lunedì 10 ottobre 2022

Punire con l'Aikido: l'apoteosi degli autogol

Ciò che ci può fare molto bene, può risultare anche un veleno se assunto nelle dosi e modalità sbagliate... quindi oggi siamo qui a chiederci se anche l'Aikido possa diventare una fonte di danno, anziché la risorsa utile che tutti crediamo.

La risposta che mi sono dato al momento è "SI", l'Aikido può diventare qualcosa di veramente tossico, specie se è utilizzato per punire se stessi e gli altri... Non credete che sia possibile?

Facciamo insieme qualche riflessione ed alcuni esempi semplici.

Spesso accade che le persone si accostino alle Arti Marziali a causa di una bassa autostima, e le frequentino per migliorala. La pratica, in effetti, con il tempo conferisce alcune sensazioni di sicurezza che prima non si possedevano... ma proprio in questo momento la disciplina può trasformarsi in qualcosa di molto diverso da ciò che immaginiamo.

Cosa ce ne faremo delle nostre nuove "sicurezze" fisiche, tecniche, filosofiche, relazionali?

Come sapremo utilizzarle con noi stessi e con gli altri?

Beh, un po' di esperienza mi ha permesso di vedere che diverse sono le persone che utilizzano in malo modo i loro traguardi: parlo, per esempio, di quelli che li fanno pesare agli atri... specie se questi "altri" hanno meno esperienza.

Una forma di "Aiki-nonnismo", se vogliamo quindi... ma c'è pure di peggio: diventa parecchio affascinate avere un certo "peso" sul prossimo, sentire che una nostra decisione è in grado di non poter essere ignorata dagli altri. Si chiama "potere", e di solito gli esseri umani ne vanno ghiotti... specie se particolarmente immaturi.

Allora qualche nikyo e qualche sankyo verrà "tirato" un po' più del necessario... giusto per far "sentire chi comanda" ai nostri sfortunati compagni di pratica. D'altronde, a che pro trascorrere anni ed anni ad affinare una tecnica micidiale... se poi non possiamo mai metterla in pratica... se non ci è concesso di farla sentire un po' agli altri?!?

Ci stiamo cioè trasformando in "punitori", in "giustizieri" del tatami... che utilizzeranno le armi tecniche acquisite per riportare l'ordine là dove ci pare che esso si sia perso!

Manco a dirlo, questo "ordine" e questa "giustizia" dipenderà SOLO dal nostro punto di vista, che ciascuno tende a ritenere saggio ed infallibile. Ci va poco però a capire però che così non è.

Quindi ci saranno un tot di praticanti - specie i più esperti fra essi - che si arrogano il diritto di giudicare tutti gli altri e PUNIRLI a suon di leve e/o di imposizioni legate alla gerarchia: mi è capitato molte volte di finire in simili ambienti tossici, con il Sensei/Senpai "maschio alfa" che doveva segnare il territorio, per mostrare a tutti la sua superiorità, saggezza ed imbattibilità.

Nel lontano 2008, ad Iwama, un kotegaeshi con Isoyama Sensei mi è costato i 5 anni successivi di bendaggi al polso sinistro, per esempio.

Nella fattispecie, cosa avevo fatto per meritarmi quella chiusura eccessiva della tecnica?

Ero forse stato lento nel saltare o stavo facendo particolare ostruzionismo?

No, mi sono trovato semplicemente nel momento sbagliato e nel posto sbagliato, cioè nella circostanza nella quale un Sensei pure molto esperto e tendenzialmente gentile, ma altrettanto "old style", stava mettendo in guardia gli astanti su cosa potrebbe succedere ad un uke che resiste alla tecnica (pure se io non stavo proprio resistendo un kakkyo!).

Questo incidente non mi ha impedito di avere un rapporto sereno con il Maestro succitato, ma adesso col piffero che gli presterei un polso, dopo la cura e la sensibilità che mi ha mostrato in passato.

L'uke che resiste va "punito"?

Domanda aperta: ma lui lo sa che sta resistendo, vuole fare ostruzione deliberata oppure la paura stessa di farsi male lo fa irrigidire?

Perché se la paura lo fa irrigidire, ed il Sensei lo punisce facendogli male perché si irrigidisce... ci troviamo in un vero e proprio corto-circuito... che porta all'escalation del conflitto, dei polsi rotti e dei vaffanculo facili.

Ma "in Aikido il Sensei ha sempre ragione"... FALSO!

L'Insegnate ha un mare di responsabilità nei confronti delle persone che si sono affidare a lui/lei, ed usare la propria posizione e ruolo per ingerire verso terzi è una pratica piuttosto infame, dal mio punto di vista.

E il dolore fisico non è l'unico modo nel quale si ha la possibilità di "punire" con l'Aikido: ho sentito di persone a cui è stato impedito di fare gli esami perché non avevano partecipato a questo o quel seminar... persone alle quali è stato negato un avanzamento di grado poiché il loro comportamento non era stato gradito dal proprio Sensei...

Capite: non perché non si impegnavano o non erano abili a sufficienza... ma poiché NON avevano assecondato in tutto e per tutto le aspettative del proprio Insegnante.

Io stesso sono stato estromesso dall'Associazione alla quale un tempo appartenevo perché mi ero permesso di frequentare un Insegnante al tempo "non gradito" al maestro Guru che decideva cosa fosse giusto e cosa no.

Come le potremmo chiamare queste cose... "Punizione"? "Rifiuto ad innocenti proposte di schiavitù"?

"Non è colpa mia se ti sei trovato in un vicolo cieco... infondo, se avessi accondisceso le mie sacre volontà senza fiatare, tutto ciò non sarebbe accaduto".

Ecco, se credete che queste dinamiche appartengano solo ad un lontano passato, vi sbagliate: il mondo dell'Aikido pullula ancora di soprusi e ricatti di ogni genere... di "punizioni" inflitte da persone che si credono sagge e super partes a soggetti ritenuti spregevoli e che quindi si meritano di riceverle... a detta esclusiva dei "punitori", ovviamente. Judge Dredd, insomma: "la legge sono io".

Ma siamo sicuri che - anche nel migliore dei casi - l'Aikido sia una disciplina che contempli la "punizione" fra i suoi principi?

Un ultima casistica interessante, che da Insegnate vedo abbastanza comune: la punizione che si trasforma in ricatto.

Solo nella mia esperienza, sono già qualche decina i genitori che minacciano i figli di "togliere loro l'Aikido" se non vanno bene a scuola o se non si mostrano particolarmente ubbidienti.

Presto detto il motivo per il quale lo fanno: percepiscono che il bambino/a o ragazzi/a ci tiene particolarmente a seguire il corso... e quindi usano questa passione come braccio di leva per ottenere ciò che sembra loro opportuno... solo che lo fanno tramite il ricatto.

Se il figlio non va bene a scuola o non ascolta a casa, non credo proprio che la responsabilità sia da attribuire ad un corso bisettimanale di Aikido: quello al massimo è un setting che insegna loro valori, etica, disciplina, e modalità relazionali sane.

E cosa fanno questi luminari dell'educazione?

Minacciano i propri ragazzi di sottrarli ad un simile contesto se non si mostrano docili alle loro richieste: capite il paradossale auto-goal?

"Maestro, ma non saprei come altro fare... non mi ascolta più!" Ecco, chiediti come mai che hai perso la credibilità nel confronti di tuo/a figlio/a, al massimo.

La nostra società investe ancora molto nel "gioco del bastone e della carota", del premio e della punizione come strumenti per giungere ai suoi fini, ma credo che l'Aikido dia una valida alternativa di qualità a tutto ciò... sempre che non finisca lui stesso invischiato in queste stesse dinamiche.

C'è però qualcosa di più e di meglio di imporre... ovvero imparare ad assumerci le nostre responsabilità: questo in un colpo solo rende ciascuno libero dall'essere succube di qualcun altro e costruisce il tessuto di una società nella quale vale la pena vivere.

Anziché agire punendo, si può agire "descrivendo" con le proprie decisioni il contesto nel quale ci troviamo. Quindi quando un ragazzo usa male il jo o il bokken che gli affido, non glielo tolgo per punirlo... ma perché diventa un pericolo per se stesso e per i suoi compagni.

Capito questo, lui si può riabilitare quando vuole nel loro utilizzo, se mostra di avere compreso il messaggio: nessuna svalutazione, nessuna imposizione... solo l'essere messo dinnanzi alle conseguenze delle proprie azioni in modo semplice e diretto.

Un praticante, specie se esperto o (peggio ancora) un Insegnate, mostra di valere veramente poco se crede di ottenere rispetto incutendo paura al prossimo, facendo leva sulla sua posizione e/o rango.
Il rispetto non può essere imposto: è un sentimento spontaneo di ritorno, legato alla coerenza che ci si trova dinnanzi. Per questo affermo che la natura della coercizione è opposta ai principi stessi della disciplina che pratichiamo.

Marco Rubatto





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