lo hanno visto fare al loro Boss;

- gli allievi di Saito Sensei che cercano di imitare persino il kiai del loro mentore, perché così il loro Aikido è più figo, più tradizionale, più originale, più... più, più insomma;

- gli allievi di Tamura Sensei che devono per forza rendere qualsiasi cosa oscura e complicata, perché il loro Maestro diceva che "la via te la devi trovare da solo";

- gli allievi di Kobayashi Sensei che orpellano sto meguri come se nell'Aikido non ci fosse niente altro;

- gli allievi di Tohei Sensei che saltellano ogni 2x3 come se gli fosse entrata una cavalletta nelle mutande.

Beh, queste cose li fanno sentire forse più vicini a chi li ha ispirati (ed umanamente è comprensibile), ma diventare brutte copie di una grande persona non ci rende purtroppo (o meno male) grandi a nostra volta!

Cerchiamo di avere un Aikido la cui profondità sia commensurabile a quello di Tada, Tissier, Saito, Tamura, Kobayashi o Tohei... anziché rendere queste figure delle macchiette da scimmiottare come decerebrati.

Più ci allontaniamo dalla fonte di chi faceva "in un certo modo", più quel suo fare resta se risulta significativo e si dissolve se invece era solo un'espressione dell'ego personale, se non addirittura dell'inconsapevolezza di quell'individuo.

Quindi un Aikido "immaturo", ai suoi esordi, ha consentito che si creassero un sacco di stili perché oltre a seguire la luna, molti hanno iniziato ad adorare il dito che la indicava. Però più l'Aikido evolve e prende consapevolezza di se stesso, meno avremo bisogno di questa illusione adolescenziale di essere "nel posto migliore" rispetto a tutti quelli che ci sono.

Afferma così, infatti, solo chi è ancora molto insicuro di sé... e deve raccontarsi una storiella che lo fa stare più tranquillo possibile.

Gli esseri umani avranno sempre una loro bio-diversità, visto che non sono mai nati due individui identici in tutto da quando esistiamo su questo pianeta, quindi anche l'Aikido verrà SEMPRE interpretato in modo differente da ogni capo scuola, ma questo non sarà sufficiente a creare più delle divisioni "stilistiche", almeno non come le intendiamo adesso.

Prendiamo ad esempio l'ACQUA: c'è n'è di solida, liquida ed aeriforme... dolce di montagna o di lago, salata di mare, di pura e di pesantemente inquinata, di potabile e di non potabile... però ciascuno di queste forme differenti di acqua sarà costituita da 2 molecole di idrogeno ed una di ossigeno, indipendentemente da tutte le altre condizioni al contorno.

Più procediamo nella storia, più diventiamo consapevoli di ciò che accomuna e di ciò che differenzia due tipologie di acqua, o due Scuole di Aikido: ed in diversi momenti della vita avremo forse bisogno di differenti tipi di acqua o di pratica sul tatami... ma questo non ci farà dire che l'acqua di mare è meglio o peggio dell'acqua di montagna o che l'Aikido di Saito è meglio o peggio di quello di Tissier (come invece molti pensano ancora oggi).

Forse ragioneremo in base a: "Ora mi è utile?" oppure "Risuona con me al momento?"... e credo sia importante che chi avrà voglia e passione di guidare il movimento in futuro dovrà mostrare una discreta capacità di muoversi in TUTTI gli ambiti della disciplina, non solo in quello che preferisce o che gli risulta più naturale seguire.

Questo fa la differenza fra il cliente che entra in una pasticceria e sceglie le paste che preferisce sul bancone per portarle alla cena con parenti ed amici... ed il pasticcere che sta dietro il bancone... che deve essere in grado di preparale tutte, e che anzi sarà più apprezzato tanto quanto sarà in grado di incontrare i gusti di chiunque entri nel suo negozio.

Pensate che sarà molto differente in Aikido?

Per me è già così da un pezzo, ed ho continuo modo di constatare che differenza faccia... ma non voglio convincere nessuno: siate pure talebani di questo o di quel metodo, anche io per anni lo sono stato ed ora mi rendo conto che dovevo passare per quella esperienza per comprenderne il limite.

Marco Rubatto



lunedì 9 febbraio 2026

Quanto COSTA un corso di Aikido?

La scorsa settimana ho ricevuto una telefonata da una ragazza, la voce era giovane e voleva alcune informazioni sui corsi...
Dopo poche parole, ho capito che non cercava il mio Dojo, ma una palestra che fa sport da combattimento che si trova propio di fronte a noi (voleva un corso di Thai Boxe).
Già che eravamo al telefono però, mi ha chiesto quali Arti Marziali si praticassero da noi; alla parola "Aikido", mi ha immediatamente chiesto: "Ma quanto costa?"

Non le ho potuto rispondere come avrei desiderato, quindi mi sono limitato a dirle che questo tipo di informazioni vengono date solo dopo che una persona ci viene a conoscere di persona... cosa che è bastata per farle concludere la chiamata.

Però qui ho lo spazio ed il tempo (ovvero il ma-ai) per rispondere come si conviene...

Le persone sono ormai abituate a scegliere in modo molto rapido, di solito cavalcando un'ondata emotiva: confrontano le offerte tramite siti Web appositamente creati per paragonare fra loro offerte di prodotti simili... ma tutto ciò, che di per sé potrebbe pure aiutare, non è detto che consenta di fare scelte più consapevoli. Anzi...

Tecnicamente parlano, un corso qualsiasi che si frequenta presso una Associazione Sportiva Dilettantistica (ovvero almeno il 95% dei corsi postivi frequentabili in Italia) NON "costa" proprio nulla, perché ciò che è necessario pagare è una quota di appartenenza e auto-finanziamento ad una realtà associativa.

3 o più persone vogliono andare a fare una gita in montagna: si trovano, si equipaggiano, svolgono l'attività, quindi si suddividono le spese sostenute (trasporto, pasti, eventuali pernottamenti)... non è differente per una ASD, se non ché i soci sono più di 3, è necessario pagare un Tecnico in grado di erogare il corso desiderato ed è necessario ottemperare ad altri numerosi obblighi di legge: ma il socio non "compera nulla", contribuisce a che l'oggetto sociale (cioè quello che c'è scritto sullo statuto) divenga raggiungibile.

Quindi quanto "costa" è una domanda che non ha alcun senso, e non è solo un sofismo linguistico: l'Agenzia delle Entrate fa grossi soldoni quando - intervistando i soci di una ASD - si sente dichiarare che i corsi hanno un "costo"!
Se così fosse (o quando così è), allora le attività proposte NON sarebbero/sono DEFISCALIZZATE, in quanto si trasformerebbero in COMMERCIALI, e quindi costituirebbero un REDDITO D'IMPRESA, sul quale ovviamente è necessario pagare l'IVA.

Quindi se l'Agenzia delle Entrate riesce a dimostrare che l'ASD fa attività commerciali, anzi... se l'ASD non riesce a dimostrare che le sue attività NON rientrano in quelle di tipo commerciale, è la volta che è possibile esigere un tot di IVA evasa dagli importi incassati negli ultimi 10 anni.

Questo vuol dire, per farla veloce, che l'ASD si trova a dover pagare magari all'improvviso 30.000 - 50.000 € e CHIUDE sotto un peso che non è in grado di sostenere (mentre il Presidente, di tasca sua, mette ciò che manca dalla cassa dell'Associazione)!

Nel chiedere perciò quanto COSTA un corso di Aikido
- nel senso che intendeva la ragazzetta al telefono - ... uno mostra solo di essere ignorante come una foca monaca!

In un altro senso, invece, molto più importante e profondo... ha senso chiedersi cosa COSTA frequentare un corso di Aikido: quanto impegno ci richiede, che tipo di ingaggio è necessario, cosa è necessario essere disposti ad affrontare questo percorso?

Quanto COSTA a livello di risorse e scelte personali, anche se queste NON fossero minimamente di tipo economico.

Beh, a questa domanda rispondo invece più che volentieri, senza alcun rischio di vedere defiscalizzate le mie attività!

Praticare Aikido COSTA il rischio di rendersi conto che vivevamo in una bolla prima di metterci in discussione, anima, mentre e corpo su un tatami...

L'inabitudine di studiarci, utilizzando il nostro stesso corpo come strumento, fa si che ci si possa raccontare un numero imprecisato di pippe mentali, alle quali credere come se fossero tutte verità del vangelo.

COSTA la fatica di uscire di casa sia quando fa bello, che quando piove, nevica o c'è la nebbia: un appuntamento con noi stessi non può essere mancato o derogato senza una valida ragione. E si scopre con il tempo che "questa valida ragione" è la morte di un parente, lo scoppio di una guerra atomica, un grave incedente, una malattia invalidante ... ovvero cose che per fortuna nella vita non accadono esattamente una volta alla settimana!

COSTA il coraggio di tirare diritto per la propria strada anche se questa sembra piena di limi, difetti ed ostacoli
: la frustrazione è uno degli Insegnanti più autentici, severi ed utili che possiamo incontrare... e sul tatami più di una volta mangeremo pane e frustrazione.

COSTA la paura ed il coraggio di guardare solo se stessi ed evitare inutili confronti con chi ci cammina accanto, crescendo insieme ma evitando di entrare in competizione con i risultati (o i limiti) che ci vediamo intorno. Una delle lezioni più ostiche da apprendere, disattesa da molti Aikidoka, ancora un po' troppo impastoiati con il proprio ego.

COSTA l'acquisire la capacità di apprendere da qualsiasi cosa, condizione e situazione, piacevole o spiacevole che risulti, facile o difficile che si riveli, comoda o scomoda che si mostri... 

COSTA la presa di coscienza che NON siamo
coraggiosi come avremmo creduto di essere, così come non siamo poi così forti, così elastici, così disciplinati, così coordinati, così imperturbabili, così sensibili come avremmo già creduto di essere. E la presa di contatto con la realtà è di solito un prezzo che veramente in pochi sono disposti a pagare, benché risulti l'unico elemento che possa garantire la possibilità di una evoluzione ulteriore.

Non COSTA quindi così poco sto Aikido, anche se non avessimo per niente dovuto mettere la mano al portafoglio!

Siamo spesso incastrati in una società nella quale molte cose sono ACQUISTABILI, e forse una delle caratteristiche di questa disciplina è proprio quella di NON poter essere ottenuta SOLO con i soldi, ma con un ingaggio di tipo personale, che ha caratteristiche perlopiù scomode, come l'impegno la continuità, la resilienza, la focalizzazione, etc.

Ci saranno sicuramente da spendere quattrini in corsi, attrezzature, seminari, viaggi... ma l'Aikido NON entra in noi, né noi entriamo nell'Aikido in funzione di quanto è a fisarmonica o meno il nostro portafoglio!

È interessante notare che quando stiamo facendo una scelta, talvolta usiamo il termine "valutazione", che ha la stessa radice di "valuta"... cioè è come se stessimo dicendo che stiamo pensando o comparando qualcosa con i soldi.

Quando una cosa ci piace, diciamo che è "apprezzabile"... ovvero che possiamo attribuire un prezzo.

Chi non esce dal corto circuito mentale "qualcosa = soldi" non sarà in grado di approcciarsi positivamente ad una disciplina che parte da presupposti e si conclude in paradigmi molto distanti da tutto ciò.


Marco Rubatto

lunedì 2 febbraio 2026

Il compito di tori/nage: sbilanciare o lanciare al suolo?

Nell'ottica di integrazione e congruenza che dovrebbe credo esserci il più possibile fra ciò che diciamo e cosa facciamo, mi sono trovato a riflettere su un'esperienza che ho fatto qualche tempo fa.

Sono stato coinvolto nella docenza della Festa di Natale dell'Aikido FIJLKAM 2025, alla quale sono stati invitati anche responsabili dello CSEN e del Progetto Aiki, nell'ottica di un'apertura che superi le divisioni tutt'ora percepibili fra i vari Enti.

Naturalmente, nelle ore di docenza che non mi competevano ho praticato - come credo dovrebbe fare qualsiasi Maestro invitato a co-condurre un evento - e mentre ciò avveniva, sono stato in coppia con persone che non conoscevo e che non mi conoscevano a loro volta.

Mi ha particolarmente colpito lo scambio avuto una giovane cintura nera, con la quale praticavo un nage waza.

Lui è stato molto gentile con me ed io ho cercato di ricambiare la cura e l'attenzione alla relazione, tuttavia - quando ero uke - percepivo chiaramente una intenzione (forse addirittura inconsapevole) di spianarmi al suolo.

Le tecniche erano tutte fluide e poco muscolari, c'era un buon awase e nessuno cercava di coercire l'altro... fino a quell'ultimo istante, nel quale... SBANG! La tecnica del mio tori era diretta a farmi cadere sempre e comunque, che fossi sbilanciato o meno.

Una sorta di presupposto implicito "il mio uke deve cadere", quindi tutto ciò che non fa la tecnica, lo faccio fare i miei muscoli ed ecco che lui, in un amen, si trova li... al "piano terra, articoli sportivi"!

Ora, non è stato per nulla un problema per me questo scambio, ma ho tentato di fare l'esatto opposto con lui, ovvero lo portavo nel luogo in cui LUI NON RIUSCIVA A STARE IN PIEDI... e quindi cadeva per FORZA DI GRAVITÀ, e non per la mia.

E qualcuno potrebbe chiedermi: "Cosa cambia?!"

Ed io gli risponderei: "Cambia proprio TUTTO!"

Per altri contesti, molto differenti da quelli dell'Aikido, ho ormai compreso che la coercizione può essere una soluzione nel breve periodo, ma non lo è a medio e lungo termine... e che - prima o poi - ti presenta un conto abbastanza salato.

Non è utile coercire il proprio corpo, né quello degli altri... non serve a un tubo forzare la propria mente, né si dovrebbe tentare di manipolare quella degli altri: credo che si tratti di un principio universale, che va studiato, compreso e vissuto.

La naturalezza ha sempre l'ultima parola e funziona proprio meglio di qualsiasi diavoleria si inventi l'uomo per migliorare quello che è già ottimizzato da molto prima che l'uomo stesso desse segno di esistere: la natura è così, minimizza lo sforzo e massimizza il risultato... termodinamicamente parlando, cerca di abbassare l'energia di ogni sistema, infatti l'acqua scorre sempre verso valle, la pioggia cade verso il basso... l'energia potenziale tende a trasformarsi in cinetica, e quindi nuovamente in potenziale, ma con un valore più basso del precedente.

In parole più semplici, l'universo tende alla stabilità e all'assenza di spreco: l'uomo, in questo senso, pare essere la nemesi della natura e dell'universo stesso, pur facendone parte (più o meno degnamente, a seconda dei casi).

Non affermo che ciò avvenga per dolo, ma dico che avviene regolarmente... magari in modo più o meno inconscio: il problema è rappresentato dalle conseguenze che ciò lascia, sia su di noi, sia sul prossimo.

Se, durante un waza, spingo il mio uke verso il tatami... è come se - improvvisamente - non mi fidassi più della forza di gravità e volessi darle io una mano: "E vai giù (stronzo)!"

Perché SE NON VAI GIÙ, beh... allora se non vai giù ciò significa che io dovrei fare un cambiamento per far si che ciò avvenga in modo più naturale, quindi significa che io NON sono già perfetto, ma potrei ancora migliorare... oppure significa che il mio Sensei potrebbe non avermi insegnato così bene come mi piacerebbe credere che abbia fatto.

In ogni caso, elementi complicati da ammettere ed accettare, quindi che risulta meglio allontanare da noi con una spintarella in più verso il basso... così che tutto torni a "funzionare come auspicato"!

Fate caso, quindi, alla quantità di COERCIZIONE che siete in grado di rilevare nella vostra pratica: sia quella che ricevete (forse più facile da notare), sia quella che riservate ai vostri uke, non importa né quale grado e ruolo possedete, né quale hanno le persone che si rapportano con voi.

Ricordo chiaramente che nel mio passato Aikidoistico ho incontrato molti bravi Insegnanti (o almeno in apparenza tali), dei quali sono stato numerosissime volta l'uke: persone come Alessandro Tittarelli Sensei o Tristan Da Chuna Sensei erano/sono precisissime e potentissime... ma era sempre stato necessario entrare in modo così "triangolare" sui loro uke?

Ora mi pongo onestamente questo quesito, non sicuramente per sminuire il loro lascito, ma perché sento in me che - quando entro come un ossesso - sto mischiando l'esigenza di marzialità alla mia paura di non esserne all'altezza. In passato, sono sicuramente stato un coeditore seriale per diversi anni a mia volta, ma ora non desidero più che una mia paura condizioni le mie azioni e quelle di chi pratica con me.

Ovvio che pratichiamo Arti Marziali, e come tali corriamo continuamente il rischio di lederci senza volere, sia a livello fisico, che forse anche psicologico... però un conto è fare del proprio meglio per evitare tutto ciò e poi accettare quelle RARE volte nelle quali non ne siamo stati capaci: un altro conto e fregarsene proprio di questo pericolo!

Il principio di "ukeru", ovvero prendere/accogliere/accettare, prevede che si sia in grado di fare spazio all'altro: questo è precisamente il luogo nel quale può perpetrarsi l'ABUSO, sia da parte di tori, che di uke.

Tori ABUSA di uke quando non ne accoglie l'attacco, ma lo devia (augurandosi di essere il più forte e quindi di essere in gradi di farlo!) e poi quando coercisce il suo partner con il suo waza: il suo modo specifico di attaccare, potremmo dire... un aggredito che diventa aggressore, ma con le mani apparentemente pulite, perché "si sta solo difendendo", con una tecnica che forza il compagno però.

Uke VIENE ABUSATO quando è costretto a cadere NON per la sua stessa energia rovesciatale addosso, ma per quella del suo compagno di pratica che gli si accanisce contro.



Uke è anche in grado di ABUSARE di tori in 2 occasioni polari specifiche: la prima è quando cade da solo, non dando modo al compagno di comprendere la bontà della propria azione... la seconda è quando mette un'energia eccessiva nel suo attacco, che è già sicuro che il compagno non è (ancora) in grado di gestire... giusto per fare sentire quest'ultimo un po' di frustrazione inutile, oppure si ribella al waza che riceve con un kaeshi, giusto per far sentire l'altro inadeguato ed inconcludente. In questi ultimi casi è tori ad essere ABUSATO da uke.

Il passivo-aggressivo (uke) è potente ed insidioso almeno quanto il suo compagno dichiaratamente aggressivo, ma talvolta è pure peggio... perché è stealth, e passa per quello "buono", pur sabotando i piani della relazione in ogni momento.

Stiamo parlando di piani piuttosto sottili dello scambio fra compagni di pratica - me ne rendo conto - ma è proprio la somma di questo genere di scambi che nel tempo fa si che qualcuno, ad un certo punto, decida di smettere di praticare... per cessare di subite un'esperienza che ha un sapore distorto ed inutile, anche se non è in grado di spiegarsi coscientemente di cosa si tratti.

Abbiamo quindi tutti dei compiti precisi, sia da allievi, che da Insegnanti: fare del nostro meglio perché la nostra "ombra" non influenzi troppo il prossimo, pur consapevoli che è umano e naturale averne una: per questa ragione, da molto ho scelto la gravità newtoniana per mandare al suolo i miei uke, consapevole che essa è in grado di fare un lavoro di gran lunga più pulito e meno sovradimensionato di ciò che farei io... quando perdo fiducia in me stesso ed in tutti i buoni principi che solitamente mi animano.


Marco Rubatto