lunedì 27 aprile 2026

Hideo Hirosawa Sensei: l'omeopatia ed il no touch che tocca il cuore

Lo scorso 18 aprile è venuto a mancare Hideo Hirosawa Shihan.

Non ho avuto il piacere di conoscerlo e di allenarmi con lui, purtroppo... però ho buone amicizie che hanno vissuto questo Maestro molto da vicino, facendomi intendere quale importante perdita abbia ora subito il mondo dell'Aikido.

Il Maestro Hirosawa nacque ad Iwama il 14 maggio del 1937: iniziò la pratica dell'Aikido nel 1958 e si allenò sotto la guida diretta di O' Sensei per 12 anni, fino alla morte del Fondatore nel 1969.

Gli venne attribuito il titolo di Shihan Dai ("grande Shihan") dopo la morte dell'Aiki Kaiso e ricoprì tale carica per quasi 21 anni presso il Dojo di Iwama, nel quale rimase come semplice praticante, sotto la guida di Morihiro Saito Shihan, che era anche suo cognato (egli sposò la sorella della moglie del fratello maggiore di Saito Sensei).

Alla morte di quest'ultimo, divenne uno dei docenti regolari del Dojo di O' Sensei, insegnando la lezione della domenica, che era fra le più seguite.


Con lui però non se ne va solo un altro deshi diretto del Fondatore (dati gli anni che passano, ne restano veramente pochi sia vivi che in attività), ma una persona che ha mostrato un coraggio prezioso ed inusuale, ovvero quello di dedicarsi per decenni ad esplorare ed insegnare la forma finale di Aikido di O'Sensei, che era particolarmente sottile ed impalpabile, tanto da poter ingenerare non poche critiche nel mondo dell'Aikido e del Budo in generale.

Hirosawa Sensei era uno dei pochi allievi diretti del Fondatore ad utilizzare una metodologia di insegnamento che faceva del no-touch un ingrediente utilizzato di frequente: da qui i giudizi, o forse dovrei dire i "pregiudizi", le battutine... quando non proprio gli sfottò e gli insulti a chi propone questo gente di allenamento e a coloro che lo seguono.


Il Maestro cambia la direzione dello sguardo, muove impercettibilmente la posizione del suo centro e della mano, cambia il ritmo del suo respiro... ed uke cade come un salame, prima ancora di averlo toccato!

C'è qualcosa di potente e veritiero dietro a tutto ciò... o solo un altro Fuffaguru che vuole convincerci che Gesù Cristo è morto dal sonno?

Questo argomento mi ha molto interessato in passato, tanto che sono andato di persona a fare alcuni studi e verifiche da un altro personaggio che utilizzava una didattica simile, ovvero Nobuyuki Watanabe Sensei (QUI un articolo che lo riguarda), sfottuto dagli Iwamisti come "Magic Man"... e proprio per questo credo che collettivamente parlando siamo di fronte ad una nuova grande perdita per il nostro movimento con Hirosawa Sensei!

Ho sufficiente esperienza per comprendere che con la parola "Aikido" intendiamo una moltitudine di cose, anche parecchio differenti - se addirittura non contrastanti - fra loro: Watanabe prima, Hirosawa durante e dopo hanno lavorato un'intera esistenza sullo sviluppo della percezione sottile e sul lavoro di connessione basato sull'intenzione di uke.

Ai "malati" di lobo cerebrale sinistro questo il più delle volte non va proprio giù, perché cercano SOLO prove verificabili, biomeccaniche chiare e fenomeni nei quali sembra piuttosto lineare il rapporto fra "causa" ed "effetto"; tutto ciò è molto importante, da ingegnere direi basilare... ma è solo metà del lavoro: l'altra parte rende infatti necessario addentrarsi in un campo molto più minato, molto meno oggettivo e controllabile, che è appunto l'universo del lobo cerebrale destro, ovvero quello intuitivo ed empatico.

Questo è appunto l'immenso lavoro pionieristico che hanno fatto questi personaggi, a seguito di O' Sensei, che aprì loro la strada anche in questa dimensione ineffabile della pratica.

E fra essere un pragmatista incallito o un sognatore illuso... provo a trovare una posizione di equilibrio dinamico, nella quale gli opposti non sono solo contrastanti, ma anche - e soprattutto - complementari.

La mente umana è strana, e spesso riesce a scorgere solo ciò che crede essere reale (ad implicita dimostrazione di quanto la realtà sia molto meno oggettiva di ciò che ci piacerebbe credere), quindi non c'è verso di far cogliere un aspetto a qualcuno che ha già deciso a priori che esso sia insensato: il sistema di credenze, quello dei pregiudizi e delle aspettative... è più tagliente della lama di una katana, parecchie volte... ed è in grado di decurtarci da parte delle esperienze che invece saremmo in grado di vivere.

Io utilizzo il no touch solo in alcuni sporadici casi, poiché - al momento - sono interessato ad altro, ma non così poco da non avere colto alcuni sue (almeno superficiali) dinamiche: l'intenzione, il respiro, la connessione e la fisica quantistica fanno un botto la differenza. Ma è complicato trovare persone che hanno una idea sufficientemente matura di tutti questi aspetti insieme.

Allora le critiche si fanno avanti: c'è sempre il leone da tastiera che è pronto a gridare alla truffa ed alla circonvenzione di incapace (art. 643 c.p., l'allievo ovviamente), l'ultima volta mi è capitato un paio di settimane fa. Sono molto meno però quelli che hanno gli attributi (leggi "i coglioni") per andare a verificare sul campo in modo personale e diretto i fenomeni che da uno schermo non approvano o criticano così aspramente. In questo il metodo scientifico che spesso ineggiano (quello cioè che prevede e richiede sperimentazione) non viene applicato con altrettanto zelo.

Figuriamoci ad una personalità come quella di Hirosawa Sensei, che vantava una delle carriere Aikidoistiche più sostanziose al mondo: a quanto pare un divergente rispetto alla massa di pecore che percorrono la via dell'Aiki con il loro pastore di turno, che prima le tosa... e quando va loro male le porta pure al macello!

Hirosawa Sensei è rimasto 7º dan Aikikai per decenni, senza mai essere promosso... quando ora - pure in Italia - ci sono 8º dan che vengono ad insegnare katatedori shihonage o kokyunage (ma sono allineati con la loro "casa madre") come fossero messaggeri unici sacri di un sapere antico: lo scotto di essere se stessi di fronte al mondo ha un prezzo e persone come Hirosawa Sensei hanno accettato di pagarlo fino in fondo... ed anche solo per questo hanno il mio totale rispetto, prima ancora di entrare nel merito dell'utilità della loro opera di divulgazione di determinati aspetti sottili della pratica.

Hirosawa Sensei (prima Watanabe Sensei, ora ancora Takeda Yoshinobu Sensei) hanno qualcosa in comune con l'omeopatia: la scienza ufficiale non la riconosce come una cura accademicamente accettata.

La farmacologia convenzionale, che basa le sue consapevolezze per lo più sulla chimica, analizza i flaconi di rimedi omeopatici... e non riesce a trovarci altro che alcool, oppure acqua fresca: nessuna molecola ritenuta rilevante, nessun principio attivo. Ne deduce che se ci fosse un beneficio dall'assunzione di questi rimedi sarebbe solo per via dell'effetto placebo.

Allora il Burioni di turno va da Fabio Fazio a mettere in guardia la popolazione (pecorona) su quella medicina "burfaldina" mai accettata scientificamente, che promette ciò che non sarebbe in grado di attuare. Vero che è così?

Peccato che...

... l'omeopatia funziona in modo olografico, proprio come la fisica di Bohm, Hooft, Susskind e Maldacena descrive essere costituita la realtà che ci circonda. L'acqua è un veicolo di informazioni, proprio come Masaru Emoto, Emilio Del Giudice o Giuliano Preparata hanno già ampiamente mostrato, sia a livello qualitativo, che quantitativo.

E se non funzionasse proprio, sarebbe complicato per il sistema sanitario del Regno Unito o della Francia sostenere negli ospedali l'integrazione dell'allopatia con l'omeopatia... così come sarebbe stato complicato per industrie farmaceutiche come la Boiron diventare colossi così vasti da 80 anni, in più di 50 diversi Paesi del mondo, proprio tramite la vendita di prodotti omoeopatici.

Quindi il Burioni di turno non comprenderà mai né l'omeopatia, né le proprietà entropiche dell'acqua... se non si mette a STUDIARE; peccato sia troppo supponente per farlo!


Così i Budo-leoni da tastiera NON comprenderanno mai persone come quest'ultimo... almeno fino a quando non avranno il coraggio di mettere in discussione i loro sistemi di credenze, ed inizino a ricercare veramente tramite esperienze personali DIRETTE e concrete ed astinendosi al contempo dal predeterminare cosa hanno intenzione di trovare e cosa invece no.

Ma come fare quindi a distinguere un ricercatore avanguardista autentico dal un mare di pattume che è possibile trovare in giro, sia on-line, che sui tatami di mezzo globo?

Una risposta univoca è complicata, ma in questo caso specifico invece diviene piuttosto semplice!

La pratica proposta da Hirosawa Sensei (ed altri come lui) si basa sulla summa dell'interazione fra il proprio sistema mente-corpo e quello del proprio avversario... e viene comunemente chiamata [気体]"kitai" ("corpo di energia/ki").

Per fortuna nostra, O' Sensei ci ha indicato qual è la strada che porta al kitai, poiché esiste una precisa costruzione piramidale di sé, che presenta al vertice proprio ciò che oggi è tema della nostra ricerca.

Si parte con uno studio [固体] kotai ("corpo solido"), per procedere con [柔体] jutai/yawara kai ("corpo cedevole") e quindi con [液体] ryutai/ekitai ("corpo fluido")... per giungere proprio all'agognato kitai.

Ogni step si fonda e contiene quello precedente: ciò significa che non si può raggiungere il kitai, senza prima essere passati dai livelli che sottendono ad esso: un insegnante di kitai, che di per sé è molto più sottile e complicato da verificare, viene invece a poter essere testato senza grossi problemi quando si imbatte in uno dei livelli precedenti. Quando gli si fa quella resistenza che un contaballe preferirebbe non incontrare...

Se è un truffatore, le sue "magie" funzionano SOLO su persone complici ed a patto che non ci sia alcun contatto che necessita una biomeccanica più o meno solida: al contrario chi giunge al livello kitai NON ha alcun problema con i livelli precedenti, perché è proprio da essi che proviene!

Questo è un aspetto che ho appurato di persona già con Watanabe Sensei, e che mi fece concludere di essere di fronte ad un fenomeno più che autentico... cosa che penso senza alcun dubbio anche di Hirosawa Sensei, che dopo una vita di studi sotto la supervisione di Saito Sensei è complicato avesse grossi problemi con il kihon!

Perdiamo quindi a livello collettivo un ricercatore libero ed autentico, che al giorno d'oggi vale oro quanto pesa... ma abbiamo anche contemporaneamente una grossa fortuna che molti atri non hanno: Angelo Armano Sensei di Sorrento è stato un devoto allievo di Hirosawa Sensei per numerosi anni, ed ha iniziato lui stesso un cammino di ricerca nel Kon no Budo, la pratica basata sull'essenza... proprio su continuo supporto ed incoraggiamento del suo mentore.

Porgendo ad Angelo le mie più profonde condoglianze per la perdita del suo Maestro, gli auguro fortuna e realizzazione in quel coraggioso e fondamentale viaggio nel quale ciascuno di noi è coinvolto, ovvero quello della ricerca della propria essenza più profonda ed autentica, che è anche stato lo studio di Morihei Ueshiba prima e di Hirosawa Sensei poi.

Chi realizza se stesso può essere un catalizzatore importantissimo per la società nella quale vive ed opera.



Marco Rubatto



lunedì 20 aprile 2026

Otomo san UPDATED

Lunedì 3 ottobre 2016, su Aikime venne pubblicato il Post "Otomo san: fra mito, realtà... ed utilità": a distanza di quasi 10 anni sento il bisogno di fare un UPDATE a questo argomento.

Non rinnego nulla di quanto ci fosse scritto, tuttavia da allora ho maturato un'esperienza che mi ha permesso di comprenderlo meglio e sotto molte sfaccettature ulteriori.

Ho tenuto Seminar in molte parti d'Italia e talvolta anche all'estero e per molto tempo sono stato accompagnato da alcuni miei allievi, in particolare dalla mia ex-compagna Eleonora, che è stata per me l'esempio più importante ed autentico di "otomo".

Quando vai ad insegnare in un luogo nel quale non ti conosce quasi nessuno, risulta un'enorme semplificazione avere con te "chi parla già la tua lingua", per far si che le spiegazioni risultino più chiare possibili.

L'uke-otomo sa già prima cosa vuoi spiegare alle persone che sono venute all'evento, quindi fa del suo meglio per facilitarti il compito... mettendosi nelle posizioni che mettono in risalto un certo principio... talvolta persino facendo domande che "rompono il ghiaccio" e che rendono più sereni interventi di altri che temevano di parlare e doversi portare con loro a casa i dubbi che avevano.

In questo senso l'otomo è un vero e proprio "facilitatore" di un sacco di aspetti differenti, da quelli più spicci di farti compagnia durante un lungo viaggio in auto, a quelli più significativi legati al supporto che è in grado di dare al Sensei con il quale viaggia.

Non è impossibile andare in giro ad insegnare da soli, l'ho fatto molte volte e credo che dovrò farlo parecchio in futuro... però sono veramente molti gli aspetti ai quali deve badare chi lo fa, ed indipendentemente dalla sua età e dalle forze che ha a disposizione.

Quando si è invitati in un Dojo o a tenere un Seminar è buona prassi non presentarsi a mani nude: talvolta basta un piccolo pensiero da portare al Dojo-Cho o all'organizzatore dell'evento; si hanno bagagli variabili da uno zainetto ad alcune valigie, e sacche di armi, a seconda della distanza e di cosa servirà avere con sé. Viaggiare è bello, ma non sempre risulta anche comodissimo...

L'otomo è quella persona che pensa che in auto, in treno o in aereo venga caricato esattamente tutto ciò che dovrebbe esserci, evitando di tralasciare qualcosa di importante... così come è la persona che poi si ricorda che venga portato indietro tutto ciò che non deve essere dimenticato nel luogo di destinazione.

Al di là dell'immenso aiuto che offre sul tatami, spesso intervenendo come uke del Sensei, l'otomo è anche la persona che pensa a portarti un bicchiere di acqua quando parli da ore e non hai il tempo per procurartelo da solo.

Ai Seminar di Aikido o alle lezioni fuori sede si creano quasi sempre buone atmosfere, ma è altrettanto vero che incontriamo persone che non si vedono sempre: quella diventa anche occasione per "gli indigeni locali" di farti domande e - talvolta - anche di riversarti addosso tutti i loro dubbi, perplessità e difficoltà nel portare avanti i loro percorsi.

Al Sensei si fanno domande su come tenere un corso, come regolarsi con i pagamenti degli allievi, si portano esempi di allievi "difficili" con i quali relazionarsi... insomma: si lavora sul tatami, ma quasi sempre il lavoro continua negli spogliatoi, a colazione, a pranzo ed a cena.

L'otomo è il guardiano del suo Sensei, che spesso lo sottrae dalle grinfie di coloro che se lo vorrebbero succhiare fino alle ossa, approfittando della sua generosità: è come viaggiare con una guardia del corpo silenziosa, pronta a fare ciò che serve per agevolarti in tutto e per tutto la tua azione e per ottimizzarne l'efficacia. É una figura estremamente importante, che solo ora inizio ad apprezzare nella sua complessità: servire ha molte accezioni e l'otomo lo fa in modo umile e silenzioso, ovvero qualcosa che lo pone dietro le quinte di ciò che accade... e le persone del pubblico non si rendono nemmeno conto di quanto lo spettacolo dipenda dal suo importantissimo lavoro!

Qualche settimana fa ho avuto la visita annuale del mio Sensei al Dojo: abbiamo festeggiato il suo 20º Seminar in Italia, ma c'è stato un piccolo-grande contrattempo che ha rischiato di mettere tutto in forse a questo giro.

Il mio Sensei abita a Montreux, ovvero a meno di 3 ore di automobile da Torino, però il venerdì a pranzo mi ha chiamato per comunicarmi che si era ammalato e non gli sarebbe stato possibile essere presente alla lezione della sera... e molto probabilmente nemmeno a tutte le altre lezioni previste nel week end.

PANIKO bestiale!

Il suo programma era quello di venire in macchina insieme ad un suo uchideshi storico - Jeremy San - ed ad un'altra persona che arriva dalle sue parti, ma non se la sentiva di guidare, aveva la febbre.

Abbiamo pattuito che io tenessi la lezione della sera al posto suo e che lui mi aggiornasse sulle sue condizioni il giorno seguente: ma ecco intervenire l'angelo otomo Jeremy!

Egli ha rinunciato a venire per i fatti suoi (come invece ha fatto poi l'altro praticante) per partire con il suo Sensei il giorno seguente, mettendo a disposizione la sua auto ed offrendosi di guidare per lasciare riposo ulteriore a quest'ultimo.

Da comodo passeggero a guidatore non appena si è reso conto che il suo supporto poteva essere di grande aiuto al Sensei!

Poi si è fatto tutto il week end a Torino, essendo molto spesso scelto come uke... quindi si è curato che tutto fosse pronto per il rientro, mettendo il suo Sensei (che è anche il mio) nelle condizioni più comode per fare ciò che doveva fare, in considerazione del suo stato di salute non ancora proprio ottimale.

Se fossimo su Pandora, l'otomo è una persona che potrebbe affermare: "io ti vedo!"... e quindi agisco di conseguenza, senza aspettarmi nulla in cambio, ma solo perché so che questo è il compito che ho scelto e che mi compete ora.

Si tratta della condizione nobile quindi di chi sceglie di servire, ma senza essere servo di nessuno: per etica, per prospettiva ed ingaggio su proprio cammino marziale.

Parecchio tempo fa, consideravo l'otomo una figura molto meno dignitosa: quasi uno schiavetto tirapiedi e portaborse ai comandi di un Sensei che volesse solleticare particolarmente il proprio ego: mi sbagliavo di brutto.

L'otomo fa del bene al proprio Maestro, ma SOPRATTUTTO fa del bene a se stesso, scegliendo la disciplina della continua attenzione e cura del proprio Sensei... cosa che gli tornerà molto utile quando lui stesso sarà divenuto un Maestro e dovrà avere la stessa cura verso i propri allievi.

Come al solito, la tradizione che è passata intatta al setaccio del tempo ci ha visto molto ma molto bene: servire, dedicarsi è un'arte di raro valore, ma che può essere allenata ed affinata.

Ora che sono cresciuto, sia come esperienza, sia come età anagrafica, cerco di servire il mio Maestro al meglio delle capacità che posseggo: ogni volta risulta un'attività veramente stressogena, ma anche appagante; prevedere le sue difficoltà e cercare di dipanarle ancora prima che possano manifestarsi è qualcosa che allena in modo ferreo zanshin (la mente vigile), fudoshin (la mente stabile), yoshin (la mente giovane), shoshin (la mente del principiante) e mushin (la mente libera).

Tutti elementi che risultano poi essenziali nella mia pratica marziale quotidiana.

Dare É ricevere...


Marco Rubatto


PS: grazie di vero cuore di tutto, Eleonora!




lunedì 13 aprile 2026

Il 6º kumijo, kotegaeshi, kokyunage... e la consapevolezza di fare sempre le stesse cose

Scollinata la prima metà dei kumijo, quest'oggi prendiamo in esame il 6º di essi...

Si tratta del primo dei cosiddetti "nage no jo", ovvero di quei kumi nei quali uke viene proiettato al termine dell'esercizio: per la difficoltà di una proiezione di chi cade tenendo un jo in mano al contempo... spesso questo esercizio viene annoverato fra le pratiche "avanzate".

Non mi è mai piaciuta questo modo di etichettare le cose: "avanzato" è pure quello che non ho mangiato il giorno precedente, e spesso ciò che riteniamo difficile lo è anche perché lo facciamo così poco da non riuscire a comprenderlo al meglio.

Nel mio Dojo, quindi, pratica il 6º kumijo sia un 4º dan che un 4º kyu, con la ovvia differenza di esperienza che li separa e quindi anche con il diverso grado di precisione che mi attendo da ciascuno di loro... ma lo fanno tutti, non solo "quelli bravi" o alti in grado!

Ecco la breve sinossi...

1A - uchijo: prende l'intenzione ed esegue uno tsuki chudan/jodan (colpo diretto di punta, a livello mediano/alto) verso il centro di ukejo; c'è chi fa l'affondo medio e chi lo fa più alto, ma questo non cambia per nulla il prosieguo dell'esercizio;

1B - ukejo: esegue un controllo chudan (non una parata), avvicinandosi al proprio compagno (anziché indietreggiare come invece si fa di solito) tramite tsugi ashi (guardia sinistra) ed appoggiando il proprio jo all'altro, con l'accortezza di non deviarne la traiettoria;

2A - uchijo: scorge la tempia sinistra del partner libera e quindi inizia a caricare uno gyaku yokomen uchi (fendente laterale opposto); è necessario stare attenti che ukejo non si sia avvicinato eccessivamente nella sua azione precedente, altrimenti questo tipo di movimento da parte di uchijo perde completamente di significato;

2B - ukejo: avanza ulteriormente (sempre guardia sinistra) e blocca con il proprio jo le braccia del compagno prima che queste inizino la fase di discesa del fendente, appoggiandolo sotto il gomito destro di quest'ultimo. Questo passaggio ha lo stesso timing sen no sen di ikkyo omote; ukejo quindi esegue un cambio di guardia rapido spostandosi alla propria destra, così da liberare la linea della traiettoria del fendente;

3A (1) - uchijo: termina il suo fendente;

3B (1) - ukejo: con l'estremità destra del proprio jo esegue una traiettoria simile a quella che lo porterebbe a colpire il partner alla tempia sinistra, ma quindi prosegue fino in mezzo alle sue mani (che afferrano il jo in ken no kamae, a questo punto dell'esercizio);

3B (2) - ukejo: sbilanciando prima in avanti il compagno, come a volere enfatizzare la direzione del suo colpo, ruota velocemente le anche verso destra e lo proietta;

3B (2) - uchijo: viene proiettato alla propria sinistra.


Ecco il video che in pochi secondi vi mostra tutte queste parole in azione...


Quali sono le prime considerazioni importanti che possiamo fare insieme?

Che questo esercizio, altro non è che una diversa rappresentazione del movimento delle anche durante qualsiasi kotegaeshi...


O di un numero sterminato di kokyunage (chiamati da alcuni anche sumi otoshi), che nuovamente sono espressione di un medesimo pattern, ma ad una distanza più ravvicinata rispetto a kotegaeshi.

Infatti non si si rende spesso conto del fatto che pratiche molto diverse sono riproposizioni dei medesimi principi e geometrie... ed il fatto che queste vengano imparate in contesti eterogenei non facilita il loro riconoscimento.

Questa è però appunto la differenza fra uno studio grezzo, ignorante e meccanicistico... ed uno invece più attento e consapevole: in fondo, almeno nella fase "shu" (quella dell'omologazione) viene chiesto a qualsiasi allievo di riprodurre i movimenti che ha visto compiere al suo Sensei... però è anche vero che un conto è copiare con il cervello spento, ed un conto invece è farlo in modo mentalmente attivo e perciò critico.

Se kotegaeshi è una tecnica riconosciuta come abbastanza basilare in molte Scuole di Aikido (dal 3º kyu in su per noi, per altri anche molto prima!), per quale cavolo di motivo il 6º kumijo - che ha le sue stesse caratteristiche - dovrebbe essere considerato una pratica così "avanzata"?

C'è forse un po' di distrazione da parte di quegli Insegnanti che considerano "separate" pratiche solo perché presentano un aspetto superficiale diverso... ed un po' di manipolazione da parte invece di chi si è accorto che si tratta sempre della stessa cosa, ma si guarda bene del renderne partecipi anche i propri allievi!

In ogni caso, questa dinamica non è propria solo del 6º kumijo e di kotegaeshi/kokyunage... ma della maggioranza dei movimenti che compiamo sul tatami: ciascuno di essi è la riproposizione di qualcos'altro,  studiato e praticato magari in contesti notevolmente differenti (almeno in prima apparenza).

Fateci caso voi stessi...

Sul 6º kumijo diciamo ancora che la fase di blocco del gomito da parte di ukejo (2B) è più didattica che altro, visto che la possibilità di assorbire l'energia del fendente di uchijo è funzione di quanto impeto egli utilizza nello scendere con la sua arma.

Se esageriamo nell'entrata e nel blocco, il nostro compagno viene quasi rimbalzato all'indietro e perde ogni incentivo a terminare il suo attacco... cosa che però ci è utile a concludere l'esercizio a nostra volta.

A forza di fare lentamente la sequenza, spezzandola nei vari suoi passaggi, tendiamo a scordare il senso della cinematica del movimento nel suo insieme!

Detto questo, è possibile registrare un consueto numero cospicuo di variazioni di questo kumi: alcune delle quali sono state raccolte nel seguente video...


Ed è ovviamente possibile concatenare questo kumijo con tutti gli altri visti fino ad ora (ed anche con quelli che dobbiamo ancora studiare insieme). Eccone la testimonianza video...


Anche in questo caso, abbiamo trovato un eccellente esempio di [理合]"riai", ovvero di buona armonizzazione fra quanto praticato con le armi ed a mani nude: come al solito, resta la pratica a parlare più di ogni altra spiegazione o video.

La capacità di scovare i principi comuni di un pattern geometrico, di un timing, un movimento non è qualcosa che si può apprendere in modo accademico... ma va riscoperta in prima persona e su un tatami, sotto la guida di un Istruttore qualificato.

Buona pratica a tutti!


Marco Rubatto






lunedì 30 marzo 2026

L'Aikido che perde il superfluo e cerca la sua essenza

Mi sono imbattuto qualche giorno fa in una domanda che emerge ciclicamente in alcuni ambienti legati all'Aikido; anche il mio Sensei in passato ce l'ha posta, in questo caso l'ho trovata su un gruppo Social; essa è: "Se rimuovessimo tutti gli aspetti culturali dalla disciplina: le uniformi, la terminologia giapponese,  il saluto, il kamiza del Dojo... e se facessimo tutta l'attività con la nostra lingua ed i nostri abiti ordinari, essa sarebbe ancora definibile Aikido?".

Dal mio punto di vista, una tale tipologia di domanda risulta molto utile, perché ci spinge a fare qualche riflessione più approfondita e magari non così comune sulla disciplina che magari pratichiamo da anni.

Sui Social questo Post aveva un numero piuttosto elevato di interazioni, in termini di persone favorevoli e contrarie a considerare l'Aikido ancora tale, se depauperato di tutti gli elementi contenuti nella domanda: a me non interessa in questa sede trovare una risposta ultima e definitiva alla questione, né generare polemica... però mi è stato utile in passato riflettere su questi temi, così desidero condividere con voi alcuni pensieri.

"Aikido" è un termine giapponese comparso molto probabilmente intorno al 1935 e sicuramente formalizzato anche prima del 1942; in quell'epoca Morihei Ueshiba aveva fra i 52 ed i 59 anni: difficile pensare che "non facesse già Aikido", seppure raggiunse solo successivamente la maturità nella sua disciplina.

Questo ci porta a dire che non sta necessariamente nel nome con il quale chiamiamo le cose la loro essenza: fra l'altro stoicamente il nome "Aikido" non fu nemmeno una idea di O' Sensei, e chi vuole approfondire la questione può leggere QUI.

Egli praticava, studiava, evolveva, affinava... ben prima di dare un nome alla sua "creatura", quindi mi viene da dire che se togliessimo il nome "Aikido" all'Aikido esso potrebbe rimanere tale e quale!

Se rimuoviamo le uniformi saremo da subito forse molto più scomodi nei movimenti, forse impacciati, forse rischieremo di rovinare qualche indumento... ma ho già fatto questa prova a lezione: ho chiesto agli allievi di venire in abiti comodi, ma senza keikogi, cinture ed hakama.

Il risultato è stato per me strabiliante: ho notato quanto mi fossi auto programmato ad un atteggiamento che - a questo punto - dovevo ammettere di attribuire più al mio vestito che al tizio che lo indossa, ovvero me stesso!

Mi sono pure sorpreso dare una pacca per aggiustare le pieghe dell'hakama mentre mi mettevo in ginocchio: cosa risibile visto che non avevo nessuna hakama!!! La forza dell'abitudine, che però è al contempo anche la morte della consapevolezza e della presenza mentale...

Praticare in abiti quotidiani non è comodo, ma nella mia esperienza mi ha addirittura fatto apprendere molte cose sull'Aikido... ad esempio che la mia disciplina NON risiede in ciò che indosso, e che quindi posso considerarmi un Aikidoka pure con l'accappatoio, appena uscito dalla doccia.

O' Sensei - fra l'altro - non era sempre solito praticare con un keikogi addosso, spesso lo faceva in abiti comuni, per quanto essi fossero diversi dai nostri. Ancora adesso nell'Iwama Shin Shin Aikido si pratica con un'hakama destinata al lavoro all'aperto (nobakama), proprio ad indicare che l'allenamento era (e dovrebbe continuare ad essere) un'estensione della vita quotidiana.

La nomenclatura giapponese: è qualcosa alla quale sono molto affezionato e farei fatica ad estrometterla dalla pratica... credo sarebbe controproducente, perché ogni lingua spiega al meglio alcuni suoi concetti originari; tuttavia negli anni spesso ho partecipato a lezione nelle quali "arigatou gozaimasu" era stato sostituito con un nostro più nostrano "grazie", o nelle quali "katatedori" veniva reso con "presa alla mano" oppure si preferiva contare in italiano anziché in giapponese.

La rimozione della barriera linguistica di solito è molto utile alla divulgazione di qualsiasi cosa provenga da aree geografiche lontane, cosa che accade anche con sanscrito nello Yoga, per esempio... risulta meno utile all'approfondimento di certi principi... ma non toglie di per sé la possibilità della pratica.

Diciamo che continua ad essere possibile la pratica dell'Aikido anche senza termini giapponesi, anche se un po' a livello amatoriale/superficiale a mio dire.

Se nel Dojo non ci fosse uno Shomen/Kamiza forse lo sentirei meno tale, però ho praticato in luoghi veramente dimenticati dai kami, nei quali mi sembrava di essere facoltoso come uno Sceicco anche solo perché c'era il tatami!

La riconoscenza verso il Fondatore e verso lo spirito dell'Aiki credo sia molto importante, però O' Sensei non si inchinava di fronte alla sua fotografia (sarebbe stato piuttosto ridicolo, poi perché sul kamiza si può esporre SOLO l'immagine di chi è già morto)... Secondo la dottrina shintoista i kami abitano il kamiza, ma anche ogni altro luogo, ovvero sono ovunque, quindi di per sé non è necessario avere un punto fisso che li rappresenta per rivolgere a loro il nostro pensiero di gratitudine.

Al massimo il kamiza, o luogo fisico che li rappresenta è utile a noi, ma non certo a loro.

Quindi se rimuoviamo kamidana, kamiza, shomen, fotografie e kakemono vari... ancora possiamo praticare Aikido con un cuore puro e desideroso di migliorare se stesso.

Ora mi muoverò ancora più distante di quanto stimolato nella domanda iniziale...

Se l'Aikido perdesse ogni suo stile tecnico, sarebbe da considerarsi ancora Aikido?

La risposta per me è semplice, almeno quanto paradossale: certamente SI!

Noi già oggi facciamo una quantità straordinaria di cose differenti sul tatami alle quali attribuiamo tutte il nome "Aikido", ma sono diversissime fra loro... spesso addirittura in contrasto e contraddizione reciproca!

Questo quindi indica che l'Aikido che per noi si esprime con una forma tecnica specifica (quella della Scuola alla quale apparteniamo) per un'altra persona possiede un'altra forma pur rimanendo la stessa disciplina: il Fondatore - in effetti - fu in primo a non lasciarci grandi indicazioni scritte riguardo alla tecnica... e permise a quasi ogni suo allievo di studiare ed esplorare la propria interpretazione della pratica.

Si arrabbiò numerose volte di quanto - a suo dire - a Tokyo si stesse "pervertendo" la sua metodologia, ma continuò ad offrire supporto all'Honbu Dojo, nonostante tutto. Evidentemente considerava che ci fossero fattori ancora più importanti da considerare.

Il mio Insegnante di Meditazione, Padre Antony Elenjimittam, spesso ripeteva che tutto ciò che possiede un nome ed una forma è limitato nel tempo: in questo senso,  l'Aiki può assumere nomi e forme temporanee per manifestarsi, ma essendo un principio universale è coerente che la sua essenza sia fuori dallo spazio-tempo.

E se l'Aikido non avesse più gradi?
Immaginate che non ci si possa più preparare a sostenere un esame dan... e che non si possa più associare la propria esperienza ad un numero: staremmo ancora praticando Aikido?

Rare volte qualcosa è stato più divisivo dei gradi dan nella nostra disciplina, tuttavia è bene ricordarci che all'inizio della sua pratica, questi "riconoscimenti" non c'erano... o meglio, c'erano ma erano anarchicamente decisi solo dal Fondatore.

"Ehi Morihiro san, tu da domani sei 4º dan!", così... avrà avuto le sue buone ragioni per affermare ciò che affermava alla persona alla quale si rivolgeva, ma era impossibile "guadagnarsi" un grado, se non praticando sotto la sua attenta supervisione.

I programmi tecnici e gli esami venero parecchi anni più tardi, quando fu necessario un tentativo di standardizzazione, giacché anche gli allievi iniziavano a salire notevolmente di numero.

Ma all'inizio le persone praticavano E BASTA, senza alcuna promessa di "promozione" ad alcunché: quanti degli attuali pluri DANnati attuali proseguirebbero se all'improvviso una mano a mandorla gli andasse a sottrarre tutti i bei diplomi vergati con kanji appesi alle pareti del Dojo?

Credo che gli eserciti degli Shihan si ridurrebbero considerevolmente!

Allora mi chiedo: quali potrebbero essere gli elementi tolti i quali l'Aikido smetterebbe di essere tale anche per me?

Ne ho individuati 2:

- il conflitto;

- un gioco non a somma 0, ovvero nel quale vince chiunque vi si cimenti, indipendentemente dal ruolo che ricopre.

Se per attaccare forte, uke schiaccia il proprio tori/nage, per quest'ultimo sarà complicato apprendere da questa esperienza... però guai se non gli mette addosso un po' di pressione, se non gli crea una qualche sorta di difficoltà; si starebbe solo recitando uno Yoga o danza di coppia, nel quale il conflitto è estromesso al fine della resa armonica dell'azione. Una sorta di coreografia marziale e nulla più.

Parimenti, se per performare una tecnica, tori/nage è irrispettoso di uke ed impositivo, il gioco non è più "win/win", quindi ricadremo in una sorta di ju jutsu moderno, pieno di filosofie ispiranti almeno quanto vuote; ciò non è sbagliato, ma credo si collochi al di fuori dell'Aikido.

Questo equilibrio è delicato da mantenere, anche perché è dinamico: spesso osservo ancora tori impositivi per essere marziali ed uke compiacenti per risultare armonici; nessuna di queste due deformazioni/perversioni mi sembra accettabile per la nostra disciplina.

Di sicuro però parliamo anche di un'attività trasformativa per gli individui che la praticano... quindi chissà quali sembianze prenderà per me e per ciascuno di voi l'ESSENZA dell'Aikido in futuro.

É già cambiata molte volte negli anni della pratica... sono quindi molto curioso di scoprirlo!


Marco Rubatto




lunedì 23 marzo 2026

La spiegazione del Sensei: esagerazioni e paradossi

La comunicazione fra docente e discente è un fattore alquanto complesso e che non riuscirà ad essere trattato con esaustività in questo articolo, tuttavia ho notato che in Aikido la spiegazione del Sensei è qualcosa di spesso iconico, e che porta con sé diversi stereotipi ed esagerazioni.

Perciò voglio condividere con voi qualche riflessione in merito...

Innanzi tutto una "spiegazione" non necessariamente avviene tramite parole/frasi: può essere semplicemente fatta mostrando un movimento del corpo, in modo (talvolta lento) preciso e chiaro.

Molte volte gioco con le classi dei più piccini al Dojo nel fare lezioni completamente mute, nelle quali nessuno può esprimersi se non con il linguaggio del corpo stesso (sia io, che loro)... che se poi ci pensate è ciò che accade ad uno Stage internazionale, nel quale è possibile che tori ed uke non parlino una lingua comprensibile ad entrambi.

Si cercherà allora un meta-linguaggio per farsi comprendere... ed il corpo in questo può essere uno strumento eccezionale!

Poi c'è la tradizione, quella giapponese sopratutto, che tende a non perdersi in fiumi di parole, ma andare diritto all'esemplificazione fisica di ciò che si vuole passare ai propri discenti: l'elemento preponderante diventa l'esperienza personale, a livello innanzi tutto fisico, prima ancora che la comprensione intellettuale/mentale.

Noi occidentali siamo molto spesso parcheggiati nella nostra testa, quindi sembra che si abbia bisogno di comprendere intellettualmente una cosa, prima di poter passare ad un'azione fisica... ma questa è una stortura tutta nostra, che è possibile ridurre se non addirittura sciogliere con gli anni di pratica.

A fare da contraltare, come dicevo prima, c'è la tradizione dei Sensei a mandorla, che non spiegano quasi nulla ed un tempo quelle poche parole che dicevano erano in giapponese, quindi di complicata comprensione per gli occidentali presenti. Non era nemmeno molto sdoganata la possibilità di fare domande e nel caso qualcuno le avesse fatte... spesso le risposte erano molto criptiche: "Fai keiko, così capisci!".

Di sicuro questo modo parecchio richiedente nei confronti degli allievi era anche teso a far si che questi prestassero il massimo dell'attenzione più a lungo possibile, imparando a cogliere con gli occhi, ancora prima di sentire con le orecchie e comprendere razionalmente cosa veniva loro insegnato.

Dove porta però questo atteggiamento, se protratto nel tempo e mandato all'esagerazione?

Gia nel 2008, alla mia 1º visita in Giappone, avevo notato - all'Honbu Dojo prima ed all'Ibaraki Shibu Dojo poi - un livello relativamente scarso di consapevolezza da parte di molti dei giapponesi che incontravo sul tatami: non esagerare nelle pippe mentali è sicuramente qualcosa di auspicabile, ma nemmeno chiedersi mai nulla sulla dinamica di un movimento e limitarsi a ripeterlo non è che porti sempre a risultati strabilianti!

Gente che fa una tecnica da 20 anni e non è ancora riuscita ad andare oltre il "copia dall'insegnante" ed "incolla sul partner" fa riflettere, eccome: quasi ad indicare che se la mente razionale non è sempre la più adatta per aprirsi alle novità, non è detto che non serva proprio ad un tubo...

Quel [合気道は合理的なです] "Aikido wa goritekina desu" (l'Aikido è razionale/logico) spesso citato da Saito Sensei una "ragione" ce l'avrà pure avuta, no?

Io credo proprio di si, visto che i pattern tecnici funzionano come mattoncini di lego, molto duttili e poliedrici, ma che non sono poi così tanti... e sono da conoscere e studiare se si vuole essere in grado di muoversi con una certa libertà persino fuori dagli schemi standardizzati.

Non spiegare nulla diviene anche poi una "trappola per allievi", orchestrata da "abili" Insegnanti che - con la scusa della tradizione - desiderano mantenere un certo livello ALTO di incomprensione, così che si abbia ancora bisogno di loro per fare chiarezza nel buio lasciato dalla volta precedente.

Perciò "Fai keiko, così capisci!" è una frase usata da Insegnanti molto differenti fra loro: alcuni ben consci che certi messaggi possono giungere SOLO attraverso l'esperienza personale... SIA da Insegnanti che NON sanno come spiegare alcune loro capacità, oppure - peggio ancora - da coloro che desiderano NON spiegare alcune loro capacità... così da indurre una forma di dipendenza nei loro discenti.

Mi ricordo un tot di Seminar nei quali il Maestrone di turno sentenziava: "Ora vi spiegherò una cosa che non è adatta al livello della maggioranza di voi, solo in pochi capiranno... ma è in onore di questi pochi che lo faccio!".

Inutile rimandare come tutti si credessero egoicamente di essere fra questi "prescelti divini".

Se un Insegnante non è in grado di spiegare una cosa complicata a tutti NON è tanto perché le persone non sono ancora in grado di comprenderla, quanto perché non l'ha ancora compresa bene nemmeno lui; ricordiamo infatti quella iconica frase di Einstein che dice: "Se non sai spiegarlo a tua nonna, non l'hai capito veramente"...

Poi c'è anche la polarità del tutto opposta...

Ci sono quelli che spiegano fin troppo e lo fanno anche con quegli aspetti che NON possono essere davvero spiegati: non siamo come nel film Matrix, dove era sufficiente inserire uno spinotto nel collo per imparare a pilotare gli elicotteri o a praticare il Kung Fu!

In questi casi ci sono le "Aiki-conferenze da tatami", nelle quali i 3/4 della lezione sono trascorsi con il gruppo fermo ad ascoltare il Sensei che parla: non che in Aikido non debbano esistere lezioni teoriche... ma non è possibile che esse siano tutte fiumi di parole e pochissima esperienza fisica!

Yoshigasaki Sensei, ad esempio, era uno che parlava un botto... spiegava tanto, ma non è che facesse praticare e quindi provare più di tanto cosa egli aveva appena provato a chiarificare.

Ma se l'insegnamento verbale NON riesce a trasformarsi in un atteggiamento concreto del corpo, siamo certi che sia così utile?

Per conto mio diventa addirittura controproducente, poiché è proprio con la pratica fisica che mi rendo conto se o quanto ho compreso della spiegazione. In buona sostanza, è quando provo che comprendo la distanza che separa me da ciò che è in grado di fare l'insegnante... ma se non provo, come faccio a conoscere dove mi colloco io in questa mappa?

Tenderò a teorizzare le informazioni ricevute, ma in questo modo la pratica diventa qualcosa di troppo mentale, magari pure filosofico... ma ricordiamoci che l'attività si chiama PRATICA, e non TEORIA.

Saper trovare un punto di equilibrio fra il dicibile, il detto ed il non detto (per scelta) è tutt'altro che banale, infatti mi rendo spesso conto di non avere ancora trovato un bilanciamento sempre efficace. talvolta funziona di più, altre di meno...

Mi è di grande aiuto insegnare ogni settimana a gruppi molto differenti fra loro: adulti, ragazzi, bambini, portatori di handicap mentale... Ci sono tipologie di persone per le quali risulta preferibile spiegare a voce, con altri è meglio mostrare e far percepire fisicamente, ed ogni gruppo è sempre eterogeneo, quindi è composto da propensioni differenti... perciò la didattica ricopre un ruolo così importante!

Di sicuro in occidente dovremmo imparare a parlare un po' meno ed a sentire di più (meno raziocinio), mentre in oriente forse dovrebbero imparare ad articolare meglio anche con la voce ciò che il corpo è in grado di fare, ma spesse volte anche senza potersene accorgere (più logica).

Come preannunciato all'inizio del Post, non è qui che troveremo la situazione stabile e definitiva (che ormai dubito esistere), tuttavia mi pareva importante accennare ai principali rischi di quando la trasmissione tende ad estremizzarsi e polarizzarsi in modo esageratamente duale... ovvero non continuando come abbiamo fatto sovente fino ad ora nel nostro piccolo mondo.


Marco Rubatto