lunedì 14 giugno 2021

Jo barai no awase: le parate/armonizzazioni di jo

Dopo una lunga esplorazione fatta insieme negli ultimi mesi sull'ABC dell'Aiki jo, ovvero suburi e kata, ci occupiamo oggi di fare il passo successivo... ovvero studiare insieme le parate (o armonizzazioni) di jo.

Se le pratiche di base erano state paragonate alle note ed al solfeggio nella musica, allora gli esercizi che vi mostriamo oggi potrebbero essere il corrispettivo dei primi accordi.

Se le pratiche di base erano viste come l'alfabeto, ciò che esaminiamo ora insieme costituirà le sillabe o le prime parole da formare quando uno inizia a scrivere.

Si tratta ora di includere la pratica con un partner fisico, che di solito ha il compito di attaccarci con un colpo di punta o con un fendente singolo a 3 differenti altezze, ovvero:

- gedan, altezza delle ginocchia;

- chudan, altezza della cintura;

- jodan, altezza del viso.

Chi attacca con un arma si definisce uchijo, mentre chi riceve l'attacco si chiama ukejo (notare l'inversione del ruolo di uke rispetto al taijutsu).

Si eseguono quindi alcune blocchi/parate degli attacchi, armonizzandosi con il timing di uchijo: questi accordi, o queste sillabe, sono poi "i pezzi" dei quali sono fatti i kumi jo, ovvero i combattimenti preordinati di jo, che costituiranno il successivo passo didattico.

Ma perché studiare prima le singole possibili armonizzazioni?

Semplice: perché quando ne vorremmo eseguire di più complesse e concatenate fra loro, con i ruoli di chi attacca e di chi riceve che continuano ad invertirsi (chi-attacca-chi è in continuo mutamento in un qualsiasi kumijo) sarà importante focalizzarsi più sulla fluidità della sequenza, che sul singolo passaggio... ragione per la quale è bene studiare PRIMA i singoli passaggi, così di potersi agevolare dopo delle competenze acquisite... quando avevamo solo quello da fare.

Didatticamente parlando si procede sempre da un fattore di complessità minore ad uno maggiore, secondo il processo:

- note -> accordi -> canzoni -> improvvisazione jazz

- lettere -> sillabe/parole -> testo scritto -> poesia

- suburi, kata -> jo barai/awase -> kumi jo -> henka no kumi jo -> jo jiyu waza

Vi presentiamo di seguito 3 tutorial, uno per ogni livello (altezza) di attacco, ciascuno riportante sia le parate più consuete, sia le evoluzioni meno semplici da eseguire.

Iniziamo con jo barai/awase GEDAN...



Noterete che ciascuna parata può essere eseguita sia nella forma dankai teki ni (a step consecutivi tra sé ed il partner), che nella forma fluida vera e propria (awase), che è anche il fine ultimo dell'esercizio.

Non molti sanno che la modalità di pratica dankai teki ni fu sviluppata da Morihiro Saito Sensei agli inizi degli anni '90, ma non esisteva al tempo di O' Sensei... poiché - sempre a quel tempo - ogni movimento veniva eseguito fin da subito in modo fluido.

Questa modalità fu introdotta ad un certo punto SOLO per fini didattici, poiché spesso Saito Sensei si trovava spesso dinnanzi persone poco esperte (o totalmente inesperte) di armi: risultava quindi semplificativo fare eseguire ciascun movimento come se il tempo per l'altro partner si fosse fermato, così da evidenziare bene chi-faceva-che-cosa, con quale angolo, su quale bersaglio... e così via.

Il dankai teki ni quindi è una tipica modalità da principianti, che come tale perciò può restare: il fatto che attualmente molto dell'Iwama Ryu forzi a questa pratica pure i gradi più avanzati risulta un non-senso storico, a nostro avviso.

Proseguiamo ora con lo studio di jo barai/awase CHUDAN...



Come avrete notato, in questo tutorial (ma pure nel precedente e nel successivo) al termine della parata, ukejo fa sempre seguire un "colpo di controllo" verso il partner: va spiegato che esso NON vuole rappresentare un occasione manifesta per "batterlo" o "terminare lo scontro" con una sorta di colpo di grazia, ma solo un'esercizio per imparare velocemente a riprenderne il centro a seguito dell'azione appena svolta.

Questa prassi avviene infatti mentre uchijo sta fermo e se lo lascia fare: va da sé che se il combattimento fosse vero egli cercherebbe di pararlo e non starebbe li ad attendere che l'altro lo infilzi.

E per concludere, ecco il tutorial su jo barai/awase JODAN...



Molte di queste parate (gedan, chudan, jodan) ce le ritroveremo paro paro dentro ai kumijo e nelle applicazioni a coppie dei kata.

Un'ultima cosa curiosa: nei nostri primi anni di Aikido avevamo studiato 7 parate/armonizzazioni fondamentali di jo.

Va detto che esse furono portate in Italia dall'opera divulgativa di Paolo Corallini Sensei e di Giorgio Oscari Sensei, che vissero al tempo più di chiunque altro connazionale un rapporto diretto e personale con Morihiro Saito Sensei, che - appunto - le utilizzava nella sua didattica.

Il fatto che ci venissero insegnate 7 parate fondamentali faceva presupporre facilmente che non fossero le uniche, ma solo quelle ritenute principali e forse più di base.

Frequentando diversi ambienti, che si rifacevano ad entrambi questi famosi Sensei italiani, ci siamo accorti che entrambi proponevano 7 parate fondamentali di jo, tuttavia le prime 6 erano identiche ma 1 (la 7º ed ultima) era differente a seconda di chi la insegnava.

Avendo avuto entrambi lo stesso Insegnante, ci venne voglia di comprendere la ragione di questa differenza e quindi continuammo ad indagare con altri allievi diretti di Morihiro Saito Sensei: abbiamo quindi chiesto a Miles Kessler, Patrick Cassidy, Bjorn Saw... tutti docenti - spesso professionisti - che hanno speso diversi ANNI come uchi deshi del Dojo di Iwama e che quindi vivevano quotidianamente ed in modo continuativo il rapporto con Saito Sensei in Giappone.

Le loro risposte ci lasciarono basiti: a quanto pare in Iwama NON si praticavano assolutamente 7 parate fondamentali di jo, numerati da 1 a 7... ma una serie abbastanza numerosa di jo awase, che ovviamente comprendeva ANCHE i 7 esercizi che ci erano stati insegnati, ma insieme a molti altri ancora.

Quello che doveva essere successo è che - nella preziosa opera di divulgazione dei 2 Sensei italiani sopra citati - essi abbiano chiesto al loro Maestro indicazioni sugli esercizi più importanti da insegnare, ed egli abbia dato loro 2 risposte quasi uguali, ma non esattamente identiche.

Entrambi quindi avranno fedelmente seguito le indicazioni ricevute e quindi insegnato i "loro" 7 esercizi di jo awase agli allievi, che però li hanno forse poi presi come se fossero degli assoluti... tanto che i "Coralliniani" e gli "Oscariani" rimproveravano gli uni gli altri un errore nel jo awase nº 7 della controparte. Come spesso accade, ciò che era stato fatto con ottimi propositi divulgativi, rischiava di divenire un punto sul quale discordare, dividersi, criticarsi: tipica dinamica umana, uguale a se stessa in ogni ambito in cui emerge.

Non c'era invece nessuno che sbagliava, ma semplicemente si deve essere verificata un'interpretazione un po' restrittiva di un campo molto vasto... ragione per la quale abbiamo scelto di fare i video-tutorial basati sull'altezza dell'attacco e non unicamente sulla sequenza da 1 a 7 che avevamo appreso.

In Aikido c'è molta tecnica da imparare e di sicuro la possibilità di apprenderla è funzione del tempo che vi si dedica per farlo: 7 parate fondamentali vanno più che bene per iniziare, quindi... a patto di non ritenere che il bagaglio tecnico debba per forza iniziare e terminare con esse.

Vi abbiamo raccontato questo aneddoto poiché crediamo che molto spesso in Aikido accada che un Maestro indichi la luna e l'allievo scorga solo il dito: noi lo abbiamo fatto per primi e per molti anni prima di renderci conto che stavamo limitando da soli la profondità della prospettiva con la quale stavamo osservando la disciplina.

Buona pratica di coppia con il jo!


lunedì 7 giugno 2021

Sensei, il guardiano del tempio

Chi è un Sensei?

Per quanto possa sembrarci strano, la traduzione in "Maestro" non è forse la più azzeccata, anche se la più frequente dalle nostre parti.

O meglio... non se lo intendiamo con l'etimo "magister", derivato da "magis" ("più"), col significato di ‘superiore’. Alle elementari abbiamo il Maestro o la Maestra che, in realtà "ammaestrano" sempre più spesso gli alunni... ovvero danno loro delle nozioni nelle varie materie di base.

Il Sensei non è qualcuno che si limita a dare delle nozioni di base di Aikido...

Se volessimo invece storpiare l'etimo in "colui che mostra", ovvero "fa vedere"... forse saremmo più vicini al significato più autentico del termine giapponese.

Egli "fa vedere", tecniche, esercizi, pratiche di vario tipo... ma questi sono stratagemmi ed occasioni per mostrare sé ed il lavoro che ha compiuto su se stesso.

Si, perché la traduzione letterale dei due kanji 先生 è "nato/giunto prima"... ed essendo arrivato prima degli altri, è da più tempo sulla Via, quindi ha avuto modo di sperimentarne più a lungo le caratteristiche, le difficoltà, e le opportunità di crescita che essa offre.

Ne segue che un Sensei NON può essere unicamente un distributore automatico di tecnica, per quanto essa risulti elaborata e sopraffina: fra qualche anno potremo avere automi della Boston Robotics in grado di muoversi e mostrare esattamente cosa un corpo umano è in grado di performare, con una memoria tecnica praticamente infinita, beh... ma non avremo per questo di certo più Sensei al mondo!

In realtà, chiunque insegna mostra al prossimo un po' di se stesso, in una sorta di "esempio vivente" di cosa si può fare se ci si ingaggia con costanza ed impegno in un campo specifico. Mostra sia i suoi traguardi notevoli, che le sue prospettive, che i suoi limiti.

Già solo questo ci consente di considerare inappropriata l'adorazione pseudo fanatica di questo o quel Sensei. Sono tutti uomini, che hanno dato del proprio meglio per sviluppare "maestria", molte volte riuscendoci, altre un po' meno.

In Aikido c'è un po' l'abitudine adulatoria di questo o quel personaggio, specie del passato. Ecco erano tutti uomini come noi: se vogliamo onorare la loro memoria, cerchiamo di fare la nostra parte al meglio delle nostre possibilità, esattamente come hanno provato a fare loro!

Poi c'è un altro aspetto che è bene sottolineare: in occidente, luogo nel quale siamo abituati ad analisi di tipo logico, siamo indotti a scindere due differenti propensioni, ovvero quella dell'Insegnante e quella dell'Educatore.

L'Insegnante "insegna", ovvero lascia il segno, da fuori cioè cerca di introdurre alcune nozioni nei suoi discenti... mentre l'Educatore "educa/educe", cioè si impegna a far emergere le qualità specifiche di chi ha dinnanzi, anziché tentare di fargli assumere le caratteristiche proprie.

L'uno fa un lavoro dall'esterno dell'alunno verso il suo interno, l'altro fa un lavoro dall'interno di questi diretto alla presa di consapevolezza di ciò che gli è peculiare.

Nella tradizione orientale questa divisione non emerge così nettamente: "dentro" e "fuori" sono considerati semplicemente specchi l'uno dell'altro, facce distinte di una stessa medaglia, quindi è comunemente accettato che ogni nozione insegnata abbia un impatto sulla personalità peculiare dell'allievo, così come ci sia un valore intrinseco nell'agevolare che ciascuno faccia emergere la sua natura e caratteristiche più autentiche.

Quindi il Sensei è sia un Insegnante, che un Educatore... contemporaneamente.

Volete vedere chi è un buon Sensei e chi millanta solo di esserlo?

Notate chi - fra i grandi nomi della storia - ha creato varietà espressiva nei suoi allievi e chi ha creato solo suoi cloni, ovvero gente che si muove e pensa come "il gran boss" e per tutta la vita sente di avere continuo bisogno delle dritte di quest'ultimo per migliorare ancora di un'anticchia (direbbero in Giappone).

O' Sensei, in questo senso, fu davvero un grande Sensei... e non solo per la traduzione del suo nome: ha insegnato cose diverse a persone differenti ed ha lasciato che ciascuno investisse sulla sua natura peculiare, creando la "propria corrente" della disciplina.

Era un educatore, ed in tal senso non aveva alcun bisogno di tenere sotto controllo e manipolare le espressioni personali dei suoi allievi, anche quando queste risultavano differenti dalla propria.

Altri super guru del passato, ma anche moderni, sembrano più interessati a creare "stampini" di se stessi, segno che all'Insegnante ci sono arrivati, all'Educatore un po' meno.

Altro punto importante: un Sensei conosce il proprio valore, ragione per la quale non ha alcun bisogno di imporre che gli venga portato rispetto per esso; ci sarà chi gli riconoscerà valore, ed allora verrà portato spontaneamente a rispettarlo, chi non lo comprenderà, lo sottovaluterà e cambierà strada.

Quando quest'ultima cosa accade, ci si guadagna tempo in 2: l'allievo perché non crede di poter apprendere nulla da chi non sente competente/affine/meritevole, ed il Sensei perché non sprecherà il suo tempo con chi ha già deciso di essere docile ai propri insegnamenti.

Un Sensei non impone, ma PROPONE se stesso... ovvero si mette davanti, in prima linea, per mostrare a chi lo segue come camminare sul Do.

In questo senso forse potremmo affermare che il ruolo principale del Sensei è essere una sorta di "guardiano del tempio"... non in senso necessariamente religioso, quanto attento alla congruenza con ciò che ritiene "sacro".

E cosa è sacro per un Aikidoka?

Il proprio corpo, la propria mente ed il proprio spirito in primis: il Sensei veglia che questi 3 domini differenti di se stesso siano in una buona relazione ed allineamento reciproco.

Veglia sulla SUA congruenza fra dentro e fuori, fra ciò che di sé è materiale e cosa non lo è: può fare solo quello... e non ha il potere, né l'aspettativa o il delirio di onnipotenza di insegnare al prossimo come fare altrettanto.

Gli altri proveranno a comprendere il suo lavoro alchemico frequentandolo... ciascuno con la sua capacità e limite nel farlo.

Questo rende evidente la ragione per la quale avere un buon Sensei NON è assolutamente una garanzia di arrivare a risultati notevoli con la disciplina e con se stessi. LUI è/è stato un figo nei confronti di se stesso, ma noi sappiamo/abbiamo saputo fare altrettanto?... non è per nulla detto!

O' Sensei crediamo che abbia anche avuto allievi veramente pessimi, cosa che non squalifica lui e non dovrebbe consentire di adulare per forza loro.

Il Sensei veglia sul Dojo, perché questo è il luogo nel quale egli compie l'alchimia su se stesso, insieme a coloro che hanno scelto di condividere questo spazio e questo tempo. Gli allievi faranno altrettanto?

Forse il Sensei se lo augura, forse ha smesso di perdere tempo nel cercare di cambiare il prossimo, poiché è completamente concentrato ed immerso nel provare a far cambiare ed evolvere se stesso.

Questa è forse la ragione per la quale gli insegnamenti che si possono avere da un Sensei sono anche funzione del periodo nel quale lo si frequenta: anni prima o anni dopo possono essere molto differenti, poiché ciò che sta cercando di sviluppare per sé potrebbe (dovrebbe?) essere molto differente.

Di solito negli anni della giovinezza un Sensei tende ad essere più fisico e manifesto nelle proprie azioni, quindi vira verso una ricerca più interna e sottile: chi pensa quindi di andare ad apprendere da un Maestro non appena avrà modo di farlo, non ha compreso che potrebbe essere destinato ad incontrare una persona molto differente da quella che aveva scorto tempo prima.

Delusione? NO, conferma che non è possibile attendere per fare certe cose o farsi attendere da chi le ha già fatte: o si salta sul treno alimento opportuno, o quel treno va perso e basta.

Se incontri un Sensei che 30 anni dopo sembra non essere cambiato di una virgola, hai la più lampante dimostrazione che non hai incontrato sul serio un Sensei!

Il Sensei è anche il guardiano della visione che ispira se stesso, e sicuramente anche alcuni dei suoi allievi. Diciamo questo perché spesso in passato c'è stata la tendenza/tentazione di creare dei Dojo "Sensei-centrici", che però si sono rivelati un buco nell'acqua alla lunga.

La pratica non può e forse non deve ruotare tutta intorno al Sensei, poiché ciascuno è responsabile della propria anche quando questi non c'è. Ne segue quindi che si sceglie insieme una direzione di lavoro e poi ciascuno ci lavora sopra e condivide traguardi e difficoltà con gli altri.

Il Sensei è il custode che ciò avvenga, non che gli altri presenti camminino sul suo Do: quello è il suo e solo il suo. Egli si rende il facilitatore che ciascuno trovi il proprio e lo approfondisca, grazie alle attività che si svolgono insieme.

Il tempio, in un certo senso, siamo noi... sono i nostri pensieri, le nostre azioni: il Sensei è li a ricordarsi di non dimenticarlo e a fare di tutto ciò un'azione integrata, più armonica possibile. E fa da esempio vivente/specchio al prossimo di questo importantissimo processo.

Il Sensei non insegna solo quando "fa", ma sopratutto in qualità di chi/cosa "è".

Poi questa cosa è faticosa, ma è una delle uniche occupazioni nelle quali vale la pena ingaggiarsi fino in fondo... almeno, questo è quanto al momento ci è parso di comprendere.






lunedì 31 maggio 2021

Ereditare un Dojo: cosa accade quando un Maestro non c'è più

Occupandomi di Aikido dalla mattina alla sera, ogni santo giorno della settimana, negli ultimi 10 anni mi sono successe un sacco di cose bizzarre su cui riflettere... ma ce n'è una, tornata tristemente alla ribalta da poco, della quale non avevo finora mia parlato su queste pagine.

Si tratta della complessa dinamica che accade quando un gruppo perde la sua guida.

Sono tante le ragioni per le quali un Maestro non possa più garantire ai proprio allievi la continuità che storicamente invece ha mantenuto: ci sono persone che vengono trasferite per lavoro in altre città, persone che smettono di voler insegnare per ragioni di tipo personale, altre persone si ammalano e la salute non consente loro di riprendere l'attività... altre che mancano proprio all'affetto dei loro cari e degli allievi stessi.

Molte di questi motivi sanno essere anche abbastanza improvvisi ed imprevedibili, perciò non è spesso possibile organizzare un distacco ed una riorganizzazione serena delle attività, designando qualcuno che possa farsene carico, una sorta di successione o avvicendamento naturale all'insegnamento.

È la vita: pochi sono quelli che la stravolgono o muoiono proprio quando vogliono loro...

Resta però un gruppo, un'insieme di persone - piccolo o grande fa poca differenza - che si riunivano intorno a chi non c'è più o non può più esserci: cosa fare in queste situazioni?

Una seconda volta sono stato coinvolto da una dinamica simile come Sensei... ma intorno al 1999 lo sono stato - per la prima volta - anche come allievo, quindi parlo con cognizione di causa e per esperienza personale.

Partiamo da qui: nel 1999 il mio Sensei di allora - tutt'oggi vivo e vegeto - per questioni personali aveva deciso (abbastanza all'improvviso) di abbandonare l'insegnamento: io all'epoca ero il senpai del gruppo, diventato shodan un paio di anni prima, non molto di più.

Per molti versi, era già naturale per me dare una mano al mio Maestro sul tatami, ma non avevo alcuna ambizione imminente di diventare il responsabile o il referente del gruppo del quale facevo allora parte. Avevo 25 anni.

Una sera egli venne e, con uno strano rituale, mi disse che da quel momento in poi sarei stato io il Maestro, che non dovevamo più fare affidamento su di lui.

Non fu per nulla semplice ciò che avvenne da li in poi. Non accettare la cosa avrebbe significato lo scioglimento del gruppo nel quale ero cresciuto però, quindi provai ad andare avanti... con l'intenzione di salvare il salvabile.

Quando ci si iscrive ad un corso, in prima istanza lo si fa perché si sente affinità con chi lo gestisce: quindi non è scontato che un avvicendamento alla direzione del Dojo sia compreso, accettato ed accolto favorevolmente da tutto il gruppo.

Quella fu la prima cosa che accadde, ma non l'unica visto che mi apprestavo a ricoprire un ruolo per il quale avevo molta meno competenza di chi mi aveva preceduto.

Il gruppo, già quindi "traumatizzato" dalla perdita della propria guida di riferimento, viene ulteriormente a zoppicare per la perdita di alcuni suoi membri storici. E siccome il gruppo medio in Aikido di solito non è composto di 30 persone, si fa presto a rimanere in 3 o 4.

Noi rimanemmo in 7 all'epoca. Alcuni se ne andarono e ci venne pure notificato che da li a breve avremmo pure dovuto cercare una nuova sede per gli allenamenti, poiché la palestra che ci ospitava aveva intenzione di rimodulare l'utilizzo delle sue sale.

Se c'è un'altra piaga d'Egitto che si può abbattere su un gruppo di praticanti di Aikido è il cambiamento della SEDE degli allenamenti: questo non vuole solo dire vedersi allontanare (quasi sempre) o avvicinare (quasi mai) il Dojo a casa, ma anche vedersi cambiare giorni ed orari del keiko.

Il trasferimento di un gruppo potrei supporre che comporti all'incirca la perdita del 20-25% dei suoi membri, così su due ashi.

Bene, a me è successo questo ed anche di più, ma mi fermo qui per ora con il mio improvviso affaccio all'insegnamento. Posso solo dire che non fu facile e trovammo un nuovo equilibrio stabile solo dopo alcuni ANNI dal cambiamento di Sensei e di sede.

Veniamo a quando invece sono stato contattato in qualità di insegnante... per un Sensei che purtroppo era venuto a mancare.

Parliamo di Gianflilippo Rutigliano, e siamo nel 2015 (potete leggere QUI la sua storia). Dovete sapere che conobbi Filippo proprio grazie a queste pagine: lui mi contattò per complimentarsi di Aikime e dei suoi contenuti, mi disse di essere un fan di questo Blog e fu subito facile sentirci al telefono giacché entrambi al tempo vivevamo ed insegnavamo nella stessa città.

Filippo da li a non molto però si ammalò gravemente ed uno dei suoi senpai - Gianfranco Colucci, il compagno di una cara amica della mia compagna - agevolò che io e Filippo ci incontrassimo.

Le cose non andarono bene per lui e purtroppo di li a non molto venne a mancare: il senpai non se la sentiva di farsi perennemente carico esclusivo del gruppo, così come aveva fatto durante il periodo di convalescenza del suo Maestro; mi chiese quindi se avessi potuto garantire una supervisione delle attività.

Lui, che era conosciuto da tutto il gruppo, teneva le lezioni regolari: il mio compito era dare una supervisione a lui ed un appoggio con il mio gruppo per eventi speciali e seminari. Mi occupavo già solo di Aikido al tempo, il mio gruppo era solido e florido e potevo garantire a questo gruppetto l'appartenenza ad una realtà viva e funzionante della nostra città.

Poco dopo essere partiti - ed aver notato che già non tutti avevano preso benissimo questo progetto - accadde purtroppo un incidente a questo senpai, che gli impediva anche di tenere le lezioni regolari del gruppo. Alcuni dei suoi membri iniziarono allora a frequentare il mio Dojo per non rimanere fermi, mentre inviai un docente del mio Dojo a dare man forte all'ex-gruppo di Filippo presso la loro sede... per tutti coloro che volevano continuare ad allenarsi la.

Fu un semi disastro: alcuni (pochi) si integrarono da me o con il nuovo docente presso la loro sede storica, tutti gli altri (la maggioranza) si persero per la strada. Solo una persona continuò nella vecchia sede con il nuovo Insegnante (e continua tutt'ora per la cronaca!).

Come mai accadde questo?

Ho alcune accreditare ipotesi...

Un allievo tende a cercare nel nuovo insegnante i tratti di quello vecchio che ora non è più li: però questi è un'altra persona, che ha un altro modo di fare... e soprattutto può avere una visione dell'Aikido anche differente.

Può essere differente anche l'approccio tecnico e metodologico per l'insegnamento: tutti fattori che creano spaesamento sia a chi aveva iniziato da poco e si vede cambiare tutto sotto gli occhi, perdendo anche quei pochi punti fermi che credeva di possedere...

... e sia a chi stava nel gruppo da più tempo, che non sempre - proprio in virtù della sua maggiore esperienza - è disposto di mettere in discussione le certezze che credeva di avere consolidato.

Il nuovo inizio con una persona differente è - in ogni caso - complicato per tutti: sia perché è restato, che vede cambiare il "dialetto" Aikidoistico al quale era abituato... sia a chi arriva e prova a dare del proprio meglio, ma ben conscio di non potere, né volere essere il clone di chi non è più li ad insegnare.

Un mese fa è accaduta la stessa dinamica aggruppo del mio amico Pietro Anselmo Sensei (il cui addio potrete trovare QUI): ora giustamente si stanno interrogando... cosa fare? Continuare, non continuare?

Se continuare, come e con chi?

Domande più che legittime che richiedono maturità in un gruppo, o che lo costringono in ogni caso a maturare piuttosto in fretta...

Dall'esperienza diretta ed indiretta che ho maturato sull'argomento posso però anche affermare alcune cose: pin primis, per quanto sia traumatico, improvviso, sconvolgente ed indesiderato vedere scomparire la propria guida, ciò costringe a chiedersi quanto ciascuno ci tenga a proseguire con lo studio della disciplina o meno, ed a rimappare le propria disponibilità per consentirci di proseguire la strada.

In dietro non si può tornare, quindi se uno vuole andare avanti è indispensabile comprendere come, dove e - soprattutto - con chi ciò sarà possibile.

E aggiungo che mediamente ogni praticante maturo è passato per almeno 2, 3, 4 momenti così nella propria carriera... quindi questo stop forzato può fare il distinguo fra quelli che si scoraggiano e rinunciano a proseguire, e quelli invece che continueranno in futuro a saper fare la differenza per se stessi e per gli altri.

Di solito da eventi di questo genere vengono forgiati buoni docenti futuri, quelli che appunto avranno avuto il coraggio di andare avanti.

In secondo luogo: sia i neofiti, che i senpai cresciuti sotto egida di una SOLA scuola ed insegnante specifici tendono ad ignorare che l'Aikido è composto da una moltitudine di visioni, didattiche e modalità tecniche/stilistiche differenti.

Questo "sentirsi a casa" fa stare bene, è rassicurante... ma è anche molto parziale e di nuovo, ogni praticante esperto sa che ciò che affermo è reale.

Lo stop improvviso legato al venire meno della priora guida quindi può divenire l'occasione d'oro per scoprire che c'è molto più Aikido fuori dal nostro piccolo recinto di quanto non si immagini, e questo sia se si decide di proseguire la strada a livello singolo, sia se si decide di chiamare un nuovo insegnate al posto di quello che non c'è più.

Di certo l'Aikido è sia una strada personale, che collettiva... quindi è possibile sia confluire in altri gruppi che ci sembrano sani (opzione che al momento mi pare più percorribile), sia studiare il modo per far sopravvivere il proprio gruppo (opzione possibile, ma più ostica nel concreto).

Un aspetto è certo: guai a cercare nella nuova configurazione tracce di quella vecchia... nella nuova guida l'ombra di quella vecchia!

Ikkyo sarà sempre ikkyo e difficilmente si farà sulle orecchie, però acclimatarsi sotto la direzione di un nuovo Maestro richiede tempo (qualche anno?): giudicare quando il nostro vecchio percorso fosse meglio, peggio o analogamente qualitativo rispetto al percorso nuovo che abbiamo scelto (se ovviamente non abbiamo stato per mollare tutto) è qualcosa di intelligente, auspicabile... ma non da fare nei primi 3 mesi successivi al cambiamento.

Proprio no: dobbiamo darci tempo...

Poiché sarà un po' come cambiare nazione, lingua, usi e costumi: ci va più di un attimo a comprendere ciò che è comune nonostante le differenze... mentre queste sono le prime che ci si palesano di fronte e creano talvolta scomodità.

Nuovamente è necessaria una certa maturità per non spaventarsi e fuggire via, cercando di rifugiarsi mentalmente ed emotivamente nei ricordi di un passato che - per quanto bello - è destinato a non tornare più.

Ma, esattamente, quali sono le dinamiche che sono capaci di dare frutto e che non necessitano di un certo grado di maturità personale?! NESSUNA...

Il rimanere senza guida diventa così da un lato uno dei più grandi rischi di interrompere la pratica e dall'altro uno dei più grandi sproni a fare di tutto perché questo fatto possa il propulsore per fare i propri click e perché la strada prosegua... spesso per sé ed anche per i propri compagni che hanno meno volontà di noi.

D'altronde tutti concordano nel voler onorare gli insegnamenti (anche la memoria, nel caso di chi è scomparso) del proprio Maestro, ma pochi sono quelli disposti a tirarsi su le maniche e comprendere come sia possibile farlo nel CONCRETO: questi pochi rappresentano appunto il baluardo che ha fatto forse andare avanti fino ad ora la nostra disciplina... nonostante ogni evento nefasto che ha interessato i nostri Dojo e tatami.

Si tratta di una grande crisi, che come tale, offre sempre enormi possibilità di evoluzione, oltre che di smarrimento: l'Aikido per me è proprio LA disciplina che insegna ad evolvere GRAZIE al conflitto... quindi la dinamica che ho esaminato con voi quest'oggi mi pare veramente "Aikidoistica" in tutti i sensi.

Se vi accadrà di vivere questa crisi o qualcosa di simile, iniziate a non fasciarvi la testa per via di quanto complesso possa sembrare uscirne a testa alta: le azioni piccole e costanti sono quelle che - alla lunga - fanno la differenza.

E soprattutto, chiedetevi: "Chi voglio essere io... quello che di fronte ad una difficoltà si abbatte e rinuncia? Come intendo dimostrarmi quanto ci tengo? Cosa è prioritario per me?"

Detto questo, ricordiamoci delle frase (di Fabio Ramazzin Sensei) che spesso leggete in queste pagine:

"Chi cerca una scusa, va a finire che la trova.... chi cerca una soluzione, va a finire che la trova".


Marco Rubatto



lunedì 24 maggio 2021

Colpire in 8 direzioni: happo giri ed happo tsuki

Dopo la descrizione dettagliata di tutti i suburi di ken e di jo, ci occupiamo quest'oggi di esplorare insieme i due esercizi che insegnano a colpire in 8 direzioni: happo diri ed happo tsuki.

Questa cosa delle "8 direzioni" in Aikido assume diverse caratteristiche, sia di carattere tecnico, che strategico, che filosofico e spirituale.

Iniziamo però dagli elementi più pratici e concreti: innanzi tutto descriviamo l'esercizio degli "8 tagli di spada"... che abbiamo già studiato essere in realtà 8 percussioni.

La cosa più importante da notare è che l'esercizio di taglio nelle due direzioni opposte (zengo giri) di trasforma in quello in 4 direzioni (shi ho giri) grazie ad una rotazione a 90º che avviene grazie alla gamba SINISTRA.

Quindi quest'ultimo esercizio diventa quello degli 8 tagli (happo giri), sfasando il precedente di 45º e ripetendolo una seconda volta (sempre grazie ad una rotazione operata dalla gamba SINISTRA).

La spada, arma YANG per definizione (è triangolare, di metallo se non si usa un bokken, tagliente, etc) compie questi 8 tagli grazie a spostamenti operati SOLO dalla gamba sinistra. L'esercizio di base termina 45º alla destra della posizione di partenza iniziale.

Anche la destra è archetipicamente YANG; leggiamo quindi tutto il processo così: l'esercizio di taglio YANG, parte YANG (guardia destra) e GRAZIE allo YIN (gamba sinistra) termina dopo 8 tagli in modo YANG (a destra della posizione iniziale), con la gamba YIN (sinistra avanti).

Prediamo tutto questo e mettiamolo da parte, ed intanto osserviamo quanto fino ad ora descritto nel video tutorial appositamente dedicato; eccolo...



Nel video abbiamo dettagliato la forma di base (sia sul posto che con traslazione in avanti), sottolineando le fasi respiratorie più consone al movimento... però poi abbiamo anche mostrato come lo stesso schema di base possa essere utilizzato con TUTTI i suburi di ken che avevamo studiato insieme (QUI per chi se lo fosse perso).

Lo stesso pattern quindi può essere utilizzato, indipendentemente dall'esercizio specifico che vi si "appoggia" sopra: questa è una delle dinamiche più caratteristiche di un PRINCIPIO, ovvero di quando un aspetto tecnico inizia mostrare delle proprietà universali, non solo riferibili alla sua specificità.

Veniamo quindi all'Aiki jo e all'esercizio di affondo in 8 direzioni: happo tsuki...

Come sopra notiamo subito che l'esercizio di affondo nelle due direzioni opposte (zengo tsuki) di trasforma in quello in 4 direzioni (shi ho tsuki) grazie ad una rotazione a 90º che avviene grazie - questa volta - alla gamba DESTRA.

Nuovamente quest'ultimo esercizio diventa quello degli 8 affondi (happo tsuki), sfasando il precedente di 45º e ripetendolo una seconda volta (sempre grazie ad una rotazione operata dalla gamba DESTRA).

Il bastone, arma YIN per definizione (è rotonda, sempre e comunque lignea, molto versatile nelle posizioni rispetto al bokken, etc) compie questi 8 taffondi grazie a spostamenti operati SOLO dalla gamba destra. L'esercizio di base termina 45º alla sinistra della posizione di partenza iniziale.

Se riprendiamo quanto scritto in precedenza, ci accorgiamo che l'esercizio di affondo YIN, parte YIN (guardia sinistra) e GRAZIE allo YANG (gamba destra) termina dopo 8 affondi in modo YIN (a sinsitra della posizione iniziale), con la gamba YANG (destra avanti).

Questo è lo stesso pattern esaminato poc'anzi, ma questa volta rappresentato nella sua versione speculare: nuovamente... siamo in prossimità di principi quando accadono queste cose!

Osserviamo il secondo video tutorial appositamente dedicato quando abbiamo descritto fino a qui; eccolo...



Anche in questo caso, abbiamo dettagliato la forma di base (sia sul posto che con traslazione in avanti), sottolineando le fasi respiratorie più consone al movimento... però poi abbiamo anche mostrato come lo stesso schema di base possa essere utilizzato con alcuni suburi di jo del primo gruppo (tsuki ho hon)che avevamo studiato insieme (QUI per chi se lo fosse perso).

Ecco... ora tiriamo insieme qualche conclusione.

Questi esercizi ci insegnano a compire in 8 direzioni, ma secondo uno schema ed ordine preciso, che viene reiterato sempre simile a se stesso... e non a caso con ENTRAMBE le armi tradizionali dell'Aikido.

L'Aiki ken e l'Aiki jo si mostrano quindi DUE facce distinte di una STESSA medaglia, come più volte abbiamo sottolineato a chi utilizza questi oggetti secondo i dettami di altre tradizioni: è proprio una caratteristica peculiare dell'Aikido che le sue armi siano state integrate così intimamente fra loro e con il lavoro espresso nel tai jutsu.

Questo è una delle spiegazioni migliori del detto "Tai jutsu, ken, jo onaji desu"... ossia "Le tecniche a mani nude, quelle con il bastone e quelle con la spada sono la stessa cosa".

Si noti come venga mantenuta una certa geometria delle polarità opposte, che si fanno fra loro equilibrio, proprio come avviene nel saluto tradizionale (i 2 battiti di mani), che abbiamo esaminato insieme la settimana scorsa (QUI per chi se lo fosse perso).

Lo YIN e lo YANG - secondo il Taoismo - sono quei due aspetti archetipici, polari ed opposti che saputi armonizzare fra loro garantiscono l'equilibrio dinamico, la salute ed anche la "vittoria" del sistema su se stesso.

Noi questo facciamo in Aikido: studiamo come armonizzare polarità antinomiche e complementari all'interno di noi stessi... e con un partner che fa con se stesso/a la stessa cosa: ne segue che il sistema si auto-equilibra e dona i conseguenti benefici a tutte le parti che lo compongono.

L'Aikido può quindi essere utilizzato come una sorta di diapason che serve per accordare o ri-accordare uno strumento musicale: lo strumento musicale siamo noi... che accordiamo noi stessi tramite il conflitto, ossia l'espressione più manifesta di ciò che - per definizione - non sembra armonico, accordato e pacifico.

L'equilibrio, l'armonia, la serenità... ottenuti frequentando il conflitto, lo squilibrio, il pericolo: geniale, vero?!

Beh... abbiamo la possibilità di comprendere se è vero sperimentalmente, in prima persona... a patto ovviamente che la si smetta di perdere tempo valutando chi ha l'Ikkyo più efficace o se la nostra disciplina sarebbe efficace sotto l'attacco di 2 coltelli, 3 carri armati ed 8 missili patriot.

Tutti segni di uno "squilibrio" che fa di tutto per alimentare se stesso, anziché comprendere come risolversi!