Ma come impara un Insegnante?
Ammesso che la condizione di perenne allievo gli sia necessaria (conosco decine di Insegnanti che hanno smesso di apprendere molto prima di diventare tali!), quali sono le modalità con le quali un Insegnante è ingrato di continuare ad evolvere, nonostante non utilizzi più tutto il suo tempo a suo esclusivo vantaggio?
Me lo sono chiesto per qualche decennio, in realtà... ed ora ho accumulato sufficiente esperienza per essermi fatto una idea abbastanza precisa in merito, per quanto sicuramente ancora migliorabile...
Quando si inizia ad insegnare, praticamente tutta la propria attenzione viene destinata ai nuovi allievi, che quasi sempre in Aikido partono da zero: Aiki taiso, le cadutine da seduti, i tai sabaki di base... le prime tecniche, quelle fatte piano perché nessuno si faccia male...
Un Insegnante medio vive abbastanza di rendita questa fase, poiché si suppone che egli stesso sia passato di li decine di anni prima e che quindi abbia le idee abbastanza chiare su come si imposta un lavoro di base... Macché!
Appena iniziamo ad insegnare ciò che crediamo di sapere benissimo... ci rendiamo conto di quanto non lo conosciamo così bene come credevamo: gli allievi si mostrano essere un esercizio continuo per trovare modi più efficaci di spiegare cose che magari a noi sono arci-note, ma che sembrano ostrogoto per le persone che le sentono e le provano per le prime volte.
Questa cosa migliora con gli anni: un tempo ci mettevo molto di più di adesso a far fare ai neofiti ciò che credo sia bene che loro facciano... ma questa cosa dipende dall'esperienza - appunto - di insegnamento, e non riguarda il Docente, quanto i suoi discenti.E lui, invece?
Bene: lui impara ad insegnare sempre meglio, che è già comunque una forma di evoluzione personale... ma come fa ad imparare quello che ancora non conosce dell'Aikido, avendo a disposizione lezioni nelle quali chiunque è meno esperto di lui?
Nei miei primi anni di insegnamento, per paura che la mia preparazione ricevesse un duro colpo di arresto, sono andato ad allenarmi da un altro Insegnante, una volta alla settimana (per 8 anni): durante le SUE lezioni, ero un semplice allievo, quindi potevo disporre di tutto il tempo per me e per studiare, talvolta anche ciò che desideravo allenare maggiormente.
Il mio gruppo era costituito sono da neofiti, quindi mi pareva impossibile con loro fare ciò che serviva a me, per il mio livello, intendo.
Di sicuro, consiglio qualunque Insegnante di avere un Insegnante più esperto alle spalle, con il quale confrontarsi almeno un paio di volte all'anno, se possibile. Magari abita in altre città, in altri Paesi o continenti... magari non è così facile condividere un tatami con lui... ma finché potete, sarebbe sciocco non avere una guida che ci aiuta a crescere.Conosco troppi Docenti che hanno smesso di avere una guida troppo presto, ed alcuni anche che non ne hanno mai avuta veramente una (seria): avere un nostro Sensei/senpai fa sempre estremamente comodo, così come esser inseriti in una rete nazionale/internazionale nella quale confrontarsi con altri Insegnanti (più o meno del nostro stesso livello di esperienza).
Tuttavia, questo fa sempre parte delle cose importanti per continuare a crescere, ma che rappresentano degli eventi straordinari: e nell'ordinario come fare?
Qui arriva la parte che per me è stata più sconvolgente...
È possibile per in Insegnante continuare a crescere anche in modo ordinario, ovvero attraverso le lezioni che offre ai suoi allievi (di solito molto meno esperti di sé).
Mi era stata raccontata una storia diversa, ovvero che l'insegnamento doveva essere solo un DARE, senza sé e senza ma... continuo, e senza ritegno alcuno, nel quale le esigenze dell'allievo venivano sempre e comunque prima di quelle dell'Insegnante
In questo storytelling, il principiante DEVE passare un determinato numero di ore a fare cose specifiche e qualsiasi altra richiesta da parte del proprio Sensei dovrebbe essere considerata fuori posto... perché troppo complessa, troppo avanzata... troppo incline a soddisfare l'ego dell'Insegnante, che invece va sempre e comunque ridimensionato e combattuto.
Ecco: NON è per nulla VERO!Questa modalità tende a separare le esigenze degli allievi da quelli dell'Insegnante, senza considerare che allievi + docente formano un tutt'uno organico, coordinato ed integrato.
In questo sistema complesso, se l'Insegnante rinuncia per troppo tempo alle sue esigenze di miglioramento, tende a "spegnersi", ad annoiarsi ed a prendere tutto ciò che fa per "dovere", senza essere in grado di trarre ispirazione dal suo operato. Resta "in attesa" che i propri allievi divengano pronti per comprendere, sufficientemente abili per capire... processo che potrebbe impiegare decenni ad accadere, o forse potrebbe non accadere proprio mai!
Se un'ego è presente in ogni persona - invece - una qualche forma di utilità ce l'avrà pure: se non risulta saggio farlo comandare sempre e comunque, potrebbe invece esserlo ascoltare che cosa ha da dirci... ad esempio imparando a scindere "l'egoismo" generico, da quello "sano"...
L'Insegnante IMPARA insegnando, ovvero adotta una modalità completamente differente (e duale) ai suoi allievi, indipendentemente dalla loro esperienza, grado, preparazione.
Questo significa che egli proverà a fare cose delle quali sospetta il senso, ma nelle quali NON è certo per nulla di essere all'altezza: cioè la stessa cosa che accade ad un allievo qualsiasi, in ogni istante nel quale calca il tatami!
Fa quindi la stessa cosa, ma in modo molto diverso.
Percorrendo questa via, però, ha la possibilità di fallire - esattamente come accade ad un allievo qualsiasi, in ogni istante nel quale calca il tatami - e quindi di insegnare cose che gli vengono male o che invece di senso ne hanno poco.
L'Insegnante diventa perciò un "esploratore", che si assume la responsabilità sia delle scoperte che è in grado di fare, sia delle volte nelle quali non trova nulla di interessante dalla sua spedizione alla Indiana Jones. Nel fare questo NON sempre fa con modo diretto ciò che sembra il meglio per i propri allievi, ma proprio qui troviamo l'importante paradosso...
Fare il meglio per sé, alla lunga, risulta anche il meglio per il gruppo del quale si ha responsabilità... perché ciò gli consente di tenere viva quella sacra fiamma che nutre e da vita anche ai suoi allievi: egli è un "custode" di quel braciere, ed ha il compito supremo di non lasciarlo spegnere... perché in caso contrario la fine dei suoi allievi e del suo gruppo sarebbe comunque una conseguenza imminente almeno quanto inevitabile!
Nella Scuola di Aikido nella quale sono cresciuto, la possibilità di "fare il proprio Aikido" giunge solo ad un livello tale per cui o diventi abile come O' Sensei, o devi continuare a fare tai no henko per tutta la vita... e poi forse un giorno capirai: questo è un modo signorile di dire "mai!
In effetti, se non si ha una preparazione di base sufficientemente solida, il rischio di fare minkyate è piuttosto realistico... però abbiamo di fronte una scelta da fare a monte: rimanere i custodi della nostra sacra fiamma, oppure no. Tutto qui.
Gli allievi, almeno nei loro primi 10 anni di pratica (come minimo) si NUTRONO di quella stessa fiamma, perché guardano l'Insegnante come la persona in grado di garantire qualcosa per loro, molto più ampio che una tecnica eseguita nel modo più corretto possibile.
L'Insegnante, per loro, è un insieme di esperienze, di valori, di prospettive, (anche) di tecniche (ovviamente) che ancora loro non hanno assimilato a dovere, ma che sono desiderosi di rendere più vivi nel loro vissuto da tatami, e cose anche in quello del loro quotidiano.
Se viene a mancare quell'ispirazione si ferma tutto!
Ora comprendo che la differenza fra allievo ed Insegnante è che si tratta solo di due forme di allievi diversi: il primo è come chi entra in una biblioteca, sicuro di trovarci il sapere che ancora non possiede... ma che potrebbe fare suo semplicemente leggendo; l'Insegnante invece è quell'allievo che scrive libri e poi cerca di capire se siano intelligenti o meno a seconda del successo che hanno ai propri occhi prima, e sul mercato poi.
Nessun scrittore ha la sicurezza di scrivere sempre un best seller ogni volta che inizia una nuova opera... semplicemente FA ESPERIMENTI che lo ispirano, perché FARE diventa il modo migliore e diretto per crescere, senza demandare la responsabilità di ciò a figure terze.I suoi Sensei e gli eventuali senpai continueranno ad essere fondamentali per un confronto... ma si comprende che ciò che non è farina del proprio sacco, tutto ciò che non è stato ingerito, masticato e digerito a dovere non è davvero "nostro".
Non è più sufficiente uno che ti dice: "Si fa così"... devono tornarci i conti a nostra volta, altrimenti si inizia ad essere refrattari agli insegnamenti che giungono da fuori: un sistema completamente "aperto" - l'allievo - col tempo diventa un sistema permeabile, semi permeabile o completamente adiabatico (chiuso) - l'allievo-Insegnante - a seconda delle situazioni che si trova a vivere.
Il suo compito quindi è vivere delle "buone" situazioni: un Insegnante impara a crescere sia dai propri successi, sia dai vari insuccessi che inevitabilmente gli capiterà di incontrare sulla propria via.
Forse è proprio questa la cosiddetta "maestria"!Ricordate il detto: "Chi fa da sé, fa per 3"?
Beh, forse è proprio così che si inizia ad aiutare i nostri primi 2 allievi!
Marco Rubatto



































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