lunedì 22 maggio 2017

Aikido: la calligrafia di corpo, mente e spirito


Sapete bene che la calligrafia di ciascuno di noi è una sorta di "impronta digitale" del nostro carattere, di chi siamo, di come percepiamo il mondo e ci comportiamo in esso...

... il modo in cui verghiamo un foglio di carta con l'inchiostro è funzione di come muoviamo le nostre mani, nello spazio e nel tempo, a contatto con una superficie che ci oppone una certa resistenza: in ciò assume una certa importanza anche l'energia che mettiamo nello scrivere.

Uno scarabocchio su carta quindi racchiude il nostro modo di integrare lo spazio, il tempo e l'energia... quando siamo lasciati di fronte ad uno spazio bianco vuoto da riempire.

Non è molto differente la sensazione di muovere il corpo in uno spazio vuoto - il Dojo -, a contatto con una superficie semirigida - il tatami -... sul quale ci spostiamo in modo più o meno armonico con coloro che lo occupano insieme a noi.

Questa volta però la prova di calligrafia avviene in presenza del nostro peggior nemico - noi stessi - che viene rappresentato e specchiato dagli attacchi di uke.

L'Aikido può essere tante cose, lo abbiamo detto più volte... oggi vorremmo "leggerlo" come una ricca possibilità calligrafica di noi stessi, in un contesto molto particolare ed interessante: il conflitto.

Come ci muoviamo in presenza di pressione e di conflitto?!

In modo rilassato, curvilineo e sinuoso... o in modo teso, stentato, spigoloso e strattonato?

Il modo in cui ci muoviamo parla di noi: questo è poco ma sicuro, noi sul tatami siamo lo shodō di noi stessi.

Tutto ciò però risulta particolarmente fastidioso nel momento in cui realizziamo che le nostre manifestazione cinestesiche non sono così armoniche o aggraziate come vorremmo.

Cosa possiamo fare a questo punto?
Non muoverci più... smettere di manifestarci... così che nessuno si accorga di quanto sia poco fluida la nostra calligrafia fisica, mentale, emotiva e spirituale.

Se scegliamo di scrivere sul foglio del conflitto, dovremmo avere chiaro che non sarà facile così come farlo su un block notes accanto ad un rilassante paesaggio naturale: siamo in un luogo in cui si combatte... e di solito il conflitto tira fuori il PEGGIO di noi stessi, non trovate?

lo shodō, su carta così come mentre ci muoviamo, ha una caratteristica particolarissima: non può più essere corretto... è quindi come una sorta di tatuaggio indelebile, ossia ci prendiamo le cose per come ci sono uscite, senza avere la possibilità di ritornarci sopra.

Possiamo rifarle, certo... ma sarà un nuovo inedito atto, non una compensazione di quello precedente, a sua volta unico ed irripetibile come tutti quelli che lo hanno preceduto e che lo seguiranno!

Non è diverso in Aikido, lo sappiamo bene: proviamo una tecnica e magari non ci viene molto bene... la riproviamo e potrebbe migliorare un po'... ma allora subito ci chiediamo, se per sfortuna dovessimo applicarla per salvarci la vita, come verrebbe?

Sarebbe il caso di quella buona o di uno dei tanti movimenti da scartare?
Già, perché di vita ne abbiamo solo UNA, non è che possiamo tanto andare dal nostro aggressore a chiedergli di ri-attaccare meglio o come vogliamo noi per fare più bella figura: o ci siamo e ce la facciamo... o finisce li!

"One Shot One Kill"... oppure nulla.

Ma sappiamo bene quanto noi tutti vorremmo avere sempre una seconda (una terza, una quarta...) chance: nell'espressione del corpo leggiamo i nostri limiti, spesso non li accettiamo e cerchiamo una nuova espressione che sia meno viziata da essi rispetto ai precedenti.

Stiamo facendo prove di "bella calligrafia" psicofisica insomma!

A forza di reiterare questo tentativo di miglioria, c'è poi gente (Aikidoka) che inizia a scrivere per il solo gusto di scrivere bene, per il puro gusto estetico... ma rischiando di non avere più nulla di importante da dire.

Si riprova quindi un kata all'infinito, per affinarlo, migliorarlo, far si che risulti esattamente il movimento che ci aspettiamo, ma senza chiederci più se per noi veicola un significato importante o sia espressione visibile di una parte profonda di noi stessi.

C'è gente che fugge davanti alla propria immagine riflessa allo specchio, poiché non si piace, non si accetta così per come è... ma c'è anche chi ne resta così tanto affascinata da rimanerne incantato, come Narciso dinnanzi alla propria immagine riflessa nell'acqua.

Sei i primi scappano, difficilmente utilizzeranno le proprie manifestazioni per migliorarsi: prenderanno semplicemente più distanza possibile da tutti quei movimenti che mostrano il loro modo di interagire con se stessi.

Se i secondi si innamorano della propria immagine riflessa nello specchio del movimento cinestesico... beh, serve che ricordiamo che fine fece Narciso nel mito? E il mito ha sempre l'abitudine di parlarci di qualcosa di vero...

Esaminiamo quindi il nostro movimento, il nostro modo di muoverci sotto attacco, sotto stress, sotto pressione psicologica e fisica dell'avversario: è uno specchio così potente che è difficile più farne buon uso che cadere nella paura o nella mania per esso.

Come al solito, gli Aikidoka hanno una grande fortuna dalla loro, sta solo loro accorgersene e non banalizzarla, mistificarla o svalutarla con il proprio comportamento.

L'Aikido ci specchiare per intero: forse c'è ancora così tanta conflittualità nel suo mondo, perché essa è molto presente in ciascuno di noi!


lunedì 15 maggio 2017

L'Aikidoka Medio: senza humor, non si gioisce della vita

Vi abbiamo già parlato di quanto sia importante la capacità di non prendersi troppo sul serio... e di farlo anche in Aikido (se ve lo siete persi, trovate QUI l'articolo).

Quest'oggi, vogliamo rendere tributo al geniale e grande lavoro di Sara ed Andrea, due Aikidoka del nostro Dojo che stanno creando una vera e propria "saga" a puntate, che si occupa di esaminare i luoghi comuni dell'Aikido in chiave spiritosa, ludica, comica... e, perché no, talvolta pure dissacrante e demenziale: l'hanno chiamata "L'Aikidoka Medio", aprendo un canale YouTube ad essa dedicato.

Ecco di cosa si tratta!

Con l'irriverente apertura presa dalla colonna sonora di Hokuto no Ken (Ken il Guerriero), l'Aikidoka Medio esordisce a tavola di casa sua chiedendosi quali siano i segreti per nutrirsi, se al contempo chi pratica Aikido debba sempre tenere una certa "estensione" del movimento...





Nella seconda puntata, l'Aikidoka Medio cerca di inficiare una bella giornata di sci montano con la famiglia... per mezzo di uno shihonage fuori contesto, eccolo a voi!





Quindi l'Aikidoka Medio affronta una impegnativa trasferta in Svizzera (nella quale diventa "AiCHidoka Medio"!) cercando di far assumere un hanmi corretto a Freddie Mercury, ma sembra senza ottenere grandi risultati...





Sappiamo tutti quanto in Aikido sia importante una buona connessione fra tori ed uke: vediamo come se la caverà il nostro Aikidoka Medio... con tutte le offerte di telefonia mobile che ci sono attualmente a disposizione! (si ringraziano gli altri colleghi pazzi del Dojo: Fabrizio, Eleonora, Luca, Fabio, Giancarlo... e Baloo)





Qualsiasi contesto dovrebbe essere il posto giusto per vivificare i principi dell'Aikido, giusto?!
GUSTATEVI questo happo giri no Pizza e Biiru no awase, che l'Aikidoka Medio e  Sara hanno fatto in compagnia degli amici Ciro, Fabio, Fax, Mirko e Salvo...





In occasione dell'8 marzo, il nostro Aikidoka Medio festeggia il gentil sesso insegnandoci il "radicamento" di una pianta di mimose!!!





Qui tocchiamo uno dei più alti colpi di genio e poesia che l'Aikidoka Medio sia stato in grado finora  di regalarci: tradizione millenaria ed innovazione perfettamente integrati insieme... nella cerimonia dell'EstaTHE (della Scuola ChaNoNestlé); si ringrazia Mitchy Ogata Sensei per la preziosa collaborazione!!!





Si sa che ogni marzialista che si rispetti sia attratto dal Festival d'Oriente: anche l'Aikidoka Medio non ha saputo sottrarsi a questo irrefrenabile fascino e ci si è buttato a capofitto... il problema è stato quando davanti ai Monaci Shaolin, egli non ha resistito a muovere qualche critica sulle loro posizioni forse troppo poco Aiki...
Un grazie speciale ad Alessandro, Sara, Flavio, Paolo ed i Maestri Mauro Perro (Tai Ji Quan) e Pietro Anselmo (Aikido) che lo hanno sopportato senza ucciderlo!





Sappiamo tutti quanto sia importante il percorso delle armi in Aikido e quanto l'Aiki Ken sia stato frainteso, misconosciuto e sottovalutato: lasciamo che l'Aikidoka Medio ci insegni qualcosa a riguardo del "kimeru ken" (il Ken che decide... e la Barbie che si adatta): un grazie particolare al Mattel Shinto Ryu, a Lavinia e Clotilde!





Ora è il momento di "tachi Dory", ovvero come pescare un pesce di cui Nemo aveva perso le tracce: grazie a Marco, Luca, Tony... anche per il "kosa Dory"!





Torniamo al ki hon, ai fondamentali... ed alle differenze fra "irimi" e "kaiten"... che davanti ad un sushi si capiscono pure prima!
Un grazie a Davide Sensei, che si è abbuffato insieme a Sara ed al nostro Aikidoka Medio!





Sappiamo tutti che, per quanto la tecnica sia importante, è solo nella gestione del caos che si vede quanto un Aikidoka sia preparato: il nostro Aikidoka Medio accetta la sfida, e - insieme a Roberto, Antonella, Sara ed a Ciro - ci mostra la vera essenza del "Run Dori"... sponsorizzandola le bellezze del cuneese nel mentre!!!





Ed eccolo, nuovamente in trasferta, nuovamente ad affrontare uno degli argomenti più spinosi per qualsiasi Aikidoka, ovvero quello della differenza degli stili!
Insieme a tutto il Shugyo Dojo Genova, al maestro Alessio Candeloro, ad Alessandro, Andrea, FabioX2... il nostro Aikidoka Medio riesce a trovare un punto di incontro fra stili, didattiche e Scuole di Aikido differenti fra loro. Un particolare ringraziamento va a Fabio Branno Sensei per la regia!



Che dire quindi: grazie Andrea, grazie Sara... grazie mille ragazzi per il vostro impegno e per i sorrisi che siete in grado di strapparci, rendendo meno seriosa una disciplina che dovrebbe prendere più esempio da voi... imparando un po' di sana e preziosa autoironia!

E ora siete tutti avvisati: questo è solo l'inizio... d'ora in po l'Aikidoka Medio è fra noi... e potrebbe comparire al vostro fianco quando meno ve lo aspettate, zanshin!

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lunedì 8 maggio 2017

Senpai: più diritti o responsabilità?

Abbiamo già trattato numerose volte il tema senpai-kohai, in caratteristico modo tutto giapponese di dividere la società fra esperti e principianti... in qualsiasi attività sociale, a scuola, al lavoro, nelle arti marziali...

Quest'oggi prendiamo in considerazione solo il senpai, per delineare meglio quali siano le caratteristiche di questa figura nel mondo dell'Aikido.

La struttura tradizionale, come sapete, è altamente gerarchica... e questo fa si che ci siano persone "più in alto" nella scala sociale, alle quali sono sottoposte via via gli altri frequentati di un Dojo.

Un senpai dovrebbe essere un cosiddetto "esperto", allievo/istruttore anziano nella pratica (non per forza anagraficamente): egli - sulla carta - dovrebbe essere stimabile ed un esempio da seguire per via della sua maturità nella disciplina che pratica o insegna.

Un senpai ha il compito di indirizzare i propri kohai verso una pratica per essi utile ed efficace, spiegando loro le regole che vigono nel Dojo, e curandosi anche di dare loro supporto in caso di necessità.

Il senpai è quello che alla prima lezione di Aikido ti aiuta a fare il nodo della cintura, ti indica dove lasciare i tuoi zoori accanto al tatami e ti mostra dove trovare gli stracci per la pulizia al termine della lezione.
Ovviamente lui non si limiterà a tutto ciò, ma offrirà il BUON ESEMPIO, facendo in prima persona tutto ciò che richiede al suo kohai!

Il sistema senpai-kohai è qualcosa di molto poco compreso allenaste latitudini, poiché è stato creato in un contesto socio-culturale molto diverso da quello in cui viviamo noi tutti.

Il senpai dovrebbe essere stimato e rispettato per via "dei numeri" in suo possesso, che un neofita non  possiede ancora, dettati dal suo storico coinvolgimento e dalla sua maggiore esperienza: secondo il sistema tradizionale, nessun kohai si sognerebbe di contraddire o indispettire il proprio senpai, perciò... anzi, farebbe di tutto per essere notato ed apprezzato dal suo mentore.

Quest'oggi pariamo però anche degli evidenti limiti di questa struttura gerarchica, soprattutto quando essa diventa solo formale e perde la sua saggezza intrinseca.

Anche in Giappone, da diversi decenni, è pieno di senpai che abusano della loro posizione e creano inutili sudditanze, se non vere e proprie prevaricazioni sui loro "sottoposti", costringendoli a pressioni o veri e propri atti di nonnino, esclusivamente rivolti a compiacere ed ingrassare il proprio ego.

Questo perché l'esperienza è sicuramente qualcosa in grado di arricchire, ma non tutte le persone diventano più sagge grazie ad essa: c'è invece chi si avvantaggia del periodo di tempo nel quale avrebbe dovuto diventare saggio, per riversare sul prossimo le proprie frustrazioni e problemi esistenziali irrisolti.

In Aikido ciò accade, si può dire, ogni giorno purtroppo.

Tutti coloro che hanno - negli anni - ottenuto riconoscimenti prestigiosi (gradi, qualifiche) sono stati di solito considerati bravi nel performare tecniche specifiche e magari possono vantare un tot di foto ricordo davanti a kamiza sparsi sul territorio... ma quanti di questi sono ANCHE riconosciuti sagge guide per via della loro COERENZA fra esperienza e modalità di farne utilizzo?

In molti Dojo è possibile trovare così il "senpai terribile", cioè quello al quale il giovane praticante deve dare retta, ubbidire spesse volte... ma del quale pare subito evidente la sua devianza, anziché la centratura e saggezza.

In casi simili, il senpai-malato crea casini e danni continui ai kohai, cercando che ciò passi inosservato al Sensei, che potrebbe prendere serie contromisure contro un simile ed improprio comportamento.
L'abuso di potere è qualcosa di diametralmente opposto al rispetto che dovrebbe caratterizzare la nostra disciplina.

Un Sensei che si dovesse accorgere di una cosa simile da parte di uno dei suoi allievi (per quanto esperto) nei confronti di un altro (per quanto principiante) è chiamato ad agire in modo fermo e repentino, per recidere il ramo malato del gruppo... prima che i suoi problemi vengano ad incidere troppo sul benessere e sulla qualità della pratica di tutta la sua collettività.

Credete che un caso simile sia raro?

Frequentate più di un Dojo contemporaneamente e vi potrebbe accadere con facilità di contattare in prima persona le dinamiche di cui parliamo.
Stiamo toccando uno dei limiti della struttura gerarchica, non perché essa non abbia un valore di per sé, ma perché essa dipende dalla consapevolezza di chi l'adotta... e non solo dalla sua forma piramidale!

Ci sono senpai in un Dojo, quelli dai quali un Sensei si aspetterebbe di avere un considerevole aiuto nel "mandare avanti la baracca"... quelli che dovrebbero essere storicamente più scafati da sapere - per esperienza diretta - ciò di cui ha bisogno un neofita, così come l'intero gruppo... quelli che dovrebbero dare supporto all'Insegnante in tutte le cose che non possono essere curate da questi in prima persona... quelli che dovrebbero brillare nel DARE L'ESEMPIO ai più giovani di pratica...

... e ci sono i senpai delle comunità Aikidoistiche, che di solito sono Insegnanti-senior, che, ancora una volta, dovrebbero avere la lungimiranza di guidare al meglio le decisioni dei gruppi di pratica, alla luce della loro lunga esperienza e saggezza.

Utilizziamo il condizionale perché attualmente accade talvolta il contrario, ovvero il micro allievo-senior di turno o l'Insegnante-senpai risultano più una sorta di despota dall'ego ipertrofico, che pontifica su cosa sarebbe meglio che i giovani facessero, senza dare il benché minimo contributo attivo alla causa.

Sono aberrazione parecchio diffuse nel nostro ambiente, in cui - vivendo formalmente una struttura gerarchica - i più giovani di pratica non dovrebbero avere alcun diritto di dissentire su ciò che piove loro dall'altro. Per questo motivo, infatti, molti l'abbandonano definitivamente... cosa che alla lunga risulta un autogol notevole per l'Aikido stesso.

Questo fenomeno ha fatto evidentemente il suo tempo e, senza togliere il buono che la gerarchia è in grado di offrire, è bene che ad ogni livello (sia in un Dojo, che in una comunità Aikidoistica) il più anziano sia effettivamente chi ha più la testa sul collo di tutti... e non uno che ha scaldato i tatami per anni rimanendo essenzialmente fesso ed incongruente, e facendolo ora pesare la sua problematicità su chi viene dopo di lui.

Nè la sopravvivenza di un singolo Dojo, né - più in generale - la divulgazione della nostra disciplina si possono ancora permettere che ciò avvenga.

L'anzianità resta un valore intoccabile se è specchio di qualcosa di profondo ed utile a tutti, non per sancire i diritti inalienabili di chi ha messo i remi in barca ed ora vive sulle spalle della disciplina che lo ha eletto "sovrano"... per mera questione di numero giri del sole intorno alla Terra.

Purtroppo, come abbiamo già sottolineato molte volte, esperienza, gradi e qualifiche dovrebbero essere specchio di equivalenti doti umane acquisite... ma non lo sono.

La società Aikidoistica si trova quindi ora dinnanzi ad una prova di maturità non dappoco: comprendere cosa di buono c'è da mantenere nella sua struttura tradizionale e cosa invece è necessario innovare al fine di procedere nella sua evoluzione futura.

Fa specie che i principali i vari senpai delle Associazioni nazionali ed internazionali NON risultino i primi patrocinatori di questo movimento... ma invece appaiono più i principali freni a tale necessario cambiamento di paradigma, quasi temessero di "perdere una poltrona" che credevano di avere acquisito una volta per tutte.

Un Dojo o una comunità che non ha cura di accogliere e far crescere i suoi nuovi arrivati non ha futuro e colpisce molto che questa semplice e banale considerazione trovi in alcuni dei senpai dell'Aikido i primi rematori contrari!

Dov'è finita la loro presunta ed illuminante saggezza?

Ce lo siamo chiesti numerose volte e, pur essendo scorretto generalizzare, abbiamo notato come i cosiddetti "alti ranghi" dell'Aikido si mostrino appunto i principali osteggiatori di qualsiasi cambiamento che - anche solo potenzialmente - mini la loro storica "supremazia": ma non dovrebbero essere forse i più interessati al futuro della nostra disciplina?

Senpai si, ma se questa parola è ancora in grado di esprimere un valore sostanziale... altrimenti forse sarebbe meglio utilizzare la parola "farabutti", poiché con un escamotage si sono seduti su un ruolo ed una posizione che ora ostacola - anziché agevolare - il percorso collettivo.

Cosa spinge un essere umano a calzare male i propri ruoli?

Le ragioni possono essere davvero molte... ma di sicuro una struttura piramidale rigida non ha agevolato fino ad ora la rimozione delle cosiddette "mele marce".

Ci sono quindi due aspetti che siamo ora chiamati a tenere in migliore considerazione rispetto al passato:

1 - come attribuire una posizione all'interno di una struttura (un Dojo o una comunità Aikidoistica poco importa) a chi mostra di vivere in sé le più alte prospettive di ciò che pratica e non sia solo capace di pose plastiche o esecuzione mirabile di un kata;

2 - come intervenire nel caso in cui ci si accorgesse che la posizione di senpai è occupata da chi non la merita fattivamente, da chi non costituisce un buon esempio per il neofita, da chi diffama con il suo agire la filosofia che dovrebbe incarnare la disciplina stessa.

Sono questioni molto importanti, sulle quali ci stiamo attualmente chiarendo le idee, visto che sarà presto nostro compito prendere posizioni piuttosto nette a riguardo.

Un esempio per tutti: vi ricordate il post dello scorso gennaio, nel quale narravamo le vicende del simpatico Masaya Tokuda san?!

Si, proprio quello, il buontempone dell'Aikikai Honbu Dojo che si divertiva ad inzaccherare le giovani passanti di Shinjuku con il suo sperma a mandorla... (chi si fosse perso le sue mirabolanti avventure, può trovarle narrate QUI)

... bene, lui era formalmente un SENPAI... tanto che aveva un suo corso, era uno degli uke speciali del Doshu, etc...

Come è arrivato ad essere senpai uno così?

Perché non ci si è accorti prima del suo disequilibrio comportamentale?

Dove ha fallito il sistema gerarchico?
Perché ce lo avete chiaro che il sistema gerarchico in quel caso ha fallito... vero?!

Quale esempio integrante e nutriente può dare un personaggio così alle nuove generazioni di Aikidoka?

Senza demonizzare ora la persona e l'accaduto, è importante riflettere insieme su quanto sia facile uscire dai binari di un sistema che non preveda la constatazione della consapevolezza personale nell'attribuzione di compiti di guida per altri.

Un Dojo o una comunità che impara dai propri errori sta compiendo un passo verso il proprio auto-miglioramento, l'importante è avere ben chiari i propri attuali limiti e la voglia di superarli... e non fare finta di niente, cercando scuse puerili

Frasi tipo "ma si è sempre fatto così" suonano come una condanna del buon senso, oltre che della speranza di un futuro più godibile!

Nel formare senpai più responsabili e congruenti in modo sostanziale al proprio ruolo, daremo una enorme prova di maturazione del modo in cui pratichiamo Aikido.





lunedì 1 maggio 2017

Festa dei lavoratori in Aikido? Certo che si...

Quest'oggi è il 1º maggio, che in Italia è sinonimo di "festa dei lavoratori": ha senso celebrare  qualcosa di simile in Aikido?

L'Aikido è - per la maggioranza di noi - un hobby, uno splendida passione, ma qualcosa che si pratica ed a cui si pensa DOPO che le cose importanti della vita sono state sistemate (lavoro, famiglia, impegni vari)... quindi oggi potrebbe essere una "giornata di ordinario Aikido".

Solo che l'Aikido di solito viene praticato in un Dojo o in una palestra... che è il luogo lavorativo di qualcuno di certo, quindi oggi NON si pratica Aikido, se non nella misura in cui siano agibili i locali per poterlo praticare.

Inoltre, sempre più persone nel nostro Paese, hanno fatto dell'Aikido la propria professione ordinaria: non sono molti, ma ormai sono alcuni... e quindi costoro oggi hanno tutto il diritto di riposarsi e festeggiare.

Per questa ragione, anche Aikime quest'oggi osserverò un "turno di riposo", in onore di questa crescente categoria... alla quale crediamo che chiunque debba molto in merito alla straordinaria capacità di divulgazione che viene offerta alla nostra amata disciplina.

Buon 1º maggio agli Aiki-lavoratori quindi, ci si vede on-line la settimana prossima!



lunedì 24 aprile 2017

Iwama Ryu Aikido: caratteristiche, pregi e limiti di questa peculiare visione della pratica

Affrontiamo oggi un argomento molto discusso all'interno dei circoli Aikidoistici mondiali, ossia della questione dello "stile".

Oggi ci sono molte le Scuole differenti nelle quali è possibile imparare l'Aikido, quindi passiamo in rassegna alcune di esse, cercando di identificare più chiaramente possibile le potenzialità ed i probabili limiti che abbiamo rilevato in ciascuna didattica.

Come non partire quindi dall'Aikido di Iwama, che è quello che ancora oggi utilizziamo ogni giorno nel nostro Dojo?!

L'Aikido praticato ad Iwama è anche spesso chiamato "Iwama Ryu", cioè "Scuola di Iwama"... ed altrettanto spesso confuso con il Takemusu Aikido che è forse quanto più distante ci sia dalla didattica di Morihiro Saito Sensei.

Perché?

Perché (come abbiamo argomentato nel dettaglio QUI), il Takemusu Aiki fu il livello più avanzato della disciplina toccata dal Fondatore, Morihei Ueshiba... e prevedeva la spontaneità e la libertà più totale da qualsiasi tipo di forma prestabilita.

Al contrario, l'Iwama Ryu è un ottimo metodo didattico che fa della precisione tecnica della forma il suo principale MUST, curando maniacalmente gli angoli, i particolari millimetrici... ossia l'esatto opposto polare della non-forma sinonimo del Takemusu Aiki.

Scansato questo fraintendimento (alcuni illustri personaggi affermano di praticare Takemusu Aikido, pur seguendo SOLO la didattica di Iwama perché SPERANO un giorno di giungere ad esso, non perché vi siano giunti!!!), torniamo a bomba sulle potenzialità di questa Scuola...

L'Iwama Ryu è diventato famoso nel mondo per l'incredibile bagaglio tecnico di cui dispone e per l'efficacissima chiarezza nella didattica di apprendimento, molto logica, razionale, chiara, funzionale ed efficace... molto quindi simile alla mentalità analitica occidentale.

Morihiro Saito dedicò l'intera sua vita di praticante ed Insegnante a codificare e quindi trasmettere più intatti possibili i movimenti e le metodiche d'allenamento del Fondatore, con il quale ha condiviso la quotidianità per ben 23 anni (sicuramente una delle persone che gli stette accanto in modo più continuativo ed intenso): una grande umiltà lo ha sempre caratterizzato, in quanto egli cercò di non personalizzare più di tanto l'insegnamento che ricevette dal suo Maestro.

La didattica del tai jutsu prevede l'apprendimento di due differenti tipologie di pratica: il ki hon, ossia della "base" del movimento... ed il ki no nagare, ovvero del movimento più preciso possibile in armonizzazione all'azione dell'attaccante.

Questa didattica richiede quindi molta cura degli angoli e dei dettagli, focalizzando molto l'attenzione su prese solide ed attacchi più efficaci possibili.
Spesso non ci si muove in modo dinamico all'inizio del proprio percorso, propio a favore di un'approfondimento maggiore di leve e sbilanciamenti che partono da una condizione statica e solida.

Il ki no nagare colma quindi la lacuna di dinamica, richiedendo al praticante di cimentarsi nelle stesse  forme apprese in ki hon, ma questa volta portando una particolare enfasi sul timing dell'incontro con uke.


Viene posta molta cura nell'approfondimento delle diverse forme di tai jutsu e nella didattica migliore  che consente ai dettagli di essere notati da un principiante.
Una delle massime di Morihiro Saito Sensei era infatti: "Lentamente e correttamente, costruiamo una giusta forma".

L'Iwama Ryu ha però altre ottime frecce al suo arco, specie sul campo delle armi (buki waza) e della loro completa integrazione con le tecniche a mani nude (tai jutsu)... cosa che avviene di rado in modo così capillare e completo con altre didattiche d'insegnamento.

Va ricordato, infatti, che l'Aiki ken e l'Aiki jo furono sviluppate dal Fondatore essenzialmente nel periodo in cui egli visse ad Iwama (1943 - 1969) e quindi fu privilegio di chi lo frequentò in quel periodo (come Morihiro Saito appenderli interamente da lui.

Saito Sensei codificò - su permesso esplicito di O' Sensei - i suburi di ken (7) e di jo (20), i kata di jo (6 no jo kata, 13 no jo kata e 31 no jo kata) che ora vengono studiati in tutto il mondo e che costituiscono il bagaglio tecnico essenziale per qualsiasi Aikidoka.

Molta attenzione è stata posta anche nello studio delle armonizzazioni di ken e jo e nei combattimenti preordinati di queste armi (5 kumi tachi, 10 kumi jo e 7 ken tai jo).
Anche in questo caso, precisione, potenza degli attacchi, studio millimetrico delle posizioni e del timing costituiscono uno dei principali goal di questa didattica.

Ecco un raro footage, ripreso in Iwama solamente un anno dopo la morte del Fondatore...



Pur non essendo "fondamentalisti dell'Iwama Ryu", ci viene da dire che è veramente difficile frequentare un po' in questo stile di Aikido senza ricevere qualcosa di molto nutriente per il proprio percorso!

La base è senza dubbio molto importante e l'Iwama Ryu è un egregio modo per apprenderne una efficace, solida e funzionale... dove molta enfasi viene dedicata all'essenza marziale del gesto.

Ci sono dei lati oscuri di questa metodologia d'insegnamento dell'Aikido?

Si, crediamo che ce ne siano (come del resto ce ne sono in qualsiasi didattica che si spinge oltre ai suoi mandati)... ma non crediamo che si tratti di qualcosa in grado di oscurare i benefici che questa didattica è in grado di apportare ad una persona equilibrata.

Nell'Iwama Ryu molto poco spazio è riservato alla didattica di uke: l'Iwama Ryu è una pratica molto energia, yang, che vede come primo attore tori, che misura l'acquisizione della sua competenza ed abilità su uke... che resta buono e calmo, solo perché prima o poi toccherà anche a lui diventare tori.
É una sorta di Aikido percepito utile SOLO al 50% cioè.



Lo abbiamo detto in modo un po' veloce - quindi anche equivocabile - ma non crediamo che il senso sia tanto lontano da ciò che accade... e crediamo si tratti di un considerevole limite, poiché la parte di uke è complementare a quella di tori... e serve ad apprendere altrettante cose interessanti.

Non c'è - per la ragione di cui sopra - una didattica minuziosa per apprendere le ukemi, come invece è stata più dettagliatamente sviluppata in altri stili di Aikido.

É diffusa convinzione per l'Iwamista che la forma vada costantemente migliorata (e questo è sicuramente qualcosa di comprensibile e possibile!), ma non è ben chiaro come alla fine di una vita di "forma" sia possibile uscirne e affrancarsi da essa, in favore di una spontaneità tanto indispensabile al famoso Takemusu Aiki.

Se "PRIMA" bisognasse apprendere "BENE" la forma e migliorarla il più possibile e "POI" si dischiudessero a noi i segreti del Takemusu Aiki, ci saremmo già infilati in un labirinto senza uscita... poiché la forma sarà sempre ulteriormente migliorabile, quindi non ci sarà mai tempo di studiare qualcosa di ulteriore... per così dire "che viene dopo"...

Ci viene da consigliare questo metodo a tutti coloro che necessitano di basi solide sulle quali costruire il PROPRIO Aikido, promuovendo in toto la metodologia e la tecnica di Iwama... anche se non altrettanto potremmo affermare per la mentalità che spesso l'accompagna.

Di solito questi gruppi tendono ad essere piuttosto chiusi, rigidi nei confronti dell'etichetta e della disciplina, altamente gerarchici, molto giudicanti nei confronti di chi è inserito in altri percorsi... convinti di praticare il "vero" Aikido, poiché quello che praticava il Fondatore... senza spesso valutare il fatto che chiunque pratichi qualsiasi cosa non potrà mai essere il clone di nessuno (ne dovrebbe provarci!) e che anche Saito Sensei abbia introdotto delle inevitabili modificazioni ai gesti tecnici per due semplici ragioni:

1) perché ciò che percepiva del suo Maestro era una funzione della sua consapevolezza e personalità, quindi ci saranno stati sicuramente aspetti colti a puntino ed altri NON colti affatto, quindi generalizzare dicendo "io faccio tutto come lo faceva lui" è qualcosa che non tiene conto dell'inevitabile interpretazione che ciascuno ha del suo prossimo;

2) ci sono stati cambiamenti apportati per ottimizzare la sua didattica, che con decenni di esperienza, progrediva di continuo (dal 1993 al 2002, periodo in cui noi stessi lo seguivamo, diverse cose sono cambiate), quindi bandire il cambiamento in favore del preservare il valore insito nella tradizione è un valore antientropico in questo universo.

In ultimo: se ipotizzassimo che percorrere la strada del Fondatore (andando dal "solido-tecnico", al "fluido-relazionale" e quindi allo "spirituale-senza forma") potesse guidare veramente chiunque alle vette dell'Aikido, bisognerebbe chiedersi come mai questo "metodo" non abbia già permesso di germogliare nei suoi primi 30 anni dei piccoli O' Sensei in miniatura...

É ovvio che il processo sembra essere un attimo più complesso e completo di questa idea un po' parziale.

Un metodo però è solo un metodo ed è buono e positivo da utilizzare fino a quando è in grado di farci perseguire i nostri scopi, quindi non è l'Iwama Ryu ad essere "malato" di per sé, ma forse lo è una sua pratica un po' superficiale ed inconsapevole... quindi - nuovamente - invitiamo chiunque a prendere in alta considerazione il buono e l'utile che da questo grande strumento si può cogliere, noncuranti e non intimoriti dalle devianze che in esso è possibile trovare.

Abbiamo visto nei decenni che una sola regola sembra essere invariabile nell'Aikido che abbiamo praticato fino ad ora: "fai una cosa finché ti serve e ti sembra buona per te... indipendentemente da giudizio che di ciò avrai dal prossimo".

Se approcciato in quest'ottica, l'Iwama Ryu è davvero qualcosa in grado di far decollare il vostro Aikido, con un valore aggiunto notevole e che vale quindi la pena di essere esplorato e fatto proprio!