lunedì 20 settembre 2021

Sayonara Party: quando un Senpai lascia il Dojo

Molto di ciò che scriviamo in questo Blog nasce dalla nostra esperienza diretta sul tatami, e qualche settimana fa ci è accaduta una cosa inedita, che desideriamo condividere qui... anche per favorire alcune riflessioni.

Uno dei nostri senpai, ovvero una delle colonne portanti del nostro Dojo, ci ha comunicato la sua intenzione di smettere con gli allenamenti, di allontanarsi (per un periodo o per sempre, ora non si sa) dall'Aikido.

Parliamo di una persona molto cara, che si è allenata per 12 anni, che è diventata 2º dan, un Tecnico Federale... ma - al di là delle patacche - c'è veramente sempre stata, sul tatami come in tutte le attività interconnesse con la pratica, dai pranzi e dalle cene alle pulizie del Dojo.

Una di quelle persone la cui assenza è destinata a percepirsi un tot, insomma.

Quando accade una cosa simile, il gruppo percepisce un messaggio non sempre completo però: sente che sta succedendo "qualcosa di brutto", perché la routine si modifica ed una delle persone sulle quali fare più affidamento non ci sarà più.

Questo nostro senpai è stato così onesto con se stesso e con tutti noi, da dirci apertamente che l'Aikido ultimamente non lo entusiasma più come una volta, che sente di avere perso quella verve e quel sacro fuoco che l'ha mosso per anni.

È una cosa brutta? Bella?

È qualcosa che umanamente parlando può accadere, e non è detto che sia ingenerata da pigrizia, problemi relazionali con i compagni o delusione per gli insegnamenti del maestro: accade e basta talvolta.

Quello che ci pare importante sottolineare è la tendenza alla caccia alle streghe ed alle ragioni di questa decisione così impopolare, anziché alla possibilità di ringraziare profondamente una persona per quanto è stata capace di darci in questi importanti 12 anni spesi a sudare insieme.

Perché fa più rumore la fine di una storia, anziché tutta la sua entusiasmante trama?

Perché ci riesce così difficile accettare che una persona alla quale vogliamo bene cambi strada, rimandando che questa è al momento la cosa che percepisce come più sensata?

Se stimiamo una persona, dovremmo volere il suo bene e la sua realizzazione, non il nostro comodo: in realtà diamo talvolta gli altri un po' per scontati, ci abituiamo alla loro presenza, competente e rassicurante nel caso del nostro senpai... e ci viene da arrabbiarci e/o essere tristi quando essi - per seguire la loro strada - ci rompono le uova nel nostro paniere.

"Ora che non c'è più lui/lei, come farò?"

"Chi mi prenderà da parte a farmi ripassare la tecnica che mi riesce più difficile?"

"Chi ci sarà a dirmi una buona parola nel momento in cui entro in crisi con la pratica?"

Tutte domande molto comprensibili umanamente, ma che sottendono una certa dose di egoismo e di propensione a non crescere, accontentandosi di essere dipendenti da qualcun altro.

Il fatto che ci sia qualcuno che ha garantito per anni una certa stabilità ad un gruppo, non significa che questo sia costretto a farlo per sempre: si può anche imparare a fare come lui/lei ed a rimpiazzarlo... lasciandolo/a riposare pure un attimo.

Il fatto che ci sia una persona che decide di cambiare strada, non significa che quella percorsa fino ad allora sia meno significativa o di valore... o che stia sbagliando, per cui ci dobbiamo impegnare tutti a fargli/le cambiare idea.

Il rispetto delle idee del prossimo è una delle tematiche più importanti del saper condividere spazi e tempi comuni, anche se sono differenti dalle nostre: se una persona per noi ha significato tanto, non sarà perché non la vedremo più 3 volte alla settimana che cesserà di essere importante per noi!

Se abbiamo creato legami importanti, che vanno persino al di là del tatami, come pensare che essi possano essere messi in crisi da un evento simile all'abbandono della pratica?

Cercheremo occasioni di interagire con quella persona in ogni caso, se ci teniamo sul serio: si può infatti affermare che occasioni simili sono piuttosto "banchi di prova" della bontà delle relazioni che diciamo di avere costruito.

Deve essere chiaro infatti che in Aikido (così come in ogni altra disciplina) "nessuno sposa nessuno", e ciascuno si DEVE sempre sentire libero di seguire ciò che sente... anche se ciò lo allontana dal tatami, dal Dojo, dal Maestro e dai compagni di pratica.

Al massimo abbiamo da ringraziarlo di più di altri per tutte le belle cose che abbiamo saputo scambiarci nella lunga rapportazione che abbiamo avuto la fortuna di vivere!

Una dinamica sana per un Dojo è far si che non siano sempre i soliti buoi a tirare il carro, quindi anche un'avvicendamento fra i senpai può essere più che sano, e molto istruttivo per chi è chiamato finalmente in causa ad assumersi qualche responsabilità in più.

Il senpai che si congeda ha dato tanto prima di farlo, ora è il momento di seguire le sue orme e di fare altrettanto con chi è arrivato dopo di noi: in questo manifestiamo di avere imparato le lezioni che egli silenziosamente ci ha donato negli anni.

Piangere, strapparsi i capelli e battersi il petto... rimproverandosi di non avere fatto abbastanza per lui/lei sin che c'è stato/a è talvolta proprio solo un comportamento piccolo, immaturo e di sicuramente di comodo.

"Diventa ciò che ammiri negli altri": in questo caso, il nostro senpai è stato per anni una fonte di stima ed ammirazione da parte di tutto il gruppo, ma ci auguriamo che la sua lezione ci sia arrivata diritta nel segno.

Se dovesse decidere di tornare, saremo li ad accoglierlo a braccia aperte, se non dovesse farlo gli auguriamo il migliore e più realizzante dei percorsi. A noi in ogni caso resterà la forza del suo esempio e della sua dedizione e forza interiore.

Oggi ci sentiamo fortunati: abbiamo un nuovo ruolo di responsabilità da attribuire al Dojo, ovvero una bella sfida per alcuni di noi... ed abbiamo uno di noi in più da incontrare in giro per la strada.

Organizzeremo in suo onore il "Sayonara Party", ovvero la festa tradizionale di addio, durante la quale chiunque avrà modo di fargli sapere quanto è stato importante condividere insieme il tatami.

Praticheremo, mangeremo, piangeremo e rideremo ancora insieme... come Morihei Ueshiba stesso chiamava questa prospettiva "Aikido no kazoku", saremo quindi ancora la "famiglia dell'Aikido" (da noi abbreviato in "Aikifamiglia")!


 


lunedì 13 settembre 2021

Aikido, perché a piedi nudi sul tatami?

Abbiamo detto molto dell'Aikido in questi anni, ma non ci siamo mai fermati ad esaminare un aspetto che può apparire tanto scontato, quanto può rivelarsi profondo ed importante...

Perché la pratica si fa scalzi? Ciò può avere un valore aggiunto?

Si pratica scalzi nel Judo, nel Karate, nel Kendo... ed anche in Aikido: la tradizione del Budō giapponese quindi prevede questo, ma non è così per tutte le arti marziali.

Tai Ji Quan e Kung Fu cinese si praticano con un'apposita calzatura comoda, ma adatta a qualsiasi terreno. Il Krav Maga talvolta fa uso di calzature dedicate alla pratica simili a scarpe sportive leggere...

Come mai allora il Giappone si è orientato in modo differente?

Esiste un plus valore nel praticare scalzi?

Sono domande complesse, alle quali non abbiamo alcuna aspettativa di rispondere in modo esaustivo, tuttavia è interessante tracciare un minimo di storia di determinate usanze.

Quando le arti marziali erano (o sono) la modalità più comune di difendere la propria vita, avevano (o hanno) l'esigenza di essere praticabili in qualsiasi contesto ci si ritrovi.

Bisognava essere sempre pronti, e siccome fuori da casa nostra ci andiamo muniti di calzature (pure in casa ne facciamo sovente uso) è naturale che diversi sistemi marziali abbiamo incluso le calzature nell'abbigliamento consueto della pratica.

Il terreno su cui ci si trova può essere di qualsiasi tipologia (un tempo aveva carattere più naturale, oggi più manipolato dall'uomo), ed è quindi su qualsiasi tipo di suolo che è il caso di sapersi difendere.

In Giappone sono sempre valse regole simili, sino a quando - verso gli inizi del '900 - il Bujutsu [武術] divenne lentamente Budō [武道]: la differenza non è poca...

Con il primo termine si intendevano (ed intendono tutt'ora) tutte quelle discipline che con le loro tecniche miravano (e mirano) a scopi militari di tipo difensivo e/o offensivo... mentre il secondo termine si riferisce alle stesse discipline rielaborate in base a sistemi educativi, pedagogici, filosofici, ed etici più moderni a favore dell'individuo che le pratica.

Se dovessimo fare una differenziazione estrema, esagerata ma chiara, il Bujutsu serve a salvarsi la pelle in una battaglia, mentre il Budō serve a conoscere se stessi mentre si combatte.

Questo ha portato gli allenamenti ad essere tenuti in sale preparate appositamente per il loro svolgimento, solitamente su un tatami di paglia di riso o su un palchetto di legno. L'esigenza di allenarsi o combattere in qualsiasi contesto ha lasciato il posto all'allenamento in luoghi dedicati, con una superficie ideale (scevra dalle irregolarità che si possono incontrare sul sentiero di un bosco, ad esempio), che poteva (e può) consentire di stare scalzi.

L'Aikido ci è stato donato da una persona nata nel 1883, ovvero proprio a cavallo di questa trasformazione storica delle arti tradizionali giapponesi (per la quale come data indicativa prendiamo il 1868, ovvero la restaurazione Meiji): per questo sin da subito si iniziò a praticare scalzi, anche se gli stili più tradizionali sanno bene che ancora oggi si preferisce praticare armi all'aperto, ovviamente dotati di calzature che lo rendano possibile.

La tradizione giapponese moderna si basa (o basava, a seconda dei contesti attuali) comunque su superfici interne a sale di allenamento costruite con materiali NATURALI, listelli di legno o materassine di paglia di riso intrecciata appoggiate su listelli di legno. La connessione con il suolo sottostante l'edificio veniva garantito da una sorta di micro-palafitte (un tempo di legno, ora di cemento) sulle quali la struttura superiore veniva (e viene ancora) letteralmente appoggiata.

Questo per via dei numerosi terremoti, che avrebbero potuto distruggere qualsiasi connessione fissa con il suolo da parte di un edificio: appoggiandolo invece solo, era (e talvolta è ancora) garantita una flessibilità tale da non compromettere l'integrità strutturale di templi, case o Dojo.

Quando le discipline divengono un DO, ossia una strada, per conoscere meglio se stessi sotto stress, diviene chiaro che il problema dei problemi risulta dalla disconnessione e dis-integrazione delle parti che ci costituiscono.

Per questa ragione, mentre i JUTSU basano tutto sulla tecnica dei waza (le tecniche), i DO privilegiano lo studio dei principi attraverso i waza, più che in waza in se per sé: l'obbiettivo è conoscersi dal di dentro ed individuare quali sono gli elementi conflittuali presenti all'interno di ogni praticante... che non solo remano contro in caso di conflitto esterno, ma possono impedirci di vivere serenamente anche i momenti in assenza di conflitto.

Ci si prefigge quindi una prospettiva opposta ai JUTSU, che servono a vincere sugli altri: i DO risultano utili a vincere su noi stessi... perciò se i primi mirano all'analisi e quindi alla divisione di ogni minimo aspetto per comprenderlo più a fondo... i secondi mirano alla sintesi ed alla integrazione, per ottenere nuovamente il "monos", ovvero l'unità (parola che è anche la radice di "monaco").

Nei DO diventa importante unire se stessi alla dimensione sia prettamente materiale (terra), che a quella spirituale (cielo), per approdare alla costituzione di un "ten-chi-jin", ovvero di una "persona del cielo e della terra (fra loro integrati)".

Da questa prospettiva emerge chiaramente la necessità di stare più possibile a contatto diretto - e non mediato - con la madre terra, usanza che fra l'altro era presente anche in altre culture antiche della terra (es. nativi americani).

Il contatto diretto con la terra veniva (e viene) vissuto come la possibilità di fare direttamente da ponte energetico fra i reami del visibile e dell'invisibile, cielo e terra... tipo un albero che affonda le sue radici nel terreno, ma che hai i rami che svettano nell'aria.

L'essere umano viene paragonato alla scarica elettrica fra le due piastre di un condensatore naturale, di polarità opposta: il + è il cielo, il - è la terra (la nostra lingua lo sottolinea persino nelle declinazioni maschile e femminile dei sostantivi).

Lo stare saldi "con i piedi per terra" - simbolicamente parlando - è considerata essere una delle condizioni necessarie per prendere consapevolezza della propria natura più autentica e delle reali possibilità a nostra disposizione; al contrario, avere troppo la "testa fra le nuvole" - anche nella cultura popolare - sa di quell'atteggiamento sognatore, tanto geniale quanto talvolta disconnesso dalla propria realtà (spesso in fuga da essa) e quindi incapace di concretizzare i propri sogni.

NOI STIAMO COI PIEDI PER TERRA, allora... ed iniziamo anche forse a comprenderne il valore.

Ci sono stati diverse persone, sia giovani che adulti, che hanno provato imbarazzo o ritrosia quando abbiamo chiesto loro di salire sul tatami scalzi... come mai?

Famosa è nel nostro Dojo la storia di un certo Giampaolo (lo chiameremo con questo nome di fantasia) che aveva convinto ai genitori a vivere con le calze, sempre... anche durante la notte. Quando venne al Dojo iniziò una lotta senza precedenti fra lui ed il Sensei per il permesso di tenere le calze a lezione, mentre ovviamente gli altri bambini avevano da subito imparato a farne senza.

Durò un mesto circa: poi il pazzerello Giampaolo scoprì quanto lo stare a piedi nudi lo facesse sentire bene (nonostante il fatto che al tempo non praticavamo in una struttura poi così tanto "giapponese"). Chi lo ha conosciuto non poteva non avere notato quanto questo ragazzo fosse mentalmente scisso dal suo stesso corpo. Mettere barriere (anche fisiche, come le calze) fra l'alto ed il basso forse per questo era diventata una necessità così impellente.

E così è tutt'ora per tutti coloro che, dopo una giornata di lavoro o prima di essa, si tolgono le calzature e rinnovano la percezione di sé direttamente supportata dal tatami, senza alcuna intermediazione artificiale o divisiva.

Stare a piedi nudi è svelante ed uno strumento molto potente: da "bravi" occidentali noi pensiamo di essere nella nostra testa, dove sentiamo la vocina dei nostri pensieri... ma le discipline orientali insegnano proprio ad unire ed integrare mente e corpo, non a scinderle.

Per questa ragione, dobbiamo fare i conti con un nuovo paradigma quando ci viene chiesto per la prima volta di mostrare in pubblico una parte di noi - i piedi appunto - che siamo abituati a rendere pubblici solo in estate su una spiaggia.

I piedi, solitamente costretti in calzature non sempre comode durante le 8 ore scolastiche o lavorative, sono maleodoranti perché sudano e non "respirano" nel luogo dove li teniamo per molte ore segregati ogni giorno: essi però diventano un organo sensoriale percettivo molto potente su un tatami, riappropriandosi della cinestesia libera che meritano... diventando addirittura un'arma in certe spazzate, ma un arma "sensitiva e sensibile"... poiché noi siamo anche nei nostri piedi, o almeno siamo li esattamente come siamo nella nostra testa.

Per tutte queste ragioni crediamo che sia un gran bene ce la nostra disciplina continui ad essere svolta (prevalentemente) a piedi nudi.

Chi ha studiato un minimo di riflessologia plantare e/o di medicina tradizionale cinese, sa quanti punti e linee energetiche si affaccino sulla pianta dei piedi, e quando alcune posizioni (come il seiza o il kiza) siano in gradi di stimolare meridiani specifici, propria a partire dalla dita e dalla pianta dei piedi.

Una sorta di auto-massaggio shiatsu naturale e gratuito al quale ciascuno può sottoporsi anche solo andando a lezione sul tatami: un beneficio aggiunto, spesso inconsapevole, ma sempre molto gradito da chi ne fa esperienza diretta.

E tu... non ti viene voglia di buttare via le scarpe e raggiungerci sul tatami?!




lunedì 6 settembre 2021

Aikido e la ripartenza al verde

Aikime si riaccende dopo un paio di mesi offline.

E non è un ritorno semplice quest'anno, per svariati motivi.

Internamente parlando c'è sempre meno tempo per la preparazione delle ricerche, dei video e dei Post da pubblicare settimanalmente, lo ammetto: la gestione ordinaria di un Blog e la sua cura richiedono un tempo veramente notevole!

A me piacerebbe mantenere gli standard passati e credo ancora molto nella divulgazione e di scambio sulle tematiche legate alla disciplina che amo... quindi mi auguro di cuore di riuscire nel mio obiettivo; se non dovesse essere così, sappiate sin d'ora che non è una questione di incuria, ma di reale mancanza di risorse pratiche.

Esternamente parlando invece siamo partiti, o partiremo in questi giorni, con alcune difficoltà importanti da superare, per via dell'applicazione del Green Pass per accedere alle strutture nelle quali si pratica l'Aikido.

Pur non volendo entrare nella questione "vaccino si", "vaccino no"... è implicito che questa nuova richiesta da parte del Governo va ulteriormente a gravare su un settore che è stato pressoché fermo per un anno e mezzo. C'è chi dice che il suo scopo è proprio quello di permette di non fermarsi più - ce lo auguriamo! -, ma intanto delle ripercussioni sui praticanti ce le ha eccome.

E chi gestisce i gruppi è chiamato a districarsi fra di esse nel modo migliore che conosce.

Come sempre, da queste pagine mi piacerebbe che nascessero delle riflessioni più che altro, ed inizio con alcune suggerimenti per esse che mi sovvengono in ordine sparso... e non di certo per importanza.

C'era chi si sarebbe immolato vivo per ribadire come l'Aikido non fosse uno Sport, perché lo ha detto Tada Sensei (sempre sia lodato!), perché la tradizione giapponese afferma essere altro, perché sarebbe risultato qualcosa di molto riduttivo pensare il contrario, etc.

Ora, come vedete, agli Aikidoka viene richiesto il Green Pass, in quanto praticanti di SPORT al chiuso: c'è qualcuno che continua ad affermare che per la nostra giurisdizione l'Aikido non sia uno SPORT?

Potrete praticare senza GP al chiuso senza essere multabili? Non mi risulta... ergo QUI l'Aikido (purtroppo o meno male poco importa) è uno SPORT, mettiamo una pietra tombale sopra questo dilemma infinito.

Può piacere o non piacere, ma è un punto di chiarezza che ci tengo a sottolineare, visto che in passato c'è stato un lungo dibattito sulla necessità o meno di convalida di gradi e qualifiche da parte della Federazione o di qualche EPS soprattutto per insegnare... o se fosse sufficiente appartenere a qualche Ente privato seguito da un Maestro bravissimo.

Altro punto.

Il Governo indica una nuova regola da tenere, e sanzioni per chi non la osserva. In rete gli Insegnanti di Aikido su questo tema si sono divisi all'incirca in 3 differenti categorie:

- chi si uniforma all'istante (per questioni di sicurezza, per non essere multabili, etc);

- chi si ribella all'istante, e dice che praticherà lo stesso o terrà chiuso il corso fino a quando sarà richiesto il GP... o, ancora, praticherà all'aperto dove esso non è necessario;

- chi non si esprime in merito (forse per prendere tempo o per decidere di fare ciò che crede meglio lontano dai riflettori).

Ora, indipendentemente a quale tipologia sentite vostra o a quale appartiene il vostro Sensei, ci sono problematiche che riguardano in ogni caso TUTTI e dalle quali quindi nessuno può esimersi.

È più che dichiarato che il GP sia nato per incentivare le vaccinazioni, ma come esse rimangano - per ora - facoltative... quindi è più che chiaro come ciò abbia una ripercussione differente nelle decisioni che prenderà la popolazione in merito a questo nuovo provvedimento:

- credo nella vaccinazione o sono costretto per mestiere a farla, quindi ho il GP e chissene se me lo richiede pure il corso di Aikido;

- non voglio vaccinarmi, non sono costretto a farlo, però così facendo non potrei più andare a frequentare il corso di Aikido;

- non voglio vaccinarmi, non sono costretto a farlo, ma lo farò per andare a frequentare il corso di Aikido (few people, I think!).

Qualche che sia la posizione di ciascuno è più che probabile che esistano posizioni differenti all'interno dei singoli gruppi di pratica: pro-vax, no-vax, forse-vax, magari-vax, chissà-vax.

Questo diventa un vero e proprio problema per chi gestisce i gruppi, non solo per l'eventuale allontanamento e perdita di coloro che non accettano di vaccinarsi o tamponarsi di continuo per avere il GP... ma anche perché nascono delle vere battaglie ideologiche fra coloro che fino al momento prima non avevano alcun problema a lavorare insieme d'amore e d'accordo.

In un certo senso, questa cosa del GP è come se il proprio voto politico NON fosse più segreto per diritto (norma che era stata messa proprio per agevolare che non si creassero tensione fra i cittadini di ideologie politiche differenti fra loro)... e le persone iniziassero a rifiutarsi di fare Ikkyo con uno del PD, o kotegaeshi ad un 5Stelle... o non ci fosse più libertà di culto, o qualcosa di analogo.

Nella nostra esperienza abbiamo incontrato un Insegnante, Miles Kessler Sensei, che aveva un progetto per far incontrare sul tatami Israeliani e Palestinesi, il progetto si chiamava "Aikido without Borders". Durato qualche anno e poi spentosi in modo naturale.

L'intento era proprio quello di far cooperare persone che hanno un'idea diametralmente opposta tramite la pratica dell'Aikido: qui accade l'esatto opposto... persone abituate a lavorare insieme, rischiano di non volersi più vedere una volta aver scoperto che "l'altro la pensa in modo opposto a noi" su un tema così delicato (e PERSONALE) come la vaccinazione.

Da un lato il Governo ce l'ha combinata proprio bella, violando la privaci in modo parecchio indiretto, visto che un'informazione sanitaria dovrebbe rimanere strettamente personale... ma ora invece appare evidente visto che se non mi vedono più al Dojo, può essere perché non dispongo del GP.

Dall'altro, al solito, ci ha fatto un gran favore, poiché ci ha riportato in un contesto conflittuale... che è proprio il luogo che è necessario all'Aikido per fare il proprio mestiere!

NO conflitto, NO Aikido... ma saranno capaci ora i Sensei a gestire questi conflitti all'interno dei loro gruppi, facendo si che essi risultino un'opportunità di crescita per essi, anziché di divisione?

Questa è la domanda da 100 milioni di euro: se SI, allora sarà la dimostrazione che l'Aikido è una disciplina che ha un enorme valore nella società nella quale viviamo.

Se NO, allora è segno che l'Aikido è proprio solo uno SPORT... hops!!!

Buona pratica... o permanenza alla finestra dei vs Dojo se non ci potrete più entrare.

In fondo sappiamo che l'Aikido è SALUTARE, quindi lo potrete praticare sia sudando sul tatami, sia facendo ciao con la mano.

Marco Rubatto

lunedì 5 luglio 2021

L'Aikido non va in vacanza, il Blog si

Buongiorno a tutti,

da oggi il nostro Blog osserverà un paio di mesi di meritata pausa estiva.

Quest'anno non ci siamo letteralmente mai fermati un momento, cercando di offrire ogni settimana il meglio di ciò che ci era possibile... per dare un contributo concreto ai momenti delicati che abbiamo trascorso come community.

Abbiamo girato, montato e caricato decine e decine di nuovi video (principalmente sul buki waza), che potrete tutti ritrovare QUI, suddivisi in argomenti nelle varie playlist. Ci auguriamo che essi possano essere stati di supporto allo studio dei molti volonterosi che - pur nel salotto di casa propria - non hanno smesso un attimo di allenarsi e di migliorare loro stessi... pandemia o no.

È stato un anno nel quale siamo stati messi tutti alla prova e nel quale parecchi di noi hanno accettato ciò di buon grado, come un nuovo esercizio da apprendere, in puro spirito Aiki.

Non è stato facile, lo sarebbe stato maggiormente spiaggiarsi sul divano come cetacei per mesi a lagnarci di quanto la situazione fosse drastica, la pratica non possibile... etc, etc, etc; abbiamo accettato la sfida e siamo contenti di averlo fatto!

Ora però è tempo di riposare, ritemprare le energie... e poi ripartire di slancio dopo le vacanze.

Ci rivediamo on-line il 6 settembre: buone vacanze a voi tutti... e grazie per l'enorme seguito e supporto del quale ci onorate ogni settimana da 13 anni a questa parte!

lunedì 28 giugno 2021

L'Aikido che ti insegnano gli allievi

Come fa un Insegnate a continuare ad imparare ed evolversi?

Ci sono molti modi grazie ai quali ciò è possibile... ma tenendo numerosi corsi e per ogni fascia d'età, ho notato che da essi si possono trarre insegnamenti molto importanti e diversi fra loro.

Ogni tipologia di allievi tende ad offrire un suo insegnamento specifico ed è compito del Sensei saperne fare tesoro per sé.

Ogni generalizzazione è ovviamente limitativa, ma proviamo ad inquadrare la questione in 3 macro-aree.


GLI ADULTI

Gli adulti di solito fanno una certa fatica a fidarsi della propria guida e molto del tempo viene impiegato per ammorbidire le rigidità, sia mentali che fisiche che si portano appresso da decenni. Quando un adulto desidera incominciare l'attività e parte da zero, molto del tempo speso insieme a lui serve a fargli esplorare un corpo che abita da decenni, ma che non per questo conosce altrettanto bene.

Si tratta di far percepire limiti e potenzialità, molto spesso mettendo l'accento sulla necessità di sentire se stessi e, contemporaneamente, percepire il proprio compagno di pratica.

Gli eccessi caratteriali (troppa spavalderia, troppa timidezza, etc) sono stati agiti per anni prima di mettere il piede sul tatami: sarebbe sciocco ritenere che essi possano essere presi in considerazione e riequilibrati in pochi giorni, settimane, mesi. Agli adulti serve tempo.

Da essi si apprende l'arte della pazienza e del rispetto degli eventuali blocchi pregressi, siano essi fisici, o mentali (difficilmente è possibile scindere questi ambiti)... Il loro scioglimento infatti non può essere mai imposto, ma solo proposto con una mano tesa. L'adulto prova, sperimenta su di sé quanto consigliato dal Sensei, e talvolta inizia ad essere collaborativo proprio perché comprende SPERIMENTALMENTE di essere il primo beneficiario del suo agire, quando esso è sano.

L'apprendimento empatico è difficoltoso con questa tipologia di allievi, perché - di solito - arrivano a livelli di scissione fra mente e corpo che sono molto pronunciati. Un esempio classico: chiami un uke, mostri con lui la tecnica o l'esercizio alla rimanenza del gruppo... quindi devi rispiegargli ciò che hai già spiegato agli altri, perché lui/lei ti dice: "Eh mai io non l'ho vista!".

"Ma l'hai sentita!!!... anzi dovresti comprenderla meglio di chiunque altro, perchè l'hai sentita cinesteticamente sul tuo corpo!"

Il problema è che c'è inabitudine ad auto-percepirsi, quindi serve la vista, l'oggettivazione mentre si è passivi osservatori.

Gli adulti insegnano all'Insegnante la pazienza con le proprie disconnessioni mente-corpo residue (che, ad essere onesti, ci sono sempre), poiché specchiano ed acutizzano il fenomeno, quasi come guardarsi negli altri con una sorta di lente d'ingrandimento.

Quando un adulto accetta un proprio limite, l'Insegnante è agevolato ad accettare i suoi... quando impara a superarlo, ricorda all'Insegnante che è possibile anche per lui continuare a fare la stessa cosa.


I RAGAZZI

I teenagers tendono a mettere in discussione tutto, a discordare su tutto ed a protestare per tutto. Sono in quella fase della vita nella quale sembra loro necessario mettere sotto scacco la figura dell'autorità (genitoriale, scolastica... quindi anche quella del Maestro che trovano al Dojo).

I ragazzi ci insegnano che imporre qualcosa al prossimo è una dinamica poco rispettosa di questo prossimo, e che - fra l'altro - nemmeno funziona sul serio!

Con loro è necessario essere empatici, comprenderli prima ancora di pretendere da loro una qualche forma di comportamento o performance. E, pur nella loro giovane età ed inesperienza, i giovani hanno un'ammirazione naturale per chi è in grado di fare da esempio vivente... così come hanno un'attenzione ed una giusta naturale diffidenza verso chi dice una cosa, ma poi ha un comportamento incoerente con essa.

I ragazzi sono maestri di coerenza, perché metteranno sempre l'Insegnante nella condizione di essere rispettato SOLO se questi merita effettivo rispetto: la fiducia dei giovani deve essere conquistata sul campo, non con le belle parole. Sotto questo punto di vista è più facile "comprare" un bambino ed un adulto con le belle parole. I teenagers sono alla ricerca di modelli sui quali forgiare la propria personalità, quindi hanno una sorta di "sensore" contro i fake guru.

I ragazzi sono in quella fascia d'età nella quale la costanza e la propensione di costruire lentamente se stessi non sono opzioni spesso prese in considerazione: tutto e subito, ti lasciano poco tempo prima di bollarti come "uno che c'è", oppure come "uno sfigato".

Hanno un grande tasso di abbandono, perché gli impegni scolastici, così come le prime cotte e serate brave al di fuori dell'ambito famigliare fanno molto gola. E fra andare a pomiciare con il proprio bello o la propria bella e sankyo ura... non sarebbero in molti a scegliere la seconda, pure da adulti forse!

I teenagers quindi insegnano all'Insegnante a non considerare gli allievi come una proprietà personale: ci regalano la loro preziosa presenza, esattamente con la stessa facilità con la quale smettono di farlo. Il Sensei è messo alla prova sempre quando parte del proprio investimento sugli allievi sembra andare a farsi benedire per via di un abbandono.

Non importa: l'Insegnante non è primariamente li per conservare e far fruttare il lavoro che fa insieme ai suoi allievi... è li per compierlo ed accettare qualsiasi cosa che da esso ne derivi, pure un abbandono.

La sorpresa bella è che alcuni dei ragazzi poi crescono con un enorme senso di gratitudine verso chi li ha accettati e li ha trattati alla pari durante un loro momento delicato di sviluppo... e magari torneranno da adulti, per praticare, o anche solo per ringraziare e ricordare insieme i vecchi tempi.

Basta uno di questi momenti per essere grati di tutto ciò che è stato dato loro con passione e disinteresse personale.


I BAMBINI

I bambini, infine, sono forse i migliori Insegnanti di Aikido che possa avere un Insegnate di Aikido!

Loro forse SONO l'Aikido personificato, in un certo senso...

I bambini chiedono tutto e danno tutto loro stessi in qualsiasi ambito che frequentano. Scevri da ogni forma di calcolo e di pregiudizio, sono impegnati ad essere semplicemente loro stessi al 100%... ben al di là di ogni sovrastruttura sociale.

Sono disarmanti, e a disarmare è una cosa che si impara in Aikido, anche per questo essi risultano ottimi insegnanti, seppur inconsapevoli di esserlo.

Sono capaci di tuffarsi in ogni azione come se fosse l'ultima, sono una sorta di zanshin (mente presente), mushin (mente libera) e yoshin (mente del principiante) naturali... tutte qualità che per un adulto sono abiti, ma non sempre a portata di mano.

Non hanno fudoshin (mente stabile), quindi il loro comportamento è un'altalenare di pensieri e di azioni, talvolta slegate fra loro, non sempre sensate o pertinenti: in questo possiamo dire che sono il duale opposto di un adulto.

Questi ha molta stabilità, ma a causa di ciò difficilmente evolve e se accade lo fa con lentezza... mentre i bambini sono instabili, senza struttura, e grazie a ciò evolvono facilmente ed in modo rapido.

È possibile notare un cambiamento fisico, mentale ed attitudinale in un bambino dopo che non lo si è visto per un paio di settimane... mentre è possibile non scorgere alcuna evoluzione in un adulto anche se lo incontriamo dopo 20 anni che non lo vedevamo più.

Nei bambini c'è la fiducia, sempre piena e totale, e la voglia di apprendere per ispirazione, curiosità, gioia ed ingaggio... tutti elementi che troppo spesso un adulto si rifiuta di prendere in considerazione. Non amano fare fatica, ma non sempre per pelandroneria, anzi... hanno naturalmente chiaro che l'apprendimento può essere semplice e divertente e che i grandi risultati NON è detto che debbano essere frutto di sforzi immani.

Gli adulti si convincono spesso del contrario... e quindi faticano in tutto ciò che fanno, perché forse inconsciamente credono che sia questa la via per ottenere successo e risultati positivi. Se osservassero un bambino, si accorgerebbero sperimentalmente di quanto sbagliano.

Coi più piccoli è necessario sviluppare un certo senso della responsabilità, poiché un Insegnante si accorge subito quanto sia facile "lasciare il segno", letteralmente: gli adulti sono corazze dure da scalfire, ma i bambini sono come creta morbida da modellare, quindi un errore grossolano potrebbe rimanere registrato in loro più di quanto desidereremmo per il loro bene.

I bambini aiutano gli adulti a prendere contatto con quel bambino interiore che sta dentro a ciascuno di loro: essi sono un poi fuori dal tempo e richiedono altrettanto a chi si prende cura di loro.

Sono sensibili, intuitivi, empatici: possiamo essere grandi tecnici, ma un bambino è in grado in pochi secondi di "dimostrarci quanto non abbiamo capito ciò che crediamo di avere capito". Con loro è necessario scendere nel reame dei principi della disciplina e non è sufficiente rimanere al livello della mera tecnica.

Non perché la loro struttura psico-fisica non sia adatta a cogliere ed apprenderla, quanto perché si trova ben oltre: la tecnica è molto utile a chi ha perso il contatto con il proprio intuito, ecco perché gli adulti ne vanno ghiotti...

I più piccoli sono naturalmente rispettosi della vita e quando si rendono conto che il loro comportamento va contro questo principio sono capaci di chiedere scusa e tornare sui loro passi: trovatemi degli adulti capaci di fare altrettanto e con altrettanta grande naturalezza!

L'utilizzo della forza fisica per fare cadere il proprio uke è qualcosa che accade nei corsi junior, ma perché non si è ancora consapevoli della propria forza: gli adulti invece spesso usano la forza perché sono consapevoli della propria debolezza, e non accettandola tentano con essa di mascherarla. Per un bambino ciò risulterebbe assurdo: la fragilità è la loro condizione esistenziale normale, quindi ci convivono senza alcun conflitto e senza desiderio di essere differenti da come sono, se non per la curiosità di diventare qualcos'altro.

C'è un'enorme competizione fra i più piccoli, si potrebbe dire che ciascuno di loro è un grumo di competizione: in Aikido ufficialmente essa non è contemplata, ma i più piccoli sanno competere con loro stessi, oltre che con gli altri pari... quindi utilizzano questa forza in loro innata per crescere ed evolvere.

Gli adulti sono più capaci di dissimulare la competizione che hanno dentro con un po' di filosofia spiccia, dicendo che loro "praticano solo per loro", che non ambiscono ad arrivare da nessuna parte... salvo poi ingrassare ego grandi come elefanti, pronti alla critica distruttiva verso l'operato altrui.
Con i bambini iAikido la competizione è visibile e si può spiegare loro come utilizzarla in modo proficuo... con gli adulti  risulta stealth, underground ed è più complessa da utilizzare in modo costruttivo... basti pensare che - scioccamente - si tende a volerla eliminare.

Si vuole eliminare sia ciò che non serve, che ciò di cui non sappiamo come servircene: non è proprio la stessa cosa, questo distinguo è molto importante.

Con i bambini dovrebbero averci a che fare i Mestri più esperti, non gli Insegnanti alle prime armi, poiché sono il contesto relazionale più complicato da agevolare: da noi i corsi di Aikido per le tenere fasce d'età si affidano agli Istruttori di primo pelo per "farsi le ossa", cosa che denota quanto ancora non si abbia chiaro il valore pedagogico ed educativo di un corso simile.


Come vedete, ogni tipologia di allievo porta con se veri e propri tesori da regalare a chi si occupa della sua crescita, così come problematiche specifiche da risolvere se si vuole frequentarla: è ovvio che ogni docente abbia le proprie predilezioni con questa o quella fascia d'utenza... ma non fidatevi MAI di un Sensei che non si sia sperimentato in situazioni differenti fra loro.

Non ho citato l'handicap (fisico e/o mentale) - anche questo un contesto ricchissimo di valore, senso e significato -, nel quale sono onorato di essere coinvolto per numerosi anni... ma l'articolo diverrebbe troppo lungo e quindi preferisco concludere qui le mie riflessioni.

Cambiare o essere in grado di contestualizzare il proprio insegnamento con fasce di utenza molto differenti fra loro comporta un arricchimento che NON può avvenire se per tutta la vita di un insegnante se ne frequentasse solo una specifica.

Se si vuole insegnare, è necessario imparare ad imparare e le diverse tipologie di allievi da un lato ci donano gli strumenti per farlo, dall'altro ci costringono anche un po' a farlo se vogliamo ottenere buoni risultati con esse: gli allievi sono uno degli stimoli di crescita continua più grandi di cui un Docente può fare tesoro!

L'allievo ti spiazza, ti sorprende, ti mette alla prova, ti toglie dalla tua zona di comfort... ti richiede di essere domani qualcosa in più di quello che sei oggi, insomma ti specchia che come lui ogni Maestro è innanzi tutto ancora e per sempre un ALLIEVO.

Marco Rubatto


lunedì 21 giugno 2021

Aikido ed il prolificare di nomine e titoli

Poco tempo fa sui social ho riflettuto a voce alta su un fenomeno che non dovrebbe passare inosservato ai praticanti ed agli amanti dell'Aikido: mi riferisco al prolificare di nomine, incarichi e titoli nel nostro settore.

Riporto testualmente il post di Facebook dello scorso 8/06/21, così poi possiamo farci sopra qualche riflessione più ampia:

"In Italia esistono 15 Enti di Promozione sportiva e la Federazione: ciascuno di essi per ogni disciplina di solito si dota da 1 a 5 responsabili nazionali + 1 responsabile regionale... e se serve pure provinciale.

In Italia le province sono 107, ne segue che ogni Ente può avere da 21 a 132 responsabili per disciplina, fra nazionali, regionali e provinciali.

16 Enti hanno quindi insieme da 336 a 2112 responsabili in totale per disciplina.

In Aïkido non è quindi tanto difficile sedersi su una qualche poltrona con su scritto un titolo... sembrerebbe quindi una disciplina in cui non sia poi così difficile essere responsabili... ma invece lo è parecchio!

Per alcuni avere un ruolo è importante, è come sentirsi visti dal mondo... è quasi terapeutico.

Ma se la cosa parte da un proprio bisogno non può essere utile più di tanto al prossimo.

Invece si dovrebbe ricevere una nomina proprio per poter essere utili al prossimo e non tanto per ostentare una medaglia in più.

Io penserei più a riempire di contenuti i ruoli e le nomine oltre a moltiplicarle, quindi... altrimenti si rischia di diventare tutti generali di eserciti che non ci sono o che hanno poco senso di esistere.

Se hai contenuti è naturale che il mondo trovi il modo di riconoscerteli, mentre se hai solo pezzi di carta appesi ad una parete è normale che il mondo trovi il modo di farti sprofondare nel baratro.

E meno male: è l’intelligenza del sistema che riequilibra e ridimensiona le responsabilità solo scritte sulla carta e le distingue da quelle più autentiche, che non hanno timore di essere specchiabili nei fatti".

Non che avessi questa urgenza di citarmi da solo, ma per avere tutti davanti lo stesso testo, con le stesse riflessioni riportate sopra... E nello scrivere il Post di oggi, mi piacerebbe andare ulteriormente oltre, sciorinando qualche dinamica che magari non è per forza nota e chiara a tutti.

Tendiamo - sia su ampia scala, che in contesti più piccoli - ad eleggere qualcuno "Responsabile" di qualcosa perché deleghiamo ad esso il compito di mettere ordine, normare, promuovere, migliorare questo qualcosa... potremmo leggere il fenomeno così: "Tu che sei bravo in quella cosa li, occupati di mantenerla, migliorarla, risolvere le eventuali grane che da essa potrebbero giungere".

In Aikido, nell'esempio che facevo sui Social, tendono a ragionare così sia la Federazione che ogni Ente di Promozione Sportiva, che deve patrocinare la pratica della disciplina sul territorio italiano... ma la dinamica è identica anche in tutto il resto del mondo.

In scala più piccola, ovvero all'interno di ogni singola Società Sportiva, o addirittura all'interno di ogni suo singolo corso, ritroviamo riprodotta la stessa dinamica: nomina a "Direttore Tecnico", "Responsabile corso bambini/ragazzi", "Responsabile corso principianti o avanzati", etc...

Si divide un contesto per averne un controllo più capillare e specifico.

Questo ha ovviamente una sua utilità, ma ce l'ha a patto che ogni singolo settore sia vivo e che abbia in effetti qualcosa da costruire, sistematizzare, controllare, migliorare espandere.

Se una ASD ha SOLO il corso di Aikido, frequentato da 4 allievi: uno di 5 anni, uno di 14 e due adulti... parrebbe inutile creare la figura del "Direttore Tecnico", quella del "Responsabile del corso bambini", quella del "Responsabile del corso ragazzi", del "Responsabile dei corsi adulti" e quella del "Coordinatore dei Responsabili di Dojo"...

Saremo 4 gatti, anzi 5 con il Docente... possiamo serenamente navigare a vista fino a quando il giro non si evolvesse un po', e magari si ingrandisse pure: a quel punto potrebbe avere senso creare figure differenti e specifiche, che si occupano di aspetti diversi e che servono per fare funzionare al meglio una macchina che sta diventando più complessa da guidare nel suo insieme per una persona sola.

Dovete sapere che quando dall'alto giunge una nomina su qualcuno è sia perché magari lo si è visto particolarmente meritevole in quel campo (è auspicabile, almeno, che ciò avvenga!), ma anche e soprattutto perché si vuole scollarsi di dosso problemi che non si hanno voglia o le competenze per risolvere.

Facciamo un esempio pratico: supponiamo che io sia il Presidente/Direttore di un EPS, che per ruolo deve patrocinare lo sport di base di tutte le discipline riconosciute dal CONI (che erano 385 nel 2018, ora non so di preciso) e mi arriva una Società che intende tesserare i suoi atleti per farli praticare "Flying Disc" (codice BE001, esiste... non me lo sono inventato!).

Avrò bisogno di qualcuno che conosca le regole di questa disciplina, se sono previste gare e tornei e come normarle: potrei avere bisogno di formare tecnici, arbitri, di riconoscere eventuali loro gradi e qualifiche.. insomma tutto ciò che serve per mandare avanti una disciplina che NON conosco.

"Flying Disc" saranno quelli che lanciano il frisbee o quelli che pilotano gli UFO nelle gare spaziali tipo i Go Kart?! NON LO SO!

Allora prendo il tizio che mi è venuto a chiedere l'affiliazione per questa disciplina e gli chiedo: "Ti andrebbe di diventare il mio responsabile Nazionale/Regionale/Provinciale/Comunale/Circostrizionale/Di Quartiere  del "Flying Disc ?".

Se mi dice di SI mi ha risolto subito un bel problema, perché da li in poi se qualcuno mi viene a chiedere del  "Flying Disc" gli passo il suo numero e gli dico di parlare con chi se ne occupa già.

PUNTO: a me interessa fare iscritti, non posso sapere tutto di tutte le discipline, quindi DELEGO. E non potrebbe essere altrimenti, in alcun altro campo delle attività umane.

Poi, avrò trovato la persona migliore alla quale affidare i destini del "Flying Disc"? NON lo so!

Avrò il più competente, il più lungimirante, quello che ne specchia i valori, quello che più si occupa di fare conoscere e divulgare la disciplina? Me lo AUGURO, ma non è ovviamente detto... infatti il preambolo è appunto che io di questa disciplina non ne sappia un tubo.

Con l'Aikido accade esattamente la STESSA cosa, con ogni Ente, ad ogni livello (nazionale, regionale, provinciale): capite bene che, a seconda delle persone su cui si punta, si ottengono risultati molto differenti... poiché differenti sono le capacità, le competenze, il tempo a disposizione, le propensioni e le prospettive di chi riceve gli incarichi.

Dal punto di vista di chi deve segnare il nome di qualcuno in una casellina e poi dimenticarsi della sua esistenza, il problema sembra sempre risolto... ma da quello di chi ama una disciplina, le nomine migliori portano vantaggi a pioggia sul settore governato con saggezza e lungimiranza, mentre le nomine peggiori portano conflittualità, carenze e malfunzionamenti... ovvio no?!

Ciò che non è ancora sempre chiaro al giorno d'oggi è che pure il vertice dell'Ente ci guadagna a scegliere "bene", poiché se fa amministrare il settore da una persona sensata nel suo ruolo esso tenderà a crescere e quindi ad attrarre più iscritti (che sono anche utili/soldi), mentre se lo affida ad un deficiente si da la zappa sui piedi da solo... perché il settore sarà destinato ad avvizzire, se non morire del tutto.

Un'altra cosa però altrettanto chiara e che chi riceve qualsiasi nomina, di qualsiasi livello, poi tende a metterla nel proprio curriculum: "Qui si allena Pinco Pallino... Direttore Tecnico Nazionale Flying Disc Italia... Coordinatore dei Tecnici Flying Disc della Valle d'Aosta (ho scelto apposta la regione più piccola d'Italia) e Responsabile Provinciale d'Aosta (che di province non ne ha altre)".

Ma questo con tutti sti titoli deve essere un figo per forza?! Mah...

Con l'Aikido è uguale, solo che la nostra disciplina un minimo di storia ce l'ha, persone che hanno un'esperienza non banale di essa pure... Quindi qualche Responsabile che avrebbe i numeri per essere responsabile di fatto e non solo come nome della carica c'è di sicuro.

Fra tutti i candidati, verrà nominato proprio lui?

Dipende... dall'Ente, da chi lo dirige... dal singolo Comitato Regionale e da chi lo dirige... dai Comitati Provinciali e da chi sono diretti, etc.

Ci sono scelte che si rivelano più lungimiranti, altre molto meno: è una dinamica del tutto umana... e la storia della politica ci insegna però che non mettiamo sempre il migliore sul podio, purtroppo.

Ma voglio fare riflettere in questo contesto sul numero impressionante di Responsabili/Dirigenti/Coordinatori/Direttori Tecnici che abbiamo: con tutto sto po' po' di risorse umane dedicate, come va l'Aikido in Italia?

Forse non è mai stato messo così male, parlando genericamente del movimento in sé.

Anche io ricopro una posizione di responsabilità nazionale nell'Aikido italiano, ma per fortuna (e pure per un tot di mazzo e sbattimento, a dire la verità!) la mia/nostra realtà non sembra essere messa poi così male attualmente, sicuramente posso dire che funziona molto meglio rispetto al passato, anche se non sono ancora proprio tutte rose e fiori...

Ma in generale si avverte una contrazione nel numero dei praticanti, una difficoltà risaputa nel coinvolgimento di nuovi giovani, quindi con un'età media in costante innalzamento fra gli Aikidoka.

Ciò significa che la disciplina sta diventando "vecchia" e che è minata la sua salute se non viene garantito il naturale turnover: ma come mai... se in Italia potremmo teoricamente avere dalle 336 alle 2112 persone che si occupano della sua salute???

Strano, vero?!

Non più di tanto purtroppo: il prolificare di titoli, nomine ed incarichi in realtà agisce proprio nella direzione del "dividi et impera" in alcuni contesti, agevolando la creazione di "baronetti" intenti ad ampliare il proprio orticello, anziché lavorare trasversalmente per la community.

Risulta quasi un elemento distraente dall'avere contatto con la situazione reale della disciplina sul territorio. Io mi occupo dell'Aikido FIJLKAM italiano e della mia regione, ma non è che se un Dojo di un'altro Ente nasce devo essere scontento perché non ha il mio logo o se muore devo essere contento perché è tutta concorrenza che se ne va!

Certo che ciascuno fa del suo meglio con gli strumenti che ha e che gli vengono messi a disposizione, che sono pure differenti a seconda degli Enti e dei contesti... ma chiunque ha un'incarico a pro della disciplina dovrebbe lavorare con prospettive convergenti, non parallele. Piuttosto dovrebbe imparare ad interagire con gli altri Responsabili come lui, ma militanti in altri Enti, così da coordinare al meglio le risorse e gli sforzi di ciascuno per ottenere una ricaduta ottimizzata su tutto il settore, in modo trasversale.

Se c'è tanto Aikido, è facile che esso si colori delle differenti bandiere presenti sul territorio... questo è banale, ma se di Aikido fra qualche anno non ce ne fosse più, allora finirebbe di esistere pure l'Aikido FIJLKAM, quello CSEN, UISP, LIBERTAS, ASI, etc.

L'Aikido insegna uno stato di non-separazione fra tori ed uke, mentre in campo di nomine le separazioni si sentono spesso e forte, come mai?

I cosiddetti "Responsabili" non dovrebbero essere persone che conoscono i principi della disciplina?

Che senso ha agire contro tali principi, sperando di avere una qualche forma di ritorno (che per altro al momento non si è mai manifestata)?

Ne vedo poco, ma constato che la direzione di lavoro attuale è dispersiva e non convergente, quindi tendiamo a provare a fare sempre le stesse cose - ciascuno per sé e dio per tutti - riuscendoci peggio che se unissimo le forze per centrare qualche obbiettivo comune.

E pure fare sempre la stessa cosa ed attendersi qualche risultato differente non mi pare un'aspettativa così intelligente!

Vabbè, infondo la cosa importante per ora sembra essere di poter dimostrare che chiunque di noi è il responsabile di qualcosa, che il suo nome sta scritto su qualche organigramma, che "è un pezzo grosso" insomma.

Il valore intrinseco però dipende da quale materiale è composto questo "pezzo grosso", poiché dall'oro e dalla fama... la strada che porta nelle fogne può essere molto breve.

Iniziassimo ad essere semplicemente un po' più responsabili delle nostre azioni sarebbe già un enorme passo in avanti per la disciplina nel suo insieme, poi nei quadri appesi dietro la scrivania scriviamoci pure ciò che ci fa piacere.

In Aikido è la sostanza a riempie la forma, non è la forma che crea la sostanza.

Marco Rubatto