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lunedì 28 settembre 2026

Il 8º kumijo... e le cose raccontate al contrario

Nell'approdare allo studio dell'8º kumijo, ne approfittiamo per fare qualche ragionamento fuori dagli schemi più ordinari...

L'ottavo kumijo è semplice ma non facile, pochi attimi e c'è un uchijo che vola via!

Ecco la sinossi dei movimenti:

1A - uchi jo: prende l'iniziativa ed esegue uno gyaku yokomen uchi jodan (fendente sul lato opposto, a livello alto) a partire dalla guardia di tsuki sinistra;

1B1 - uke jo: nella prima  metà del movimento del compagno, ukejo esegue un affondo tsuki all'altezza del cuore, ma senza caricare il jo prima di lanciarlo (estende lo tsuki dalla posizione di tsuki kamae hidari nella quale si trova);

1B2 - uke jo: nella seconda metà del movimento del compagno, si sposta dalla linea di attacco di quest'ultimo (muovendo prima la gamba destra e quindi la sinistra) ed esegue un secondo affondo, sempre all'altezza del cuore, questa volta arrivandoci da sopra le braccia di uchijo;

1B3 - ukejo: incastra la punta del suo jo fra le mani del compagno ed utilizza un movimento d'anca per proiettarlo davanti a sé, sulla destra; uchijo farà una proiezione identica a quella già esaminata nel 6º kumijo (recensito QUI) o in kotegaeshi.

Da questa descrizione, sembra che faccia quasi tutto ukejo, ma con il seguente video sarò tutto più chiaro...



Come tuto il restante bukiwaza esaminato fino ad ora, avremo variazioni dell'8º kumijo (henka)...


E concatenazioni dell'8º kumijo (renraku/kanren)...


E già ci sarebbe parecchio da studiare per arrivare fino a qui; ora però ci addentriamo nelle considerazioni "untold" sul bukiwaza di Iwama.

Saito Sensei in primis, e tutti i suoi deshi principali poi, hanno tramandato un metodo, una didattica specifica: si parte dagli esercizi di base... e quindi si arriva con il tempo a quelli più avanzati; dal punto di vista dell'apprendimento, forse è una delle metodologie più chiare e complete fra quelle al momento disponibili sulla piazza!

Secondo questa metodologia, l'ordine di studio dell'Aiki ken e quello dell'Aiki jo sono molto simili e prevedono...

Aiki ken

(7) suburi -> (4) ken awase -> (5) kumitachi + (1) kimusubi no tachi -> (∞) henka no tachi

Aiki jo

(20) suburi -> (3) jo kata -> (7) jo awase -> (10) kumijo -> (∞) henka no jo

Con questo patrimonio tecnico ben chiaro, diventa possibile affrontare la pratica più avanzata di tutte, ovvero (7) ken tai jo.

Questo è esattamente l'ordine con il quale io studiai queste forme a tempo debito... e devo dire che la metodicità con me ha funzionato.

Poi però, durante la pandemia - con molto tempo a disposizione per fare ricerca - mi ricordai di una serie di 10 ken tai jo, chiamati "furui", ovvero "antichi/desueti"... che mi era stata mostrata per la prima volta da Bill Witt Shihan, durante un Seminar Nazionale FIJLKAM presso il Centro Olimpico, credo intorno al 2010-2011...

E, grazie al prezioso aiuto di Ethan Weisgard Sensei di Copenhagen, sono riuscito a rimettere insieme tutto in modo abbastanza organico, solo che a quel punto ho notato qualcosa che mi ha colpito e sorpreso NON poco: infatti il 6º esercizio della serie è - più o meno - ciò che viene rappresentato nel video seguente...

Notato niente?

Si tratta proprio dello STESSO pattern presente nell'8º kumijo, questa volta eseguito con uchitachi armato di bokken, anziché uchijo che brandisce un jo... ma per ukejo non cambia assolutamente NULLA!

So di certo che nel 1992 Saito Sensei aveva già abbandonato l'insegnamento ordinario di questi 10 ken tai jo furui, in vece dei 7 che spiegava regolarmente: alcuni suoi deshi di Iwama (fra i quali anche il mio attuale Maestro) li avevano potuti praticare, ma molto di rado, come sequenza storica speciale.

A me basta per dire che questi 10 ken tai jo furui sono venuti PRIMA del buki waza "messo in ordine" che avevo studiato io: allora questo significava che l'8º kumijo non nasceva come tale, ma come "riformulazione" in chiave Aiki jo del 6º ken tai jo furui!

Stai a vedere che il Fondatore partì a studiare dal livello più "complicato", ovvero proprio quello di ken tai jo... e che da questo livello deriva tutto il resto?!

La curiosità è stata subito forte e quello che ho compreso successivamente non ha fatto altro che confermare questa mia supposizione: anche il 9º kumijo non è altro che una riproposizione del 4º ken tai jo furui.. oppure il 10º kumijo è molto molto simile al 9º ken tai jo furui, ad esempio.

Quasi tutto il bukiwaza odierno può essere ritrovato in nuce in questa serie desueta di esercizi di spada contro jo... Li esamineremo con cura, insieme a tutte le similitudini che ne derivano forse più avanti: per ora ci basti riflettere sul fatto che a noi è giunta una didattica "ordinata" e comprensibile, ma ai tempi di O' Sensei lo studio doveva essere molto differente, ed anche molto più complicato!

Si partiva dall'essenziale, che è semplice... ma tutt'altro che facile. Noi ora partiamo dal semplificare il più possibile, c'è una bella differenza.

Nessuno credo volesse mentirci nel raccontare la favoletta del "ken tai jo" per ultimo, anziché per primo: si voleva forse utilizzare un criterio didattico/pedagogico, e non quello cronologico.

Pochi di noi si rendono conto della fortuna di studiare OGGI una disciplina, dopo che questa è stata sistematizzata, standardizzata, didatticizzata... un tempo tutte queste cose non esistevano, quindi era necessario mettere in campo altre risorse.

Ad esempio adattabilità, duttilità, coraggio di faticare parecchio... Ma ne riparleremo prossimamente su questo Blog, ora tutti a studiare i kumijo!


Marco Rubatto




lunedì 21 settembre 2026

Iwamista si... ma solo fino ad un certo punto

Il nostro esimio Ministro degli Esteri, Antonio Tajani, spesso ne spara di veramente grosse ed io sono stato ispirato dall'ormai celebre: "Il diritto internazionale è importante, ma fino a un certo punto"... per trovare un titolo azzeccato a questo Post.

Infatti, pur senza intenzione di offendere nessuno, volevo mettere in evidenza che distanza considerevole talvolta si nota fra chi dice di praticare il cosiddetto "Aikido tradizionale" e le azioni che compie (o non compie) in concreto sul tatami.

Uno iato spesso più considerevole del previsto, forse anche dovuto al fatto che talvolta ci si riempie la bocca di termini conosciuti solo in parte... e si finisce per militare in una "scuderia" della quale ci piace il nome, o nella quale c'è anche il nostro amico o Maestro.

Innanzi tutto, lo specificare che ci dovrebbe essere un "Aikido tradizionale" parte forse dalla necessità di alcuni di prendere distanza da come questa disciplina spesso è praticata in giro attualmente: se l'Aikido fosse una ricetta del pesto, allora "quello tradizionale" sarebbe forse quello fatto rigorosamente nel pestello, con foglie di basilico ligure e pinoli... giusto per creare un'etichetta che distingua da tutte le altre forme di pesto (o di Aikido) che si trovano in giro (quello senza aglio, quello coi pistacchi, quello con i pomodorini secchi, etc...). É una forma di branding o di rebranding.

C'è quindi una parte di praticanti - non considerevole, ma comunque significativa - che vuole chiamarsi fuori da ciò che più si vede in giro e rivendicare una sua forma più autentica ed - appunto - tradizionale... come per dire: "Guarda che noi siamo quelli che fanno le cose come si facevano una volta!".

Ciò è più che legittimo, e per una quindicina di anni sono stato il primo a farlo con una certa convinzione... salvo però poi nei seguenti vent'anni comprendere meglio COSA significhi sul serio praticare in modo "tradizionale". Inizialmente pensavo fosse qualcosa di inerente ad uno stile specifico di Aikido, ad una didattica... ho capito poi tramite l'esperienza diretta che si trattava invece molto più del "come", che del "cosa"...

Ne segue un minuscolo vademecum di distonie fra chi dichiara di praticare in modo tradizionale, salvo poi di fatto comportarsi in modo non poi così coerente con il suo dire.

I praticanti che provengono dalla metodologie didattica creata da Morihiro Saito Sensei, i cosiddetti "Iwamisti" (dal nome della località dove essa nacque) sono perlopiù le persone che si rifanno più spesso e con più insistenza ad uno studio tecnico più rigoroso, al grande valore insito nella tradizione, e alla loro necessità di rimanere ad essa più fedeli possibile.


Le lezioni iniziano quindi con un saluto shintoista, che consiste in 2 (o 4) battiti di mani e 3 inchini... si tiene un atteggiamento molto rispettoso del reishiki (le regole che regnano in un Dojo), si praticano le tecniche prima nella loro forma di base e quindi nelle eventuali forme fluide e varianti...

La pratica inizia quasi sempre con katatedori tai no henko e morotedori kokyuho... e termina quasi sempre con suwari waza ryotedori kokyuho; si da una notevole importanza fra il riai (l'armonizzazione) delle tecniche di armi e di quelle a mani nude... etc, etc, etc...

Questa è la buccia superficiale, almeno... ora diamo un occhio a cosa significasse un tempo praticare in modo tradizionale.

La maggioranza dei Maestri (reali) di Iwama Ryu che ho conosciuto hanno trascorso dai 3 ai 6 ANNI di studio in qualità di uchideshi (allievo interno) nel Dojo di O' Sensei, sotto la direzione giornaliera di Morihiro Saito Shihan; alcuni altri vi si sono recati spesso in visita, quando il loro lavoro glielo permetteva, magari soggiornando li per qualche settimana ogni anno... ma di solito ciascuno di essi ha trascorso qualche periodo come uchideshi, praticando OGNI giorno ed anche più volte al giorno; questa è la PRATICA TRADIZIONALE.

Quanti Insegnanti di Iwama Ryu attuali hanno speso parte del loro tempo di formazione presso qualche Dojo come uchideshi?
Non dico trattenendosi anni, ma almeno qualche settimana?
Chiunque - almeno sulla carta - dica di praticare in modo "tradizionale", senza però avere fatto questa esperienza, sta affermando qualcosa di ben parziale...

Quante volte alla settimana poi pratica un Aikidoka che vuole dichiarare di farlo in modo tradizionale?
C'è solo UNA risposta possibile: TUTTI i santi giorni, come un semplice sotodeshi (allievo esterno) del Dojo di Iwama... quindi non può certo dichiararlo chi si allena un paio di volte a settimana per un'ora e mezza alla volta!

"Eh, ma qui i corsi normalmente sono bisettimanali..." VERO, però ciò è incompatibile con una pratica tradizionale, agevolandone una interpretazione invece molto moderna ed occidentale... che sarà forse quella che ha preso più piede dalle nostre parti, forse l'unica possibile alle nostre latitudini (falso!) ma che non centra proprio un tubo con lo schedule che ancora oggi è possibile vivere presso un vero Dojo tradizionale (e non solo di Aikido, ma di qualsiasi forma di Budo), sia in Giappone, che in giro per il mondo... e non ce ne sono pochi luoghi così!

Il tuo Dojo offre ai suoi membri uno schedule tradizionale (lezioni quotidiane multiple) e la possibilità di ospitare allievi interni residenti (uchideshi)?
Se NO, sarà pure un luogo dove magari tecnicamente e didatticamente si studia l'Iwama Ryu, ma NON si tratta di un Dojo tradizionale di sicuro!

La tradizione prevede che ci siano keiko di prima mattina e di sera: alla mattina si fa tendenzialmente armi all'aperto, mentre di sera più taijutsu: il vostro corso di Aikido ha sia delle sessioni sia mattutine, che serali?

"Ehm, in realtà no... c'è keiko solo alla sera, perché di mattina si va a lavorare".... ed anche "il mio corso non ha uno spazio esterno per praticare armi"...

Perfetto, sono sicuro che si possa apprendere molto bene l'Aikido anche frequentando un corso solo di sera (per quanto 2 volte a settimana sia comunque abbastanza pochino), ed anche se non si ha uno spazio per allenarsi all'aperto: solo sappiate che questo mondo di fare NON risulta per nulla tradizionale, tutto qui!

Le cinture colorate NON si usano: tradizionalmente i gradi kyu hanno tutti la cintura bianca, come mai quindi che molti corsi di Iwama Ryu hanno preso la bizzarra abitudine di fornire ai loro allievi le cinture che si utilizzano nel Judo?
Comprendo ancora il caso di corsi per bambini, che devo avere un elemento visibile che connoti i loro progressi... ma gli adulti? Non volevamo essere tradizionali?

Secondo le usanze del Budo, è possibile insegnare con il grado MINIMO di 3º dan, ovvero raggiunto il titolo di [指導員]"shidoin" - che significa "Istruttore" o "Allenatore Qualificato" -. Risulta ovvio che per essere i responsabili di un vero e proprio corso, sia necessario prima avere raggiunto una certa maturità nella disciplina... non ci si può certo improvvisare.

Persino la Federazione e gli EPS italiani (che non hanno proprio nessuna ambizione di essere considerati "tradizionali"!) NON consentono ad una semplice cintura nera di insegnare in autonomia, se non a fronte di un grado dan minimo e della frequenza di alcuni corsi di specializzazione... Abitudine che mi pare più che responsabile!

Alla luce di ciò, quanti sedicenti "Maestri di Iwama Ryu" dovrebbero esserci secondo voi in Italia con il solo grado di "shodan" (1º dan)? "Nessuno", mi si potrebbe rispondere... e invece no: ce ne sono, eccome!
Anche in questo caso, tutti elementi che sposano la tradizione, fino a quando essa non impedirebbe loro di fare ciò che fanno... momento nel quale non ci sono remore ad essere molto meno tradizionalisti.

Addentriamoci ora in elementi ancora più importanti...

Il cartello qui a fianco è comparso nel Dojo di Iwama nel marzo del 1992: la celebre frase giapponese "Gambariai keiko wo kinshi shimasu" (頑張り合いの稽古を禁止します), tradotta in inglese come "Using force to stop your partner from completing the techniques is prohibited", e fu affisso per volere di Morihiro Saito Sensei.

Il testo in inglese e la grafia che si vedono nel cartello originale furono scritti da Patricia Hendricks Sensei, una delle più importanti allieve occidentali di Saito Sensei, su esplicito incarico del suo Maestro, mentre la storica fotografia in bianco e nero del cartello appeso alla parete di legno del Dojo fu scattata da Bill Essig Sensei.

L'inglese non è sicuramente una traduzione letterale, ma in italiano può essere resa con:"È vietato usare la forza per impedire al partner di completare le tecniche".

Ora ho postato questo documento storico perché chi si è allenato secondo la metodologia di Iwama per qualche tempo sa molto bene quanto sia diffusa l'abitudine di USARE LA FORZA PER IMPEDIRE AL PARTNER DI COMPLETARE LE TECNICHE!

Ebbene, signori... a quanto pare questo elemento NON ha proprio nulla a che vedere con l'allenamento tradizionale, per dichiarazione e richiesta autografa di Morihiro Saito Sensei...

Qui qualcosa di importante deve essere stato misinterpretato, almeno qui in Italia: eseguire una presa solida, infatti, non ha nulla a che vedere con un comportamento rigido o con il maldestro tentativo di impedire al partner di terminare la tecnica che sta eseguendo.

Bloccare con fermezza significa imporre una stagnazione di quel ki che dovrebbe naturalmente scorrere, quindi ha senso proporre un allenamento nel quale io possa sentire pienamente la forza fisica del mio attaccante... ma non c'è relazione con il fatto che questi debba per fare di tutto per sabotarmi. Tanto più che egli sa già cosa andrò a performare, quindi gli risulta molto semplice muoversi in modo da annullare i miei movimenti.

Io devo spostare una mano verso l'altro, lui preme verso il basso e la mano resta ferma: è una semplice risultante delle forze applicate su un punto... diverso invece e molto più utile è se uke stringe forte un punto - ma in modo neutro - ed io riesco a far muovere quel punto utilizzando l'angolo più appropriato.

Resistere NON è sinonimo di attaccare, ed uke deve fare per ruolo questa seconda cosa, evitando la prima... altrimenti si preclude la possibilità di imparare i kaeshi waza.

Un altro punto importante: è assolutamente veritiero che O' Sensei stesso considerasse FONDAMENTALE l'allenamento statico, ma è una perfida misinterpretazione che TUTTO l'allenamento di base debba essere STATICO, almeno fino al raggiungimento del 1º dan.

Questo lo sa bene chi ha frequentato stabilmente il Dojo di Iwama negli anni nei quali c'era sia il Fondatore, che Saito Sensei: gli allenamenti erano sia statici che dinamici... da subito e per TUTTI, yudansha o principianti che fossero!

Non c'è nulla nella tradizione e traduzione giapponese del termine [基本] kihon che rimandi alla staticità: i due kanji sono [基] "moto/ki" che significa "fondamento, origine" e [本] "hon" che vuol dire "principale, reale, genuino, appropriato, sapere, libro"... potremmo dire "origine del sapere", "fondamento principale".

Il kihon quindi NON si contrappone al cosiddetto ki no nagare, come molto spesso si sente dire proprio nei cosiddetti "corsi di Aikido tradizionale"... poiché è possibile praticare in modo fluido anche una tecnica di fondamento, di base... pensiamo al tai no henko, per esempio.

Non smette di essere un esercizio fondante SOLO perché lo eseguiamo in modo dinamico!

Anzi, rincaro la dose: a livello tradizionale, le tecniche si distinguono in [固体] kotai, "corpo solido", [柔体] jutai "corpo cedevole"... [流体] ryu tai, "corpo fluido" e [氣体] ki tai, "corpo energetico"...

Mi aspetto quindi che un Aikido sedicente "tradizionale" contempli TUTTI questi tipi di allenamento... e non sicuramente solo il primo: nel vostro bel Dojo tradizionale... voi praticate proprio TUTTI, TUTTI questi livelli? Vi dicono forse che non avete ancora esperienza sufficiente per farlo? Il Maestro ce l'ha almeno?

Se anche solo faceste regolarmente pratica con i primi 3 dovreste già considerarvi super fortunati!

Un ultima considerazione, che non piacerà ad alcuni: il fatto che Saito Sensei abbia votato la sua intera esistenza alla diffusione dell'Aikido in modo più tradizionale possibile NON è assolutamente sinonimo che tutti quelli che lo hanno frequentato abbiano compreso sempre tutto e nel migliore dei modi...

L'Iwama Ryu che si pratica dalle nostre parti mi pare spesso più una sorta di "museo storico" che un vero e proprio metodo d'allenamento
: pochissima capacità dinamica, scarso rilassamento, uke che cadono come gatti di piombo, leve portate inutilmente allo spasimo, abitudine diffusa ad infiggere dolore inutile, gente che ripete ore ed ore le stesse menate... con la convinzione mistica che "un giorno sarà concessa loro l'illuminazione marziale". Beh, non ci trovo proprio nulla di tradizionale in tutto ciò!

Per non dimenticarci poi che Tohei, Tada, Tamura, Kobayashi, Yamada, Yamaguchi... e molti altri - pur non risiedendo ad Iwama stabilmente - hanno sicuramente praticato Aikido in modo piuttosto "tradizionale", non tanto come indirizzo tecnico, quanto come intensità, ingaggio, ritmo e tempo trascorso sul tatami.

Ho incontrato diversi praticanti e docenti che giungevano da altri lineage rispetto a quello di Iwama che avevano piuttosto chiaro a loro volta che:

- ci si allena tutti i giorni;
- non si usano le cinture colorate;
- per insegnare è necessario raggiungere prima un grado dan minimo non banale;
- l'allenamento di base è importante;
- l'allenamento è sia statico, che dinamico;
- non serve un tubo cercare di bloccare il proprio partner con la forza muscolare;
- la pratica consiste in vari livelli, dal più materiale al più sottile,  ed è necessario fare esperienza di tutti loro!

Quindi se ci piace la tradizione è ok, ma non possiamo viverla come se fosse una pasticceria, nella quale facciamo nostri solo gli elementi che ci solleticano di più il palato... questo elemento si, quell'altro non molto, un altro ancora proprio per nulla...

A me la tradizione piace molto, perché è il lascito del passato a noi e rappresenta la staffetta che dobbiamo portare con noi nel nostro cammino, per poterla poi cedere a nostra volta alle generazioni che verranno: però la tradizione NON può e non dovrebbe diventare una gabbia o un vanto... quanto una precisa responsabilità per chiunque vi si accosti.

Spero vivamente che il rischio di venire considerati Iwamisti nella maniera in cui Tajani ha descritto il diritto internazionale vi faccia desistere dall'essere "tradizionalisti"... e vi conduca a comprendere cosa significhi realmente aderire alla tradizione, ben al di là dell'angolo che utilizzate nell'eseguire le varie tecniche.

"La tradizione è custodire il fuoco, non adorare le ceneri"
[Gustav Mahler]


Marco Rubatto








lunedì 14 settembre 2026

Aiki age & Aiki sage: il controllo dell'asse verticale di uke

A differenza di chi ancora si ostina a cesellare la propria pratica con uno stile specifico, da un pezzo è possibile lavorare su principi della disciplina che risultano applicabili in qualsiasi contesto tecnico e didattico: è il caso di Aiki age e Aiki sage... le montagne russe dell'Aikido!

Questi principi erano già studiati nel Daitō-Ryū Aikijūjutsu, dal quale l'Aikido sappiamo derivare... quindi niente di nuovo o di rivoluzionario sotto il sole, se non la nuova prospettiva nella quale possiamo rileggerli ed utilizzarli nella pratica ordinaria.

Servono entrambi a squilibrare istantaneamente l'attaccante (uke), agendo sul suo centro di gravità senza usare un eccesso di forza muscolare; esaminiamoli uno alla volta...

 [合気上げ] Aiki age: sorgere/sollevare Aiki

"Age" significa "sollevare" o "alzare", quindi questo principio consiste nel sollevare le braccia quando si viene afferrati solidamente ai polsi stando in ginocchio (seiza) o in piedi. Non si usano i bicipiti o la forza delle spalle però per farlo.

Il movimento è generato dall'asse centrale del corpo, con una rotazione interna ("ruota che gira all'indietro"). Ciò trasmette la forza direttamente attraverso i polsi di uke, sollevandone i gomiti e minando il suo radicamento a da terra, per privarlo di stabilità.

Aiki age è ben rappresentato nelle prime fasi della tecnica mostrata nel seguente video...



[合気下げ] Aiki sage: sprofondare/abbassare Aiki

"Sage" significa "abbassare" o "portare giù"; risulta il movimento complementare al precedente, nel quale le braccia scendono per proiettare o immobilizzare l'avversario. Il principio segue una rotazione in avanti ("ruota che gira in avanti"). La discesa non avviene spingendo con la forza delle braccia, ma modificando l'angolo della colonna vertebrale e lasciando cadere il peso del corpo nel proprio baricentro (spostando il peso in avanti e verso il basso).

La traiettoria corretta porta uke a crollare dietro i propri piedi o a subire un collasso strutturale delle articolazioni... in qualche modo egli si sente "schiacciato a terra".

Aiki sage è ben rappresentato nella tecnica contenuta nel seguente video...


Perché questi elementi risultano fondamentali?

Si comprende bene dalla pratica che tutte le centinaia di tecniche esistenti sono semplici combinazioni lineari di questi due vettori fondamentali di energia. Più che strategie di combattimento, sono studi per sviluppare la "forza interna" (kokyu ho o Aiki inryoku) e la gestione del baricentro.

Quando uke ci attacca, le traiettorie di evasione possono essere le più disparate, ma la nostra azione su di esso o gli fa alzare il baricentro, rendendolo quindi più mobile ed instabile... oppure gli indirizza il baricentro verso terra, rendendolo quindi più stabile e meno mobile.

Entrambe le condizioni hanno pregi da poter utilizzare: se la sua instabilità aumenta (Aiki age), è più semplice sbilanciarlo con l'azione successiva; se la sua stabilità aumenta (Aiki sage), diminuisce la sua mobilità rispetto alla nostra, quindi sarà più facile proseguire con l'azione dinamica, qualsiasi essa sia.

Da qui realizziamo un principio importante della pratica: l'altezza del baricentro di uke non deve essere uguale a quella del nostro stesso baricentro durante un'azione, ed Aiki age è lo strumento per farglielo alzare, mentre Aiki sage è quello per farglielo abbassare.

Paradossale vero che la disciplina che fa di tutto per cercare di stare allo stesso livello del proprio assalitore (filosoficamente parlando).. di fatto richieda che fisicamente i baricentri non stiano allo stesso livello, una volta che il contatto si è stabilito?

Ora la cosa complessa NON è comprendere la dinamica di Aiki age ed Aiki sage, ma è REALIZZARLA!

All'inizio c'è inevitabilmente la tendenza ad un eccessivo utilizzo della forza fisica, facendo lavorare le braccia al posto del proprio centro addominale.

I due principi sopra esposti - infatti - richiedono un significativo livello di integrazione del proprio movimento corporeo con l'hara, e questa è una dinamica non così semplice da replicare per un principiante.

Padroneggiare questi due principi richiede una certa esperienza di auto-percezione e connessione con i propri compagni di pratica. In ogni caso, svelato ora l'arcano, vi invito ad osservare la naturalezza ed il poco sforzo fisico che utilizza un esperto per dirigere in alto o in basso il baricentro del partner durante qualsiasi azione tecnica.

Una volta resi consapevoli di questi principi, il vostro Aikido svolterà qualitativamente in modo notevole, ma non voglio convincere nessuno... Provate voi stessi, ovviamente sotto la supervisione di un Insegnante qualificato.


Marco Rubatto








lunedì 15 giugno 2026

Il 7º kumijo... la contestualizzazione e le spiegazioni che non si danno

Nel proseguire con la nostra disamina dei kumijo codificati, quest'oggi è il turno del 7º esercizio.

Non si tratta di una sequenza particolarmente complicata, ma racchiude alcuni punti importanti da esaminare, che la dicono lunga sulla differenza che passa dalla didattica giapponese a quelle che spesso utilizziamo dalle nostre parti.

Innanzi tutto, la sinossi dei movimenti...

1A - uchi jo: prende l'iniziativa ed esegue uno gyaku yokomen uchi gedan (fendente sul lato opposto, a livello basso, in altri contesti anche chiamato "hiza giri") a partire dalla guardia di tsuki sinistra verso il ginocchio sinistro di uke jo;

1B - uke jo: esegue una parata gedan, facendo un passo indietro sul sei chu sen (la linea dell'attacco del compagno).


2A - uchi jo: attacca con uno tsuki chudan (colpo diretto di punta, a livello medio) a partire dalla guardia destra, verso l'addome di uke jo;

2B - uke jo: esegue una parata, che la forma codificata prevede venga fatta con un leggero avvicinamento (tsugi ashi in avanti), con la guardia destra.


3A - uchi jo: attacca con uno gyaku yokomenuchi jodan (fendente sul lato opposto, a livello alto), assumendo la guardia sinistra;

3B - uke jo: esegue un avanzamento molto ampio, che gli consente di agganciare il ginocchio destro del partner e di proiettarlo a terra.


Ecco il video che riproduce la sequenza...


Iniziamo a notare alcuni elementi semplici: uchijo fa 3 attacchi sequenziali, il 1º a livello basso (migi hanmi), il 2º ad altezza media (migi hanmi) ed il 3º alto (hidari hanmi); ukejo para i primi due e sul 3º entra e proietta: questo significa che NON è possibile fare kaeshi waza durante questo esercizio, se ogni movimento è eseguito correttamente, poiché ukejo non attacca mai.

Secondo punto importante: dopo avere eseguito 2A, uchijo ha bisogno di una distanza minima per poter sferrare l'attacco 3A alla tempia destra del suo compagno; se ukejo compie un avvicinamento troppo grande durante il movimento 2B... il 3A diventa insensato.

Per questa ragione, nonostante la forma preveda che ukejo accorci il maai durante il movimento 2B, è consentito lasciarlo inalterato (parare sul posto), o - addirittura - aumentare la distanza (parare arretrando)... purché il movimento 3A possa essere ancora eseguibile con un senso compiuto, anche se quel colpo non arriverà mai sulla tempia destra di ukejo.

Questo ci porta alla prima delle considerazioni importanti: la forma codificata va studiata in un modo prestabilito, ed il katageiko è proprio questo modo di stabilire come i movimenti vadano eseguiti... tuttavia essi devono - anche e soprattutto - risultare viatico di alcuni principi, senza i quali ha poco senso muoversi secondo il katageiko.

Ogni esercizio, alla fine, risulta situazionale: se ukejo entra un botto sia nel movimento 1A, che nel movimento 2A... facilmente ukejo NON riuscirà ad avvicinarsi ad esso nel movimento 2B (come sarebbe previsto), ma dovrà AGGIUSTARE la distanza, così che il rapporto fra i due praticanti continui a risultare interessante e sensato.

Il katageiko quindi è quello schema da seguire fino a quando ha un senso farlo, ed è proprio qui che entra in gioco l'esperienza di un praticante: un principiante esegue i movimenti che gli vengono mostrati ma NON ha gli strumenti adatti per comprendere se essi sono sensati in TUTTI i contesti che si andranno a vivere sul tatami.

Non può che ripetere e fidarsi del proprio Sensei: questi invece sta giocando una partita differente... ovvero sta modificando in continuazione la forma alla situazione che vive, il che vuol, dire non farà mai un kumijo esattamente uguale al precedente o al successivo, e tutti loro avranno valore e significato proprio per QUESTO!

Il "copia & incolla", in Aikido funziona poco (e talvolta male): bisogna partire magari da questo, ma è necessario al più presto comprendere cosa sta DIETRO la ripetizione di una forma, che non è mai qualcosa di fisso o stabilito una volta per tutte.

Ultima considerazione, a mio avviso molto importante: ora vi riporto 2 video con l'esecuzione di Saito Sensei del 7º kumijo. Il primo si riferisce ad uno stage in Francia del 1989...

Il Secondo, invece, è un vecchio filmato girato nel Dojo di Iwama nel 1972...



Avete notato nulla di strano?

Stesso Insegnante, stesso esercizio... 2 finali completamente differenti: il primo (come ho spiegato poco sopra) con una proiezione al ginocchio, il secondo con una proiezione eseguita sulle braccia di uchijo.

Come mai? A che cosa è dovuta questa differenza?

Non so rispondervi, ma è palese come la forma del 7º kumijo sia cambiata negli anni!

E non è qualcosa di accaduto SOLO a questo esercizio: negli anni abbiamo avuto modifiche al 2º, al 3º, al 7º kumijo... ed anche al 6º ed al 7º ken tai jo.

Quasi mai qualcuno è venuto a spiegarci COME MAI queste variazioni siano avvenute, tranne nei casi in cui esplicitamente è stato dichiarato che esse fossero dovute all'attenzione a ridurre gli incidenti durante la pratica (poiché la forma precedente a quanto pare ne era riuscita a causare tanti da cercare una forma alternativa più sicura).

E Saito Sensei è famoso in tutto il mondo per essere colui che ha preservato forse con più cura il repertorio tecnico del Fondatore: ma quindi uno che si era ripromesso di non cambiare nemmeno una virgola invece poi lo ha fatto?!

I cambiamenti sono innegabili, e dirò di più: attualmente suo figlio Hitoira Saito Sensei, che dichiara anche con il nome della sua Associazione (Iwama Shin Shi Aiki Shuren Kai) di voler ricercare proprio quella tradizione già tenuta cara da suo padre Morihiro... ha fatto a sua volta un botto di cambiamenti anche rispetto a quest'ultimo, questo è proprio più che evidente. Ho praticato alcuni anni con lui e mi sono accorto di persona di parecchie differenze tecniche.

Ma allora sti cambiamenti possono avvenire, oppure no?

AVVENGONO, punto... ma il motivo è differente rispetto a quello che può balzare nella mente di un occidentale poco impegnato nella disciplina. Io non insegno Aikido come lo insegnavo 10 anni fa... e 10 anni fa non lo insegnavo come lo avrei fatto 10 anni prima ancora: ogni Insegnante cerca in continuazione nuove strategie per migliorare sia ciò che propone, sia per facilitare la comprensione di chi ha davanti.

Se in un Seminar di Aikido capito in un gruppo che non ha mai tenuto il jo in mano... mi accontenterò forse di presentare loro i primi 5 suburi, in modo lento, più chiaro possibile. Al gruppo degli adolescenti talvolta "semplifico" i suburi stessi, pretendendo una forma molto meno dettagliata e precisa rispetto a quella che richiedo agli adulti. Ma non sto cambiando proprio niente, sto contestualizzando ciò che faccio!

Se ai miei ragazzi faccio una Special Class riservata agli yudansha (cinture nere), magari mostro 15 variazioni del 7º kumijo, e che comprendono sia la versione del 1972, sia quella del 1989... ed anche altre 13 che non compaiono in nessun video di Saito Sensei, ma che possono tranquillamente avere un senso per loro.

Ciò che quindi un principiante (o un Aikidoka disimpegnato) percepisce come "variazione" in realtà non è altro che uno degli innumerevoli modi che si hanno per fare una certa cosa, che però dipende anche dalla "bravura" o dalle capacità ricettive di chi ha di fronte il Sensei che spiega. Se ogni forma adottata contiene un principio, allora è degna di esistere... altrimenti è solo fuffa per allungare la brodaglia da propinare agli allievi, per avere ancora qualcosa da dare loro, prorogando la loro dipendenza dal proprio Insegnante.

Dal mio punto di vista, quindi, non è assolutamente scandaloso che Saito Morihiro Sensei o Saito Hitoira Sensei - ad un certo punto - abbiano deciso di insegnare versioni differenti dei loro esercizi, rispetto a quelli che avevano adottato fino ad un certo tempo: tutti contengono principi più che validi, quindi esistono tutte quelle differenti forme, hanno senso tutte, bisognerebbe studiarle e conoscere tutte... poi se ti alleni 3 volte al mese è già tanto che ti ricordi una cosa e che non fai tu un minestrone senza senso con tutto il resto.

La didattica è un'evoluzione continua, quindi se capitate da quelli che ti dicono che fanno SOLO ciò che faceva O' Sensei sappiate che si potrebbe trattare di qualcuno vi sta prendendo in giro (e prima ancora sta prendendo in giro se stesso), poiché il Fondatore è evoluto in continuazione per tutta la sua carriera marziale, ed è più che normale quindi che a chiunque di noi accada più o meno la stesa cosa!

A questo proposito, vi elenco nel prossimo video ALCUNE delle variazioni possibili al 7º kumijo, senza avere alcuna pretesa di essere esaustivo (ma se già uno si studiasse queste, sarebbe ben al di sopra della preparazione media delle persone che normalmente incontro!)



In fine abbiamo TUTTE le connessioni che si possono avere con i 9 kumijo che restano: anche questi esercizi "non sono canonici", nel senso che non ho mai visto Saito Sensei farli, ma vi invito a provare ad esercitarli e poi magari in seguito buttarli nella pattumiera... poiché sarebbe fin troppo semplice non fare una cosa solo perché il tal Maestro non la faceva: mi suona come una scusa per non mettersi mai in discussione ed in difficoltà, cosa invece nella quale un Aikidoka dovrebbe eccellere!



Marco Rubatto






lunedì 18 maggio 2026

[三の組] San no tachi: la semplicità difficile

Nello studio dei kumitachi siamo giunti al 3º esercizio, ovvero a [三の組] san no tachi... che risulta anche essere il più breve di tutti gli altri.

Tuttavia, in soli 2 passaggi è racchiuso molto di ciò che c'è da sapere rispetto al rapporto di due fendenti, in merito a [間合] "maai" (distanze e timing).

Come al solito, prima una sinossi di quanto avviene...

1A1 - uke tachi: ha intenzione di attaccare entrando, e per fare ciò ha la necessità di aprire l'arma del partner tramite un maki otoshi, un movimento in grado di spostare il bokken avversario, senza perdere il centro di uchi tachi;

1B - uchi tachi: utilizza l'energia ricevuta dal maki otoshi e la utilizza per eseguire kiri kaeshi, un taglio di risposta, che lo fa avanzare dalla guardia destra a quella sinistra, sferrano gyaku yokomenuchi; la ricezione si trasforma nel 1º attacco;

1A2 - uke tachi: dalla sua volontà iniziare di avanzare per colpire, è costretto ad indietreggiare parando, e passando anch'egli dalla guardia destra a quella sinistra; l'intenzione di attacco si trasforma nella ricezione del 1º attacco;

2A - uchi tachi: coglie l'iniziativa di attaccare con un ulteriore gyaku yokomenuchi la tempia sinistra del partner, eseguendo quindi il 2º attacco, e passando dalla guardia sinistra a quella destra;

2B - uke tachi: riceve anche il secondo fendente, passando anch'egli dalla guardia sinistra a quella destra, ma accorciando il maai e chiudendo così lo scontro, prendendo il centro del partner ed impedendogli di continuare con ulteriori azioni.

Di per se ci troviamo davanti ad un esercizio piuttosto semplice, una frazione di go no awase, se non fosse per l'inizio concitato, con inversione delle intenzioni dei praticanti. Ecco un video che vi mostra l'esercizio...


Però questa sequenza risulta particolarmente importante, poiché racchiude la maggior parte di elementi da comprendere relativi a due fendenti che si incontrano (e in Aikido non si scontrano): il primo elemento è quello di riuscire a deflettere la punta del bokken avversario, mantenendo il centro di quest'ultimo.

Questo punto si sviluppa tramite l'assunzione consapevole della posizione di hanmi, che consente di utilizzare le proprie anche come la tsuba (il guardiamano) della spada; nella pratica preferiamo una postura [三角体 ] sankaku tai (corpo triangolare), anziché una frontale.

Si tratta di un principio piuttosto importante, che si ritrova in ogni elemento del bukiwaza e del taijutsu.

Il secondo punto notevole è quello di apprendere da parte di uke tachi come parare "tagliando con le anche", anziché limitarsi a farlo con le braccia.

Di sicuro la parte più visibile di un taglio si esegue con le articolazioni che sorreggono la spada... tuttavia man mano che la pratica diventa più matura, le differenze vengono realizzate con micro-movimenti: nella fattispecie, si impara a far partire OGNI azione da un movimento dell'hara (ovvero da una rotazione delle anche).

Ciò implica, mentre si fa un passo indietro, utilizzare le gambe in un ordine specifico... che non è quello che viene più semplice ai neofiti...

Se siamo con la gamba destra avanti, essa dovrà fare un passo indietro, ma la gamba sinistra sarà l'ultima a muoversi, mentre le anche ruotano verso la propria destra; se siamo con la gamba sinistra avanti, questa dovrà fare un passo indietro, ma la gamba destra sarà l'ultima a muoversi, mentre le anche ruotano verso la propria sinistra.

Circa il 95% dei praticanti utilizza le gambe (e quindi le anche) esattamente al contrario... Ma fior fiore di 6º e 7º dan inclusi intendo... magari anche avanzati nei gradi, ma "diversamente neofiti" nello studio di alcune biomeccaniche piuttosto importanti.

Otre a questi punti fondamentali, questo esercizio presenta sia l'attacco, che la ricezione di fendenti in entrambe le guardie... e ciò lo porta ad essere il ricettacolo ideale di TUTTE le variazioni che possono essere create da queste tipologie di azione.

Gli henka no tachi (le variazioni della spada) sono descritti in questo video...


Al solito possiamo anche dilettarci a connettere questo kumi tachi con tutti gli altri, esattamente come abbiamo fatto con quelli che abbiamo sin ora descritto; ecco il video che mostra le connessioni...



A conclusione di questa esplorazione di san no tachi posso concludere che non tutte gli scambi veloci e brevi dovrebbero essere etichettati come qualcosa di meno importante, rispetto alle sequenze più lunghe e complesse: i principi sono semplici per loro stessa natura, anche quando è complicata la loro applicazione.

Nella Scuola dalla quale provengo - l'Iwama Ryu - si fa continuamente menzione dell'importanza dei "mattoni di base", sui quali si costruisce tutto l'Aikido (sia il taijutsu, che il buki waza): la conoscenza formale e le costruzioni tecniche risultano impalcature importantissime per la costruzione (prima) e la manifestazione (poi) di questi principi.

Ancora una volta sono testimone del fatto che essi sono INDIPENDENTI dagli aspetti meramente tecnici, che risultano "scatole" delle quali rappresentare il "contenuto"; tuttavia da qualche parte è necessario iniziare la formazione del propio alfabeto marziale, e devo ammettere che san no tachi rappresenta un elemento cardine, sia per la sua semplicità (che non è sinonimo di facilità), che per la sua completezza.

Marco Rubatto