lunedì 15 giugno 2026

Il 7º kumijo... la contestualizzazione e le spiegazioni che non si danno

Nel proseguire con la nostra disamina dei kumijo codificati, quest'oggi è il turno del 7º esercizio.

Non si tratta di una sequenza particolarmente complicata, ma racchiude alcuni punti importanti da esaminare, che la dicono lunga sulla differenza che passa dalla didattica giapponese a quelle che spesso utilizziamo dalle nostre parti.

Innanzi tutto, la sinossi dei movimenti...

1A - uchi jo: prende l'iniziativa ed esegue uno gyaku yokomen uchi gedan (fendente sul lato opposto, a livello basso, in altri contesti anche chiamato "hiza giri") a partire dalla guardia di tsuki sinistra verso il ginocchio sinistro di uke jo;

1B - uke jo: esegue una parata gedan, facendo un passo indietro sul sei chu sen (la linea dell'attacco del compagno).


2A - uchi jo: attacca con uno tsuki chudan (colpo diretto di punta, a livello medio) a partire dalla guardia destra, verso l'addome di uke jo;

2B - uke jo: esegue una parata, che la forma codificata prevede venga fatta con un leggero avvicinamento (tsugi ashi in avanti), con la guardia destra.


3A - uchi jo: attacca con uno gyaku yokomenuchi jodan (fendente sul lato opposto, a livello alto), assumendo la guardia sinistra;

3B - uke jo: esegue un avanzamento molto ampio, che gli consente di agganciare il ginocchio destro del partner e di proiettarlo a terra.


Ecco il video che riproduce la sequenza...


Iniziamo a notare alcuni elementi semplici: uchijo fa 3 attacchi sequenziali, il 1º a livello basso (migi hanmi), il 2º ad altezza media (migi hanmi) ed il 3º alto (hidari hanmi); ukejo para i primi due e sul 3º entra e proietta: questo significa che NON è possibile fare kaeshi waza durante questo esercizio, se ogni movimento è eseguito correttamente, poiché ukejo non attacca mai.

Secondo punto importante: dopo avere eseguito 2A, uchijo ha bisogno di una distanza minima per poter sferrare l'attacco 3A alla tempia destra del suo compagno; se ukejo compie un avvicinamento troppo grande durante il movimento 2B... il 3A diventa insensato.

Per questa ragione, nonostante la forma preveda che ukejo accorci il maai durante il movimento 2B, è consentito lasciarlo inalterato (parare sul posto), o - addirittura - aumentare la distanza (parare arretrando)... purché il movimento 3A possa essere ancora eseguibile con un senso compiuto, anche se quel colpo non arriverà mai sulla tempia destra di ukejo.

Questo ci porta alla prima delle considerazioni importanti: la forma codificata va studiata in un modo prestabilito, ed il katageiko è proprio questo modo di stabilire come i movimenti vadano eseguiti... tuttavia essi devono - anche e soprattutto - risultare viatico di alcuni principi, senza i quali ha poco senso muoversi secondo il katageiko.

Ogni esercizio, alla fine, risulta situazionale: se ukejo entra un botto sia nel movimento 1A, che nel movimento 2A... facilmente ukejo NON riuscirà ad avvicinarsi ad esso nel movimento 2B (come sarebbe previsto), ma dovrà AGGIUSTARE la distanza, così che il rapporto fra i due praticanti continui a risultare interessante e sensato.

Il katageiko quindi è quello schema da seguire fino a quando ha un senso farlo, ed è proprio qui che entra in gioco l'esperienza di un praticante: un principiante esegue i movimenti che gli vengono mostrati ma NON ha gli strumenti adatti per comprendere se essi sono sensati in TUTTI i contesti che si andranno a vivere sul tatami.

Non può che ripetere e fidarsi del proprio Sensei: questi invece sta giocando una partita differente... ovvero sta modificando in continuazione la forma alla situazione che vive, il che vuol, dire non farà mai un kumijo esattamente uguale al precedente o al successivo, e tutti loro avranno valore e significato proprio per QUESTO!

Il "copia & incolla", in Aikido funziona poco (e talvolta male): bisogna partire magari da questo, ma è necessario al più presto comprendere cosa sta DIETRO la ripetizione di una forma, che non è mai qualcosa di fisso o stabilito una volta per tutte.

Ultima considerazione, a mio avviso molto importante: ora vi riporto 2 video con l'esecuzione di Saito Sensei del 7º kumijo. Il primo si riferisce ad uno stage in Francia del 1989...

Il Secondo, invece, è un vecchio filmato girato nel Dojo di Iwama nel 1972...



Avete notato nulla di strano?

Stesso Insegnante, stesso esercizio... 2 finali completamente differenti: il primo (come ho spiegato poco sopra) con una proiezione al ginocchio, il secondo con una proiezione eseguita sulle braccia di uchijo.

Come mai? A che cosa è dovuta questa differenza?

Non so rispondervi, ma è palese come la forma del 7º kumijo sia cambiata negli anni!

E non è qualcosa di accaduto SOLO a questo esercizio: negli anni abbiamo avuto modifiche al 2º, al 3º, al 7º kumijo... ed anche al 6º ed al 7º ken tai jo.

Quasi mai qualcuno è venuto a spiegarci COME MAI queste variazioni siano avvenute, tranne nei casi in cui esplicitamente è stato dichiarato che esse fossero dovute all'attenzione a ridurre gli incidenti durante la pratica (poiché la forma precedente a quanto pare ne era riuscita a causare tanti da cercare una forma alternativa più sicura).

E Saito Sensei è famoso in tutto il mondo per essere colui che ha preservato forse con più cura il repertorio tecnico del Fondatore: ma quindi uno che si era ripromesso di non cambiare nemmeno una virgola invece poi lo ha fatto?!

I cambiamenti sono innegabili, e dirò di più: attualmente suo figlio Hitoira Saito Sensei, che dichiara anche con il nome della sua Associazione (Iwama Shin Shi Aiki Shuren Kai) di voler ricercare proprio quella tradizione già tenuta cara da suo padre Morihiro... ha fatto a sua volta un botto di cambiamenti anche rispetto a quest'ultimo, questo è proprio più che evidente. Ho praticato alcuni anni con lui e mi sono accorto di persona di parecchie differenze tecniche.

Ma allora sti cambiamenti possono avvenire, oppure no?

AVVENGONO, punto... ma il motivo è differente rispetto a quello che può balzare nella mente di un occidentale poco impegnato nella disciplina. Io non insegno Aikido come lo insegnavo 10 anni fa... e 10 anni fa non lo insegnavo come lo avrei fatto 10 anni prima ancora: ogni Insegnante cerca in continuazione nuove strategie per migliorare sia ciò che propone, sia per facilitare la comprensione di chi ha davanti.

Se in un Seminar di Aikido capito in un gruppo che non ha mai tenuto il jo in mano... mi accontenterò forse di presentare loro i primi 5 suburi, in modo lento, più chiaro possibile. Al gruppo degli adolescenti talvolta "semplifico" i suburi stessi, pretendendo una forma molto meno dettagliata e precisa rispetto a quella che richiedo agli adulti. Ma non sto cambiando proprio niente, sto contestualizzando ciò che faccio!

Se ai miei ragazzi faccio una Special Class riservata agli yudansha (cinture nere), magari mostro 15 variazioni del 7º kumijo, e che comprendono sia la versione del 1972, sia quella del 1989... ed anche altre 13 che non compaiono in nessun video di Saito Sensei, ma che possono tranquillamente avere un senso per loro.

Ciò che quindi un principiante (o un Aikidoka disimpegnato) percepisce come "variazione" in realtà non è altro che uno degli innumerevoli modi che si hanno per fare una certa cosa, che però dipende anche dalla "bravura" o dalle capacità ricettive di chi ha di fronte il Sensei che spiega. Se ogni forma adottata contiene un principio, allora è degna di esistere... altrimenti è solo fuffa per allungare la brodaglia da propinare agli allievi, per avere ancora qualcosa da dare loro, prorogando la loro dipendenza dal proprio Insegnante.

Dal mio punto di vista, quindi, non è assolutamente scandaloso che Saito Morihiro Sensei o Saito Hitoira Sensei - ad un certo punto - abbiano deciso di insegnare versioni differenti dei loro esercizi, rispetto a quelli che avevano adottato fino ad un certo tempo: tutti contengono principi più che validi, quindi esistono tutte quelle differenti forme, hanno senso tutte, bisognerebbe studiarle e conoscere tutte... poi se ti alleni 3 volte al mese è già tanto che ti ricordi una cosa e che non fai tu un minestrone senza senso con tutto il resto.

La didattica è un'evoluzione continua, quindi se capitate da quelli che ti dicono che fanno SOLO ciò che faceva O' Sensei sappiate che si potrebbe trattare di qualcuno vi sta prendendo in giro (e prima ancora sta prendendo in giro se stesso), poiché il Fondatore è evoluto in continuazione per tutta la sua carriera marziale, ed è più che normale quindi che a chiunque di noi accada più o meno la stesa cosa!

A questo proposito, vi elenco nel prossimo video ALCUNE delle variazioni possibili al 7º kumijo, senza avere alcuna pretesa di essere esaustivo (ma se già uno si studiasse queste, sarebbe ben al di sopra della preparazione media delle persone che normalmente incontro!)



In fine abbiamo TUTTE le connessioni che si possono avere con i 9 kumijo che restano: anche questi esercizi "non sono canonici", nel senso che non ho mai visto Saito Sensei farli, ma vi invito a provare ad esercitarli e poi magari in seguito buttarli nella pattumiera... poiché sarebbe fin troppo semplice non fare una cosa solo perché il tal Maestro non la faceva: mi suona come una scusa per non mettersi mai in discussione ed in difficoltà, cosa invece nella quale un Aikidoka dovrebbe eccellere!



Marco Rubatto






lunedì 8 giugno 2026

La libertà e le attitudini della mente di un Aikidoka

Oggi cerchiamo di volare più alto del consueto... anche se mai la filosofia è così specchiabile in modo concreto nella pratica del corpo.

Di solito ci piace l'idea di essere "liberi", ma non altrettanto di frequente dedichiamo del tempo per comprendere cosa significhi la "libertà", con la conseguenza di non comprendere nemmeno bene cosa desideriamo!

Prendiamo ad esempio il carattere prettamente "marziale" della disciplina che pratichiamo: non ci piace l'idea che una persona ci aggredisca (poco importano le ragioni che la muovono); se ciò dovesse accadere, vogliamo strumenti per "difenderci" da una simile eventualità... facendo così valere il nostro diritto alla libertà di recarci dove vogliamo, senza timore alcuno di fare brutte esperienze, men che meno di soccombere ad esse!

Quindi mi chiudo in una palestra (un Dojo sarebbe sprecato!) e mi esercito a stortare polsi... così se un giorno qualcuno mi facesse qualcosa, saprò come affrontare la situazione; già, però ci sono alcune cose alle quali non sempre si fa altrettanta attenzione; facciamo qualche esempio:

- supponiamo che mi eserciti tutta la vita a fare fronte a questa eventualità, cosa mi accadrebbe all'umore se poi questa NON si presenti MAI finché campo? Avrei perso un tot di tempo...

- supponiamo che me ne vada libero dove meglio credo, per esempio a svaligiare un appartamento o a rapinare una vecchietta (potrò essere LIBERO di fare ciò che desidero o no?!)... e mentre ciò accade, un passante tenta di fermarmi; sarebbe il momento giusto di sfoggiare la mia capacità di non farmi bloccare da un aggressore?

Ho volutamente citato alcuni paradossi... ma nemmeno poi tanto: chi sancisce la giusta definizione di aggressore nel secondo esempio?

Dipende ovviamente dal punto di vista dal quale lo si esamina... il ladro o aggressore spesso non si ritiene tale, ad esempio argomentando che il suo comportamento gli è necessario ed indispensabile per sopravvivere.

Allora, cosa significa essere LIBERI?

E introduco ancora un ulteriore elemento di riflessione su questo significato...

Il Fondatore dell'Aikido (e non solo lui, per fortuna nostra), rimandava che esiste un'ordine naturale ed armonioso nell'Universo: ciò rinnega la possibilità che esista il caos - e fin qui ciò potrebbe piacere a tutti -, ma questo richiede l'assenza di qualsiasi forma di reale LIBERTÀ, almeno come di consueto la intendiamo... non ci avevate mai pensato?

Se esistono leggi universali, che rendono armonioso il luogo nel quale viviamo... la nostra "libertà" sarebbe SOLO quella di scegliere se aderire o meno a queste leggi.

Se vi aderiamo, otterremo di essere parte di un sistema armonico, quindi armoniosi a nostra volta... se le respingiamo... ci troviamo ob-torto-collo nei casini, perché abbiamo tutto l'Universo contro.

Non è questa gran scelta "libera", isn't it?!

Solo un babbeo o una persona inconsapevole (questo è quello che accade nel 99,999% delle volte) andrebbe contro le leggi universali in modo intenzionale... o no?!

Allora la libertà dev'essere qualcosa di diverso che "fare tutto ciò che si vuole"... e ciò che è importante per noi è che la nostra mente tratta questo bizzarro argomento in modo piuttosto curioso, e non sempre funzionale.

Ad esempio: una persona mi fa una presa ad un polso... L'istinto (in)naturale di molti è quello di cercare di liberarsi, strattonando il punto che si percepisce vincolato. Questa è una delle situazioni nelle quali sentiamo venire meno la nostra libertà di muovere il polso dove e come vogliamo.

Ci sentiamo "coerciti", e la mente è abilissima a farci percepire il punto di vincolo... È così in gamba, da farci all'istante dimenticare di tutti gli altri punti che nel mentre sono però rimasti completamente "liberi"!

Si identifica così tanto con il problema, da consentire che TUTTO il sistema si senta paralizzato: la vocina interiore dirà "Mi hanno preso", e non "Mi hanno afferrato un paio di ossa con le quali termina una delle mie articolazioni". Vero o no?!

Ed allora Signori abbiamo un problema con la "libertà", poiché uscire dalla presa al polso NON rappresenta assolutamente la riconquista di qualcosa che in realtà non ci può minimamente essere sottratto (senza il nostro consenso).

Si percepisce molto bene - attraverso alcuni esercizi di pratica - che nel momento in cui un'altra persona entra in contatto con me per bloccarmi/coercirmi un polso, anche io entro in relazione con lei... e - se presto la sufficiente attenzione - sono addirittura in grado di utilizzare questa connessione per esplorare alcuni aspetti molto interessanti del conflitto!

"Sono io che ho preso lei", si può addirittura percepire, ad un certo punto... Sono in grado di fare un viaggetto nel suo sistema psico-corporeo proprio GRAZIE al fatto che l'avversario mi ha afferrato un polso: mi ha fornito lo strumento di comunicazione che prima non esisteva.

Quindi chi è l'aggressore: colui/colei che compie un'attentato alla mia libertà o colui/colei che mi permette di studiare meglio i funzionamenti della mia mente?

La libertà NON è mai stata messa minimamente in gioco o discussione: ciò che è stato messo in campo è la mia capacità/possibilità di vivere i principi sul quali è costruito l'Universo stesso, MENTRE vivo un momento di conflittualità, probabilmente nel quale si prova paura e ci si sente minacciati.

Al massimo la libertà viene AMPLIATA da questa situazione, anziché risultarne ridotta, perché - se si è sufficientemente consapevoli - la situazione di conflitto tenderà a farmi diventare più consapevole del fatto che non sono un essere bloccabile, in alcun modo... (a meno che non decida io di esserlo).

La libertà o aumenta, o - addirittura - cessa di essere qualcosa da ricercare, perché non viene percepita più come qualcosa da "AVERE" o meno... diviene qualcosa relativa all' "ESSERE".

Avete presente quel detto che afferma: "La tua libertà finisce dove inizia la mia"? Ecco, questa frase offre bene il senso del fraintendimento: le libertà vengono viste come qualcosa di SEPARATO e POSSEDUTO (mio/tuo)... forse perciò stiamo parlando di qualcosa di differente.

In ambito filosofico/religioso, ad esempio, spesso si parla di "libero arbitro"... ovvero a mio parere di una creazione [molto umana] per tenere a bada il bisogno che si percepisce - nuovamente - di POSSEDERE una forma di libertà, che però non è mai stata né studiata, né compresa fino in fondo. Allora ci si inventa la favoletta di un dio che - bontà sua - ci concede "il diritto ad essere liberi". Ma che personcina carina, che mecenate, mi verrebbe da dire!

Se ci avesse creato e poi non ci concedesse questo "favore", non potrebbe anche essere chiamato "tiranno"? Ovvio che si: prima ci crea, poi ci mette nel SUO gioco da tavolo a giocare secondo le SUE regole... Non può mica essere andata così!

DEVE darci il libero arbitrio, se vuole esercitare la sua "infinità saggezza e bontà"... solo che così lui stesso non è più libero (perché DEVE fare una cosa specifica e non un'altra): e come fa uno "non libero" a concedere a noi qualcosa che nemmeno lui riesce ad esercitare o concedere a se stesso?

Sono certo che una buona parte di voi non ci aveva mai pensato... 

Ho passato un esame all'università (30 e lode) con una tesina sul libero arbitro (ebbene si, sono uno dei pochi Ingegneri ad avere sostenuto ANCHE esami della facoltà di Filosofia), perché già 30 anni fa mi ero accorto che questo argomento era piuttosto incompreso (da me stesso), perciò l'ho studiato in lungo ed in largo.

La "libertà" che ha la natura, ad esempio, è quella di seguire le regole che strutturano la natura stessa: nessun melo, ad un certo punto, invoca il libero arbitrio di diventare un pesco!

E - senza andare molto lontano - anche le nostre cellule del corpo sono sottoposte alle stesse leggi: durante le prime fasi della gestazione (morula) tutte le cellule sono ancora cellule staminali "toti-potenti", cioè indifferenziate e in grado di originare tutti i tessuti embrionali ed extra-embrionali... in parole povere, ogni elemento presente è ancora capace di utilizzare tutte le informazioni del DNA in esso contenute per diventare un tessuto differente, e quindi anche una parte del corpo diversa del nascituro.

Ma non è che a questo punto le cellule si mettano a litigare fra loro per determinare chi andrà a formare il tessuto cardiaco, chi i polmoni, chi il timpano e chi la pelle dei glutei!

Ciascuna di esse SEGUE una legge (che al momento non è così chiara alla medicina istituzionale, ovvero quella che non studia la fisica quantistica), che le "suggerisce" di speciarsi in un modo e non in un altro: quale "libertà" hanno allora le cellule tutte uguali di diventare quello che in futuro saranno (notevolmente differenti fra loro)?

NESSUNA... ma noi stiamo bene anche se è così, anzi SOPRATTUTTO perché la natura funziona così!

Quindi l'intensità della nostra "ricerca della libertà" può essere presa come MISURA di quanto ignoriamo (siamo inconsapevoli del) le leggi che ordinano l'Universo... tutto qui.

Poco romantico?

No, è solo che l'Aikido serve proprio a diventare più consapevoli di queste leggi, per questo utilizziamo il corpo... che è "un pezzo di natura" ed è soggetto a TUTTE le leggi del resto della materia. La mente, che come vedete può essere confondibile o corrotta dalla sua incomprensione delle cose, può invece imparare dal corpo... connettendosi ad esso in modo sempre più integrato.

La libertà aumenta fino a esaurire il suo stesso bisogno di esistere: ricordate le parole del Fondatore?

 [Ware wa uchu nari] "Io sono l'Universo"... "What else?" direbbe George Clooney nella vecchia pubblicità della Nespresso!

Sembra qualcosa di così lontano, invece è talmente sotto gli occhi di chiunque... che preferiamo vivere proteggendoci dalle minacce del prossimo, anziché fare qualcosa di concreto per arginare tutte le manipolazioni, le mancanze di rispetto e conoscenza che facciamo ogni giorno a noi stessi!

Siamo una specie a dir poco bizzarra...


Marco Rubatto



lunedì 1 giugno 2026

Scarpe sportive per Aikidoka che fuggono

Sto cambiando: lentamente ma inesorabilmente mi trovo dentro un momento di profonda trasformazione personale, che mi fa pensare ed agire diversamente dal passato... vedo e percepisco aspetti della pratica che non mi erano mai parsi così importanti come invece lo sono oggi.

Da diverso tempo sono coinvolto nella formazione di numerosi Docenti e gruppi di pratica dell'Aikido, inoltre io stesso sono spesso ancora discente a Seminar di altri Sensei (sempre più scelti col lanternino, a dire il vero!) e noto che una parte sostanziale degli Aikidoka sta "scappando", è troppo evidente!

Ci sono gruppi cresciuti con una forte impronta tecnica, che fanno una fatica impressionante ad affrancarsi da una visione stilistica specifica, per aprire gli orizzonti della loro pratica a prospettive nuove ed altrettanto utili e nutrienti... Li troviamo in ogni ambito: Iwama Ryu, Aikikai d'Italia, Aikikai di Francia, Kobayashi Ryu, Ki Aikido... Non è una questione di luogo: i "talebani" ci sono ovunque.

Si cresce con il supporto di alcune forme e non si realizza come esse siano lo strumento della crescita, e non il fine ultimo di un praticante: in questi casi, la bulimia tecnica non termina mai, al limite si ingigantisce... e ciascuno è sempre in cerca di quel particolare che farebbe un'ulteriore differenza nella propria pratica, in una forma di collezionismo completista che non giungerà mai a completare proprio un tubo di niente.

Quelli poi che operano questa fuga dalla realtà in un solo contesto tecnico, continuano all'infinito non solo a collezionare particolari - il più delle volte feticistici almeno quanto inutili - ma cercano di catechizzare chiunque provenga da percorsi differenti che solo la loro "è la modalità corretta" di fare le cose.

Lo osservavo proprio ieri mattina, durante una formazione federale dei Docenti: c'era un appartenente all'Aikikai che provava ad ammaestrare il suo uke, spiegandogli come questi dovesse muovere i piedi in un certo modo anziché in un altro... perché semplicemente altrimenti la sua forma non avrebbe più funzionato!

Ma uke non è il nostro burattino, al limite è li per metterci pressione e crearci dei problemi... non per fare bene la recita che gli abbiamo suggerito!

Niente: siccome gli hanno detto per anni che le cose stanno in un certo modo, costui (un 4º dan, non esattamente un principiante, intendiamoci!) - che non ha mai visto nient'altro - ha provato a trasformare a sua immagine e somiglianza il suo mondo circostante, visto che non riusciva a reggere il peso e la responsabilità di avere lui ad qualche piccolo problema d'incomprensione di cosa stesse accadendogli intorno.

Ma da cosa scappi?! Cosa serve praticare 10, 20, magari 30 anni... per diventare gli inconsapevoli ripetitori dei neologismi altrui, fra l'altro senza rendersi conto dei limiti intrinseci in ciò che ci hanno insegnato!

Chi vuoi fregare, chi vuoi manipolare, a chi vuoi mentire? Si vede piuttosto da lontano che sei un poveretto convinto di essere qualcuno per non renderti conto della tua condizione misera...

E questo è solo un esempio fra centinaia di migliaia... Aikidoka che osannano questo o quel Maestro (di qualsiasi corrente, tanto accade ovunque) tanto da divenirne DIPENDENTI, drogati, potremmo dire... dandogli la responsabilità della loro crescita ed evoluzione, anziché prenderla fra le proprie mani, decidere di essere i capitani della propria nave!

I Maestri sono tutti bravi (questo non è vero, alcuni fanno cagarissimo, però fingiamo per un attimo che in tutti alberghi un'estrema buona fede), ma sono anche limitati, poiché sono esseri umani... che si portano inevitabilmente dietro i propri limiti, oltre che le loro migliori qualità.

Va da sé che eleggere una sola persona ad esempio di ciò che è meritevole, giusto e saggio espone CHIUNQUE a tutto ciò che quella persona NON sarà in grado di mostrare loro, per via delle proprie inevitabili ombre: è come eleggere qualcuno come "Patrimonio Mondiale del NUN-esco dal recinto".

Ma da cosa scappi: dalla possibilità di essere limitato, di sbagliare... assicurandoti al contempo che lo farai per il resto dell'esistenza?!

La tecnica - di qualunque stile, Scuola estrazione - va benone, a patto che sia degna di esistere e che serva a conferire una struttura... solida si, ma anche duttile e - soprattuto - mai dogmatica... cioè una casa provvisoria per i principi, fino a quando essi avranno la possibilità di esistere anche al di fuori di un kata prestabilito da qualcuno.

Un bastoncino è utile fa far crescere diritto il tronco di una pianta neonata, poiché essa non ha ancora la capacità di reggersi da sola quando c'è il vento forte: guai però a far credere ad un baobab adulto di avere ancora bisogno del bastoncino per stare diritto!

È un manipolatore chi lo propone e si fa manipolare come un pollo chi lo accetta. Ad un certo punto l'Aikido necessita del coraggio di rimuovere i bastoncini, per verificare se reggiamo al vento che incontriamo!

Poi ci sono quelli che preferiscono un Aikido più "libero", quelli che "basta che uno applichi i principi, poi non è importante cosa si fa"...

Questi talvolta non è che scappino meno, lo fanno solo in un altra modalità...

I primi scappano dalla realtà cercando di diventare brutte copie di chi non potranno essere mai, i secondi invece - di solito meno razionali e più anarchici - si ritengono liberi di volare senza avere nemmeno ancora imparato a gattonare.

Questa mattina mi è capitato anche uno di questi "poeti da strapazzo"... giusto per dirvi quanto è stata messa a dura prova il mio desiderio crescente di fare seppuku!

Questo qui, che un Maestro non lo ha avuto mai e che è cresciuto studiando Aikido un po' sui libri, un po' su YouTube ed un po' al CEPU (nel Lazio c'è un botto di gente che è stata abituata a fare così), stava facendo con il corpo una marea di stronzate allucinanti, violando tutti i principi fondamentali della biomeccanica... però con la bocca faceva grassi sproloqui di avere "fuso" insieme stili differenti, creando una sua specifica visione della disciplina.

Visione da Mister Magoo però! Ma da cosa scappi tu, o Aikidoka anarchico ed incapace?!

Dalla consapevolezza che non hai nemmeno coordinazione fra il braccio dentro e quello sinistro? Fra la parte sopra e quella sotto del tuo stesso corpo?

Non ti sottoponi ad una strutturazione tecnica perché non hai la disciplina personale sufficiente per farlo: non raccontiamoci solo scuse di convenienza, per favore!

Ti puoi convincere pure di essere un'aquila, piuttosto di non realizzare quanto sei ancora pollo, ma non c'è molta dignità in tutto ciò... prima o poi la vita ti sputerà la verità in faccia. Unica nota positiva: mi si è avvicinato un collega della Commissione Nazionale e mi ha sussurrato: "Non si può guardare, sembra di stare a Zelig!"... 

Non per farsi gioco del minus habem in questione (sarebbe stato come sparare sulla croce rossa), ma mi ha riportato in un attimo alla consapevolezza che era effettivamente lui quello strano rispetto agli altri presenti. Perché uno si fa pure assalire dallo sconforto delle volte!

Una cosa è certa: costi quel che mi costi, sto cercando di scappare sempre meno da me stesso... del tutto intenzionato a pagare qualsiasi dazio di crescita che la vita mi metterà di fronte. Forse, proprio per questo, riesco a reggere sempre meno tutti coloro che si raccontano una marea di balle pur di dire a loro stessi che stanno facendo delle cose per evolvere... con la ferma decisione di continuare a non farlo affatto!

Desidero che il mio sabotatore interno rimanga perennemente disoccupato...

Penso che la vita sia un fenomeno coerente ed intelligente, con il quale non vale la pena scherzare troppo o procastinare ciò che è invece sembra più sano affrontare... anche se fa male, pure se inquieta o spaventa...

Non è che fra i miei allievi veda solo integerrimi ricercatori delle proprie verità, intendiamoci: magari molti specchieranno le tendenze che ho avuto - in passato più di oggi - ad utilizzare anche l'Aikido per scappare da me stesso. Ma ora la ritengo una cosa sempre più perfida e perversa alla quale dedicarsi.

Desidero che per me l'Aikido sia uno strumento di dissipazione delle nebbie che mi creo da solo per non procedere sul mio cammino personale, non una sorta di macchina del fumo che me le aumenta o - addirittura - me le crea!

Se l'Aikido un giorno si rivelasse solo una scarpa sportiva per fuggire più veloce da me stesso... forse preferirò liberarmene del tutto, e proseguire scalzo, ma fiero, sul mio cammino
In fondo si pratica a piedi nudi, quindi talvolta si fa addirittura più Aikido scegliendo di smettere di farlo in modo malato, piuttosto che continuare a pervertire un cammino... nato invece proprio col fine di guardarsi in faccia fino in fondo!


Marco Rubatto




PS: queste riflessioni a caldo derivano da un week end piuttosto intenso di formazione nazionale dei Docenti di Aikido FIJLKAM. Vi avevo abituati negli anni ad un aggiornamento puntuale di tutto ciò che accadeva in Federazione; ora, pur restando un responsabile nazionale del Settore, non sono più il Presidente della CN, quindi non credo spetti ancora a me il dovere di ragguagliarvi su tutto.

Chi fosse interessato, si rivolga direttamente al nuovo Presidente della CN Aikido. Grazie.


lunedì 25 maggio 2026

Frangar & flectar: spezzarsi ma non piegarsi, o piegarsi ma non spezzarsi?

Risulta importante realizzare come culture differenti osservino uno stesso fenomeno da prospettive diverse, spesso antinomiche fra loro.

Nella cultura occidentale, si sente talvolta utilizzare l'espressione "frangar, not flectar"... che in parole brevi si traduce con "mi spezzo ma non mi piego". È usata per indicare un'integrità morale che non cede davanti a nessuna minaccia o pericolo.

Utilizziamo anche l'espressione "essere tutti d'un pezzo", che - nuovamente - è sinonimo di una persona estremamente integra, coerente, seria e onesta, che non scende a compromessi morali di alcun tipo.

Dall'altra parte del mondo, ad esempio in Giappone, le cose sembrano stare in modo diverso... e si preferirebbe forse utilizzare l'espressione opposta: "flectar, not frangar", cioè "mi piego, ma non mi spezzo".

In questo caso, viene rimandata l'importanza di una duttilità che consente di passare attraverso prove anche estreme, deformandosi ma rimanendo al contempo integri, sia a livello fisico, che intellettuale ed emotivo.

A me sembra evidente come "essere tutti d'un pezzo" e "mi spezzo ma non mi piego" siano modi di dire un po' contrastanti fra loro: se vuoi restare tutto d'un pezzo, non devi romperti!

E se non devi rompersi, devi magari piegarti per non farlo... esattamente come fanno i rami degli alberi sotto il peso della neve.

Questa immagine è molto utilizzata, specie nel Judo, per mettere in evidenza un atteggiamento cedevole, che però non è sinonimo di debolezza... ma di capacità di sopportare un carico notevole, per poi utilizzarlo a proprio favore in modo elastico. Nel periodo Edo, divenne famoso il nome [楊心流] Yōshin Ryū, "La scuola dello Spirito del Salice" (da non confondere con 幼心 "yoshin", omofono che invece significa "mente giovane").

Insomma dalle nostre parti si da preminenza agli aspetti INTERIORI, che quindi dovrebbero restare inflessibili, immodificabili e granitici anche all'interno di ogni tipo di crisi e traversie... mentre in oriente si sottolinea l'importanza di una flessibilità ESTERIORE, che consente di tenere botta ed addirittura di utilizzare le forze ostili a proprio vantaggio, proprio in virtù della propria capacità di adattarsi e fluire con esse.

Come sempre, NON me la sento di indicare né che qualcuno sbagli, né che abbia ragione in modo assoluto: comprendendo entrambi i punti di vista, mi pare ovvio che indichino atteggiamenti in grado di non escludersi a vicenda, sempre se non ci fermiamo alla loro apparente completa antinomia.

Come Aikidoka, dovremmo forse avere ideali irrinunciabili, prospettive poco dispose a cedere a compromessi... come ad esempio la volontà di non portare nel mondo altro conflitto o sofferenza inutile (ce n'è già in abbondanza!), o smettere con qualsiasi gioco malato a somma zero (win/lose): in questo caso, mi piace la posizione "mi spezzo, ma non mi piego", non mi sembra troppo rigida, ma piuttosto essenziale... che taglia fuori qualsiasi tipo di paura, opportunismo o manipolabilità dei valori che contano di più.

A livello fisico e psicologico, tuttavia, sappiamo piuttosto bene che enorme valore abbia il mantenimento di un corpo e di una mente flessibili ed aperti: il [柔体] jutai (corpo cedevole) è la base di molte [古流] Koryū ("scuola antica") e di parte del [現代武道] Gendai Budō ("arte marziale moderna") o [新武道] Shinbudō ("arte marziale nuova").

Quasi come dire che abbiamo bisogno di sviluppare un'anima cristallina (perciò poco flessibile), in un corpo ed una mente morbidi (quindi duttili): nel fare così stiamo facendo nostro il meglio della saggezza occidentale ed orientale insieme. Si tratta di un'operazione di SINTESI, che preclude la possibilità di schierarsi, e necessita la capacità di integrare e far lavorare insieme a reciproco supporto gli opposti duali.

Possiamo immaginare che il Budoka debba coltivare un atteggiamento sia fisico che mentale OPPOSTO a quello che si utilizza nel costruire una buona spada... La katana, infatti,  ha necessità di essere molto dura a livello superficiale, ma morbida nel suo interno, così da poter resistere a forti sollecitazioni.

In questo aspetto, il guerriero e la sua arma sono un esempio perfetto di tao: l'uno è il duale opposto dell'altro... e quindi nuovamente si completano a vicenda!

Constaterete che lo "schierarsi" non è sempre un'opzione saggia, specie quando abbiano a che fare con sistemi complessi e completi come l'essere umano... In Aikido mi pare sempre più crucciale piuttosto l'apprendere come armonizzare ed integrare questi "opposti", ragione per la quale mi pare altrettanto fondamentale che la pratica possa toccare TUTTI gli aspetti ritenuti fra di loro antinomici: fisicità e intelletto., marzialità e spiritualità, morbidezza e determinazione, utilizzo di armi ed esercizi a mani nude, custodia della tradizione e coraggio di avventurarsi in territori inesplorati, capacità di ascolto... e possibilità di esprimere la propria inedita ed unica prospettiva.


Marco Rubatto





lunedì 18 maggio 2026

[三の組] San no tachi: la semplicità difficile

Nello studio dei kumitachi siamo giunti al 3º esercizio, ovvero a [三の組] san no tachi... che risulta anche essere il più breve di tutti gli altri.

Tuttavia, in soli 2 passaggi è racchiuso molto di ciò che c'è da sapere rispetto al rapporto di due fendenti, in merito a [間合] "maai" (distanze e timing).

Come al solito, prima una sinossi di quanto avviene...

1A1 - uke tachi: ha intenzione di attaccare entrando, e per fare ciò ha la necessità di aprire l'arma del partner tramite un maki otoshi, un movimento in grado di spostare il bokken avversario, senza perdere il centro di uchi tachi;

1B - uchi tachi: utilizza l'energia ricevuta dal maki otoshi e la utilizza per eseguire kiri kaeshi, un taglio di risposta, che lo fa avanzare dalla guardia destra a quella sinistra, sferrano gyaku yokomenuchi; la ricezione si trasforma nel 1º attacco;

1A2 - uke tachi: dalla sua volontà iniziare di avanzare per colpire, è costretto ad indietreggiare parando, e passando anch'egli dalla guardia destra a quella sinistra; l'intenzione di attacco si trasforma nella ricezione del 1º attacco;

2A - uchi tachi: coglie l'iniziativa di attaccare con un ulteriore gyaku yokomenuchi la tempia sinistra del partner, eseguendo quindi il 2º attacco, e passando dalla guardia sinistra a quella destra;

2B - uke tachi: riceve anche il secondo fendente, passando anch'egli dalla guardia sinistra a quella destra, ma accorciando il maai e chiudendo così lo scontro, prendendo il centro del partner ed impedendogli di continuare con ulteriori azioni.

Di per se ci troviamo davanti ad un esercizio piuttosto semplice, una frazione di go no awase, se non fosse per l'inizio concitato, con inversione delle intenzioni dei praticanti. Ecco un video che vi mostra l'esercizio...


Però questa sequenza risulta particolarmente importante, poiché racchiude la maggior parte di elementi da comprendere relativi a due fendenti che si incontrano (e in Aikido non si scontrano): il primo elemento è quello di riuscire a deflettere la punta del bokken avversario, mantenendo il centro di quest'ultimo.

Questo punto si sviluppa tramite l'assunzione consapevole della posizione di hanmi, che consente di utilizzare le proprie anche come la tsuba (il guardiamano) della spada; nella pratica preferiamo una postura [三角体 ] sankaku tai (corpo triangolare), anziché una frontale.

Si tratta di un principio piuttosto importante, che si ritrova in ogni elemento del bukiwaza e del taijutsu.

Il secondo punto notevole è quello di apprendere da parte di uke tachi come parare "tagliando con le anche", anziché limitarsi a farlo con le braccia.

Di sicuro la parte più visibile di un taglio si esegue con le articolazioni che sorreggono la spada... tuttavia man mano che la pratica diventa più matura, le differenze vengono realizzate con micro-movimenti: nella fattispecie, si impara a far partire OGNI azione da un movimento dell'hara (ovvero da una rotazione delle anche).

Ciò implica, mentre si fa un passo indietro, utilizzare le gambe in un ordine specifico... che non è quello che viene più semplice ai neofiti...

Se siamo con la gamba destra avanti, essa dovrà fare un passo indietro, ma la gamba sinistra sarà l'ultima a muoversi, mentre le anche ruotano verso la propria destra; se siamo con la gamba sinistra avanti, questa dovrà fare un passo indietro, ma la gamba destra sarà l'ultima a muoversi, mentre le anche ruotano verso la propria sinistra.

Circa il 95% dei praticanti utilizza le gambe (e quindi le anche) esattamente al contrario... Ma fior fiore di 6º e 7º dan inclusi intendo... magari anche avanzati nei gradi, ma "diversamente neofiti" nello studio di alcune biomeccaniche piuttosto importanti.

Otre a questi punti fondamentali, questo esercizio presenta sia l'attacco, che la ricezione di fendenti in entrambe le guardie... e ciò lo porta ad essere il ricettacolo ideale di TUTTE le variazioni che possono essere create da queste tipologie di azione.

Gli henka no tachi (le variazioni della spada) sono descritti in questo video...


Al solito possiamo anche dilettarci a connettere questo kumi tachi con tutti gli altri, esattamente come abbiamo fatto con quelli che abbiamo sin ora descritto; ecco il video che mostra le connessioni...



A conclusione di questa esplorazione di san no tachi posso concludere che non tutte gli scambi veloci e brevi dovrebbero essere etichettati come qualcosa di meno importante, rispetto alle sequenze più lunghe e complesse: i principi sono semplici per loro stessa natura, anche quando è complicata la loro applicazione.

Nella Scuola dalla quale provengo - l'Iwama Ryu - si fa continuamente menzione dell'importanza dei "mattoni di base", sui quali si costruisce tutto l'Aikido (sia il taijutsu, che il buki waza): la conoscenza formale e le costruzioni tecniche risultano impalcature importantissime per la costruzione (prima) e la manifestazione (poi) di questi principi.

Ancora una volta sono testimone del fatto che essi sono INDIPENDENTI dagli aspetti meramente tecnici, che risultano "scatole" delle quali rappresentare il "contenuto"; tuttavia da qualche parte è necessario iniziare la formazione del propio alfabeto marziale, e devo ammettere che san no tachi rappresenta un elemento cardine, sia per la sua semplicità (che non è sinonimo di facilità), che per la sua completezza.

Marco Rubatto











lunedì 11 maggio 2026

Il posto "giusto" per studiare Aikido

Il posto "giusto" per studiare Aikido credo non esista
, anche perché bisogna intendere che cosa si intende per "giusto", parola che dipende tanto dalla prospettiva di chi la pronuncia.

Forse mi concentrerei di più sul luogo MIGLIORE per studiarlo, rispetto a quelli che ci sono a disposizione.

Eppure è parecchio frequente che mi si chieda: "Tu sei troppo lontano... dove possono andare a praticare bene Aikido se abito dall'altra parte della città (o della regione, o d'Italia)?".
Per me è sempre una sofferenza rispondere a domande simili, perché potrebbe sembrare che non mi fidi del lavoro di nessun altro oltre il mio... ma non è per nulla così!

Sono piuttosto consapevole che tutti cerchiamo un unico "brand" - l'Aikido appunto - ma gli attribuiamo caratteristiche molto differenti fra loro, talvolta addirittura antinomiche.

C'è chi vuole tecnica, e fra di essi chi la desidera più tradizionale e chi invece la preferisce più morbida... c'è chi vuole la relazione, chi ama la filosofia e la cultura Giapponese... chi vuole esplorare alcuni elementi legati alla spiritualità. Nessuno ha torto a 360º, molti hanno punti di vista molto specifici, e quindi anche inevitabilmente parziali!

Tutti cercano il luogo "giusto" per sé, non comprendendo che quel luogo dipende più dal film che si sono fatti dentro, piuttosto che da quanto serve loro o da quanto esista veramente sul territorio.

Esistono aspettative in grado di muoverci e spronarci ad intraprendere uno studio serio ed appassionato, potenzialmente in grado di accompagnarci per l'intera vita... ed esistono preconcetti in grado di frenarci ed impedirci di riconoscere una pepita d'oro, anche se ci andassimo a sbattere sopra col naso!

Allora, cos'è o dov'è il luogo "giusto"?

Ho ospitato qualche settimana fa una scolaresca al Dojo, per una mattinata di laboratorio sulla conflittualità: erano tutti ragazzi fra i 18 ed i 19 anni, senza alcuna esperienza nelle Arti Marziali. Ho chiesto loro prima di iniziare cosa veniva loro subito in mente nel sentire queste 2 parole.

Poi ho chiesto anche se sapevano cosa fosse l'Aikido, e se si, che provassero a descriverlo...

Il nulla cosmico più spinto: un crocevia di luoghi comuni su auto-difesa, mosse per atterrare un avversario, "usare la sua energia contro se stesso", confusioni con una sorta di cugino del Judo, del Karate o del Kung Fu; insomma una poco velata dichiarazione di completa ignoranza di 22 giovani al quali veniva chiesto se sapevano dove si stessero trovando.

La gente cresce con i film e cartoons della propria generazione: i miei erano quelli di Bruce Lee, Jan Claude Van Damme e Steven Seagal... ora c'è la generazione di Kung Fu Panda, Dragon Ball e One Punch Man. Nessuno sa qualcosa di vero, se non le ridicole caricature che vengono presentate nel main stream.

E non si può trovare il luogo "giusto" se lo cerchi con la testa piena di immondizia!
Di per sé, sei come un cieco che fa finta di scegliere i colori migliori per sé, solo che non può farlo proprio per via del proprio handicap.

Ma è meglio un 5º dan o un 7º dan come Insegnante?

DIPENDE, da chi è, da chi gli ha rilasciato quei gradi, da cosa ha intenzione di farsene dopo che li ha presi... e da un altro pacco di variabili che rendono quasi impossibile scegliere una persona in base al numero dei dan con i quali lo si identifica.

Nella mia città ci sono Insegnanti con gradi molto alti... dai quali non consiglierei di andare nemmeno se uno mi chiedesse dove può perdere del tempo!

E quale stile di Aikido è meglio praticare? Qual'è il più autentico, il più efficace, il più tradizionale?

Avete presente quei bei negozi nel centro città, nei quali si possono comperare solo cose costose ed inutili?
Ed avete presente quelle bancarelle al mercato delle pulci, nelle quali - fra un articolo vintage e l'altro - è possibile trovare qualche autentica chicca veramente importante da accaparrarsi?

Allora forse non è tanto dove vai, quanto lo spirito che ti muove: questo ti permetterà magari di trovare il meglio ed arenarti, spegnendo il sacro fuoco della ricerca personale... oppure ti consentirà di trovare il peggio, e non accontentandoti, di proseguire la tua ricerca.

Andare a finire "bene" o "male" sono solo punti di vista: nella mia esperienza ho visto fiorire molto di più persone e luoghi che hanno dovuto attraversare momenti difficili e di incertezza, piuttosto che altri... nei quali sembrava già esserci tutto cosa serviva per diventare grandi Aikidoka.

Quello che definiamo "male" o "sbagliato" talvolta non è altro che un guardiano della soglia... che ci attende per porci la domanda crucciale: "Quanto ti interessa sul serio?!"

Chi è interessato, sarà disposto a superare 1000 ostacoli...
coloro che hanno solo una desiderio romantico di intraprendere una disciplina in grado di fare la differenza si arenerebbero anche se l'Insegnante fosse O' Sensei in persona!

Se proprio dovessi fare a forza un distinguo fra gli Insegnanti ed i luoghi della pratica, ad oggi non guarderei più né i gradi, né lo stile o la Scuola: farei caso da quanto tempo quell'Insegnante insegna, se lo fa come hobby nel tempo libero o se è la sua professione (primaria o secondaria), quante cinture nere ha sfornato... e per il Dojo darei un occhio a quante lezioni ci sono a settimana e quali altre discipline si insegnano nello stesso luogo.

Farei attenzione se il gruppo al quale mi lego promuove di frequente scambi fra Insegnanti, se organizza eventi (privati, regionali, nazionali, internazionali di primo acchito poco importa), se è composto da 3 persone o da 30...

NESSUNO di questi indicatori è - di per sé - la garanzia di essere approdato in un buon luogo di pratica
, ma se li incrociamo tutti fra loro e facciamo caso a quanti di essi sono contemporaneamente presenti... forse potremo avere una prima indicazione.

Quando ho voluto fare la differenza per me, mi sono rivolto ad un professionista, che lavorava (e lavora) in un Dojo professionale, nel quale c'è lezione ogni giorno (anche più volte nello stesso giorno): capite da soli che un conto è avere come guida uno che fa il tranviere/panettiere/benzinaio e nel tempo libero insegna Arti Marziali, un conto è mettersi nelle mani di chi ha dedicato l'intera propria esistenza allo studio ed all'insegnamento di una disciplina.

E altrettanto vale per il Dojo: è un fitness club, nel quale ci sono lezioni di Aikido 2 volte alla settimana, e nella sala a fianco in contemporanea c'è lezione di Zumba... o è un luogo destinato a discipline che studiano il rapporto mente-corpo attraverso discipline affini a tale prospettiva?

É un luogo nel quale è possibile praticare 3 ore di Aikido a settimana o 20?

L'Insegnate ha un suo "lineage" riconoscibile?

"Io sono il grande Pdor, figlio di Kmer, della tribù di Instar! Della terra desolata degli Sknir! Uno degli ultimi sette saggi! [...] Colui il quale può leggere nel presente, nel passato e anche nel congiuntivo!".

Il movimento appartiene ad una corrente specifica, a livello territoriale, nazionale o internazionale?

Qual'è o quali sono gli Enti che rilasciano le certificazioni?

Tutti elementi che se presi a se stanti dicono tutto e nulla, ma che se messi insieme iniziano a descrivere uno scenario preciso, che racconta il livello di passione, di cura, di meticolosità, di aspettativa, di professionalità, di intensità, di cuore con i quali si propone la pratica di una disciplina.

Il posto "giusto" per studiare Aikido
, oltre tutto, cambia con noi... evolve man mano che noi stessi ci addentriamo nella disciplina e comprendiamo quali aspetti ci risultano più importanti da esplorare, coltivare, vivere con costanza ed ingaggio.

L'esperienza mi fa dire che, in fondo, nessuno finisce le luogo "sbagliato" (nonostante l'ampio significato che può avere questa espressione): magari approdiamo semplicemente nel luogo in grado di farci fare dei click importanti... talvolta proprio quelli che ci richiederanno di lasciarlo ed andarne a cercare un altro più consono e risonante con noi stessi.

Non è questa la sede per fare lezioni sulla sincronicità dell'universo, ma spesso i neofiti si mostrano spaventati proprio dalla eventualità di sprecare il loro tempo in luoghi che non fanno al caso loro. Un po' come se volessero fare subito centro, senza avere tempo da perdere... salvo poi trascorrere le loro serate davanti a Netflix, con popcorn e rutto libero.

Paradossalmente però, questa eventualità non si può presentare mai, poiché da qualsiasi luogo è possibile apprendere qualcosa (sia di positivo che di inappropriato per sé) e quindi ognuno di essi ci da la possibilità di fare una qualche differenza, sopratutto nel momento in cui decidiamo di dedicare tempo e risorse alla nostra stessa crescita.

Forse risulta comodo "chiedere all'esperto" e ricevere una risposta che non ci richieda più di tanto sbattimento...
così avremo qualcuno da incolpare se si dovesse darci un'informazione non collimante con le nostre aspettative: invece un po' di superamento di difficoltà iniziali risulta molto utile, ed è parte integrante del percorso stesso che stiamo scegliendo.


Marco Rubatto