lunedì 12 ottobre 2026

Il Maestro marpione, il safeguarding... l'eletto ed il NEO sulle chiappe del Budo

Purtroppo è un triste caso di cronaca ad aprire il Post di quest'oggi: ad Almese (vicino a Torino) il 2 ottobre è stato arrestato un certo Bruno Antonio Malatesta, ovvero il "Maestro" di una presunta setta religiosa.

E chi sarebbe costui?

59 anni, maestro di Yoga e formatore spirituale, è stato arrestato dai Carabinieri di Torino nell'ambito dell'indagine denominata "Operazione Asmodeo". L'uomo è accusato di essere a capo di una comunità pseudo-spirituale (considerata una vera e propria setta) con sede nella bassa Val di Susa.

Descritto come un “uomo pingue, con gli occhi verdi e ipnotici, i capelli che negli anni sono cresciuti brizzolati, come la barba” ma anche “ipocondriaco, spesso malato, ossessionato dall’idea di passare alla storia per aver creato un gruppo monastico”, stando alla sua biografia ufficiale Malatesta era anche “giudice nazionale, Maestro Esperto Formatore di Yoga, docente di Arti Marziali tibetane (what the fuck are they?! n.d.r.), discipline olistiche e bionaturali e operatore di riequilibrio bioenergetico con i cristalli”.

Secondo le indagini coordinate dalla Procura di Torino, Malatesta si presentava sul Web come esperto di benessere e meditazione. Autoproclamandosi "il prescelto" (per gli amici "Antonio NEO Malatesta" n.d.r.), si faceva chiamare “Maestro Śivakṣatriya Śivānanda” (mentre lo leggevo ho fatto 5 asana con la lingua! n.d.r.) e sosteneva di essere in contatto diretto con la "Madre Divina" (credo tramite Zoom o Skype... n.d.r.) e di possedere poteri soprannaturali e capacità di guarigione (di sicuro ha il potere di farmi riderissimo! n.d.r.).

Stando alla ricostruzione degli inquirenti, Malatesta utilizzava le sue attività legate allo Yoga come copertura per avvicinare persone in condizioni di fragilità o difficoltà psicologica. Una volta inserite all'interno della sua comunità residenziale, le vittime venivano gradualmente isolate dagli affetti familiari e sottoposte a un regime di totale dipendenza psicologica, sottomissione, coercizione lavorativa e abusi fisici e sessuali.

Ora, di casi simili è purtroppo pieno il mondo: qualcuno che approfitta del proprio carisma e della presunta posizione di Maestro/Docente/Guru... per far leva su persone deboli e fare cose  non per forza dedicate al benessere di queste ultime, diciamo così.

Però, però, però... colpisce sempre di più che dinamiche simili siano ancora vive nel 2026!

Ci sta che il Sig. Malatesta, quasi sessantenne, sembri più una controfigura di Paolo Cevoli a Zelig,  piuttosto che di Steven Seagal in Trappola sulle Montagne Rocciose... e non sono interessato a fargli il processo che invece spetterà alla magistratura: ma siamo tutti d'accordo che se uno si definisce "il prescelto" o siamo nel Matrix dei poveri, oppure forse è bene ridergli in faccia e girare alla larga?

A me pare banale, ma c'è stato un Ente di Promozione Sportiva che ha creduto in lui, gli ha fornito una qualifica per operare e lo hanno pure utilizzato come arbitro nazionale per alcuni anni di fila in una importante manifestazione legata allo Yoga (n.d.r. disciplina che - dall'altro ieri - è divenuta ufficialmente uno Sport e cheora  rientra nelle discipline patrocinate dal CONI).

Questo Ente ha prontamente cancellato dalle sue pagine Social eventuali prove che collegano a sé il Sig. Malatesta... ma sul Web le tracce restano e non si cancella proprio nulla, lo sappiamo!


Le domande che sorgono sono quindi numerose...

1) Come mai che è stata attribuita una qualifica di insegnamento ad un soggetto così?

2) Come mai che - ancora oggi - c'è chi non si preoccupa di sentire uno che si auto-definisce "Maestro esperto"?

3) Quali strumenti esistono metterci al riparo da simili esperienze indesiderate?


Proviamo anche a fornire qualche traccia di risposta...

1) NON è così semplice come sembra valutare la salute mentale di una persona che partecipa ad un corso di formazione, magari on-line, per un numero sparuto di ore... e che magari fornisce anche risposte plausibili o verosimili al test finale.

Per questo motivo, se vi appoggiate ad un Ente serio, i corsi NON saranno tutti on-line e di durata modesta: è scomodo per i discenti, ma più è tenuta alta l'asticella dell'Ente certificatore (in termini di richieste ai discenti, competenze da acquisire, corsi da frequentare, obblighi ai quali ottemperare anche una volta che la certificazione è stata erogata...), meno ci sarà rischio di finire nelle mani di incompetenti e svalvolati di ogni tipo.

L'Ente certificatore perfetto NON esiste, in nessuna disciplina, specie fra le nostre che non sono la mera collezione di skills di tipo tecnico: questo ci tengo a dirlo, poiché lo CSEN ha persone serie che lavorano al suo interno per fornire la più alta qualità possibile. Non mi è piaciuto tuttavia il tentativo di evitare lo shit-storm, eliminando il Post nel quale si complimentavano per l'inclusione di Malatesta nel loro corpo Docenti: fossi in loro citerei piuttosto il nostro Prescelto/Eletto in tribunale per un cospicuo danno d'immagine!


2) Se c'è una cosa che un autentico esperto non direbbe mai... è proprio di essere "un esperto"!

Se poi dice insieme di essere "un Maestro esperto", serve poca PNL per comprendere che ci sta turlupinando: esiste infatti un "Maestro inesperto"? Oppure uno che è "Esperto, ma non Maestro"?

A voi sembra normale che una persona dica di sé di essere "il prescelto", "l'eletto"?... il NEO sulle chiappe del Budo, insomma... In questo caso specifico il viscidone di turno era "l'eRETTO", più che l'eletto: in giapponese si sente poco la differenza fra la L e la R, ma le malcapitate invece l'hanno percepita piuttosto bene!.

Chi si loda, s'imbroda... dice la tradizione popolare, e questo sembra proprio il caso!

Tuttavia, vorrei far notare, che per quanto uno sia ciarlatano nella propria disciplina, c'è ancora un discreto numero di polli disposti a farsi tirare il collo e poi ringraziare ancora per il servizietto ricevuto. Si tratterà di sicuro di persone fragili, che stanno passando momenti difficili della propria esistenza... però c'è anche l'ombra della nostra responsabilità in ciò che cerchiamo, scegliamo ed accettiamo.

Wanna Marchi, ora premiata al Campidoglio con il “Premio Internazionale della Cultura” (giuro che non si tratta di un fake!) avrà pure fregato un botto di persone... ma io avrei redarguito o almeno preso per il cxlo 5 minuti pure chi si ha acquisto un pacco di sale magico a 300.000 lire!!!

La responsabilità personale NON è qualcosa che può essere azzerata o bypassata da una società "paternalista", che tratta i suoi membri come bambini idioti... che vanno tenuti al sicuro da tutto, perché essi non hanno gli strumenti per farlo da soli!

3) Da qualche anno è attivo un protocollo in ogni Società Sportiva, quindi in OGNI luogo nel quale si pratica Sport, sia le Arti Marziali, che ora anche lo Yoga (se vi trovaste in un luogo che eroga questi corsi e che non è una A.S.D. o una S.S.D. iniziate quindi a farvi 2 domande!) che si chiama SAFEGUARDING...

Si tratta di un insieme di norme e procedure, misure, politiche e buone pratiche finalizzate a prevenire e contrastare abusi, violenze, molestie e discriminazioni nei confronti dei tesserati, con una tutela rafforzata per i minori e i soggetti vulnerabili... così da vigilare che ogni ambiente "sportivo" ed aggregativo risulti più sano possibile.

Di sicuro la comunità spirituale di Almese non possedeva un "Safeguarding Officer" (spesso tradotto in italiano come Responsabile contro abusi, violenze e discriminazioni), che - ricordiamolo - essere una figura professionale obbligatoria all'interno di ogni associazione e Società Sportiva (ASD e SSD).

In Italia c'è persino troppa burocrazia, quindi quando alle 1000 adempienze alle quali è sottoposta una ASD se ne aggiunge un'ennesima forse non saremo da subito così felici, però questa potrebbe fare una grande differenza nella qualità della fruizione dei nostri soci ed utenza varia (specie se minorenne).

E come tutto ciò che vuole fare la differenza, bisogna formarsi e poi sottoporsi annualmente ad un richiamo formativo, oltre che sensibilizzare la community nel mentre: è un ulteriore impegno, ma - se dovessi impazzire di botto - credo che le mie eventuali svalutazioni/violenze/abusi avrebbero i giorni, se non le ore contate... e non servirebbero 7 anni di indagini, come nella Setta di Almese, tempo nel quale gli abusi sono proseguiti tranquillamente!

Insomma, non siamo più nel medioevo... e se qualcuno mi viene a raccontare che Gesù Cristo è morto dal sonno, gli farei presente che non esiste ancora nemmeno un accordo univoco sul fatto che il Gesù storico sia veramente esistito.

Il campo delle credenze va giustamente lasciato libero, così che ciascuno si diriga un po' dove meglio ritiene: è ok ogni loro tipo, da quelle più tradizionali a quelle più esotiche, a tutte le superstizioni di questo mondo, tuttavia esistono responsabilità precise essendo parte di una collettività... e da queste non ci si può sottrarre semplicemente dicendo "sono un esperto", "sono in contatto con la Madre Divina", "sono il predestinato" o minkyate simili. Sveglia!

Marco Rubatto


PS: "patacca" lo è di certo, ma poi ditemi che non anche è la controfigura di Paolo Cevoli!







lunedì 5 ottobre 2026

Modern Koryu - di Paolo Narciso

Sono sempre soddisfatto quando ho la possibilità di recensire sul Blog nuovi testi che aiutino ad approfondire i più disparati aspetti della disciplina che pratichiamo.

In questo caso il piacere è triplo, poiché "Modern Koryu" è un testo:

1) innovativo, come in realtà non se n'erano visti fino ad ora;

2) estremamente utile, e nella recensione vi racconterò il perché;

3) scritto da un caro amico, il cui lavoro sento che risuona potentemente con il mio.

Il fatto che Modern Koryu sia stato scritto da un mio amico è stato volutamente messo solo in terza posizione, poiché - al di là del piacere naturale che provo nel promuovere il lavoro di chi stimo - non voglio che ciò influenzi più di tanto i rimandi che darò su questo testo!

Apprezzo molto Paolo Sensei, lo considero un buon compagno di Cammino, ma devo prendere atto del fatto che il suo testo è stato pensato in modo veramente innovativo ed utile... indipendentemente da chi lui sia e da quanto lo si possa conoscere.

Modern Koryu
è proprio uno di quei testi che
, se si potesse, dovrebbero essere resi obbligatori a chiunque intenda, ad esempio, insegnare Aikido!

Di che cosa si tratta, dunque?

È una sapiente collezione di tutti quegli aspetti provenienti dalle Scuole più tradizioni ed antiche - le [古流] Koryu, appunto - che risultano importantissimi ed attuali per chiunque stia percorrendo TUTT'ORA il [道] Do, anche e sopratutto qui, in occidente.

Su queste pagine abbiamo spesso parlato di quante barriere culturali, linguistiche e sociologiche si frappongano fra il praticante occidentale e la disciplina orientale che esso fa del suo meglio per frequentare...

Bene: esistono già alcuni importanti trattati sul reishiki (alcuni recensiti su questo Blog QUI), che spesso si occupano di illustrare e spiegare alcuni usi e regole della tradizione marziale giapponese... Modern Koryu invece è un testo che le CONTESTUALIZZA, ovvero le racconta ad un pubblico occidentale, consapevole della sua "occidentalità".
È un testo che fa da ponte fra ciò che per noi non è facile cogliere di un'altra cultura... e la nostra specifica forma mentis.

E non è immediato, né banale assumere un punto di vista NON previsto da regole e consuetudini create appositamente per chiedere al praticante di essere calzate e seguite, spesso senza alcuna spiegazione o possibilità di fare domande.

Veniamo perciò al ricco contenuto:

1 - [発心] HOSSHIN: decidere di iniziare
2 - [受付] UKETSUKE: ricezione, accoglienza
3 - [放置] HOCHI: essere lasciati soli
4 - [自覚] JIKAKU: autoconsapevolezza
5 - [日常管理] NICHIJI KANRI: gestire il quotidiano
6 - [自主稽古] JISHU KEIKO: pratica solitaria
7 - [奥入り] OKU IRI: varcare la soglia della Via
8 - [稽古] KEIKO: la pratica
9 - [見取り稽古] MITORI GEIKO: imparare guardando
10 - [無声稽古] MUSEI GEIKO: la pratica silenziosa
11- [稽古三昧] KEIKO ZANMAI: immersione nella pratica
12 - [雑務管理] ZATSUMU KANRI: occuparsi di servizi vari
13 - [苦悩] KUNO: il tormento
14 - [先輩 / 裏方] SENPAI & URAKATA: assistenti Istruttori e lavoro dietro le quinte
15 - [侍者] JISHA: l'assistente del Sensei
16 - [指導稽古] SHIDŌ GEIKO: imparare insegnando
17 - [稽古始め] KEIKO HAJIME: la prima pratica dell'anno
18 - [学習] GAKUSHŪ: equilibrio tra studio, vita e pratica
19 - [勉強会] BENKYŌ KAI: sessioni di studio al Dojo
20 - [師範招聘稽古] SHIHAN SHŌHEI GEIKO: Insegnanti ospiti e seminari
21 - [無礼講] BUREIKŌ: fare festa
22 - [出稽古] DEGEIKO: seminari esteri
23 - [稽古納め] KEIKO OSAME: l'ultima pratica dell'anno
24 - [初段審査] SHODAN SHINSA: l'esame di shodan
25 - [受け / 受け身] UKE & UKEMI: essere chiamati come uke
26 - [指摘を受ける] SHITEKI WO UKERU: ricevere correzioni
27 - [礼式] REISHIKI: etichetta di comportamento
28 - [本音 / 建前] HONNE & TATEMAE: il volto pubblico ed il volto nascosto
 
Per ciascuno di questi importanti argomenti, il testo offre una breve descrizione dell'origine dei kanji ed una contestualizzazione nel mondo della pratica dell'Aikido, dentro e fuori dal proprio tatami e Dojo... sia nei momenti più ufficiali, che in quelli più scanzonati.

Ora è forse necessario gestire un Dojo o essere il riferimento di una community di praticanti per comprendere l'importanza di ciascuno di queste tematiche: l'impegno di ciascuno è sempre quello di condurre il proprio gruppo nel modo più sano ed armonico, ma solo chi lo fa da anni forse riesce a comprendere quanto ciò sia complicato da realizzare con costanza ed in ogni situazione che accade.

Le dinamiche umane sono sempre dietro l'angolo per testare la tenuta di un ruolo, dell'atmosfera che regna sul tatami... credo che questo sia più che normale: ecco però che un testo come Modern Koryu ci viene in grosso aiuto, poiché ci presenta gli strumenti che la tradizione ci ha messo a disposizione per realizzare ciò che ci sta più a cuore.

Io non sono cresciuto così tanto a contatto con le Koryu, ma più nel [現代武道] Gendai Budo, ovvero le "Arti Marziali moderne", quindi non conoscevo molti di questi termini, anche se ho studiato in lungo ed in largo la tradizione giapponese ed il reishiki che utilizziamo nei Dojo.

Per me è stato di enorme conforto constatare che, in qualche modo, la tradizione marziale avesse già previsto ciò che ci è utile OGGI e che l'esperienza del passato si era già trovata di fronte alla delicata regolazione di tutti quegli aspetti personali ed interpersonali così complicati da gestire, anche in una micro-collettività come un Dojo.

In questo senso, la conoscenza delle nostre origini ci aiuta a raggiungere gli obiettivi che stanno davanti a noi: non si tratta di essere "tradizionalisti", intendiamoci... ogni rimando o consiglio diventano lettera morta una volta che li si applica senza buon senso, ed - appunto - decontestualizzandoli dall'esperienza nella quale intendiamo utilizzarli.

Però è anche vero che non serve inventare l'acqua calda altre 10.000 volte!

Chi ci ha preceduto si è trovato a dover gestire problematiche analoghe a quelle che affrontiamo noi
, nonostante le epoche ed i contesti sociali differenti: ciò che funziona in oriente non è detto che funzioni anche in occidente... però proviamo un attimo anche a fare tesoro dell'esperienza altrui, prima di bollare tutto come "inutile"!

Mi sento quindi ancora di ringraziare molto Paolo Narciso Sensei per il suo prezioso lavoro di collezione e presentazione di concetti semplici almeno quanto profondi della pratica, che tendono a fare la differenza fra chi percorre consapevolmente un cammino... e chi si è perso sul Do e necessita di Chi l'Ha Visto a mandorla per ritrovarsi.

Coloro che sono interessati all'acquisto del libro, possono trovare QUI maggiori info.

Un saluto a tutto lo Shochikubai Dojo di Roma, piccola e florida realtà nella quale è possibile respirare un autentico spirito marziale tradizionale, a fianco di un grande senso di accoglienza e convivialità: se non ci siete ancora stati, velo raccomando caldamente!

Marco Rubatto









lunedì 28 settembre 2026

Il 8º kumijo... e le cose raccontate al contrario

Nell'approdare allo studio dell'8º kumijo, ne approfittiamo per fare qualche ragionamento fuori dagli schemi più ordinari...

L'ottavo kumijo è semplice ma non facile, pochi attimi e c'è un uchijo che vola via!

Ecco la sinossi dei movimenti:

1A - uchi jo: prende l'iniziativa ed esegue uno gyaku yokomen uchi jodan (fendente sul lato opposto, a livello alto) a partire dalla guardia di tsuki sinistra;

1B1 - uke jo: nella prima  metà del movimento del compagno, ukejo esegue un affondo tsuki all'altezza del cuore, ma senza caricare il jo prima di lanciarlo (estende lo tsuki dalla posizione di tsuki kamae hidari nella quale si trova);

1B2 - uke jo: nella seconda metà del movimento del compagno, si sposta dalla linea di attacco di quest'ultimo (muovendo prima la gamba destra e quindi la sinistra) ed esegue un secondo affondo, sempre all'altezza del cuore, questa volta arrivandoci da sopra le braccia di uchijo;

1B3 - ukejo: incastra la punta del suo jo fra le mani del compagno ed utilizza un movimento d'anca per proiettarlo davanti a sé, sulla destra; uchijo farà una proiezione identica a quella già esaminata nel 6º kumijo (recensito QUI) o in kotegaeshi.

Da questa descrizione, sembra che faccia quasi tutto ukejo, ma con il seguente video sarò tutto più chiaro...



Come tuto il restante bukiwaza esaminato fino ad ora, avremo variazioni dell'8º kumijo (henka)...


E concatenazioni dell'8º kumijo (renraku/kanren)...


E già ci sarebbe parecchio da studiare per arrivare fino a qui; ora però ci addentriamo nelle considerazioni "untold" sul bukiwaza di Iwama.

Saito Sensei in primis, e tutti i suoi deshi principali poi, hanno tramandato un metodo, una didattica specifica: si parte dagli esercizi di base... e quindi si arriva con il tempo a quelli più avanzati; dal punto di vista dell'apprendimento, forse è una delle metodologie più chiare e complete fra quelle al momento disponibili sulla piazza!

Secondo questa metodologia, l'ordine di studio dell'Aiki ken e quello dell'Aiki jo sono molto simili e prevedono...

Aiki ken

(7) suburi -> (4) ken awase -> (5) kumitachi + (1) kimusubi no tachi -> (∞) henka no tachi

Aiki jo

(20) suburi -> (3) jo kata -> (7) jo awase -> (10) kumijo -> (∞) henka no jo

Con questo patrimonio tecnico ben chiaro, diventa possibile affrontare la pratica più avanzata di tutte, ovvero (7) ken tai jo.

Questo è esattamente l'ordine con il quale io studiai queste forme a tempo debito... e devo dire che la metodicità con me ha funzionato.

Poi però, durante la pandemia - con molto tempo a disposizione per fare ricerca - mi ricordai di una serie di 10 ken tai jo, chiamati "furui", ovvero "antichi/desueti"... che mi era stata mostrata per la prima volta da Bill Witt Shihan, durante un Seminar Nazionale FIJLKAM presso il Centro Olimpico, credo intorno al 2010-2011...

E, grazie al prezioso aiuto di Ethan Weisgard Sensei di Copenhagen, sono riuscito a rimettere insieme tutto in modo abbastanza organico, solo che a quel punto ho notato qualcosa che mi ha colpito e sorpreso NON poco: infatti il 6º esercizio della serie è - più o meno - ciò che viene rappresentato nel video seguente...

Notato niente?

Si tratta proprio dello STESSO pattern presente nell'8º kumijo, questa volta eseguito con uchitachi armato di bokken, anziché uchijo che brandisce un jo... ma per ukejo non cambia assolutamente NULLA!

So di certo che nel 1992 Saito Sensei aveva già abbandonato l'insegnamento ordinario di questi 10 ken tai jo furui, in vece dei 7 che spiegava regolarmente: alcuni suoi deshi di Iwama (fra i quali anche il mio attuale Maestro) li avevano potuti praticare, ma molto di rado, come sequenza storica speciale.

A me basta per dire che questi 10 ken tai jo furui sono venuti PRIMA del buki waza "messo in ordine" che avevo studiato io: allora questo significava che l'8º kumijo non nasceva come tale, ma come "riformulazione" in chiave Aiki jo del 6º ken tai jo furui!

Stai a vedere che il Fondatore partì a studiare dal livello più "complicato", ovvero proprio quello di ken tai jo... e che da questo livello deriva tutto il resto?!

La curiosità è stata subito forte e quello che ho compreso successivamente non ha fatto altro che confermare questa mia supposizione: anche il 9º kumijo non è altro che una riproposizione del 4º ken tai jo furui.. oppure il 10º kumijo è molto molto simile al 9º ken tai jo furui, ad esempio.

Quasi tutto il bukiwaza odierno può essere ritrovato in nuce in questa serie desueta di esercizi di spada contro jo... Li esamineremo con cura, insieme a tutte le similitudini che ne derivano forse più avanti: per ora ci basti riflettere sul fatto che a noi è giunta una didattica "ordinata" e comprensibile, ma ai tempi di O' Sensei lo studio doveva essere molto differente, ed anche molto più complicato!

Si partiva dall'essenziale, che è semplice... ma tutt'altro che facile. Noi ora partiamo dal semplificare il più possibile, c'è una bella differenza.

Nessuno credo volesse mentirci nel raccontare la favoletta del "ken tai jo" per ultimo, anziché per primo: si voleva forse utilizzare un criterio didattico/pedagogico, e non quello cronologico.

Pochi di noi si rendono conto della fortuna di studiare OGGI una disciplina, dopo che questa è stata sistematizzata, standardizzata, didatticizzata... un tempo tutte queste cose non esistevano, quindi era necessario mettere in campo altre risorse.

Ad esempio adattabilità, duttilità, coraggio di faticare parecchio... Ma ne riparleremo prossimamente su questo Blog, ora tutti a studiare i kumijo!


Marco Rubatto




lunedì 21 settembre 2026

Iwamista si... ma solo fino ad un certo punto

Il nostro esimio Ministro degli Esteri, Antonio Tajani, spesso ne spara di veramente grosse ed io sono stato ispirato dall'ormai celebre: "Il diritto internazionale è importante, ma fino a un certo punto"... per trovare un titolo azzeccato a questo Post.

Infatti, pur senza intenzione di offendere nessuno, volevo mettere in evidenza che distanza considerevole talvolta si nota fra chi dice di praticare il cosiddetto "Aikido tradizionale" e le azioni che compie (o non compie) in concreto sul tatami.

Uno iato spesso più considerevole del previsto, forse anche dovuto al fatto che talvolta ci si riempie la bocca di termini conosciuti solo in parte... e si finisce per militare in una "scuderia" della quale ci piace il nome, o nella quale c'è anche il nostro amico o Maestro.

Innanzi tutto, lo specificare che ci dovrebbe essere un "Aikido tradizionale" parte forse dalla necessità di alcuni di prendere distanza da come questa disciplina spesso è praticata in giro attualmente: se l'Aikido fosse una ricetta del pesto, allora "quello tradizionale" sarebbe forse quello fatto rigorosamente nel pestello, con foglie di basilico ligure e pinoli... giusto per creare un'etichetta che distingua da tutte le altre forme di pesto (o di Aikido) che si trovano in giro (quello senza aglio, quello coi pistacchi, quello con i pomodorini secchi, etc...). É una forma di branding o di rebranding.

C'è quindi una parte di praticanti - non considerevole, ma comunque significativa - che vuole chiamarsi fuori da ciò che più si vede in giro e rivendicare una sua forma più autentica ed - appunto - tradizionale... come per dire: "Guarda che noi siamo quelli che fanno le cose come si facevano una volta!".

Ciò è più che legittimo, e per una quindicina di anni sono stato il primo a farlo con una certa convinzione... salvo però poi nei seguenti vent'anni comprendere meglio COSA significhi sul serio praticare in modo "tradizionale". Inizialmente pensavo fosse qualcosa di inerente ad uno stile specifico di Aikido, ad una didattica... ho capito poi tramite l'esperienza diretta che si trattava invece molto più del "come", che del "cosa"...

Ne segue un minuscolo vademecum di distonie fra chi dichiara di praticare in modo tradizionale, salvo poi di fatto comportarsi in modo non poi così coerente con il suo dire.

I praticanti che provengono dalla metodologie didattica creata da Morihiro Saito Sensei, i cosiddetti "Iwamisti" (dal nome della località dove essa nacque) sono perlopiù le persone che si rifanno più spesso e con più insistenza ad uno studio tecnico più rigoroso, al grande valore insito nella tradizione, e alla loro necessità di rimanere ad essa più fedeli possibile.


Le lezioni iniziano quindi con un saluto shintoista, che consiste in 2 (o 4) battiti di mani e 3 inchini... si tiene un atteggiamento molto rispettoso del reishiki (le regole che regnano in un Dojo), si praticano le tecniche prima nella loro forma di base e quindi nelle eventuali forme fluide e varianti...

La pratica inizia quasi sempre con katatedori tai no henko e morotedori kokyuho... e termina quasi sempre con suwari waza ryotedori kokyuho; si da una notevole importanza fra il riai (l'armonizzazione) delle tecniche di armi e di quelle a mani nude... etc, etc, etc...

Questa è la buccia superficiale, almeno... ora diamo un occhio a cosa significasse un tempo praticare in modo tradizionale.

La maggioranza dei Maestri (reali) di Iwama Ryu che ho conosciuto hanno trascorso dai 3 ai 6 ANNI di studio in qualità di uchideshi (allievo interno) nel Dojo di O' Sensei, sotto la direzione giornaliera di Morihiro Saito Shihan; alcuni altri vi si sono recati spesso in visita, quando il loro lavoro glielo permetteva, magari soggiornando li per qualche settimana ogni anno... ma di solito ciascuno di essi ha trascorso qualche periodo come uchideshi, praticando OGNI giorno ed anche più volte al giorno; questa è la PRATICA TRADIZIONALE.

Quanti Insegnanti di Iwama Ryu attuali hanno speso parte del loro tempo di formazione presso qualche Dojo come uchideshi?
Non dico trattenendosi anni, ma almeno qualche settimana?
Chiunque - almeno sulla carta - dica di praticare in modo "tradizionale", senza però avere fatto questa esperienza, sta affermando qualcosa di ben parziale...

Quante volte alla settimana poi pratica un Aikidoka che vuole dichiarare di farlo in modo tradizionale?
C'è solo UNA risposta possibile: TUTTI i santi giorni, come un semplice sotodeshi (allievo esterno) del Dojo di Iwama... quindi non può certo dichiararlo chi si allena un paio di volte a settimana per un'ora e mezza alla volta!

"Eh, ma qui i corsi normalmente sono bisettimanali..." VERO, però ciò è incompatibile con una pratica tradizionale, agevolandone una interpretazione invece molto moderna ed occidentale... che sarà forse quella che ha preso più piede dalle nostre parti, forse l'unica possibile alle nostre latitudini (falso!) ma che non centra proprio un tubo con lo schedule che ancora oggi è possibile vivere presso un vero Dojo tradizionale (e non solo di Aikido, ma di qualsiasi forma di Budo), sia in Giappone, che in giro per il mondo... e non ce ne sono pochi luoghi così!

Il tuo Dojo offre ai suoi membri uno schedule tradizionale (lezioni quotidiane multiple) e la possibilità di ospitare allievi interni residenti (uchideshi)?
Se NO, sarà pure un luogo dove magari tecnicamente e didatticamente si studia l'Iwama Ryu, ma NON si tratta di un Dojo tradizionale di sicuro!

La tradizione prevede che ci siano keiko di prima mattina e di sera: alla mattina si fa tendenzialmente armi all'aperto, mentre di sera più taijutsu: il vostro corso di Aikido ha sia delle sessioni sia mattutine, che serali?

"Ehm, in realtà no... c'è keiko solo alla sera, perché di mattina si va a lavorare".... ed anche "il mio corso non ha uno spazio esterno per praticare armi"...

Perfetto, sono sicuro che si possa apprendere molto bene l'Aikido anche frequentando un corso solo di sera (per quanto 2 volte a settimana sia comunque abbastanza pochino), ed anche se non si ha uno spazio per allenarsi all'aperto: solo sappiate che questo mondo di fare NON risulta per nulla tradizionale, tutto qui!

Le cinture colorate NON si usano: tradizionalmente i gradi kyu hanno tutti la cintura bianca, come mai quindi che molti corsi di Iwama Ryu hanno preso la bizzarra abitudine di fornire ai loro allievi le cinture che si utilizzano nel Judo?
Comprendo ancora il caso di corsi per bambini, che devo avere un elemento visibile che connoti i loro progressi... ma gli adulti? Non volevamo essere tradizionali?

Secondo le usanze del Budo, è possibile insegnare con il grado MINIMO di 3º dan, ovvero raggiunto il titolo di [指導員]"shidoin" - che significa "Istruttore" o "Allenatore Qualificato" -. Risulta ovvio che per essere i responsabili di un vero e proprio corso, sia necessario prima avere raggiunto una certa maturità nella disciplina... non ci si può certo improvvisare.

Persino la Federazione e gli EPS italiani (che non hanno proprio nessuna ambizione di essere considerati "tradizionali"!) NON consentono ad una semplice cintura nera di insegnare in autonomia, se non a fronte di un grado dan minimo e della frequenza di alcuni corsi di specializzazione... Abitudine che mi pare più che responsabile!

Alla luce di ciò, quanti sedicenti "Maestri di Iwama Ryu" dovrebbero esserci secondo voi in Italia con il solo grado di "shodan" (1º dan)? "Nessuno", mi si potrebbe rispondere... e invece no: ce ne sono, eccome!
Anche in questo caso, tutti elementi che sposano la tradizione, fino a quando essa non impedirebbe loro di fare ciò che fanno... momento nel quale non ci sono remore ad essere molto meno tradizionalisti.

Addentriamoci ora in elementi ancora più importanti...

Il cartello qui a fianco è comparso nel Dojo di Iwama nel marzo del 1992: la celebre frase giapponese "Gambariai keiko wo kinshi shimasu" (頑張り合いの稽古を禁止します), tradotta in inglese come "Using force to stop your partner from completing the techniques is prohibited", e fu affisso per volere di Morihiro Saito Sensei.

Il testo in inglese e la grafia che si vedono nel cartello originale furono scritti da Patricia Hendricks Sensei, una delle più importanti allieve occidentali di Saito Sensei, su esplicito incarico del suo Maestro, mentre la storica fotografia in bianco e nero del cartello appeso alla parete di legno del Dojo fu scattata da Bill Essig Sensei.

L'inglese non è sicuramente una traduzione letterale, ma in italiano può essere resa con:"È vietato usare la forza per impedire al partner di completare le tecniche".

Ora ho postato questo documento storico perché chi si è allenato secondo la metodologia di Iwama per qualche tempo sa molto bene quanto sia diffusa l'abitudine di USARE LA FORZA PER IMPEDIRE AL PARTNER DI COMPLETARE LE TECNICHE!

Ebbene, signori... a quanto pare questo elemento NON ha proprio nulla a che vedere con l'allenamento tradizionale, per dichiarazione e richiesta autografa di Morihiro Saito Sensei...

Qui qualcosa di importante deve essere stato misinterpretato, almeno qui in Italia: eseguire una presa solida, infatti, non ha nulla a che vedere con un comportamento rigido o con il maldestro tentativo di impedire al partner di terminare la tecnica che sta eseguendo.

Bloccare con fermezza significa imporre una stagnazione di quel ki che dovrebbe naturalmente scorrere, quindi ha senso proporre un allenamento nel quale io possa sentire pienamente la forza fisica del mio attaccante... ma non c'è relazione con il fatto che questi debba per fare di tutto per sabotarmi. Tanto più che egli sa già cosa andrò a performare, quindi gli risulta molto semplice muoversi in modo da annullare i miei movimenti.

Io devo spostare una mano verso l'altro, lui preme verso il basso e la mano resta ferma: è una semplice risultante delle forze applicate su un punto... diverso invece e molto più utile è se uke stringe forte un punto - ma in modo neutro - ed io riesco a far muovere quel punto utilizzando l'angolo più appropriato.

Resistere NON è sinonimo di attaccare, ed uke deve fare per ruolo questa seconda cosa, evitando la prima... altrimenti si preclude la possibilità di imparare i kaeshi waza.

Un altro punto importante: è assolutamente veritiero che O' Sensei stesso considerasse FONDAMENTALE l'allenamento statico, ma è una perfida misinterpretazione che TUTTO l'allenamento di base debba essere STATICO, almeno fino al raggiungimento del 1º dan.

Questo lo sa bene chi ha frequentato stabilmente il Dojo di Iwama negli anni nei quali c'era sia il Fondatore, che Saito Sensei: gli allenamenti erano sia statici che dinamici... da subito e per TUTTI, yudansha o principianti che fossero!

Non c'è nulla nella tradizione e traduzione giapponese del termine [基本] kihon che rimandi alla staticità: i due kanji sono [基] "moto/ki" che significa "fondamento, origine" e [本] "hon" che vuol dire "principale, reale, genuino, appropriato, sapere, libro"... potremmo dire "origine del sapere", "fondamento principale".

Il kihon quindi NON si contrappone al cosiddetto ki no nagare, come molto spesso si sente dire proprio nei cosiddetti "corsi di Aikido tradizionale"... poiché è possibile praticare in modo fluido anche una tecnica di fondamento, di base... pensiamo al tai no henko, per esempio.

Non smette di essere un esercizio fondante SOLO perché lo eseguiamo in modo dinamico!

Anzi, rincaro la dose: a livello tradizionale, le tecniche si distinguono in [固体] kotai, "corpo solido", [柔体] jutai "corpo cedevole"... [流体] ryu tai, "corpo fluido" e [氣体] ki tai, "corpo energetico"...

Mi aspetto quindi che un Aikido sedicente "tradizionale" contempli TUTTI questi tipi di allenamento... e non sicuramente solo il primo: nel vostro bel Dojo tradizionale... voi praticate proprio TUTTI, TUTTI questi livelli? Vi dicono forse che non avete ancora esperienza sufficiente per farlo? Il Maestro ce l'ha almeno?

Se anche solo faceste regolarmente pratica con i primi 3 dovreste già considerarvi super fortunati!

Un ultima considerazione, che non piacerà ad alcuni: il fatto che Saito Sensei abbia votato la sua intera esistenza alla diffusione dell'Aikido in modo più tradizionale possibile NON è assolutamente sinonimo che tutti quelli che lo hanno frequentato abbiano compreso sempre tutto e nel migliore dei modi...

L'Iwama Ryu che si pratica dalle nostre parti mi pare spesso più una sorta di "museo storico" che un vero e proprio metodo d'allenamento
: pochissima capacità dinamica, scarso rilassamento, uke che cadono come gatti di piombo, leve portate inutilmente allo spasimo, abitudine diffusa ad infiggere dolore inutile, gente che ripete ore ed ore le stesse menate... con la convinzione mistica che "un giorno sarà concessa loro l'illuminazione marziale". Beh, non ci trovo proprio nulla di tradizionale in tutto ciò!

Per non dimenticarci poi che Tohei, Tada, Tamura, Kobayashi, Yamada, Yamaguchi... e molti altri - pur non risiedendo ad Iwama stabilmente - hanno sicuramente praticato Aikido in modo piuttosto "tradizionale", non tanto come indirizzo tecnico, quanto come intensità, ingaggio, ritmo e tempo trascorso sul tatami.

Ho incontrato diversi praticanti e docenti che giungevano da altri lineage rispetto a quello di Iwama che avevano piuttosto chiaro a loro volta che:

- ci si allena tutti i giorni;
- non si usano le cinture colorate;
- per insegnare è necessario raggiungere prima un grado dan minimo non banale;
- l'allenamento di base è importante;
- l'allenamento è sia statico, che dinamico;
- non serve un tubo cercare di bloccare il proprio partner con la forza muscolare;
- la pratica consiste in vari livelli, dal più materiale al più sottile,  ed è necessario fare esperienza di tutti loro!

Quindi se ci piace la tradizione è ok, ma non possiamo viverla come se fosse una pasticceria, nella quale facciamo nostri solo gli elementi che ci solleticano di più il palato... questo elemento si, quell'altro non molto, un altro ancora proprio per nulla...

A me la tradizione piace molto, perché è il lascito del passato a noi e rappresenta la staffetta che dobbiamo portare con noi nel nostro cammino, per poterla poi cedere a nostra volta alle generazioni che verranno: però la tradizione NON può e non dovrebbe diventare una gabbia o un vanto... quanto una precisa responsabilità per chiunque vi si accosti.

Spero vivamente che il rischio di venire considerati Iwamisti nella maniera in cui Tajani ha descritto il diritto internazionale vi faccia desistere dall'essere "tradizionalisti"... e vi conduca a comprendere cosa significhi realmente aderire alla tradizione, ben al di là dell'angolo che utilizzate nell'eseguire le varie tecniche.

"La tradizione è custodire il fuoco, non adorare le ceneri"
[Gustav Mahler]


Marco Rubatto








lunedì 14 settembre 2026

Aiki age & Aiki sage: il controllo dell'asse verticale di uke

A differenza di chi ancora si ostina a cesellare la propria pratica con uno stile specifico, da un pezzo è possibile lavorare su principi della disciplina che risultano applicabili in qualsiasi contesto tecnico e didattico: è il caso di Aiki age e Aiki sage... le montagne russe dell'Aikido!

Questi principi erano già studiati nel Daitō-Ryū Aikijūjutsu, dal quale l'Aikido sappiamo derivare... quindi niente di nuovo o di rivoluzionario sotto il sole, se non la nuova prospettiva nella quale possiamo rileggerli ed utilizzarli nella pratica ordinaria.

Servono entrambi a squilibrare istantaneamente l'attaccante (uke), agendo sul suo centro di gravità senza usare un eccesso di forza muscolare; esaminiamoli uno alla volta...

 [合気上げ] Aiki age: sorgere/sollevare Aiki

"Age" significa "sollevare" o "alzare", quindi questo principio consiste nel sollevare le braccia quando si viene afferrati solidamente ai polsi stando in ginocchio (seiza) o in piedi. Non si usano i bicipiti o la forza delle spalle però per farlo.

Il movimento è generato dall'asse centrale del corpo, con una rotazione interna ("ruota che gira all'indietro"). Ciò trasmette la forza direttamente attraverso i polsi di uke, sollevandone i gomiti e minando il suo radicamento a da terra, per privarlo di stabilità.

Aiki age è ben rappresentato nelle prime fasi della tecnica mostrata nel seguente video...



[合気下げ] Aiki sage: sprofondare/abbassare Aiki

"Sage" significa "abbassare" o "portare giù"; risulta il movimento complementare al precedente, nel quale le braccia scendono per proiettare o immobilizzare l'avversario. Il principio segue una rotazione in avanti ("ruota che gira in avanti"). La discesa non avviene spingendo con la forza delle braccia, ma modificando l'angolo della colonna vertebrale e lasciando cadere il peso del corpo nel proprio baricentro (spostando il peso in avanti e verso il basso).

La traiettoria corretta porta uke a crollare dietro i propri piedi o a subire un collasso strutturale delle articolazioni... in qualche modo egli si sente "schiacciato a terra".

Aiki sage è ben rappresentato nella tecnica contenuta nel seguente video...


Perché questi elementi risultano fondamentali?

Si comprende bene dalla pratica che tutte le centinaia di tecniche esistenti sono semplici combinazioni lineari di questi due vettori fondamentali di energia. Più che strategie di combattimento, sono studi per sviluppare la "forza interna" (kokyu ho o Aiki inryoku) e la gestione del baricentro.

Quando uke ci attacca, le traiettorie di evasione possono essere le più disparate, ma la nostra azione su di esso o gli fa alzare il baricentro, rendendolo quindi più mobile ed instabile... oppure gli indirizza il baricentro verso terra, rendendolo quindi più stabile e meno mobile.

Entrambe le condizioni hanno pregi da poter utilizzare: se la sua instabilità aumenta (Aiki age), è più semplice sbilanciarlo con l'azione successiva; se la sua stabilità aumenta (Aiki sage), diminuisce la sua mobilità rispetto alla nostra, quindi sarà più facile proseguire con l'azione dinamica, qualsiasi essa sia.

Da qui realizziamo un principio importante della pratica: l'altezza del baricentro di uke non deve essere uguale a quella del nostro stesso baricentro durante un'azione, ed Aiki age è lo strumento per farglielo alzare, mentre Aiki sage è quello per farglielo abbassare.

Paradossale vero che la disciplina che fa di tutto per cercare di stare allo stesso livello del proprio assalitore (filosoficamente parlando).. di fatto richieda che fisicamente i baricentri non stiano allo stesso livello, una volta che il contatto si è stabilito?

Ora la cosa complessa NON è comprendere la dinamica di Aiki age ed Aiki sage, ma è REALIZZARLA!

All'inizio c'è inevitabilmente la tendenza ad un eccessivo utilizzo della forza fisica, facendo lavorare le braccia al posto del proprio centro addominale.

I due principi sopra esposti - infatti - richiedono un significativo livello di integrazione del proprio movimento corporeo con l'hara, e questa è una dinamica non così semplice da replicare per un principiante.

Padroneggiare questi due principi richiede una certa esperienza di auto-percezione e connessione con i propri compagni di pratica. In ogni caso, svelato ora l'arcano, vi invito ad osservare la naturalezza ed il poco sforzo fisico che utilizza un esperto per dirigere in alto o in basso il baricentro del partner durante qualsiasi azione tecnica.

Una volta resi consapevoli di questi principi, il vostro Aikido svolterà qualitativamente in modo notevole, ma non voglio convincere nessuno... Provate voi stessi, ovviamente sotto la supervisione di un Insegnante qualificato.


Marco Rubatto