lunedì 26 settembre 2022

Hideki Hosokawa: il profumo del passaggio

Lo scorso 12 settembre 2022 è venuto a mancare all'affetto dei suoi familiari e dei suoi moltissimi allievi Hideki Hosokawa, 7º dan Shihan

Numerose volte ho celebrato questo o quel Maestro su Aikime, specie in occasione delle loro scomparse... ma devo dire che, in quest'occasione, lo faccio in modo molto differente da quelle precedenti.

Di solito parlo di chi e di ciò che ho potuto frequentare in prima persona, per una scelta metodologica precisa, ma in questo caso non è così: non ho mai conosciuto, né frequentato sul tatami questo Insegnante.

Hosokawa Sensei nacque a Tokushima, nell'isola di Shikoku, il 13/12/1942 da una famiglia nobile ed antica (parliamo del Periodo Muromachi, 1336-1467), imparentata con gli shogun Ashikaga, il cui mon (simbolo famigliare) sembra essere piuttosto noto e diffuso nel Giappone feudale.

Hideki si interessò delle arti marziali fin dalla tenera età, iniziando lo studio del Judo e del Karate, e quindi si trasferì a Tokyo per approfondirne l'allenamento: proprio li vi fu l'incontro decisivo con O' Sensei intorno agli anni '60. Egli fu infatti, anche se per brevissimo tempo, uno dei fortunati a conoscere e frequentare il Fondatore stesso.

Hiroshi Tada Sensei, fu il suo primo Maestro, che frequentò con regolarità presso il Dojo di Jiyugaoka. Ma sentendo la necessità di approfondire le sue conoscenze, si dedicò allo studio di altre discipline marziali, specialmente quelle tradizionali legate alla spada giapponese.

Nel 1974 - ovvero quando sono nato io - egli si traferì a Roma su invito di Tada Sensei, in qualità di prezioso supporto nella creazione dell'Aikikai d'Italia. Assunse la direzione del mitico "Dojo Centrale",  e di vice-Direttore della Direzione didattica dell'Aikikai.

In quell'epoca gli allievi erano numericamente moltissimi ed egli fu un pioniere anche nella divulgazione delle scuole di scherma Muso Shinto Ryu e Jiki Shinkage Ryu.

Circa nel 1984, si trasferì in quella che diventò la sua seconda patria, ovvero la Sardegna, fondando il Dojo "Musubi no Kai", il cui simbolo era una antica tsuba giapponese.

La sua carriera Aikidoistica è stata veramente ragguardevole, avendo provveduto alla formazione di decine di Insegnanti e migliaia di allievi, specie nel Sud d'Italia, in concomitanza con l'altrettanto eccellente formazione offerta da Fujimoto Sensei al nord.

Purtroppo, Hosokawa Sensei nel 2004 venne colpito da un aneurisma cerebrale, che impedì il prosieguo delle sue attività di insegnamento sul tatami.

In seguito a ciò, fece ritorno a Roma, dove i suoi allievi ed amici avevano attivato una ammirabile rete di solidarietà per provvedere alle necessità quotidiane del Maestro, organizzando stage specifici Pro-Hosokawa per la raccolta di fondi.

Esiste una preziosa e completa biografia di Hosokawa Sensei che vi raccomando: "L'imperscrutabile"... curata da Simone Chierchini Sensei con Aikido Italia Network Publishing; ecco il LINK per acquistarla.

Fin qui il tributo biografico è stato possibile grazie ad una ricerca sul Web per avere notizie precise su date, luoghi, nomi... che io obiettivamente non possedevo, ma la particolarità di questo Post risiede in qualcos'altro.

Girando molto l'Italia per Aikido a mia volta ho notato un fenomeno veramente molto RARO, se non quasi unico: in ogni luogo in cui sono giunto che fu in precedenza toccato da Hosokawa Sensei ,egli aveva lasciato dietro a se una fragranza profumata indistinguibile.

Ho sempre incontrato sia competenza, che riconoscenza da parte di tutti coloro che hanno avuto l'onore di essere stati suoi allievi.

Sapete: se vi parlano bene o male di qualcuno, ciò può essere causa di qualche giudizio personale... ma se una moltitudine di persone vi parlano tutte in modo POSITIVO di un incontro comune, beh, allora ciò è segno che questa persona doveva essere stata proprio speciale!

E sembra proprio essere stato così per quanto riguarda Hosokawa Sensei: pare che il suo insegnamento non fosse dei più immediati da cogliere, ma che le sue qualità UMANE abbiano fatto breccia nei cuori di chiunque lo ha frequentato con una certa regolarità e profondità.

Ciò che lasciamo al nostro passaggio parla molto di noi, di chi siamo o di chi abbiamo saputo essere: Hosokawa Sensei sembra essere stato un autentico MAESTRO per la maggioranza delle persone che ho incontrato io e che lo conobbe da vicino.

In Sicilia mi hanno più volte detto: "Sai, veniva qui un tot di volte all'anno per fare gli Stage... ma ci conosceva quasi tutti per nome, si ricordava i nomi di tutti noi"; interessarsi di tutti gli allievi, dan o kyu che siano, per me è uno dei segni che distingue un Sensei da un Senpai, magari solo di grado molto alto).

Stiamo parlando di un giapponese, sbarcato in Italia quando non aveva ancora compiuto trent'anni, che proveniva da una cultura molto differente dalla nostra: di solito lingua, usi e costumi fungono da barriere importanti nelle relazioni... ma Hosokawa Sensei sembra avere superato tutte queste barriere ed essere entrato in connessione stretta con se stesso, con ciò che faceva e quindi con tutti coloro che incontrava.


Un ultima ed ulteriore cosa mi ha colpito molto: anche se la sua didattica non mi è parso forse facilissima da assimilare, ovunque ho avuto rimandi legati all'indipendenza che il Maestro desiderava che gli allievi mantenessero con lui: non cercò mai a quanto pare di essere considerato indispensabile, ma al contrario di emancipare e far camminare le persone con le proprie gambe, ed assumersi le proprie responsabilità.

Ce ne sono davvero pochi di uomini e Maestri che danno con gratuità, senza fare calcoli sul ritorno e senza desiderio alcuno di proprietà sul prossimo!
Questo mi dice che si trattasse una persona sicura di se, al punto che non avesse nessun bisogno di farsi adulare e di ingrassare il proprio ego.

Hosokawa Sensei è quindi un Maestro che in qualche modo ha saputo ispirarmi molto anche senza averlo mai incontrato: mi piacerebbe fosse un giorno molto simile il mio lascito.

Mi unisco quindi immeritatamente alla riconoscenza mostrata dai suoi allievi diretti incontrati in questi anni: la semplicità tocca anche a distanza, e spesso insegna più di molte parole.


Marco Rubatto

 

lunedì 19 settembre 2022

Aikido bambini: quando incominciare la pratica?

Mi trovo anche quest'anno in un impasse storico con alcuni genitori che desiderano iscrivere i loro figli al corso di Aikido.

Per questa ragione, specie all'inizio di una stagione sportiva, ritengo utile fermarci un attimo a fare qualche riflessione in merito all'età migliore per iniziare a praticare Aikido, giacché molti saranno in questo momento intenti a cercare le attività più adatte ai loro ragazzi.

Dovete sapere, innanzi tutto, che non esiste una vera e propria "età giusta", ma che questa scelta va operata in base a molteplici fattori, che proverò di seguito ad elencare.

L'Aikido è una disciplina psico-fisica, quindi utilizza il movimento del corpo per agevolare l'esplorazione della propria mente, così come usa quest'ultima come strumento per affinare la propriocezione, conoscenza ed integrazione fisica.

Sotto questo punto di vista, quindi, se il bambino è troppo piccolo sarà quasi impossibile lavorare in questi due campi complementari, poiché, ad esempio, non sarà in grado di comprendere alcune richieste dell'Istruttore... sarà in una sorta di "suo mondo", dove è giusto che si trovi, ma cosa che di fatto gli impedisce di fare tesoro di quanto può essere detto e fatto a lezione.

Spesso mi accade (la scorsa settimana l'ultima volta) che alcuni genitori mi portino i loro figli di 3 anni, o 3 anni e mezzo, chiedendomi se possono iscriverli: in questi casi non è questione di deludere le aspettative di nessuno, ma queste persone devono anche comprendere le caratteristiche della disciplina che intendono fare praticare ai loro bimbi.

"Disciplina", si perché si tratta appunto di una disciplina, che può essere sicuramente proposta in modo molto simpatico e giocoso... ma non si tratta di un corso di psicomotricità infantile.

Di solito accetto questo tipo di richieste SOLO se posso formare gruppi omogenei di bimbi di età così giovane, altrimenti non è pensabile (per il bene dei bambini stessi) far allenare un bambino di 3 anni con uno di 10, ad esempio. Ci perdono qualcosa entrambi.

Chi riesce, ad esempio, a far elezione negli asili, può impostare una didattica dolce,  che aiuti tutto il gruppo a crescere... ma proprio perché si tratta di un gruppo dalle caratteristiche ed esigenze omogenee fra loro. Se è solo questione di modificare la didattica dell'Insegnante, per adattarsi ad una realtà specifica, ciò può essere fatto se vi sono competenze adeguate... quando invece viene chiesto ad esso di far quadrare un puzzle che non ha senso già in partenza, secondo me è sia etico che professionale rifiutarsi di farlo.

Non è possibile pretendere che un bambino di 3 anni abbia le idee chiare su ciò che desidera praticare, ma i genitori non sempre hanno le idee più chiare di quelle dei loro figli: ad esempio la scorsa settimana ho proprio chiesto cosa avesse spinto i genitori della micro-bimba in prova (in un gruppo di età 6-10 anni) a portarmela al Dojo. Essi mi hanno detto che la bimba, probabilmente guardando qualche cartone animato in TV (da sola?!), aveva espresso la volontà di fare Karate.

E secondo questi 2 adulti, se la loro bimba di 3 anni vuole fare Karate... prendo e la porto nella prima palestra di Arti Marziali nelle vicinanze, e la facciamo provare.

Sicuramente si tratta di 2 persone molto attente ai rimandi della figlia, ma cosa avrebbero fatto se essa avesse detto loro che desidera fare Muai Tai, mongolfiera o la stunt-man?

Mi sono sembrati molto poco consapevoli di cosa fosse l'Aikido (infatti cercavano un corso di Karate!) e di quali caratteristiche avesse la disciplina alla quale avrebbero fatto affacciare la figlia.

E questo è solo l'ultimo esempio recente, fra centinaia di simili.

Per quanto riguarda l'età anagrafica, al di là di ogni inconsapevolezza genitoriale, ho avuto modo di constatare che uno dei momenti più adatti a far iniziare un corso di Arti Marziali è l'anno in cui i bambini iniziano la scuola, ovvero fra i 5 ed i 6 anni.

Questa scelta è motivata dal fatto che per la prima volta i bambini si trovano a frequentare con costanza un luogo nel quale un adulto di riferimento li introduce ad un sistema di regole condivise.
Alla scuola materna c'è molto gioco, ma non viene chiesto loro alcuna forma di relazione educativa educativa di solito. In prima elementare è diverso: si gioca ancora molto, ma è necessario disciplinarsi ed imparare che alle proprie azioni seguono conseguenze specifiche.

In questo modo, l'Insegnante di Arti Marziali NON sarà il solo a proporre un setting educativo, visto che il bambino ne ha già un'altro, consolidato e quotidiano, che gli propone attività diverse, ma rette da principi analoghi.

Non sto quindi affermando che non si possa fare Aikido prima dei 5 anni, s'intenda, ma che più i bambini sono piccoli, maggiore influsso avrà il gruppo dei pari (ovvero l'età degli altri partecipanti al corso) e maggiori dovranno essere le competenze dell'Insegnante.

In Italia conosco solo un paio di Insegnanti ai quali affiderei volentieri il figlio piccolo che non ho, giusto per farvi comprendere quanto consideri inadatti i corsi proposti in generale per questa tenerissima fascia d'età.

Gli Insegnanti che si occupano dei bambini e dei ragazzi devono essere infatti I PIÚ ESPERTI che ci sono in giro, più di quelli che si occupano di un corso adulti... quindi capite bene che è meglio non mandare i propri figli da uno/una che inizia ad insegnare ai più piccoli come prima esperienza, perché tutti gli inevitabili errori che compirà saranno metabolizzati da individui ancora molto poco capaci di porre dei filtri e proteggersi da ciò che non fa loro bene.

Genericamente parlando, manderei un bambino fino a 4 anni a fare un corso di psicomotricità, così che possa esplorare il suo stesso corpo tramite il movimento, attendendo che sviluppi una certa capacità cognitiva PRIMA di fargli intraprendere un percorso son l'Aikido o con le Arti Marziali.

Quando invece l'età diventa più favorevole, esaminiamo un attimo quali sono i 2 fattori più importanti per la frequenza ad un corso...

Ci deve essere sicuramente il divertimento, che poi sboccia naturalmente nella passione e quindi nella volontà autonoma di continuare un percorso che magari era stato suggerito da papà e mamma.

Ma ci deve essere anche un'utilità specifica nella frequenza, ovvero quel qualcosa che ogni praticante si porta a casa dopo ogni lezione.

Ho toccato queste 2 tematiche perché spesso i bambini che giungono al corso hanno alle spalle genitori che sono in grado di prenderne in considerazione SOLO una, escludendo l'altra.

Ne segue che c'è gente che impone ai figli di venire a fare Arti Marziali perché, ad esempio, si mostrano irrispettosi ed inottemperanti al sistema delle regole (ci sono bambini di 6 anni che insultano e picchiano la mamma, cose che ho visto con i miei occhi)... e ce n'è altra che manda i figli ad Aikido perché e finché ad essi ciò sembra gradito.

Nulla di più errato e diseducativo in entrambi i casi.

L'Aikido può fare molto per far contattare, conoscere e consolidare il sistema di regole di un bambino, ma NON può né deve sostituirsi in questo del tutto alla famiglia di provenienza... perché in essa non si è capace a dire dei "NO", fermi e ben motivati.

Se l'Aikido poi funziona come dovrebbe, è naturale che vengano a galla quelle problematiche comportamentali, relazionali che sono proprio l'oggetto di studio della disciplina... quindi è ovvio che nascano ANCHE dei momenti stressogeni, nei quali l'Insegnante chiederà agli allievi di superare omeopaticamente alcuni dei loro attuali, piccoli limiti.

Quando ciò avviene, se un bambino si trova troppo "all'angolo" con se stesso NON deve poter smettere perché fa i capricci con i genitori: "Non voglio più andare ad Aikido!"...

Questo è il momento nel quale la famiglia e l'Insegnante devono fare rete, e far sentire al ragazzo che parlano una lingua analoga e che le cose che dicono sono per il suo sviluppo e per il suo bene: questo cioè è il momento dal quale non bisogna lasciar scappare chi si sottopone ad una disciplina, anche quando ciò sarebbe la soluzione più comoda.

Teniamo presente un altro fattore: i bambini giungono al corso perché qualche adulto (i genitori, la maestra, un educatore, lo psicomotricista, il logopedista, lo psicologo...) ritiene ciò sia la cosa migliore per loro... NON è quindi una LORO SCELTA.

Dico questo perché la differenza nella pratica la farà sempre e solo chi decide consapevolmente di proseguirla, ovvero essa entra nelle prospettive personali di un praticante: quindi è necessario accompagnare i bambini ed i ragazzi dall'accettare una scelta altrui ad operarne una propria.

Al corso restano quelli che lo hanno scelto, gli altri passano come l'alta o la bassa marea.

Per questo è importante coinvolgere i baby-praticanti in modo progressivo e compatibile con il loro grado di maturazione personale in fatto di scelte: questa cosa tocca sia all'Insegnante, che alla famiglia, INSIEME.

Qui è anche dove vacillano molti degli inserimenti al corso: le famiglie talvolta utilizzano il Dojo come un luogo di badanza dei propri figli/nipoti per un paio di ore alla settimana, senza coinvolgersi e divenire parti attive del processo di crescita di coloro che desidererebbero aiutare con un'iscrizione.

L'Aikido - ed ogni altra Arte Marziale - non sono aree baby-sitting che consentono SOLO di andare a fare la spesa ed andare dall'estetista nel mentre: questo ce lo deve avere ben chiaro chi accompagna un minore, o addirittura un bambino in tenera età ad un corso del quale sa poco, e per il quale non ha ritenuto meritorio informarsi più di tanto.

Un'ultima cosa: quando avete capito che per i vostri figli è l'età giusta per provare l'Aikido, rivolgetevi SOLO a Dojo e Docenti PREPARATI e CERTIFICATI: non è una perdita di tempo chiedere loro...

- da quando insegnano ai bambini;
- che grado e che QUALIFICA (soprattutto) hanno per farlo;
- qual è l'Ente che rilascia loro tali gradi e qualifiche:
- quali assicurazioni coprono la pratica dei più giovani.

Mi auguro che questo breve excursus sull'inizio delle attività per i più giovani sia risultato utile e chiarificatore.

Trovo che Insegnare ai bambini ed i ragazzi sia al contempo un grande privilegio, ma anche una grande responsabilità... quindi mi auguro che per analogia anche gli adulti che desiderano indirizzare i loro piccoli guerrieri alla pratica possano vivere la cosa con altrettanto entusiasmo e senso di responsabilità.


Marco Rubatto



lunedì 12 settembre 2022

Reishiki, non solo una questione di forma, di Enzo Di Vasto

Recensisco quest'oggi per voi una pregevole opera donatami da Enzo di Vasto Sensei, prezioso amico e Senpai che mi ha accompagnato e dato supporto soprattutto nei primi anni della mia pratica e, si può dire, sino a quando non ho iniziato ad insegnare io stesso.

Enzo Sensei ha scritto un libro intitolato "Reishiki - non solo questione di forma" e sono felice di parlarne su Aikime, anche per l'importante tematica sviluppata nel testo, ovvero uno studio approfondito - ma alla portata di chiunque - sull'origine dell'etichetta vigente nei Dojo tradizionali giapponesi... insieme a preziosi consigli su come impostare il reigi durante le lezioni, agli esami, fra i compagni di pratica, nella relazione fra Senpai e Kohai, nonché fra allievi e Sensei.

Girando molti Dojo negli ultimi anni, mi sono reso conto come alcune Scuole di Aikido tengano molto poco a questo genere di cose e come l'Insegnante medio sia il primo ad essere impreparato ed ignorante (detto in modo letterale e non dispregiativo) rispetto ai motivi di sostanza che suggerirebbero di adottare alcune semplici regole di forma.

Il libro di cui parliamo oggi offre veramente a chiunque la possibilità di sanare questo vuoto: lo studio storico affrontato affonda le radici nella storia e nella cultura stesse del popolo giapponese, mostrando come l'evoluzione della società abbia naturalmente portato il Paese del Sol Levante ad essere uno dei più formali del pianeta, ma non nell'accezione nella quale siamo abituati a percepire questa parola.

Da noi forma e sostanza sono antinomici fra loro, quindi la forma viene vista spesso come l'opposto della sostanza... ma in Giappone non era, né è così: la forma da sempre è vissuta come il VEICOLO della sostanza; i due aspetti antinomici hanno trovato una sintesi ed una reciproca integrazione quindi.

In un Dojo è bene vigano alcune semplici regole, che non vogliono essere l'espressione di una forma dittatoriale del Sensei nei confronti di chi frequenta le lezioni di Aikido, bensì un importante supporto a viverle al meglio e con il maggior profitto possibile.

Il testo ci agevola nella comprensione di ciò, offrendoci una definizione di "etichetta", "cerimoniale" e di "reishiki", spiegandone la sua funzione nella pratica ordinaria ed in caso di eventi quali seminar e raduni... viene inoltre svolta una breve presentazione del Giappone e dei contesti storici dai quali sono germinati parole come "Samurai", "Bushido" e "reigi".

Molte volte, siamo portati a non dare peso ed importanza alle regole che non comprendiamo e delle quali non riusciamo scorgere un'utilità pratica; proprio per questa ragione, viene approfondito il concetto di "saluto", sia fra persone comuni, sia all'interno di un Dojo, vengono esemplificati i significati di diverse buone norme di comportamento che costituiscono ancora oggi una struttura importantissima per la società giapponese.

Da qui emerge quanto sia stato naturale che questa mentalità della "forma che veicola la sostanza" fosse utilizzata e richiesta anche negli ambiti marziali che tutti noi frequentiamo con grande passione.

C'è realmente una grande ignoranza in giro, lo affermo con rammarico, insieme alla tendenza ad occidentalizzare pure troppo certi riti - come quello del saluto - da un lato forse per non introdurre eccessive barriere linguistiche e culturali... dall'altro proprio perché non si comprende la necessità di mantenere alcuni aspetti della disciplina nella stessa atmosfera nella quale sono nati e si sono sviluppati.

Non è questione di fare però i puristi, in questo caso, quanto le persone responsabili: vedremo di buon occhio alle nostre latitudini chi studiasse la Divina Commedia in prosa?

Chi mettesse il ketchup sulla pizza?

Chi spezzasse gli spaghetti per cuocerli e ce li servisse scotti?

Credo di no, ma solo perché ci sono ragioni storiche e culturali che ci hanno portato a vedere una poesia o un piatto di cucina come la rappresentazione di un significato, oltre che di una semplice forma.

La stessa cosa accade con la disciplina giapponese che amiamo e pratichiamo: un conto è studiarne le origini, le tradizioni e la filosofia... un altro è bypassare tutto per tuffarci solo in ciò che ci piace di più.

Molti dei problemi che presenta l'Aikido oggi sono di origine culturale, secondo me, quindi il reishiki ed il suo studio diventano un'ottima cura a questa immaturità diffusa.

Sono contento che sia Enzo Di Vasto Sensei ad aiutarci in questo, perciò ho ritenuto importante dare il mio personale contributo affinché la sua opera venisse conosciuta e letta da un pubblico più ampio possibile.

Se ricordate, poco più di un anno fa, avevo recensito un altro testo molto bello (trovate l'articolo QUI) di un altro amico che ha scritto sul medesimo tema... sono quindi molto felice che opere di questo genere si stiano moltiplicando nel panorama editoriale dedicato alle arti marziali!

Cliccate QUI per ordinare il libro "Reishiki, non solo una questione di forma", e buona lettura!


Marco Rubatto




lunedì 5 settembre 2022

La moda in corsivo e l'AIKIDO in STAMPATELLO

"Il Budo si è evoluto allo stesso modo di quello dell'universo e dei suoi corpi celesti, ed è per questo che non dovrebbe rimanere fermo.
Il Budo di Ueshiba è fatto dalla prima generazione di Ueshiba e la seconda generazione di Ueshiba dovrebbe scavalcarlo e reinventarlo come se fosse nuovo".

[O' Sensei]


Iniziamo quest'oggi una nuova stagione di pubblicazioni di Aikime, e come ogni anno, riservo il primo Post ad alcune riflessioni di carattere generale: ci occupiamo quest'oggi dell'annoso dilemma o bivio percepito fra tradizione ed innovazione.

Proprio per questa ragione ho riportato alcune parole del Fondatore stesso sull'argomento: da esse emerge una forte propensione evoluzionista ed una innegabile apertura al cambiamento.

Ma cosa significa questo...?

Che nulla del "vecchio Aikido" è destinato a sopravvivere?

Che in futuro le idee più innovative ed utili saranno le più differenti da quelle della tradizione marziale giapponese?

Nei giorni in cui scrivo queste righe (che sono di solito antecedenti a quando vengono poi pubblicate) si fa un gran parlare di una TikToker che avrebbe inventato il modo di parlare in "cörsivœ". Elisa Esposito, influenzer di 19 anni.

Non guardando la TV da circa 30 anni, mi sono informato sentendo parlare di questa cosa soprattutto i teenagers: la prima impressione, devo dire, è stata una via di mezzo fra lo stupore e la noia.

Mi è subito venuta in mente un'ennesima reincarnazione di Piero Pelù dal tempo dei primi Litfiba... è dal 1990 che quello parla così, ma poi ho pensato si avvicinasse di più alle lezioni di Savonese di Colorado Café del 2003 (si, quasi vent'anni fa!).


L'unica nota di merito è che - a livello prettamente visivo - la Sign.na Esposito mi pare al momento più gradevole di Piero Pelù e di Enrique Balbontin messi insieme... ma TUTTO QUI, e poi, anche in questo caso, è solo questione gusti. D'altra parte mi pare pure che disponga di una scatola cranica molto meno sviluppata dei nomi del passato che ho citato e del proprio décolleté, ma ce lo dirà la storia... io posso sbagliarmi adesso.

Questo "moda" però è indicativa del fatto che quello che si percepisce come novità talvolta non risulta altro che una versione più moderna di qualcosa che è forse esistito da sempre... con piccole varianti, piccole differenze.

Non è poi così banale INVENTARE veramente qualcosa di INEDITO e dal nulla!

Questa cosa è vera anche nelle Arti Marziali e di conseguenza anche in Aikido: si ha continua paura che le tendenze moderne rovinino ciò che di buono ci è stato tramandato dalla tradizione... così come si teme che essa possa morire se non viene in qualche modo trascesa ed ammodernata...

... ma può essere tutto un enorme equivoco: ciò che è destinato a restare è quello che è in grado di passare indenne il setaccio del tempo, tutto il resto si affaccia al mondo e quindi appassisce dopo poco.

Per quanto concerne le cose che preoccupano i tradizionalisti dell'Aikido, al momento sembrano esserci 2 fronti da combattere:

- l'uso della tecnologia (social, video, siti) che si sostituirebbe sempre più l'allenamento fisico in un Dojo, svolto invece sotto la guida attenta di un Insegnante competente;

- l'introduzione delle gare, che sembrerebbero ciò che più il Fondatore volesse evitare che accadesse.

Da sempre, sono stato uno di quelli che non ha mai avuto paura di sperimentare, così già quattro anni fa (pre-pandemia) avevo partecipato ad alcuni eventi internazionali on-line, nei quali era possibile seguire o dirigere lezioni tenute in altri continenti. Devo dire che fu veramente un'esperienza interessante!

In Federazione abbiamo sdoganato le competizioni di forme di Jo ed ancora non sappiamo se questa cosa prenderà piede o meno; per il momento pare abbia mosso un buon interesse nel Settore.

Non è però nemmeno la prima volta che qualcosa del genere accade: Tomiki Sensei, allievo simultaneo di Jigoro Kano (Fondatore del Judo) e di Morihei Ueshiba ha introdotto già prima del 1960 le competizioni in Aikido. Ecco QUI un approfondimento su questo tema.

Corsi e ricorsi storici?

Sembra che questa sua Scuola, che spaurutamente continua ancora oggi le sue attività, non abbia riscosso un entusiasmo particolare, a livello globale... ma era forse un idea solo sbagliata?

È stata introdotta in un modo sconveniente o in un'epoca nella quale non se ne sentiva particolare bisogno?

In realtà, ad essere seri, NON lo possiamo sapere: constatiamo che ha dato pochi frutti... e ci concentriamo perché ne dia ciò che ci stiamo impegnando a fare noi. Tutto qui... col senno di poi sono bravi tutti.

Ci sono quindi "mode", che sono espressioni locali e figlie dei propri tempi... e ci sono "principi", cioè espressioni universali, indipendenti dallo spazio e dal tempo, che di tanto in tanto si ri-cristallizzano su questa Terra, sotto forma di usanze, tecniche, associazioni, modi di fare.

Le prime sono destinate ad inabissarsi, i secondi invece a godere di una sorta di "eterna giovinezza", anche se magari caratterizzati da espressioni leggermente differenti in ogni loro "reincarnazione".

La paura quindi che l'evoluzione rovini la disciplina o che lo faccia la tradizione stessa se lasciata così com'è sono - secondo me - più che altro SCUSE per parlare dei massimi sistemi, senza però fare NULLA di concreto per la disciplina.

È un po' come con il Covid-19: abbiamo fatto bene a fare i lockdown, a mascherarci, a vaccinarci?

Secondo me no, ma in realtà NON lo sapremo che fra qualche generazione, e nel frattempo andavano prese delle misure... e noi abbiamo fatto queste cose qui: il giudice più imparziale (più di me sicuro) sarà il tempo... 

Ricordo che ci sono stati momenti storici nel quali si diceva che l'eternit sarebbe stato, appunto, un materiale "eterno", oltre che salubre... che il burro faceva bene perché lubrificava le vene, che i dottori fumavano più sigarette Camel, poiché erano salutari ed aiutavano anche a rinfrescare l'alito!

Qualcuno immaginava forse che si stesse facendo qualcosa di sbagliato e controproducente?

Qualcuno ci ha marciato sopra?

In ogni caso, ORA abbiamo più info ed esperienza a disposizione, quindi sappiamo quale comportamento è più sano tenere in alcuni ambiti (alimentazione, fumo, produzione di materie prime).

Coloro che oggi sono impegnati ad INNOVARE l'Aikido non pensano di sbagliare, e va augurato loro il massimo della fortuna.

D'altro canto, anche coloro che puntano i piedi per DIFENDERE la tradizione non pensano di sbagliare, e quindi va dato loro modo di continuare nel loro intento.

Forse queste posizioni antinomiche costituiscono forze che possono e dovrebbero fra loro farsi una sorta di equilibrio dinamico.

Io auguro a me stesso il coraggio di continuare su una Via necessariamente incerta, ma anche molto appassionante... ed a voi tutti di fare altrettanto, sul tatami, così come nella vita di tutti i giorni: i frutti si vedranno poi, ora non distraiamoci dal continuare la semina di ciò che pare sensato ed importante per ciascuno di noi.


Marco Rubatto




lunedì 4 luglio 2022

Tempo di vacanze, Aikime torna on-line a settembre

Dopo un'intensa attività, che ci ha portati anche quest'anno ad offrirvi da settembre 2021 ad oggi - settimanalmente - una quarantina di articoli originali, è nuovamente ora di silenziarci per un po' di tempo...

Ricaricare le batterie è importante e molti dei progetti che ci vedono ora coinvolti sono piuttosto ambiziosi ed a lungo termine, quindi vanno curati lontano dai riflettori, per il momento.

La nostra attività reale quindi non chiude, ma andiamo in pausa dalle pubblicazioni. Grazie come al solito per il prezioso supporto che ci giunge dalle centinaia di follower che accompagnano costantemente Aikime!

Forse sono così gli Aikidoka in generale: non smettono di essere tali solo perché il Dojo/palestra chiude ad agosto... se l'Aikido è un modo di essere, piuttosto che una semplice attività che si può fare o meno.

Vi auguro un periodo sereno di relax, nel quale il corpo possa prepararsi ad una nuova stagione di intensa attività, e la mente sia magari impegnata in buone ed ispiranti letture a mandorla, sotto l'ombrellone o dove piacerà più a voi.

BUONA ESTATE!


Marco Rubatto


lunedì 27 giugno 2022

Aikido ed il valore della disciplina

Cosa significa praticare una disciplina come l'Aikido?

Ma, prima ancora, cosa significa proprio praticare una disciplina?

Questo termine deriva da "discipulus", ovvero "discepolo" e di solito si affianca allo studio o all'insegnamento di una materia, che utilizza un complesso di norme. Non di rado si usa questo termine anche come sinonimo di severità e rigore.

Ma che cosa significa essere un "discepolo" e che cosa comporta, in pratica, percorrere un cammino esperienziale come l'Aikido?

Significa che nasce DENTRO ciascun praticante l'ESIGENZA di un'attività calendariata in modo consapevole e costante, che gli permetta di raggiungere i propri goal personali.

Le 2 parole scritte in maiuscolo sono una scelta grafica ben precisa:

- DENTRO è importante perché fino a quando una persona fa le cose per compiacere le aspettative di qualcun altro NON sarà in grado di praticare alcuna forma di disciplina: al massimo si potrebbe chiamare "appecoramento" a qualche forma di volontà altrui... poco importa chi questi sia;

- ESIGENZA è importante perché se non ci fosse un bisogno che muove, che sprona ad un cambiamento sarebbe del tutto inutile una via esperienziale che consenta di modificare la condizione nella quale uno si trova. Se si sta bene, si sta fermi li: ogni forma di cambiamento/evoluzione risulterebbe infatti più un incomodo che altro.

Quindi uno diventa "discepolo" perché crede che questa sia la condizione più adatta a sé: si tratta di una SCELTA LIBERA, e ciò va ricordato poiché questa condizione richiederà di trovare una figura esterna - generalmente  chiamata "Maestro" - che supporti questo discepolo e lo guidi nel suo percorso... e siccome esso potrebbe non rivelarsi solo in discesa, ma incontrare parecchi ostacoli e prove da superare, poi uno non deve prendersela con il Maestro che te le specchia, ma con se stessi, ovvero con chi ha deciso liberamente di calcare il camino.

Il Maestro è anche CONTEMPORANEAMENTE un discepolo, quindi NON tocca a lui togliere le castagne dal fuoco a qualcun altro (lui ha il suo bel da fare nel togliersi le proprie!), ma ha il compito di rammentargli la decisione di compiere un percorso esperienziale che consenta all'allievo/discepolo di arrivare ai propri traguardi, o quanto meno a togliersi dalle posizioni e dinamiche personali che egli non desidera ulteriormente mantenere.

In questo senso, il Maestro non è altro che un facilitatore ed un garante del percorso altrui, poiché ne protegge il senso profondo, specie quando il discepolo incontra le inevitabili difficoltà che lo faranno vacillare e potrebbero dissuaderlo dal proseguire nel proprio cammino.

Le difficoltà, in questo senso, sono dei setacci, dei filtri... destinate a separare chi desidera procedere fino in fondo, da chi lo desiderava solo a livello "romantico".

Avendo il Sensei incontrato molte delle difficoltà che di solito incontrano poi anche i suoi studenti, non fa altro che indicare come EGLI sia riuscito a suo tempo a superarle, così da fornire motivazione e tutoring... ma la disciplina non la fa lui, non la decide lui per nessun altro che per se stesso.

La disciplina è quindi un qualcosa di molto PERSONALE, dal quale deve essere possibile recedere in ogni momento, altrimenti viene meno la scelta libera e consapevole di sottoporvici.

Il fatto che essa sia comunemente descritta da regole, anche piuttosto severe, di condotta NON deve indurre al grossolano errore che la disciplina sia qualcosa di statico ed oggettivo: sono le persone a volere (forse) diventare "discepoli" per le ragioni dette poc'anzi, quindi a creare e percorrere la DISCIPLINA, e NON il contrario. Niente "discepoli", niente "disciplina".

E qui tocchiamo un tasto molto delicato, se non dolente, per molti praticanti di Aikido...

Ci si lamenta molto che oggi non ci sarebbero più molti Aikidoka, che le giovani generazioni si dirigono altrove, che i Dojo appassiscono e quindi muoiono... e tutte ste menate simili.

Ma riflettiamo insieme su quanto esposto poco più in su sul "DENTRO" e sulla "ESIGENZA": la gente sembra non essere così interessata a guardarsi dentro - generally speaking, s'intende - e di conseguenza conosce sempre meno le proprie propensioni ed i propri bisogni.

Come potrebbe intraprendere una disciplina una persona che non sa neppure di averne l'esigenza di farlo?

Andrà a fare altro, ma non perché le discipline tradizionali giapponesi abbiamo perso valore o non siano "di moda", quanto semplicemente perché sono uno strumento che diventa meno frequente utilizzare.

In un mondo distopico in cui regnasse quasi solo lo street food, sembrerebbe che forchetta e coltello perdano di valore , ma questo non significa che le posate non continuino ad essere molto utili per mangiare... non è vero?

La "distrazione di massa", molto più pericolosa della distruzione di massa delle eventuali bombe atomiche russe, rende la società infantile e costantemente impegnata in attività che non facciano poi così tanto la differenza: quindi prima il COVID, poi le mascherine ed i vaccini, poi l'ucraina, poi il clima, poi l'aborto... c'è sempre qualcosa di nuovo di cui parlare al scuola o al bar con gli amici. Ci avevate fatto caso?

Lo si fa mentre si sta fermi nel proprio brodo, di solito.

Discepolo ci diventa chi ha SCELTO di uscire dal proprio brodo, chi non è più contento di sguazzarci dentro, per quanto noto, divertente e forse comodo... quindi ovvio che preferirà ALTRE occupazioni, quelle più trasformative ed evolutive: ecco che si metterà in cerca di un Maestro e di una disciplina in grado di fargli raggiungere quello che è importante per la propria coscienza.

Ha scoperto le proprie NECESSITÀ più profonde, ma se non lo avesse fatto non si sarebbe andato alla ricerca di alcun corso di Aikido o similari.

Abbiamo una marea di persone che ha perso il contatto più autentico con se stesso, non con le discipline marziali giapponesi... altroché!

La buona nuova è che l'anima ha un'esigenza innata ad esplorare e comprendere se stessa e quindi - per quanto si faccia per trasformare la collettività in un gregge ubbidiente e non pensate - ci sarà sempre più di qualcuno destinato a guardarsi dentro (per volontà o per "caso") e scoprire che ciò che ha percepito non gli piace o che desidera percepire nuove cose... e che quindi inizierà SPONTANEAMENTE a cercare una disciplina, poiché questa sarà la forchetta ed il coltello che gli permetteranno di digerire meglio ciò che mangerà... pure in un eventuale mondo distopico dominato quasi solo dallo street food.

Allora uno andrà a lezione NON per far piacere al Maestro o ai propri compagni di pratica, ma per SE STESSO, perché avrà chiaro che è lui/lei a perdere un'occasione se non lo facesse. PUNTO.

"Eh, ma questa sera è il compleanno di mia suocera... pensa come ci rimarrebbe male mia moglie se lo saltassi"

Ad un certo punto della disciplina si capisce bene che invece non ci sono caxxi che tangano, MAI: "la festeggio ieri o domani e vado al Dojo all'appuntamento che ho con me stesso, perché non ci può andare nessuno al posto mio".

Perché fare contenti gli altri è importante e può essere anche giusto e piacevole... ma fare quello che si sa essere importante per se stessi è ESSENZIALE... e se il mondo esterno non capisce, sono una camminata di fatti suoi.

E di solito - guarda caso - "il mondo che non capisce" è quello che passa le giornate al lavoro, a scuola o al bar a scannarsi su COVID, mascherine ed i vaccini, l'ucraina, il clima o l'aborto... Quindi, di cosa stiamo parlando?!

Un ultima considerazione, più rivolta agli Insegnanti: nel mio Dojo ci sono numerosi allievi che per me stanno prendendo più di una importante cantonata sulla disciplina che hanno deciso di seguire. Non tutti ovviamente, ma diciamo che l'80% è come se si fosse iscritto ad un rally e volesse gareggiare in triciclo.

Si comportano in modo egoico, egoista, scambiano il piacere con il dovere e viceversa, si ingaggiano solo quando pare a loro, hanno già deciso di NON mettere in discussione alcune aree di loro stessi (di solito ovviamente quelle fragili e problematiche, altrimenti non ci sarebbe alcuna esigenza di non metterle in discussione)... insieme a molte altre "storture" che io fossi in loro eviterei molto volentieri.

Già, ma io NON sono in loro!

Essi invece stanno - A MODO PROPRIO - percorrendo la disciplina nel modo che ritengono migliore e questo è già molto in un mondo "distopico dello street food", anche se vedo chiaramente le loro devianze: non è un superpotere, solo esperienza pregressa... visto che numerose di quelle devianze le avevo pure io un tempo!

Sono il loro mentore, è vero, ma non ho alcun diritto di insegnare loro come vivere ciò che fanno: devo lasciarli "sbagliare", perché se non nasce dentro di loro il dubbio di stare facendo una minkyata, ogni rimando teso a farglielo notare sarebbe sicuramente frainteso o resterebbe incompreso.

Per questa ragione chi percorre una disciplina ha una naturale pazienza con coloro che la percorrono accanto a lui: è la stessa pazienza che devo avere con me stesso per tutti gli aspetti in cui attualmente io stesso sto ancora facendo qualche sonora cavolata, ignorando bellamente che tutto ciò stia accadendo.

Ciascuno di noi ha aree di sé che non è stato ancora semplice o possibile esplorare, questa è una realtà che va compresa ed accettata.

Se un giorno verranno e chiederanno cosa ne penso su come stiano facendo il loro percorso, sarò li per rispondere al meglio delle mia possibilità... ma non posso fare nulla prima di allora. D'altronde sto sul tatami per cambiare me, non loro.

La disciplina è un mix di paziente accettazione e di determinazione attiva: il difficile è calibrare, volta per volta, l'integrazione di questi due aspetti solo apparentemente antinomici, in realtà del tutto complementari.

Le discipline NON cesseranno di esistere, almeno fino a che esisteranno degli uomini che hanno l'esigenza interna di esplorare e migliorare loro stessi, quindi nemmeno l'Aikido scomparirà: sono disposto scommettere firmando un assegno in bianco a chi afferma il contrario.

Dobbiamo solo recuperare la dimensione PERSONALE di tutto ciò, quella cioè che non centra un tubo con la moda, né è legata a nulla che centri con chi o cosa abbiamo intorno.

Se ho deciso di rendere l'Aikido centrale nella mia vita, l'ho fatto solo per me... non per i miei allievi o per altro.

Se domattina vado al Dojo alle 7:00 lo faccio per me, sia che ci trovi 20 persone, sia che non ci sia nessuno.

Ad un certo punto questa diventa un'esigenza così intima che si inizia a guardare veramente straniti chi fa di tutto per occupare il proprio tempo con le esigenze del mondo... pur di non avvertire le proprie e più autentiche!

E cosa c'è di strano: in fondo questi guardano straniti chi fa come me; siamo per forza strani tutti agli occhi di qualcun altro... la differenza la fa forse la consapevolezza che c'è negli occhi di chi osserva il prossimo, che più è consistente, meno tende a giudicare per ciò che trova grottesco negli altri.


Marco Rubatto




lunedì 20 giugno 2022

Buodopass ed Aikidocard, i documenti di chi?

Quando ci iscriviamo ad un corso di Aikido, presto o tardi ci verrà detto che dobbiamo munirci di un documento personale di riconoscimento che le varie realtà chiamano in modo differente: Aikidocard, Budopass, Licenza Federale...

...poco importa: si tratta di un libretto sul quale scrivere alcuni passaggi particolarmente importanti della nostra pratica, come stage e passaggi di grado.

Ogni organizzazione ed Ente ne fa a sua immagine e somiglianza, ma i campi da compilare sono più o meno simili: c'è lo spazio per scrivere i propri dati personali e le pagine riservate a documentare quelle pratiche che costruiranno il curriculum personale di ciascuno praticante (gradi ottenuti, stage frequentati, in buona sostanza).

All'inizio forse sfugge la necessità di possedere e compilare un simile documento, ma con il tempo risulta particolarmente importante lasciare traccia della nostra storia sul tatami, non fosse altro per riuscire a ripercorrerla con la memoria grazie proprio anche alle tracce lasciate sull'Aikidocard.

Dicevamo... ogni organizzazione di solito crea il proprio libretto da distribuire ai suoi aderenti/iscritti, se segue che esiste un Aikidocard FIJLKAM, uno dell'Aikikai (so Honbu Dojo), uno dell'Aikikai d'Italia, uno del Progetto Aiki, uno dello CSEN, uno dell'AIADA... e così via per tutti i luoghi nei quali è possibile fare Aikido nel nostro Paese.

Ogni organizzazione stabilisce anche le regole con le quali utilizzare questo documento: per esempio la Federazione ha una Licenza Federale che scade ogni 8 anni, deve essere mantenuta aggiornata apponendo ogni anno un bollino scaricabile dal portale della Società Federale di appartenenza e deve riportare i dati di quest'ultima all'interno (il che vuol dire che è tracciata una stretta connessione fra praticante e Dojo presso il quale è iscritto).

Ci sono Enti che richiedono agli iscritti di far vidimare i gradi e gli eventi riportati sull'Aikidocard SOLO da docenti autorizzati a farlo (ad esempio "Commissioni d'esame", oppure Docenti formatori specifici); talvolta viene richiesto di riportare sul libretto un tot di eventi formativi specifici PRIMA Di essere ammessi a sostenere esami di graduazione, etc.

Fino a qui tutto bene, evviva l'eterogeneità degli approcci!

Tuttavia un praticante di lunga data di solito difficilmente potrà esimersi dal cambiare Dojo, cambiare Docente, cambiare Ente di appartenenza o - più semplicemente - andare a praticare ad eventi organizzati da Enti terzi rispetto al suo.

In questo caso, il suo Aikidocard potrebbe essere firmato da Docenti NON autorizzati dal suo Ente di provenienza... o addirittura potrebbe essere rifiutato dall'Ente ospitante (è accaduto più e più volte!).

Questo libretto diventa perciò più un segno distintivo di appartenenza, rispetto ad un semplice database personale di esperienze vissute... e il praticante, che dovrebbe a detta di tutti essere al centro dell'esperienza, risulta più una sorta di bandierina di questa Associazione, Federazione o Ente di Promozione.

L'Italia viene divisa come il RisiKo!, con i carri armati di ciascuna fazione che cercano di annettere territori adiacenti e si augurano di risultare numericamente vincenti rispetto a quelli di colore differente dal proprio.

Nulla di nuovo sotto il sole dell'umanità... i praticanti però non risultano più al centro, ma diventano la manovalanza di questa o quella compagine specifica di Maestri, e delle relative politiche espansionistiche di questi ultimi.

E soprattutto l'Aikidocard cessa in parte di fare la funzione per la quale è stata creata, ovvero semplicemente REGISTRARE le esperienze di ogni praticante.

Per questa ragione, ormai una decina di anni fa, abbiamo messo a disposizione nella sezione "DOWNLOAD" del Blog un Aikidocard che non riporta alcuna sigla specifica, così che ciascuno lo possa usare semplicemente per la ragione per la quale esso è nato.

Qualcosa che sia "VOSTRO", nel quale segnare cosa è importante per voi, scritto in 3 lingue (italiano, inglese, giapponese), così da poter essere utilizzato all'estero, in stage internazionali e addirittura consegnato in mano di docenti a mandorla.

Nessun Ente che si possa rifiutare di vidimare eventi su un libretto privato, che rimane a voi indipendentemente dal percorso lineare o burrascoso che può avere la vostra pratica ed i relativi cambiamenti che in essa sono avvenuti o avverranno.

Al momento circa 200 Aikidoka lo stanno utilizzando, oltre a quelli del nostro Dojo... ovvero una piccola, ma interessante porzione di persone che - per ragioni varie - ha ritenuto importante rimpossessarsi del proprio vissuto, che forse ritenevano non semplice esibendo solo tesserini di Enti.

Ho voluto rispolverare un qualcosa di avviato molto tempo fa per fare il punto della situazione rispetto ad allora.
Girando l'Italia in generale sto vedendo molta più libertà di un tempo da parte dei praticanti di andare dove pare loro e quando pare a loro... e questa cosa mi sembra ovviamente molto positiva!

Esiste ancora qualche forma di tirannia latente da parte dei vari Enti e Maestri, ma solo nei confronti di chi teme di scoprire quanto sia nato libero e nessuno sia in grado di togliergli questa libertà: d'altronde ci sarà sempre chi pensa ancora di avere bisogno di un guinzaglio, del quale solitamente si lagna, ma che gli da anche un certo senso di sicurezza.

Secondo me, l'importante è che il movimento Aikidoistico nel suo complesso diventi sempre più consapevole di se stesso ed animi di questa consapevolezza il luogo in cui si trova: uno dei segni di questo è la capacità di interfacciarsi con ciò che è considerato "fuori" dai propri confini, ragione per la quale l'Aikidocard dovrebbe diventare sempre più specchio dell'individuo che lo esibisce, anziché un passaporto timbrato dallo "Stato" che lo ha emesso.


Marco Rubatto