lunedì 17 febbraio 2020

Come lasciare un corso di Aikido

Ci siamo spesso chiesti come fare conoscere la nostra disciplina... e quindi come iniziare questo affascinate percorso nell'Aikido: quest'oggi vi parliamo di come - secondo noi - sarebbe bene terminarlo.

Innanzi tutto dobbiamo ammettere che non tutti sono fatti per praticare Aikido per sempre, per quanto ciò possa dispiacerci.

La maggior parte di coloro che salgono sul tatami lo fanno - in realtà - per tempi non solo limitati, ma pure abbastanza brevi: qualche mese, qualche anno, un decennio... sono assolutamente più rare le persone che scelgono di farne un'attività che possa accompagnare l'intera propria vita.

Poi, indipendentemente dal tempo che ciascuno avrebbe piacere di praticare... spesso la vita prende una piega imprevista, che di fatto impedisce di esaudire le nostre più care aspettative: basta un trasloco, un matrimonio, un figlio, un cambiamento di mestiere, o anche solo di orario di lavoro... una malattia o la semplice vecchiaia che sopraggiunge.

Cambiano le nostre condizioni al contorno, cambiano le priorità della vita e bisogna operare delle scelte... che talvolta ci spingono a chiudere la porta che tempo prima avevamo con passione aperto. Talvolta, semplicemente, cambiamo noi e stop!

Quindi scegliere di smettere NON è sempre sinonimo di insoddisfazione per il proprio percorso, ma anche se questa fosse la ragione che ci spinge a fare delle scelte drastiche... c'è modo e modo di lasciare un corso di Aikido.

Lo diciamo perché abbiamo notato che le persone spesso non colgano che l'importanza di "finire bene" è almeno pari a quella di "iniziare bene"... poiché entrambi questi punti determineranno la qualità ed il significato della nostra esperienza e lasceranno dietro di loro un buon profumo o una certa puzza di bruciato.

Quando veniamo accolti in un Dojo, spesso ci sono persone che rallentano il ritmo al quale potrebbero lavorare per consentirci l'ingresso e l'integrazione nel gruppo: gente che potrebbe pensare più a sé, ma sceglie di dedicare il proprio tempo a noi ed ai nostri primi incerti passi.

Non ci riferiamo solo al Sensei, che è un habitué di pensare a cosa serve alle persone che ha dinnanzi piuttosto che a se stesso... ma anche ai semplici colleghi praticanti, di ogni ordine e grado: il tatami accoglie di solito abbastanza bene chi vuole mettere il naso dentro; pensare che ciò non abbia un valore da ricordare ed onorare non è un atteggiamento maturo.

Non dobbiamo niente a nessuno, s'intende: se gli altri frenano il proprio lavoro per accoglierci non è qualcosa che abbiamo chiesto loro di fare, solo che dobbiamo pure ammettere che - ove questo accade - talvolta ciò ci fa piacere, ci agevola e gratifica... questo invece sarebbe forse da ricordare un tot!

La nostra avventura sul tatami può durare giorni, mesi, anni o decenni, ma quando ci accorgiamo che sta per concludersi (per qualche motivo dipendente o indipendente dalla nostra volontà), dovremmo fare una seria analisi di cosa l'esperienza in sé ci ha portato.

Crediamo che, ad essere onesti, si potrebbero sempre trovare sia elementi positivi, che negativi in essa: nuove amicizie, frustrazioni, crescita della propria autostima, scoperta di nuovi limiti oggettivi, apprendimento di nuove tradizioni e filosofie, lividi e dolori dei quali non sospettavamo nemmeno l'esistenza.

Ci saranno degli aspetti di noi che escono dall'esperienza dell'Aikido esattamente come ci sono entrati, mentre altre parti di noi potrebbero risultarne completamente modificate: in meglio? In peggio?

Poco importa in realtà, perché una persona arguta è capace di trarre un buon insegnamento anche dalle esperienze che lo segnano in modo meno gradevole... quindi non stiamo a voler etichettare se il cambiamento sia stato buono o meno: limitiamoci a indagare se c'è stato... e di solito c'è stato.

Difficile infatti fare un'esperienza che non porti proprio a NULLA!

Nel caso quindi trovassimo il valore che per noi l'Aikido ha avuto (può essere infinitesimo o immenso, nuovamente poco importa) proviamo a lasciare il corso, il Dojo, il Sensei, i compagni ONORANDO questo valore.

Troppe volte abbiamo visto persone scomparire come desaparecidos, senza più dare alcuna notizia di sé: magari persone che per anni abbiamo frequentato con regolarità per 1, 2, 3, 4 volte alla settimana.
Persone con le quali sudavamo, che non avevamo remore a toccare e manipolare articolarmente nelle peggio posizioni del Kamasutra marziale.

Cosa accade a questa gente?
La vita li porta via dal tatami (questo è comprensibilissimo) e loro non vengono nemmeno a salutare ed a dire "Volevo solo dirvi grazie di tutto ed addio!"? 

Crediamo che molti non facciano questa chiusa ufficiale quasi per "lasciarsi una porta sbacciata" dietro le spalle... così SE UN GIORNO FOSSE POSSIBILE... magari potrebbero tornare a praticare!
Ciò che costoro non comprendono è che proprio non dicendo nulla e sparendo essi si precludono la possibilità di tornare ad essere stimati qualora si ricalcasse il tatami in futuro.

Il Dojo è una comunità che cresce insieme a ciascuno dei propri membri: se uno se ne va non termina solo lui/lei la sua crescita nell'Aikido... ma terminano anche TUTTI i suoi compagni di apprendere qualcosa attraverso di lui/lei: in questo senso quindi, un abbandono è sempre un lutto collettivo, e non solo uno personale.

Gli essi umani si sono inventati i riti per esorcizzare le intensità dei lutti, ci avevate mai fatto caso?!

Quindi un "Volevo solo salutarvi, le nostre strade si dividono qui"... talvolta ha un valore IMMENSO nei cuori di ciascuno, anche senza tanti discorsi o ulteriori spiegazioni!

E cosa dire di quelli che - non solo se ne vanno senza dire nulla -, ma che una volta "fuori dal giro" criticano e svalutano ogni esperienza che hanno fatto al suo interno?
Mai incontrati tipi così?!

Noi un tot...
C'è una ragione perché ciò avviene?
Più di una di certo: si sono trovati male e non hanno mai avuto il coraggio di rimandarlo al Sensei ed ai compagni... ma non ci riferiamo ora tanto a queste casistiche.

Ci riferiamo a chi sembrava tutto "casa, chiesa e tatami", quelli che a momenti vivevano nel Dojo... e che poi si trasformano nei peggiori detrattori dei luoghi che hanno frequentato assiduamente, magari per anni.

Crediamo che per costoro avvenga una sorta di dissonanza cognitiva: uno stato nel quale si manifestano condizioni che effettivamente richiedono di abbandonare la pratica dell'Aikido (frustrazione, indigenza, problematiche famigliari/personali/lavorative, etc)... ma che non si è disposti ad ammettere a se stessi, quindi si sente il bisogno di demonizzare ciò che prima si amava.

"Se fosse per me io andrei ovviante ancora, ma LORO però si sono comportati male, hanno fatto questo, detto quell'altro..."

Fate caso a quando qualcuno parla di ciò che ha terminato dopo una esperienza medio-lunga (poco importa se sia l'Aikido o altro): parla di sé o del mondo che "purtroppo" è brutto e cattivo?

Non sono casi poi così rari quelli che sputano nel piatto nel quale essi stessi hanno mangiato con appetito fino a poco prima... e che magari è stato la fonte di nutrimento per anni comune ad altre persone.

Ecco: se o quando lasciate un corso di Aikido non abbiate tanto rispetto per queste altre persone: abbiatecelo per VOI STESSI, non prendendovi per il giro!

Rispettando noi stessi, RISPETTEREMO anche gli altri ALLO STESSO tempo!

Se rispetterete voi stessi, avrete il coraggio di ammettere che non è stata proprio tutta cacca quella che ci si è scambiata con i propri ex-compagni di viaggio: e - nuovamente - se troverete del valore, ONORATELO mentre ve ne andate.

Se la vita vi dovesse in futuro riportare sullo stesso tatami, facilmente potreste ritrovare vecchi compagni entusiasti di riavervi fra loro; se non dovesse accadere mai, avrete seminato in voi e nel prossimo il valore dell'esperienza comune...

... che, come poc'anzi dicevamo, non è mai completamente vuota, né inutile, ma risulta invece piuttosto unica ed inestimabile!






lunedì 10 febbraio 2020

Godan, il traguardo che significa partenza


Lo scorso anno, durante un Seminar internazionale di Aikido in Svizzera, ho celebrato l'assegnazione del mio 5º dan Aikikai con una demo.

Il tema che scelsi di condividere è "il ponte che collega la tradizione tecnica (di tai jutsu e buki waza) con la dimensione della pratica spontanea" ed al di fuori da ogni lineage tecnico.

Questo perché sento prioritario che possa essere stabilito un legame forte e stabile fra la didattica tecnica e la saggezza contenuta nella tradizione dell'Aikido... e le nuove frontiere dell'esplorazione di quest'affascinante disciplina, che stanno ai nostri giorni anche studiando ed affinando una "didattica della libertà".

Sempre più queste due dimensioni  - spesso avvertite come polari ed opposte - mi paiono paradossalmente complementari come le ali che permettono ad ogni aereo di prendere il volo: servono entrambe anche se sono differenti e speculari.

Allenare un kata risulta molto importante...

L'allenamento tradizionale consiste nel ripetere sequenze preordinate di movimenti, dando loro un nome e specifiche caratteristichekatame waza/nage waza, buki waza... omote/ura, tachi waza, hanmihandachi waza, suwari waza... il programma tecnico in Aikido può essere davvero vasto e non bastano 20 anni di studio per conoscerlo in modo approfondito.

Questo tipo di allenamento in giapponese si chiama "keiko" [稽古] il cui etimo significa "pensare/riflettere/meditare sul passato, su ciò che è già stato": si tratta quindi di un RITO, che in qualche modo vuole rinvivire un'esperienza precedente tramite la sua ripetizione consapevole.

Lo studio delle forme quindi è di grande aiuto ad aumentare la conoscenza della nostra fisiologia (e di quella del prossimo, di conseguenza) e di tutti quegli innumerevoli dettagli tecnici che compongono un'azione.

Si tratta di uno studio di analisi, basato sulla razionalità e sulla capacità di "forzarci" ad uno schema prestabilito (non è il termine migliore che userei, ma è giusto per risultare più comprensibili).

In questo contesto esistono "giusto" e "sbagliato"... ed è fondamentale la finalizzazione del proprio agire: "so cosa voglio ottenere e provo ad ottenerlo".

Se ci riesco mi compiaccio, se non ci riesco ne cerco i motivi e ci riprovo fino a quando non ce la faccio: in ogni caso sviluppo la volontà e cerco comunque di migliorare, applicando il principio di "kaizen" [改善] (del quale vi davamo già parlato QUI).

L'allenamento è basato sulla capacità di cogliere le differenze fra quello che facciamo ed un modello ideale di riferimento... mostrato dal proprio Insegnante, di solito.
Per fare questo, risulta fondamentale sviluppare ed affinare le proprie capacità di giudizio e di critica.

Nel sistema tradizionale giapponese è anche importante comprendere attraverso l'esperienza e non aspettandosi spiegazioni dall'insegnante... cosa che affina la capacità di apprendere guardando con molta attenzione ciò che egli ci propone.

Una cosa storicamente interessante è che O' Sensei crebbe SOLO con queste modalità di apprendimento dai suoi Maestri e credo che esse siano state anche il piatto forte degli insegnamenti che siede - a sua volta - ai suoi allievi.

Coloro che sostengono che l'apprendimento delle basi sia fondamentale per lo sviluppo di una capacità più libera di espressione (in Aikido, come in qualsiasi disciplina) lo fanno proprio guardando a cosa accadde storicamente a Morihei Ueshiba.

Oggi però non siamo nel 1900 e non siamo (tutti) in Giappone: anche questo è un altro dato di realtà.

Per questa ragione con l'Evolutionary Aikido Community da numerosi anni abbiamo iniziato a studiare una sorta di "didattica della spontaneità"... e nella mia demo quindi l'ultima parte è dedicata proprio ad essa.

Innanzi tutto abbiamo una pratica che, polarmente al contrario di quella tecnica:

- non è basata sulla ripetizione, ma sull'unicità di un movimento;

- non è basata sul copiare un movimento di qualcuno, quanto sull'interpretare in modo emotivo il momento che si vive;

- non è basata sulla finalizzazione, ma sull'esperire ogni istante, anche se esso non dovesse portare a goal specifici (come fare cadere il partner, tenerlo sotto controllo, etc);

- non è basato su una forma di giudizio critico, quanto mantenere ascolto e presenza durante ogni istante del movimento... sia quando si è soli, sia quando si è in contatto con il partner;

- non è basato sul senso del dovere nel miglioramento, ma sul piacere di ciò che si vive istante per istante.

I parametri sono quindi molto diversi rispetto al keiko tradizionale: sono proprio polari ed opposti!

Questo tipo di allenamento porta il praticante alla capacità di fare contatto con il proprio mondo interiore, spesso attraversato da emozioni difficili da comprendere in modo razionale... e far esperire come questo "mondo interno" abbia un impatto molto profondo con ciò che avviene "fuori".

Se ci si calma... uke si calma; se si è lucidi e centrati, uke non è in grado di metterci alla strette; se vivo una qualità emotiva specifica, essa si specchia e riversa nel modo di muovermi.

Questo approccio - inizialmente - risulta ben poco marziale e molto più simile ad una danza... quindi ovviamente tutti i detrattori di ciò che non è tradizionale non indugiano un secondo a definirla "merda" (ho cercato di essere più aulico possibile!)... però - a livello collettivo - risulta qualcosa di completamente diverso e piuttosto interessante...

I detrattori del "non si è mai fatto così" fanno rumore subito, ma sono pochi e sparuti, come quelli che si sono aggrappati ad una tradizione mai forse compresa a fondo e che con essa moriranno nel giro di poco... gli altri invece si incuriosiscono, perché trovano assonanza con gli aspetti più attuali che l'Aikido è in grado di offrire alla nostra società!

Il video quindi fa oltre 1500 visualizzazioni in una settimana... e gli apprezzamenti sono circa in rapporto 6 a 1 rispetto a chi disdegna il lavoro (dato rilevato il 5/02/2020, 7 gg dopo la messa on-line del video).

In ogni caso, non scrivo queste righe per convincere nessuno di alcunché, quanto per portare una testimonianza ed indurre a qualche ulteriore riflessione in merito al binomio "forma-spontaneità".

Dicevamo, che a livello storico si è visto che O' Sensei giunse al livello della creativa spontaneità nella disciplina dopo decadi di studio severo e minuzioso della forma: come mai che ciò accadde?

Ovvero: perché lo studio della "forma" può un giorno dischiuderci i reami della "non-forma" e della spontaneità?

Semplice: perché apparteniamo ad un sistema apparentemente duale, ma in realtà non-scisso... quindi quando si punta verso EST ad un certo punto proseguendo ci si trova inevitabilmente ad OVEST, ovvero all'opposto della direzione in cui si presumeva di arrivare.

Così quando mettiamo le mani nella neve, esse si "bruciano": andiamo verso il freddo QUINDI il principio del caldo si fa vivo.

Ci viene la febbre, la temperatura del corpo sale, ma ci vengono i brividi di freddo: andiamo verso il caldo, QUINDI il principio del freddo si manifesta.

Sotto questo punto di vista perciò è corretto: se digeriamo quintali e quintali di forma, un giorno dovremmo in effetti risultare completamente liberi da essa... tuttavia come mai che la quasi totalità di chi in Aikido sta agendo in questo modo NON addiviene a questo stato di Takemusu Aiki?

Cosa differenzia i praticanti odierni da O' Sensei?

Molte cose e non solo legate alle capacità personali: il momento storico, la cultura in cui ciò si ambienta... ma banalmente anche il TEMPO che si ha a disposizione per dedicarsi all'Aikido - che nel caso di O' Sensei era H24 - mentre per un praticante occidentale medio se sono 3 ore alla settimana spariamo fischi e mortaretti!

Morihei Ueshiba si diresse dalla forma alla sostanza, dal visibile al personale/invisibile: ora lo possiamo fare PURE noi... ma approcciando l'Aikido in modo parzialmente diverso da come fece lui.

Possiamo da SUBITO studiare la forma, come tradizione vuole... ma altrettanto da SUBITO possiamo studiare le caratteristiche e la dinamiche che ha la spontaneità e studiare i principi anche SENZA che essi siano per forza contenuti in un pattern tecnico.

Così facendo, anziché dalla base andare verso la cima della piramide... è come se fossimo a metà della piramide e ci dirigessimo contemporaneamente sia verso la base, che verso la cima.

Mettiamo di sicuro molta più carne al fuoco (poiché oltre alla forma che è già tanta roba di suo ci sarà parecchio altro da studiare), ma dall'inizio avremo una certa capacità di muoversi sia nel regno del manifesto, sia in quello del personale/coscienziale/interno... che è più il luogo nel quale l'Aikido esprime oggi le sue maggiori potenzialità.

Fare Aikido per storcere il polso ad un rapinatore risulta piuttosto semplicistico, rispetto ad utilizzarlo per affrontare le paure che si anno (del rapinatore, come di qualsiasi altra cosa ce ne faccia).

Patrick Sensei nella parte di jiyu waza (movimenti liberi) mi ha chiesto prima di manifestare il principio dello "yin", ovvero dell'accoglienza, dell'empatia, della ricettività... quindi quello dello "yo" (termine giapponese del più conosciuto "yang" cinese), ovvero dell'azione, della determinazione, della penetrazione (se ne dev'essere accolto il primo uke che è arrivato ad attaccarmi, prima che mi ricordassi che non è bene uccidere la gente!).

In seguito mi ha chiesto di fondere, bilanciare ed integrare yin e yo... e di manifestare il principio della "leadership": non è che ci sia un modo specifico di fare una cosa del genere mentre ti attaccano in 3, però è possibile fare contatto con le proprie sensazioni, emozioni ed idee sul tema... e provare a trasdurli in movimento.

Il risultato lo potete vedere nel video seguente:

- minuti   0 -> 14 FORMA
- minuti 14 -> 23 SPONTANEITÀ



Avevo particolarmente a cuore condividere questi pensieri e questa mia esperienza perché questo riconoscimento mi giunge direttamente dal mio Sensei, al quale sono molto grato per tutta l'ispirazione ed il supporto che ha saputo darmi in questi numerosi anni di "viaggio" insieme.

Non è tanto per il 5º dan: ero già 5º dan da alcuni anni per la FIJLKAM... questo però è il MIO modo di essere di praticare ed insegnare Aikido... cosa che spesso in un'istituzione come la Federazione non è possibile fare completamente emergere, per svariate ragioni.

Sono grato ai miei allievi per il supporto costante che ricevo nel Dojo ed anche in eventi come questo, nei quali ci sono state persone che sono partire dall'Italia (anche) per farmi da uke.

Allo stesso tempo, mi sento fortunato di poter condividere questo momento con voi tutti: nella tradizione i vari gradi "dan" hanno un significato ben preciso:

- 1º dan: grado "dell'allievo che cerca la via";
- 2º dan: grado "dell'allievo all'inizio della via";
- 3º dan: grado "degli allievi riconosciuti";
- 4º dan: grado "degli esperti tecnici".

Con la cintura nera, da "mudansha" [無段者] si diventa "yudansha" [有段者] (il "guerriero"): il 5º dan risulta il grado "della conoscenza", nel quale si più acquisire il tutolo di "renshi" [錬士] ("persona che forgia") e si accede di diritto alla categoria dei "kodansha" [古段者]ovvero alla "maestria spirituale".

Io non so se sono giunto al grado della maestria spirituale, in realtà non lo credo... ma so che talvolta basta sbagliare di poco ed è una tragedia: per esempio...

- se anziché "godan", scriviamo "god han"... in anglo-giapponese diciamo "semi-dio" [神半];

- se anziché "godan", scriviamo "gohan"... in giapponese può significare sia "cattivo giudizio/erronea valutazione" [誤判], sia "pranzo" [午飯];

se anziché "godan" diciamo "gadan"...  in piemontese il significato risulta ulteriormente molto differente, "babbeo, tonto" [ガダン]!

Voglio quindi pensare che godan non sia per nulla un traguardo, ma la partenza di un viaggio che si preannuncia essere sempre più entusiasmante... consapevole che da "semi-dio" a "babbeo" la distanza può essere letteralmente piccola!


Marco Rubatto

lunedì 3 febbraio 2020

Aiki taiso: come prepararsi alle lezioni di Aikido

Sorprendentemente, ci siamo resi conto che in oltre 10 anni di articoli non avevamo ad ora scritto nulla sull'Aiki Taiso [合気体操], gli esercizi specifici di riscaldamento con i quali si apre una lezione di Aikido.

Colmiamo subito quindi tale lacuna...

Nella nostra disciplina il cosiddetto “riscaldamento” non ha la funzione potenziante richiesto in altre discipline sportive, specie quelle competitive… ma invece mira più alla preparazione sia fisica che psicologica alla pratica dell’Aikido: ciò richiede una specifica attenzione all’apertura delle articolazioni del corpo, allo studio delle cadute, all’allenamento alla presenza mentale di ciascun allievo presente.

Un buon riscaldamento quindi non può essere solo simile ad un percorso militare che mette a dura prova il fisico degli allievi, ma avrà una particolare attenzione alle loro caratteristiche, dovrà quindi toccare tutti gli elementi del loro corpo senza pretendere troppo a livello atletico, così come evitando che le capacità articolari di ciascuno restino inespresse.

Per certi versi, l’Aiki Taiso può assomigliare per caratteristiche più ad una sorta di yoga velocizzato, nel quale le posizioni vengono mantenute per pochi secondi, mantenendo alto il connubio fra movimento e respirazione durante ciascun esercizio.

Va segnalato il caratteristico momento del tekubi no taiso [手首の体操], - talvolta chiamato anche tekubi undo - ovvero della “ginnastica dei polsi”, poiché di sovente essi sono sottoposti a flessioni, stiramenti e leve articolari durante la pratica.

Durante il riscaldamento è molto frequente l’esercizio di tai sabaki [体捌き], ovvero dei movimenti di base del corpo (tsugi ashi, ayumi ashi, irimi kaiten, tenkan, irimi tenkan), che aiutano gli allievi presenti a coordinare ed integrare gli spostamenti della parte destra con quelli della parte sinistra, così come quelli della parte inferiore con quelli della parte superiore del loro corpo.

Ultimo punto importante da citare, ma non per importanza, è la pratica di ukemi [受身], ovvero l’attitudine di ricevere (spesso delle cadute) con il proprio corpo: l’abilità di cadere in modo sicuro e senza traumi è un must dell’Aikido ed è spesso una delle prime grandi difficoltà alle quali si affaccia un neofita di questa disciplina.

Queste pratiche sono importanti perché ben predispongono il corpo e la mente di chiunque alla pratica, specie di seguito ad una giornata di lavoro o studio... ma non è sempre stato così.

Storicamente, quando il Fondatore si stabilì ad Iwama, nel 1942, l'Aiki Taiso non era qualcosa di così frequente e strutturato, poiché O' Sensei stesso ed i frequentatori del Dojo spesso lavoravano per molte ore nei campi, durante la giornata.

Erano quindi persone forti ed abituate a diverse ore di attività fisica ogni giorno, quindi la pratica più vigorosa iniziava dopo pochi esercizi preparatori di base.

A Tokyo invece la situazione era molto differente, in quanto la maggioranza degli Aikidoka era formata da impiegati, persone dedite a lavori di tipo intellettuale... quindi era ovvia la necessità di preparare e riscaldare adeguatamente il loro corpo alla pratica.

Molti degli esercizi proposti durante l'Aiki Taiso presentano origini e significati che si perdono nelle tradizioni shinto e relative al buddismo shingon, come Ikkyo undo e Funakogi undo (l'esercizio del rematore).

Alcuni derivano direttamente dai movimenti mattutini di risveglio articolare che facevano alcuni monaci, che quindi già integravano pratiche fisiche, con quelle spirituali... come avviene nel furi tama (scuotere l'anima)




In tempi più recenti, alcune Scuole di Aikido si sono specializzate maggiormente nell'Aiki Taiso rispetto ad altre: ad esempio, il grande lavoro del Maestro Hirokazu Kobayashi e di alcuni dei suoi più fedeli studenti ha permesso la creazione di un metodo (addirittura brevettato) chiamato "Aiki Shin Taiso", talvolta proposto come sistema di conoscenza personale del proprio corpo e della propria mente... anche al di fuori della pratica dell'Aikido, o - perlomeno - non solo come approccio ad esso.

Ci interessa sottolineare oggi come sia importante ai nostri giorni per un Insegnante avere strumenti psico-fisici che possano predisporre chiunque alla pratica dell'Aikido: non ci viene quindi né da denigrare l'Aiki Taiso, né da farne una nuova disciplina, né tanto meno una religione.

La tendenza attuale di alcuni corsi è degenerare o verso una sorta di boot-camp dei Marines, ove gli esercizi proposti devono essere spacca fiato e spacca muscoli... o un misticismo quasi dottrinale.

Ci sono corsi nei quali richiede un minuto di silenzio e concentrazione, al comando di "mokuso" (il "silenzio/quiete dei pensieri")... ma senza che nessuno ne abbia mai spiegato il significato, e luoghi in cui l'Aiki Taiso sembra una lezione dell'ISEF!

Al solito crediamo che un certo equilibrio in ciò che si propone sia davvero importante... se è l'equilibrio mente-corpo ciò che si va cercando sia in Aikido che nella vita.



lunedì 27 gennaio 2020

Aikido, competizione... e la lettera del sermone

La scorsa settimana la community degli Aikidoka ha fatto tam-tam mediatico rispetto ad una lettera inviata dal Dojo Cho dell'Aikikai Honbu Dojo, Mitsuteru Ueshiba ad un Club Aikidoistico russo.

In questa lettera l'Aikikai sottolinea che l'Aikido e la sua filosofia non sono confacenti a forme di competizione e che la non-competitività è stata voluta dal Fondatore. Evidentemente costoro si dovevano essere lanciati in gare, competizioni o qualcosa di simile... e puntualmente è giunta dal quartier generale della fondazione Aikikai un richiamo all'ordine.

Ecco il testo originale...


Ecco la traduzione in italiano:

"Cara persona responsabile dell'Organizzazione di Aikido:

Il fondatore dell'Aikido, Ueshiba Morihei O' Sensei, proclamò che l'Aikido è una via che, attraverso una pratica quotidiana, migliora la natura umana e persegue l'armonia sociale. Perciò ogni forma di concorso o competizione non sono necessari e non dovrebbero esistere in Aikido.
Se un concorso o una competizione sono introdotti non é più Aikido.

Sotto ogni generazione di Doshu, l'Aikikai ha continuato le sue attività basate su questi immutabili principi stabiliti da O' Sensei.

L'Hombu si aspetta che ogni organizzazione di Aikido e ogni singolo praticante in tutto il mondo si ricordino e aderiscano alla filosofia di base dell'Aikido espressa in queste parole del Fondatore.

Fondazione Aikikai
Hombu Dojo
Mitsuteru Ueshiba"

Da ciò che ne sappiamo, questa comunicazione è stata inviata alle Società di Aikido Russe (Aikikai), poiché erano state introdotte gare, competizioni, rappresentazioni, Aikido festival ed utilizzata terminologia sportiva che poco sembravano (all'Honbu Dojo) rispettosi del messaggio non-competitivo del nostro Fondatore.

Noi ci troviamo in perfetta linea con quanto esposto nel testo della lettera e non sentiamo alcuna necessità di introdurre forme competitive in Aikido: tuttavia l'abitudine a pensare con la nostra testa ci ha spronato a fare alcune ulteriori considerazioni in merito a questa comunicazione.

Ve le esponiamo come riflessioni generali qui di seguito.


PUNTO 1

Se una Società o un'Associazione aderisce allo statuto di un'Ente (in questo caso dell'Aikikai Honbu Dojo), questi ha tutto il sacrosanto diritto di richiamare all'ordine una sua affiliata che dovesse violare gli accordi che ha controfirmato.

L'Aikikai chiede che le sue organizzazioni affiliate non si cimentino in "gare di Aikido": una o più di una lo fanno... arriva la lettera di richiamo e se queste non prendono subito distanza da tale comportamento, sono fuori.


Non è una questione di Aikido, ma di contrattualistica... e funziona così in ogni aspetto delle rapportazioni umane: non è corretto cambiare unilateralmente le regole che si stabiliscono insieme o alle quali una parte ha deciso di aderire, consapevole di ciò che poi avrebbe comportato farlo!


PUNTO 2

Il documento dell'Aikikai non è datato: a cosa serve la data in un documento ufficiale?

A contestualizzarlo.
Un documento ufficiale - per essere considerato tale - necessita di intestazione, firma, luogo e data della firma.

In questo caso manca solo la data, le altre info ci sono o si possono desumere (il luogo della firma è "17-18 Wakamatsu-cho, Shinjuku-ku, Tokyo, 162-0056 Japan", ovvero la sede dell'Aikikai Foundatio).

Una dichiarazione fatta nel 1500 può risultare parziale o obsoleta nel 2000... ed una del 2019 ancora attuale o del tutto superata nel 2020.
Un documento NON datato sembra che debba valere sempre, cosa che è ovviamente lontana dalla realtà.


PUNTO 3

L'Honbu Dojo Aikikai rappresenta in modo ufficiale la famiglia Ueshiba, quindi la progenie più diretta esistere del Fondatore... però NON rappresenta TUTTO l'Aikido esistente al mondo... benché ne risulti l'organizzazione di certo più famosa e riconosciuta a livello internazionale.

Nella lettera si dice che essa si aspetta "che ogni organizzazione di Aikido e ogni singolo praticante in tutto il mondo si ricordino e aderiscano alla filosofia di base dell'Aikido espressa in queste parole del Fondatore"... e qui qualcosa non ci torna.

L'Aikikai può aspettarsi - come dicevamo sopra - che ogni organizzazione satellite ad essa affiliata aderisca a questi precetti, non che "OGNI organizzazione di Aikido ed ogni singolo praticante in tutto il mondo"... Non vi sembra che la richiesta sia un tantino più grande del proprio mandato?

Esistono realtà, per quanto minute, che - ad esempio - hanno scelto di fare dell'Aikido qualcosa di volutamente competitivo, come il Tomiki Aikido (se non sapete cosa sia, ne abbiamo parlato QUI)... pure loro dovrebbero smettere di fare competizioni perché l'Aikikai se lo aspetta???
Ci pare un po' estrema e magica come aspettativa: forse sarebbe stato importante in un documento ufficiale contestualizzare le affermazioni e ridurne la portata universale.

Non sappiamo se Waka Sensei, Mitsuteru Ueshiba - un ragazzo di 38 anni - abbia scritto di suo pugno la lettera o se l'abbia solo autorizzata firmandola... ma una correzione di bozze più attenta crediamo che avrebbe loro giovato: così (lo ripetiamo, pur affermando qualcosa in cui concordiamo appieno) l'Honbu Dojo passa come due righe saccente, nel pretendere di determinare cosa accade sul pianeta sotto il nome di Aikido.

In Italia - per esempio - se uno vuole fare Aikido e vuole ottemperare alla legge, deve ambientare la sua pratica in ambito SPORTIVO, alla FIJLKAM o presso un EPS, che sono in qualche modo TUTTI enti collegati al CONI, che è il Comitato Olimpico Nazionale Italiano... quindi è qualcosa che si occupa di Sport di carattere COMPETITIVO ai massimi livelli, sia nazionali che internazionali.

Allora un giorno l'Aikikai potrà mandare una lettera alle sue Organizzazioni italiane affiliate (ad esempio AIADA, presso UISP, SHUMEIKAI presso CSEN, TAAI presso ENDAS... e così via) e chiedere che smettano di legarsi ad un Ente sportivo o non potranno più dire di fare Aikido... perché ai tempi del Fondatore egli non considerava questa disciplina uno sport?!

Pensate che talvolta all'Aikikai d'Italia dicono ancora così adesso ^__^!

Ci parrebbe comunque anacronistico che una cosa del genere potesse accadere, ma a questo punto perché no?

L'Aikikai Honbu Dojo può dire quello che vuole, ma le leggi in Italia sicuro che non le farebbe cambiare con una lettera da Tokyo, né potrebbe impedire la pratica di una disciplina come la nostra.
La Francia sarebbe nella nostra medesima posizione, per le sue regolamentazioni nazionali.

Risulta complesso armonizzare le richieste di una Fondazione internazionale, come l'Aikikai, a tutte le norme legislative dei vari Paesi in cui operano le sue affiliate... però è necessario pensarci quando si emette una norma che può andare a collidere con esse, per ricaduta passiva.


PUNTO 4

Che O' Sensei avesse preferito che la competitività rimanesse fuori dal contesto della sua disciplina è un appurato fatto storico, però non ha mai fatto mistero che egli stesso NON avesse mai del tutto completato la definizione di cosa dovesse - in ultima analisi - essere l'Aikido.

Non scelse manco il nome della sua disciplina, tanto si mostrava poco interessato alla forma e completamente assorbito dalla sostanza delle cose che faceva! (leggi QUI per approfondire)

Lo continuava a studiare, a trasformare e far evolvere, in armonia con se stesso, le proprie prese di consapevolezza e l'ambiente nel quale egli viveva. Non crediamo quindi egli fosse così interessato a porre diktat assoluti ed immutabili sulla disciplina... in divenire per definizione di se stessa.

Il tono della lettera invece sembra affermare: "Siccome O' Sensei non desiderava (al suo tempo ndr.) competizioni, allora non ne deve fare nessuno, né mai potrà avvenire questa cosa altrimenti ciò che ne risulta non è più Aikido".
Bella interpretazione audace!

Cosa ne penserebbe direttamente della cosa oggi O' Sensei non possiamo più saperlo... quindi dobbiamo dare per buono cosa dicono i suoi interpreti consanguinei per essere certi di centrare i goal che il Fondatore avrebbe desiderato per noi?

Pure con la religione si è fatto ovunque lo stesso errore: i fondatori di ogni credo davano delle dritte, alcuni principi generali, poi chi li ha seguiti li ha trasformati in dogmi immutabili... la sensazione che ciò sia quello che passa nello scritto è abbastanza forte.



PUNTO 5

Bisogna studiare la storia, se uno vuole essere in grado di leggere gli avvenimenti che accadono con occhi meno incantati.

In Giappone, dal 1954 venne creata l'International Martial Arts Federation (Kokusai Budo Renmei) con il compito di normare e patrocinare la pratica delle più famose e tradizionali forme di Budo giapponese. L'intento di questo ente era ed è quello di proteggere alcuni tesori nazionali, in termine di storia, filosofia e cultura.
Al suo interno attualmente sono annoverati: Judo, Kendo, Karatedo, Aikido, Iaido, Nihon Jujutsu e Kobudo.

Il Fondatore però NON vi aderì MAI di persona: aveva all'epoca 71 anni... visse fino ad 86, delegò il figlio Kisshomaru ad occuparsene (come di tutta la "baracca" Aikikai Hobu Dojo di Tokyo, mentre lui se ne stava immerso nello studio e nella natura ad Iwama): secondo voi, come mai?

A Kisshomaru Sensei, succedette proprio Kenji Tomiki Sensei (fondatore del Tomiki Aikido di cui sopra), Minoru Mochizuki (fondatore dello Yoseikan Budo), e Gozo Shioda Sensei (fondatore dello Yoshinkan Aikido).

Gli attuali shihan in carica sono Takeji Tomita Sensei e Shinji Tsutsui Sensei.

Questa organizzazione "ombrello" ha promulgato una serie notevole di regolamentazioni, nelle quali evidentemente Morihei Ueshiba non ha ritenuto intelligente andarsi ad impantanare... e non è stato l'unico a pensarla così, visto che pure i suoi discendenti (a parte il figlio, al quale gli è toccato, poretto!) e quasi tutti gli shihan attuali dell'Honbu Dojo stanno ad una discreta distanza.

L'IMAF avrebbe dovuto/potuto dire come doveva svolgersi l'Aikido per essere patrocinato al suo interno: regole ferree?

VIA a gambe levate... "non lasciamo che siano altri a dirci come dobbiamo praticare!".

Di fatto quei pochi che sono rimasti al suo interno hanno appunto accettato di sottostare a quelle regole (di graduazione e qualifica) che bel si evincono dal sito IMAF.

Quindi l'Aikikai Honbu Dojo ha declinato gentilmente l'invito a farsi dire come fare Aikido per appartenere ad un ente nazionale... però ora l'Aikikai Honbu Dojo vuole dire a tutte le organizzazioni nazionali (ad esso affiliate e NON) come bisogna impostare la pratica per potersi dire Aikidoka... SPETTACOLISSIMO!

Questa cosa ci suona come: "Abbasso le regole imposte dagli altri, salvo quando a farle ed a imporle agli altri siamo NOI". Ovvero un non senso apparente piuttosto esplicito...


PUNTO 6 (quello che riteniamo più importante di tutti)

Supponiamo che l'Aikikai Honbu Dojo sia legittimata di dire a qualsiasi human being come fare Aikido e quindi anche di affermare che chi è preso da uno spirito COMPETITIVO allora NON FA Aikido...

Ma a voi sembra sul serio che nella nostra disciplina NON sia presente la competizione solo perché non ci sono le gare con gli arbitri?!

L'Aikido è COMPLETAMENTE imbibito di comportamenti competitivi impliciti, ovvero non manifestati alla luce del sole perché le gare (di solito) non ci sono...

Quanti fanno a GARA a chi prende prima un grado (pure quelli Aikikai so Honbu)?

Quanti CONCORRONO ad avere una posizione di rilievo nella propria organizzazione, nel proprio Ente, nella propria città, sul Web tramite i Social Network... o anche solo all'interno delle mura del proprio Dojo?

Se vogliamo ignorare tutti questi aspetti e nascondere sotto il tappeto come l'immondizia è un conto... ma non possiamo credere che un praticante medio non ci debba mai avere fatto i conti.

Allora in questi casi l'Honbu Dojo cosa fa?
Riesce a stanare la competizione stealth che scaturisce dagli ego troppo gonfi dei suoi membri?

... Perché, come dice ai russi di non fare le gare, dovrebbe intimare a parecchi Maestri Aikikai (internazionali e non) di pisciare un po' più corto nel loro modo di porsi col prossimo... per usare una metafora "balistica", diciamo!

Se lo fa e se riesce nel suo intento, ridimensionando certe scalate arriviste, allora ha senso che si schieri CONTRO ogni forma di competizione... altrimenti fa l'ennesima azione giapponese di salvare la forma e fare spallucce sulla sostanza, che invece pare proprio fosse la cosa che interessava più al nostro Fondatore...

Due pesi, due misure, quindi?

PUNTO 7

Solo una provocazione per stimolare un'ulteriore riflessione: nella lettera veniva fatta menzione che "l'Aikido è una via che, attraverso una pratica quotidiana, migliora la natura umana e persegue l'armonia sociale.
Mica qualcosa che non ci piace, anzi... noi lo facciamo!

Urka , che disciplina fanno allora però quelli che si alleano un paio di volte alla settimana???

O' Sensei si allenava TUTTI i giorni ed ha lasciato menzione del fatto che l'Aikido è una via QUOTIDIANA: quanto Aikidoka rimarrebbero al mondo se fosse questa frequenza l'aspetto fondamentale da non tradire per dire di fare sul serio Aikido?

Capite come si fa presto a creare macelli prendendo un po' troppo alla lettere le cose senza contestualizzarle...

Di cero non dev'essere facile patrocinare la qualità del nome "Ueshiba" in tutto il mondo, perciò questa disamina NON vuole essere una critica alla posizione dell'Aikikai Honbu Dojo verso le competizioni di Aikido (russe o meno che siano), speriamo si sia compreso.

È pero necessario imparare a pensare con la propria testa e riflettere sulle cose ben al di là di quando vediamo on-line la notizia che avremmo voluto trovare da tempo... per avere conferma della nostra teoria preferita: questo vale in Aikido, come in ogni aspetto della vita stessa.

Se una cosa va fatta (allenarsi tutti i giorni o quando è possibile) o non va fatta (fare le gare sul ring o pompando il propio ego)... non può essere una norma sanzionatoria a determinarlo, ma la maturità e la consapevolezza personali, che ce la fanno fare o non fare anche se non ci succederebbe propio nulla se agissimo al contrario.

Secondo noi O' Sensei se ne strafotteva di dettare norme stringenti e puntava diritto ad ottenere per sé questo tipo di coscienza delle cose attraverso la disciplina che praticava.

FORSE potrebbe avere desiderato qualcosa di simile pure per chi lo avrebbe seguito... ovvero per noi tutti.

Le norme servono per diventare più liberi e quindi per non averne più bisogno.
Se ne fioriscono, più di quanto non se ne eliminino... siamo sicuri che stiamo dirigendoci dalla parte opposta della libertà