lunedì 17 giugno 2024

KATA, la grammatica del Judo - di Pietro Leto

Cosa spinge Aikime a recensire u libro sul Judo?

Negli anni passati su queste pagine sono passati decine di volumi esclusivamente dedicati all'Aikido... ma per questa volta faccio volentieri una eccezione, viste le caratteristiche peculiari dell'opera che esaminiamo quest'oggi.

Pietro Leto è un praticante ed Insegnante di Aikido (3º dan) e di Judo (5º dan) di Palermo, oltre che un caro amico... ed è riuscito con il suo libro "Kata - grammatica del Judo" ad esplorare alcuni aspetti che molto di rado si trovano su un testo di Arti Marziali.

La recensione del suo testo quindi non è solo qualcosa che faccio molto volentieri, ma è anche un invito a voi tutti ad approfondire alcune tematiche che possono risultare parecchio importanti per la maturazione del proprio Aikido.

Il Judo moderno ha un taglio molto sportivo e l'agonismo gli ha sicuramente consentito di essere conosciuto e praticato in tutti i continenti... tuttavia rischia di fargli perdere alcuni tratti tradizionali e caratteristici che sono maggiormente evidenziati dalla pratica dei kata, ovvero delle forme preordinate.

Il kata nel Judo si contrappone al randori, che è invece il combattimento libero che di solito vediamo nelle competizioni olimpiche. Ci sono anche gare di kata, sicuramente meno famose e spettacolari... e spesso considerate come il "pensionamento" naturale dei Judoka agonisti non più giovanissimi, ma così facendo si smarriscono alcuni valori fondanti della disciplina.

Pietro Leto ha scritto quindi questo testo durante la pandemia, riordinando numerosi appunti presi nella sua lunga storia di Judoka, disciplina che pratica (ancora oggi) sin dalla tenera età di 7 anni.

Quello che ora interessa a noi è constatare che molte delle considerazioni fatte sul suo testo valgono a pieno titolo anche per noi Aikidoka, che ci alleniamo pressoché solo tramite forme precostituite di attacchi e tecniche, il cosiddetto "katageiko" appunto.

Il kanji "kata" [型], se scomposto nei suoi 3 radicali costituenti, potrebbe assumere un significato assonante con "modello da eseguire di fronte ai Kami"; come molti di voi sapranno i kami sono le divinità della cosmogonia shintoista... quindi i kata sarebbe le forme da portare al cospetto delle divinità, quindi questo termine porta con sé una certa accezione spirituale di qualche tipo.

Infatti il modello di apprendimento orientale, specialmente quello nipponico, basato su una forma da osservare prima e da ripetere poi... potrebbe portare con sé qualcosa di molto più profondo ed ulteriore rispetto alla mera meccanicità più evidente.

Pensiamo noi: "più ripetiamo un movimento, meglio lo impariamo"... e questo può essere in qualche misura vero, ma anche no... infatti può rendere tutto molto automatico, e quindi inconsapevole.

Se invece "le forme" vengono vissute come distillati di simboli ed archetipi, ecco che allora esse posseggono più livelli di conoscenza ed interpretazione... che vanno da quelli più fisici ed evidenti, a quelli più intimi, personali e spirituali.

Pietro Leto, quindi, nel ricordare a tutti i Judoka che questa disciplina è qualcosa che in origine voleva essere molto più profondo di imparare a sbattere a terra l'avversario e magari vincere una medaglia... fa contemporaneamente lo stesso favore anche agli Aikidoka - che magari non vorrebbero vincere medaglie -... ma che spesso si limitano a replicare un movimento per ottenere un risultato notevole sul proprio partner di allenamento.... anziché, ad esempio, SU LORO STESSI!

Il "kata" di per sé, e tutto il nostro katageiko di conseguenza, possono divenire degli insegnamenti a cipolla: ovvero occasioni di esplorare la pratica in modo sempre più denso, intimo e pregnante, ma mano che il tempo passa, che gli strati si approfondiscono... anche se fisicamente continuiamo a ripetere sempre gli stessi pattern di movimento.

Una forma ripetuta 30, 300, 3000... 30000 volte può avere un impatto molto differente sul nostro sistema psico-corporeo: se ripeto 3 miliardi di volte qualsiasi movimento, senza averlo mai compreso e limitandomi alla parte più superficiale di esso... potrebbe fare addirittura molto male!

Potrebbe rendere una forma meccanica ed inconsapevole... e come giustamente ricordava Morihiro Saito Sensei: "fare 1000 una esercizio che conta 0, conta 0" (come 1000x0)... invece ripetere un esercizio - sempre lo stesso - ed essere in grado di esaminarlo con una lente d'ingrandimento sempre più potente e - soprattutto - sempre diversa può costituire un enorme valore aggiunto per un praticante.

E questo vale in un kata di Judo o durante una lezione di Aikido nella quale si bestemmia un po' contro il Sensei che ci fa fare una cosa che ci sembra di conoscere già abbastanza bene...

Il fatto che conosciamo una cosa con un elevato livello di dettaglio NON significa però che non è possibile conoscerla meglio ancora, più in profondità... e soprattuto NON significa che ciò che avevamo creduto di comprendere fosse corretto ed assoluto.

Ogni tanto sono visibili alcune epifanie negli occhi degli allievi che dicono: "mah, da quando questa mano deve arrivare fino a qui?!"... "io questo particolare non lo avevo mai notato!!!"

Beh, quel particolare era sempre stato li sotto il naso, ma la coscienza non era mai stata in grado di rendere consapevole ciò che ripeteva in modo meccanico: sotto queso punto di vista, l'esercizio immutato è uno degli strumenti più potenti per far cambiare noi stessi, ovvero chi osserva e compie l'esercizio stesso.

Nel caso del Judo, Jigoro Kano Sensei aveva distillato sicuramente alcuni suoi risultati notevoli nelle sequenze dei kata che ha creato... proprio come ogni artista inserisce alcune sue pepite - Easter Eggs le chiameremmo oggi - nelle proprie creazioni... specie se queste sono consegnate alla società con l'intento di essere un valido strumento educativo e formativo per la società e le generazioni a venire.

Non credo sia stato differente per O' Sensei, anche se - francamente - penso che ciò sia avvenuto meno per una sua volontà diretta ed esplicita, così come non credo sia avvenuto direttamente per mano sua.

La differenza fra Jigoro Kano e Morihei Ueshiba sono molte ed evidenti, anche se si tratta di due mostri sacri del Budo giapponese: il primo era più razionale e metodico, il secondo più un filosofo visionario; per la cronaca, il primo sembra si fosse innamorato molto della proposta del secondo, tanto da definirlo addirittura "il suo Budo ideale" e mandare a studiare diversi suoi allievi talentuosi alla corte di O' Sensei.

In ogni caso, i primi allievi del Fondatore fecero con l'Aikido l'opera di sistematizzazione tecnica e didattica che Kano Sensei fece con il suo Judo: ciò che NON credo sia stato fatta in egual misura però è lo sforzo consapevole di fermare nel tempo le forme più dense di valore e significato... con il risultato di praticare un Aikido sicuramente molto vasto a livello tecnico, ma difficilmente compreso nell'essenzialità veicolata da queste forme.

Trovo che si vada poco e di rado dalle forme ai principi... proprio perché ci si limita - (generally speaking) - a ripetere come scimmie ammaestrate questa o quella tecnica, addirittura molto più attenti ad eseguirla secondo i dettami questa o quella linea didattica, stile e Scuola, anziché provare a leggerne il contenuto più profondo.

In un certo senso quindi anche noi Aikidoka dovremmo riscoprire il senso più profondo del katageiko, che non è sicuramente quello di fare "giusto o sbagliato" un movimento... ma è quello di presentare davanti agli dei le nostre azioni, che parlano di chi siamo tante volte molto più di quanto crediamo o vorremmo.

Concludo ringraziando Pietro Leto per questa scorrevole e piacevole lettura, di 123 pag. edito da The Ran Network, di Simone Chierchini Sensei con la quale abbiamo già a lungo collaborato in passato con mutuo profitto.

C'è una prima parte più generica e secondo me interessante per un Aikidoka, con un prezioso contributo di Adriano Amari Sensei, ed una seconda parte più dedicata all'origine ed al significato dei vari kata del Judo (Kodokan e non), che è più specifica, quindi meno generalizzabile della prima.

Buona lettura ed un proficuo katageiko a voi tutti!


Marco Rubatto





lunedì 10 giugno 2024

Aiki-biodiversità: comparazione critica fra stili di Aikido

Qualche anno fa avevamo iniziato insieme un viaggio sulla conoscenza e descrizione dei vari stili e Scuole nei quali l'Aikido si è nel tempo diramato.

Il fatto che in Federazione sia attualmente possibile contattare molti approcci differenti alla disciplina, mi e ci consente di mettere luce sui punti di forza e su quelli di ombra di ciascun stile e prospettiva; esploriamo quindi insieme questa biodiversità Aikidoistica, per comprendere come crescere grazie ad essa.


IWAMA RYU

Nato per opera di Morihiro Saito Shihan ed in seguito al suo impegno personale di una vita intera nel diffondere l'Aikido così come lui stesso lo praticava sotto il Fondatore, Morihei Ueshiba: stile parecchio solido, tecnico, impostato, razionale, chiaro, marziale, ricco di tradizionalità e didatticamente molto articolato.

Saito Sensei fu un grande pedagogista e didatta, quindi questa modalità di pratica è stata forgiata per tramandare cose complicate in modo più semplice possibile, così da rendere approciabile l'Aikido a chiunque, in modo ordinato e progressivo.

Uno dei principali goal raggiunti è la sistematizzazione e codifica di tutto il lavoro con le armi: l'Aiki ken e l'Aiki jo del Fondatore... che è praticamente assente o quasi in altre visioni, poiché Morihiro Saito fu quasi l'unica persona a vivere quotidianamente accanto a Morihei Ueshiba, quando questi studiò ed organizzò la sua specifica visione Aiki del buki waza.

Possiede uno dei repertori tecnici più vasti dell'Aikido mondiale, sia nel taijutsu, che nel buki waza (intimamente interconnessi ed integrati fra loro), incluse molte pratiche che modernamente sono diventate meno usuali, così come numerose modalità di pratica, di variazioni, di applicazioni e di reishiki legate alla tradizione.

- punti di ombra

Mi posso esprimete con una certa sicurezza, anche perché è la Scuola con la quale ho maturato la maggiore esperienza nella mia pratica dell'Aikido. L'Iwama Ryu da tradizionale rischia talvolta di sfociare purtroppo nel "tradizionalismo", ovvero nell'esasperazione di quanto di buono sarebbe in grado di farsi veicolo.

Non vi è grande attenzione per l'Aiki taiso e le lezioni iniziano subito lasciando ai singoli l'onere di preparare il proprio fisico alla pratica; non vi è inoltre una didattica specifica per uke, che talvolta si sente una sorta di burattino/comparsa utile solo a far esercitare il proprio tori, senza considerarsi parte attiva all'apprendimento della disciplina. La polarità più emergente è infatti lo yang, il maschile... le donne fanno fatica a praticare in questa Scuola, perché viene talvolta richiesto loro di "trasformarsi" in maschi per poterlo fare, senza grossa possibilità quindi di onorare la propria natura più autentica.

La progressione didattica ed il consolidamento delle basi vengono prese per essenziali e - sopratutto - eterne, e quindi si rischia un continuo "perpetuo inizio"... "perché il kihon è fondamentale"... che sarà pure vero e sacrosanto... però ad un certo punto bisognerebbe compiere il passo successivo. Abbonda l'allenamento statico, che alla lunga irrigidisce, sia nel corpo, che nella mente... e quindi non è raro vedere gradi già abbastanza importanti muoversi sul tatami con la goffagine e spigolosità di Pinocchio.

C'è una certa propensione a considerarsi la Scuola di Aikido più originale, quella più autentica e pura, particolarmente vicino all'Aikido del Fondatore... ma, oltre a trattarsi di un bias cognitivo, è anche qualcosa di manifestamente falso. Infatti molti praticanti di questo lineage amano chiamare la loro pratica "Takemusu Aikido", ovvero il termine che è stato usato da O' Sensei all'apice dalla sua consapevolezza marziale, umana e spirituale... tuttavia fra le fila di questi gruppi (numericamente in costante calo numerico) non si scorgono molte persone acquisire nemmeno lontanamente le capacità manifestate dal Fondatore (chi volesse approfondire l'argomento può leggere QUI).

Spesso non è fatta alcuna menzione pratica degli aspetti spirituali della disciplina, tanto importanti invece per l'Aiki Kaiso, Morihei Ueshiba.

Io ringrazio molto questa Scuola per avermi fornito una quantità considerevole di strumenti efficaci che ancora oggi utilizzo quotidianamente sul tatami... ma ringrazio anche me stesso di avere saputo quando prenderne parziale distanza, almeno dalla mentalità chiusa che talvolta vi regna.


AIKIKAI HONBU DOJO, GIAPPONE

É il Centro formalmente fondato da Morihei Ueshiba a Tokyo, di fatto poi portato avanti da suo figlio Kisshomaru, Nidai Doshu dal 1943 il poi... attualmente da suo nipote Moriteru Ueshiba e già in prospettiva da consegnare nelle mani di Mitsuteru Ueshiba, Waka Sensei, secondo la tradizione della successione secondo la discendenza famigliare.

Questa pratica ha la caratteristica di essere molto fluida e dinamica, con un ottimo livello di relazionalità e di ritmo. L'Honbu Dojo porta avanti una linea classica, legata al Secondo (Kisshomaru) e Terzo (Moriteru) Doshu... tuttavia permette una certa dose di interpretazioni a cura degli Shihan che insegnano presso la Sede Centrale. Questa biodiversità permette agli allievi di sentirsi più vicino a questa o a quella proposta stilistica e didattica, in conformità con le proprie predisposizioni, carattere e prospettive.

L'Honbu Dojo è stato uno dei luoghi frequentati a lungo e portato avanti da praticamente TUTTI i deshi più storici ed importanti del Fondatore (Tohei, Saito, Tada, Tamura, Kobayashi, Sunadomari, Abe...), anche se ora la maggioranza di loro non è più fra noi e solo Hiroshi Tada è ancora in attività, alla veneranda età di 94 anni.

Risulta essere una sorta di "Mecca" dei praticanti di Aikido, che da tutto il mondo vi si recano, sia per turismo, che per trascorrere periodi più o meno lunghi come deshi regolari.

punti di ombra - 

In generale è stato quasi del tutto abbandonato l'allenamento statico e la pratica delle armi, ovvero due aspetti che il Fondatore considerava pressoché fondamentali ed imprescindibili nello sviluppo del suo Aikido. Non ve ne è praticamente più traccia invece all'Honbu Dojo, con le relative pessime ricadute su uno studio autenticamente a 360º della disciplina.

La relazionalità spesso ha fatto si che gli aspetti più marziali venissero ad essere più trascurati, quindi c'è meno attenzione ad angoli e profili rispetto ad altri approcci: è stata fatta una sorta di scelta divulgativa, che "ammorbidisse" certi aspetti della pratica al fine di consentire che essa potesse arrivare ad un maggior  numero possibile di persone... trascurando tutte quelle pratiche che il giapponese (e anche l'occidentale) medio potesse considerare troppo onerose o pericolose.

Questa scelta storica, se da un lato ha sicuramente agevolato la diffusione mondiale dell'Aikido, dall'altro ne ha sicuramente semplificato, impoverito ed abbassato il livello qualitativo e di consapevolezza.

Spesso non è fatta alcuna menzione pratica degli aspetti spirituali della disciplina, tanto importanti invece per l'Aiki Kaiso, Morihei Ueshiba.


AIKIKAI D'ITALIA

Si tratta di uno dei gruppi più storici ed (un tempo almeno) numerosi di Aikidoka italiani, guidato da Hiroshi Tada Shihan, che ancora oggi ne risulta il Direttore Tecnico Emerito.

La pratica risulta molto fluida, ritmata e ricca di movimenti ampi. Nel tempo Fujimoto Sensei e Hosokawa Sensei hanno dato un enorme impulso e contributo alla diffusione dell'Aikido nel nostro Paese, fino a costruire i tempi d'oro di questo Ente Morale. I Dojo sono capillarmente disposti in quasi tutte le regioni e capoluoghi di provincia italiani... e sin dai primi anni di attività si è data un grande importanza alla creazione di programmi per i più giovani (bambini e ragazzi). Questo è stato il primo gruppo a farlo in modo così strutturato e capillare.

La Scuola risulta più legata ad una visione personalistica dell'Aikido a cura di Tada Sensei e dei suoi Senpai che una vera e propria "copia nostrana" dell'Honbu Dojo di Tokyo, e questo evidenzia una certa maturità nell'approccio alla disciplina, poiché racchiude in sé tratti unici.

É importante ricordare gli studi fatti da Hiroshi Tada Shihan sul ki, il respiro, la vibrazione ed alcune pratiche energetiche/esoteriche, che vengono presentate e praticate durante il Ki no Renma ("forgiare la propria energia vitale"), parallelamente al percorso dell'Aikido.

punti di ombra - 

La storicità e l'ampiezza raggiunta da questa Scuola in passato le ha talvolta fatto erroneamente credere di essere la rappresentante più legittima, se non l'unica, dell'Aikido in Italia. Non è però così, e la maggioranza di praticanti nel nostro Paese (almeno i 3/4) ad oggi arriva da altri percorsi.
Le pratiche di armi che vengono proposte sono uno studio poco assonante a quello che fece il Fondatore, e risultano una interpretazione molto personale e discutibile delle stesse. 

Lo studio del taijutsu avviene in modalità quasi del tutto dinamica e talvolta richiede un compagno di pratica alquanto accondiscendente e complice per effettuare le elaborate forme tecniche previste, mettendo quindi a latere l'aspetto relativo al Budo dal quale l'Aikido in realtà promana in modo più che legittimo.

Viene ancora considerata una sorta di "insuperabilità giapponese" nella disciplina, cosa che è stata confutata con evidenza negli ultimo 30 anni almeno... nei quali si è capito che non sono gli occhi a mandorla, quanto la consapevolezza che si possiede a fare qualitativo l'Aikido. Numerosi sono i Senpai di questa Scuola che tendono ad una concezione rigidamente piramidale dei loro ruoli e che - una volta saliti sul tatami - si trasformano in una sorta di "giappaliani", che diventano incapaci di coniugare i verbi e sono quindi costretti ad esprimersi all'infinito, proprio come un giapponese che sa poco l'Italiano.

Ma è necessario spersonalizzarsi così per praticare ed insegnare la propria disciplina?


AIKIKAI DI FRANCIA

Diamo un accenno alla Scuola Aikikai francese poiché ha un'eco numericamente considerevole nel nostro Paese, grazie alla decennale opera d'insegnamento operato in Italia da Christian Tissier Shihan e dai suoi Senpai (molti dei quali ora sono anche italiani).

Questo stile è caratterizzato da una buona progressione didattica nell'apprendimento, da ritmo e fluidità nei movimenti... nonché da un'ottima scuola relazionale fra tori ed uke, con educativi mirati alla crescita di quest'ultimo a favore di un allenamento sempre più intenso del primo.

Uisp prima ed Aiada ora sono principalmente gli Enti che praticano questa specifica visione dell'Aikido.

La pratica tende a discostarsi leggermente da quella proposta sia all'Aikikai d'Italia, sia all'Honbu Dojo di Tokyo, per via del forte carisma di Tissier Sensei, che ha creato una sua metodologia e formato decine e decine di Insegnanti, divenuti a loro volta dei professionisti dell'Aikido.

Le forme proposte prevedono un attento esame delle competenze reciproche di tori ed uke, immaginando una serie di comportamenti che a vicenda essi tengono con il partner, vengono costruite in modo logico e sequenziale le occasioni migliori per la realizzazione delle forme tecniche del curriculum.

punti di ombra - 

Questo gruppo non ha sviluppato il buki waza (Yamaguchi Sensei, Insegnante di Tissier era indicativamente un anti-Saito come visione generale sulla disciplina) e quindi lo è andato a studiare secondo quanto previsto nel Kashima Shin Ryu, e talvolta nel Jodo. Questi sistemi sono tradizionalmente molto importanti, ma non hanno nulla a che vedere con l'Aiki ken e l'Aiki jo del Fondatore. Spesso quindi le connessioni con il taijutsu risultano da un'operazione poco consapevole, né utile di retro-engineering.

La pratica del taijutsu viene vista in un ottica molto "sportiva", con un'attenzione alta sugli aspetti di tipo tecnico, ma con un quasi completo oblio sugli aspetti più personali, storici, filosofici e spirituali della disciplina. Mi auguro senza che nessuno si offenda, i praticanti di questa Scuola risultano talvolta i più "grezzoni/ignoranti" in materia di Aikido, nonostante i loro keikogi piuttosto sudati (che infatti chiamano ancora "kimono") e la loro continuità nelle attività al Dojo (che infatti chiamano ancora "palestra").

L'abitudine a creare forme insieme al proprio compagno tende poi a risultare più un esercizio coreografico che una vera disciplina marziale: il conflitto e la marzialità possono quindi venire estromessi da questa ricerca minuziosa dell'eleganza, talvolta abbastanza fuorviante e che rischia di diventare fine a se stessa.


KOBAYASHI RYU

Nato dall'insegnamento di Hirokazu Kobayashi e dai suoi allievi diretti, a seguito dei numerosissimi viaggi compiuti con regolarità in Italia e nel resto d'Europa da questo allievo diretto di Morihei Ueshiba.

La pratica è legata alle eccezionali doti di sintesi ed integrazione del movimento di Kobayashi Sensei, cosa che rende particolarmente essenziali ed esplosive le tecniche e le pratiche con le armi.

Ho spesso avuto la sensazione di trovarmi di fronte ad una sorta di "università dell'Aikido" per la conoscenza del propio corpo e di quella del compagno che viene richiesta per riprodurre consapevolmente ciò che Kobayashi Sensei proponeva.

Il sistema di armi è una ingegnosa rivisitazione personale (sia con il bokken, che con il jo) di quest'ultimo... che è risultato essere un personaggio dall'immenso carisma, capace di far innamorare moltissime persone della propria metodologia di pratica. Sono molto interessanti alcune sequenze proposte legate alla connessione fra tecniche (renraku waza) e contro-tecniche (kaeshi waza).

punti di ombra - 

Il livello offerto non ne fa lo stile di più facile approccio per un neofita, poiché i movimenti del centro ed i meguri (spirali con i polsi) sono essenziali, e quindi poco visibili da un occhio non sufficientemente pronto a coglierli. Al contrario i neofiti si trovano più a loro agio con movimenti inutilmente grandi, forse poco rilevanti dal punto di vista marziale, ma più facili da cogliere e ripetere.

Spesso ho percepito una certa dose di rigidezza ed insensibilità da parte dei praticanti di questo Stile, che sfocia in leve piuttosto tirate allo spasimo e le conseguenti lesioni per gli uke non in grado di ricevere sollecitazioni brusche ed intense. Non mi risulta che Kobayashi Sensei avesse però questo tipo di problematiche... il che potrebbe significare che non tutto il suo insegnamento è stato colto al 100%.


KI AIKIDO

Creato da Koichi Tohei Sensei per l'espresso bisogno di far studiare ai suoi allievi quegli aspetti che egli riteneva determinati per giungere alle vette mostrate da Morihei Ueshiba. Tohei Sensei, già capo Istruttore dell'Honbu Dojo di Tokyo, si accorse infatti che le persone tendevano a praticare in modo meccanicistico le tecniche di Aikido, senza badare a tutti quegli aspetti di ricerca personale che invece consentivano di operare una reale differenza sul tatami.

Studiò e quindi in seguito propose delle pratiche che non rientravano nel curriculum tecnico mostrato da Morihei Ueshiba, ma che ne risultassero di importante complemento: ciò gli costò l'estromissione dall'Aikikai (che abbandonò per scelta "spintanea").

I suoi studi si focalizzarono sul Ki, sull'equilibrio mente-corpo e su tutti quegli aspetti legati alla percezione degli scambi di energia sottile, legati allo stato psico-fisico proprio e del compagno.

Questa Scuola dovrebbe essere la migliore per apprendere l'auto-percezione e la relazionalità con il conflitto. Anche il buki waza praticato è stato focalizzato su una prospettiva analoga.

punti di ombra - 

A molti praticanti (es anche Insegnanti) di questa Scuola sembra talvolta mancare la base tradizionale dell'Aikido tecnico, il kihon e lo studio degli angoli, ovvero ciò da cui la disciplina trae la sua origine più concreta. Spesso le "prove di Ki" e la pratica regolare si trasformano in una sorta di specchietti per le allodole, nelle quali compagni accondiscendenti cadono a terra quando potrebbero tranquillamente farne a meno. Koichi Tohei, al contrario, possedeva invece una base solidissima dalla quale far proseguire i suoi studi sugli aspetti sottili in modo naturale. Sembra quindi che i suoi allievi abbiano iniziato troppo presto a concentrarsi su aspetti che prima avrebbero richiesto un consolidamento ed approfondimento degli aspetti più fisici dell'Aikido.

Proporre corsi di Ki Aikido con un fine marziale mi è talvolta parso un ossimoro: la marzialità è un'altra cosa e lo studio del sottile NON si contrappone, ma dovrebbe completare lo studio degli aspetti più fisici. Molte volte però quest'ultimo viene a mancare, rendendo uno strumento mirabile di conoscenza di sé qualcosa di risibile agli occhi di marzialisti più abituati ai risultati che alle filosofie.


YOSHINKAN AIKIDO

Esiste ancora una porzione dell'Aikido italiano che si rifà, più o meno direttamente, agli insegnamenti dello Yoshinkan, specie in Toscana, Piemonte e in Valle d'Aosta... Scuola fondata da Gozo Shioda Sensei, che fu allievo di Morihei Ueshiba prima della guerra. È spesso considerato lo stile "duro" dell'Aikido in quanto i metodi di allenamento si rifanno ad elementi fisicamente e marzialmente piuttosto impegnativi.

Si tratta di uno stile parecchio solido, tecnico, impostato, razionale, chiaro, esplosivo e didatticamente molto accurato. Ancora oggi conserva questo carattere ruvido e marziale, figlio del periodo storico nel quale Shioda frequentò il Fondatore... e lo dico dopo l'esperienza diretta della visita all'Honbu Dojo Yoshinkan di Tokyo ed aver praticato (anche se per una sola lezione) sotto l'occhio attento di Yasuhisa Shioda, figlio di Gozo.

punti di ombra - 

Sono chiare le derivazione del Aiki Jujutsu, alle quali mancano però l'evoluzione che portò Morihei Ueshiba al connubio fra marzialità e filosofia che si apprezzano in altri lineage successivi. Ai praticanti viene richiesta una certa dose di attenzione nel preservarsi da leve e proiezioni, per via di una lacuna generale di sensibilità da parte di chi applica le tecniche.

Non mi risulta sia stata sviluppata una forma di buki waza associata a questa Scuola (ma non ne sono certo, e potrei parlare così solo per via della mia limitata frequentazione).

In linea generale, mi pare che questo tipo di pratica sia - in qualche modo - pre-Aikido, ovvero abbia fissato nel tempo una prospettiva che poi è ancora andata parecchio a modificarsi ed evolvere per il Fondatore, mentre è rimasta inalterata per gli allievi di Gozo Shioda e coloro che si rifanno al suo lineage.

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Mi rendo ben conto che di Scuole ce ne sono altre e che le descrizioni fatte in poche righe possono divenire generalizzazioni pericolose... (ad esempio non ho citato espressamente la Scuola e gli allievi di Tamura Sensei, che ad oggi in Italia sono un numero discreto ed hanno un'attività intensa sul territorio) l'intento di questo articolo però non è affatto l'esaustività, ma tutt'altro.

Ci sono diversi aspetti della pratica dell'Aikido che possono interessare ad un neofita ed è importante rilevare che NON esiste al momento un approccio unico in grado di comprenderli ed integrarli tutti al meglio, se non andando ad attingere ciò che manca dove ciò è stato sviluppato in modo sapiente ed oculato.

- Studio della tradizione: Iwama Ryu, Aikikai Honbu Dojo, Aikikai d'Italia, Kobayashi Ryu, Yoshinkan

- Pratica con le armi: Iwama Ryu

- Studio delle basi e della didattica: Iwama Ryu, Aikikai di Francia, Yoshinkan

- Studio avanzato: Kobayashi Ryu, Ki Aikido

- Didattica per tori: Iwama Ryu, Kobayashi Ryu, Yoshinkan

- Didattica per uke: Aikikai Honbu Dojo, Aikikai di'Italia, Aikikai di Francia

- Marzialità: Iwama Ryu, Kobayashi Ryu, Yoshinkan

- Ritmo e fluidità: Aikikai Honbu Dojo, Aikikai d'Italia, Aikikai di Francia

- Studio degli aspetti interni: Ki no Renma, Ki Aikido

- Estetica: Aikikai d'Italia, Aikikai di Francia


Allora dove andiamo a studiare Aikido?

Qual è la Scuola capace di fornirci il pacchetto più completo?

Capite bene che la risposta è funzione di cosa una cerca... in quanto la pratica dell'Aikido è qualcosa di così vasto da polarizzarsi in molte Scuole e didattiche che nel tempo si sono iper-specializzate in alcuni aspetti importanti, a discapito però di altri.

Questo ci insegna che se non si è disposti a "lasciare casa" ad un certo punto ed andare in giro a ricomporre le varie tessere del puzzle, rischiamo di rimanere costretti in un recinto, magari così ben ornato da sembrarci una reggia... ma sempre di un recinto limitato però si tratterà.

Almeno non incorriamo nel bias di considerare eccelso ciò che facciamo noi e mediocre ciò che propongono tutti gli altri... perché un po' di luce la si trova dappertutto, così come qualcosa che fa ombra.


Marco Rubatto





lunedì 3 giugno 2024

Gli allievi propri e degli altri: valore, risorsa, merce di scambio?

Forse anche l'Insegnante più scrauso del mondo inizierà ad avere degli allievi, ad un certo punto... quindi, a maggior ragione, ciò accadrà di più se si è solo vagamente decenti.

Ci è riuscito persino Pat Morita con Daniel San, anche senza saperne davvero un tubo del Karate...

Ogni Insegnante di solito è destinato ad avere persone che lo seguono non fosse per altro che c'è sempre qualcuno che sente il bisogno di specchiarsi con qualcun altro che gli somiglia o che gli faccia da contraltare... e forse - anche per questo - che si dice che "gli allievi sono lo specchio del proprio Insegnante"!

In ogni caso - scrauso, decente o eccelso che sia l'Insegnante - parliamo quest'oggi del rapporto fra questi ed i suoi allievi.

Ciascuno inizia a sentirsi un po' autorizzato a proseguire sul proprio cammino se si accorge che c'è qualcuno che gli va dietro: anche la persona più indecisa ed insicura del mondo incomincia a convincersi di essere "sulla retta via" se rileva che c'è qualcuno disposto a seguirlo in ciò che sta facendo e proponendo a terzi... diciamo che gli Insegnanti di Arti Marziali sono stati influencers ed i loro allievi followers anche molto prima che internet venisse inventato.

Ma qui avviene qualcosa di molto strano ed importante, ovvero il tipo di rapporto che si instaura fra chi insegna ed i propri discenti.

Chi sono gli allievi? Come vengono considerati?

- una "proprietà" del proprio Maestro?

- una propaggine del proprio Maestro?

- una risorsa del proprio Maestro?

- un valore aggiunto per il proprio Maestro?

E si badi bene che essi possono essere anche più di una cosa sola contemporaneamente, sia di quelle scritte qui sopra, sia di altre ancora.

Ovvio che, quando inizia ad instaurarsi un rapporto di fiducia degli allievi nei confronti del proprio docente, questi può sentire una qualche forma di "potere" sugli altri... se non fosse anche solo quello che deliberatamente gli viene offerto senza che questi lo richiedesse più di tanto.

Solo che si rischia di prenderci gusto a questo gioco ... e dopo poco si inizia a pretendere che l'allievo abbia un certo tipo di comportamento magari anche al di fuori del tatami.

Ho conosciuto gente che ama essere servita e riverita sia nel Dojo che fuori, ed accetta che accanto a lui possano esserci solo una schiera di "yes-man" disposti ad accontentare ogni capriccio del Sensei montato di turno. In questo caso i discenti diventano una sorta di "appendice" del loro insegnante, se non proprio una vera e propria sua proprietà. L'allievo inizia ad essere considerato un "buon studente" in base a quanto sia disposto (o meno) ad accondiscendere alle aspettative del suo docente... anche se queste talvolta non hanno alcun senso, né utilità vera per entrambi.

Il Sensei poi di solito inizia a misurarsi l'Aiki-pisello con gli altri Sensei dicendo: "Io ho 30 allievi! Tu quando ce n'hai?"...

In questo caso gli allievi diventano una sorta di proprietà da ostentare, per dare un'idea della propria capacità di influenza sugli altri, secondo il paradigma: "Più allievi ho, più sono un gran figo!".

Peccato però che questa equazione non sia proprio sempre vera: siccome circa l'80% della società da costantemente prova di non avere un cervello pensante proprio e una incapacità diffusa di accorgersi delle paludi nelle quali va ad impantanarsi... appartenere ad un grande gruppo può non essere per forza il segno di grandi qualità interpersonali.

Ed anche in Aikido accade così: i gruppi più numerosi NON sono per forza quelli più consapevoli, anzi... risultano talvolta quelli più pecoroni e con il cervello in formalina.

Quindi, anche il Maestro che ha un successo strepitoso non è detto che sia un buon docente, ma che si riveli solo essere una rete nella quale rimangono impigliati questi Aikidoka "spazzatura" nel mare dell'Aikido... perché purtroppo essi SONO LA MAGGIORANZA della categoria, non 4 o 5. Un idiota che attira a sé quei tanti che gli somigliano, per dirla in modo diretto!

In ogni caso sappiamo bene che può gratificare l'EGO avere la sensazione di poter influire (lasciamo stare se positivamente o meno) sulla vita di molte persone.

A tal proposito ho visto accadere negli anni un fenomeno curioso nel mondo dell'Aikido, operato proprio da quegli Insegnanti di più alto rango, che hanno sotto la propria responsabilità la crescita di Enti, sia nazionali, che internazionali.

Ed esso è considerare PROPRI gli allievi dei propri allievi... o in generale quelli degli altri.

Quando una persona preparata giunge ad un certo livello, è naturale che alcuni suoi allievi diventino - a loro volta - degli Insegnanti... non è detto che accada sempre e per forza, ma può avvenire.

A quel punto, per traslato, gli allievi dei propri allievi vengono considerati COMUNQUE persone legate a sé, anche se magari li si vede solo in occasione di qualche allenamento collegiale, o degli esami.

Ma questa gente NON ha scelto il Maestrone di turno, al massimo si trova bene con il "Maestrino" che da questi è nato, abita vicino a quest'ultimo e non sarebbe mai andato a cercare niente altro, se non gli fosse stato consigliato... tutto qui.

In questi casi è comune sentire i Docenti che fanno politica in base ai numeri che sono in grado di spostare, o di far "piovere" su un evento al posto di un altro. "Se facciamo lo stage, io ne porto X dei miei"... oppure, e che è ancora peggio "Per poter realizzare l'evento e renderlo sostenibile, devo obbligare X dei miei studenti a partecipare".

Poi se di allievi non ce ne fossero abbastanza nella propria "stalla", allora considero la possibilità di obbligare i miei allievi già Insegnanti, ad obbligare a loro volta i loro allievi a venire all'evento... così si è sicuri di coprire i costi (senza badare se l'evento in oggetto sia utile o meno per coloro che dovrebbero accettare forzatamente di presenziare).

Prendiamo ad esempio la decisione da parte di un Insegnante di seguire un altro specifico Sensei, magari di alto rango e che sta dall'altra parte d'Italia, d'Europa o del pianeta terra... quello dal quale vuole ricevere i gradi Aikikai, sempre per esempio; però questo Insegnante mi richiede di essere invitato un certo numero di volte all'anno per fare la supervisione; a questo punto, siccome ci si espone ad un certo rischio di impresa, in termini di costi per tale progetto... costringo obtorto collo i miei allievi a venire al suo Seminar.

Prima ho appunto usato il termine "stalla" perché in questo caso gli allievi sono considerati "merce di scambio", simili ai bovini.

Intendiamoci, in generale non fa male ad un allievo presenziare agli eventi che gli propone il proprio Sensei, ma l'importante è che questa proposta venga formulata innanzi tutto nel suo reale interesse ed avesse come baricentro la sua crescita ed evoluzione ... e non SOLO per aggiustare i conti che altrimenti sarebbero in rosso o prestarsi ai giochi di chi li usa come pedine del Risiko.

Anche perché, se o quando l'allievo scopre questa dinamica, si sente manipolato e interrompe il rapporto di fiducia con il proprio Maestro. In Piemonte conosco un paio di Scuole che utilizzano regolarmente questa logica malata per fare gli affari molto personali dei loro Boss di turno.

Ed in merito ad essere Maestri e/o allievi diciamo anche la seguente cosa: da qualche anno a questa parte mi capita spesso di dirigere Seminar in giro per l'Italia, e ovviamente in questi eventi incontro e conosco un sacco di persone; mi capita pure di fare da esaminatore a molte di queste... ma non si tratta veramente di miei allievi, anche se possono essere persone che seguono magari da alcuni anni sporadicamente alcune mie lezioni.

Possiamo forse definirli allievi indiretti o "latticini", ovvero con la data di scadenza a breve termine: durante i keiko sono a tutti gli effetti "allievi" nei luoghi nei quali sono "il Maestro", ma non posso occuparmi della loro crescita e sviluppo al di fuori delle poche ore che li frequento. Un allievo invece ha un rapporto prolungato e continuativo con il proprio referente abituale.

Un Maestro che si dica tale è RESPONSABILE dei propri allievi, ma non come lo è il proprietario di una casa, di una moto o di uno smartphone: prendersi cura di un essere che si rivolge a te per ricevere supporto è più simile all'amore che un contadino ha per i semi che pianta o di un giardiniere che cura i suoi fiori.

La differenza è che gli allievi non si annaffiano e poi né li si vende al mercato, né li si fa in insalata... tutto qui.

Talvolta un allievo va rimproverato per il suo "bene", altre volta va incoraggiato e lodato... ma sempre per la stessa ragione: supportare la sua crescita, NON per avere qualcosa in cambio, se non si tratta di un ritorno più che spontaneo ed autentico. Infatti bisognerebbe astenersi dal prossimo se non siamo in grado di sopportare il peso dell'ingratitudine.

Intendiamoci però... gli Insegnanti non devono essere per forza buoni samaritani buddici, che prestano la loro opera senza aspettarsi nulla in cambio: è importante che ci sia una forma di corresponsione, infatti!

Questo ricevere è però qualcosa che può esistere molte volte anche in modo indiretto: ad esempio, i miei allievi, oltre che la quota associativa... mi spronano a diventare un Insegnante migliore grazie alle loro domande, a quando riescono a mettermi in crisi, mi gratificano quando vedo nascere in loro spontaneamente riconoscenza per il lavoro svolto insieme. Ma la domanda è: "Continuerei a fare tutto ciò che faccio se dall'altra parte non vi fossero questi "segnali positivi"?"

La mia risposta attuale è SI, perché gli altri ti fanno crescere comunque, anche quando non hanno alcuna intenzione di darti una mano... anzi, in quest'ultimo caso ti fanno crescere addirittura di più!

Quindi ricevo un BOTTO di cose dei miei allievi... ma non la sudditanza di fare le pedine del Risiko per farmi prendere il 9º dan: fanno cose più importanti e sostanziali per me... e di ciò ne vado fiero, anziché esserne arrabbiato.


Marco Rubatto




lunedì 27 maggio 2024

Aikido e dipendenze: in punta dei piedi in una realtà da conoscere

Il Dojo, i corsi di Aikido (e di qualsiasi altro genere) sono per definizione luoghi sociali, nei quali si incontrano persone di ogni tipo, eterogenee sia per fisico, che per carattere e che per storie personali.

Fra esse, quest'oggi mi occupo di una tipologia abbastanza specifica, ma non poi così rara, ovvero di quelle che soffrono da acute forme di dipendenza.

Per "dipendenza" non mi riferisco a semplice sfizio della sigaretta dopo i pasti, ma a vere e proprie forme di bisogno assoluto di assumere sostanze specifiche o comportamenti specifici, tipo:

- sostanze stupefacenti, le cosiddette droghe (eroina, cocaina, cannabinoidi e oppiacei);

- farmaci, soprattutto antidolorifici, antidepressivi, ansiolitici o sonniferi;

- giochi d'azzardo (ludopatia);

- frequentazione di internet e social media;

- frequentazione di pornografia;

- alcol...

In oltre una ventina di anni di insegnamento, mi è capitato già parecchie volte di avere nel gruppo persone che soffrono di questi generi di dipendenze tossiche, per loro stesse innanzi tutto, ma spesso anche per le persone che sono loro accanto.

A questo proposito, il compito del Docente diventa delicato e duplice, poiché si tratta di offrire più supporto possibile a chi già si trova in una condizione di sofferenza e bisogno... ma al contempo è necessario tutelare il gruppo stesso, nel quale alcune dinamiche potrebbero risultare un pericoloso boomerang.

Premetto che per essere di supporto a determinate dinamiche è necessario essere dotati di competenze specifiche che di solito richiedono l'intervento di un professionista o di una struttura apposita... quindi non è esattamente alla portata di tutti ingaggiarsi in relazioni di aiuto di questo tipo.

Se non si è più che sicuri di ciò che si fa e, soprattutto, se non si ha un metodo sviluppato in contesti lavorativi affini a questo tipo di situazione (educatore professionale, operatore sanitario, psicologo, etc) è rischioso lanciarsi in un campo delicato e del quale si conosce ben poco... e nel quale - pur con le migliori intenzioni di tipo umano - si rischia di fare più danno che altro.

Perciò se è necessario affrontare determinate tematiche, bisogna dotarsi degli strumenti più adatti per farlo; avendo lavorato per quasi 9 anni in campo sociale, ho una idea piuttosto chiara di cosa voglia dire essere accanto a chi soffre di una dipendenza, anche quando è meno simpatico essere li... durante una crisi di astinenza, per esempio.

Ma se uno non è per nulla del ramo, rischia di spaventarsi e di chiudersi... magari allontanando dal gruppo la "pecora nera", per timore che questi possa portare scompiglio ai compagni. Ciò è umanamente comprensibile, ma è una REAZIONE, quindi NON fa perte dei principi della disciplina, che invece richiedono un atteggiamento proattivo, più inclusione e comprensione del prossimo ... anche (e soprattuto) quando questi può rappresentare un problema ostico.

Rammento - se ce ne fosse bisogno - che chi ha qualsiasi problema di dipendenza patologica (conclamata o meno) è prima di tutto una persona che SOFFRE: è l'anello debole di se stessa... prima ancora di essere un problema per gli altri, pur talvolta risultando essere anche un problema significativo per gli altri.

In questi casi ho sempre optato per il dialogo diretto e privato con il soggetto che notavo avere qualche forma di "stranezza" che non sempre è facile identificare (N.D.R. non è che la gente entra al Dojo e mi viene a dire che sniffa crack alla sua 2º lezione...).

Per esempio, essendo astemio, sento al volo un alito alcolico... quindi non è semplice nascondermi chi alza un po' il gomito con una certa assiduità.

In ogni caso, anche qualora non fosse chiaro cosa ci fosse che non va... mi sono sempre fidato del mio intuito ed ho chiesto ai diretti interessati quale fosse il loro problema: si vede una persona che non è in un buon equilibrio psico-fisico... e soprattutto non ha un buon centramento mentale ed emotivo.

Le persone si sono sempre divise in chi - su richiesta esplicita - iniziava ad aprirsi... confessava la propria problematica e quindi potevo permettermi di chiedere come potergli dare supporto, chi non ne parlava direttamente, ma mi faceva capire con giri di parole quale fosse il nucleo del problema... e chi negava spudoratamente che ne fosse uno che lo/la riguardava.

Ho avuto allievi psichiatrici che hanno negato per mesi di esserlo perché temevano che li avrei sbattuti fuori dal corso se fossi venuto a sapere che facevano utilizzo regolare di psico-farmaci, specie di stabilizzatori dell'umore.

Ma il mio ruolo NON è quello di punire chi ha un problema... al massimo è quello di rimandare le precise responsabilità di chi ha un problema e non se ne prende adeguata cura, anche nelle sedi opportune... che possono essere anche molto diverse dal Dojo.

Di solito è di grande aiuto alle persone SENTIRSI VISTE senza sentirsi però giudicate, specie nelle proprie fragilità: questo mi ha molte volte permesso di fare dei "patti" d'acciaio con queste persone, chiedendo loro di impegnarsi a fare (o non fare) cose specifiche, come tenere un atteggiamento positivo all'interno delle lezioni di Aikido e di collaborazione con i compagni... a fronte della possibilità di affrontare insieme alcuni aspetti delle problematiche che li affliggono.

Esse sono praticamente SEMPRE di origine psicologia: la mancata accettazione di una situazione, di un trauma subito, di una relazione genitoriale o amorosa non facile o sana... TUTTE cose di questo genere.

Gli unici casi nei quali ho riscontrato qualcosa di diverso era quando avevo a che fare con situazione borderline fra disabilità intellettiva e psichiatria: in questo caso esisteva una compromissione biologica di fondo, che corroborava poi problemi di carattere personale e relazionale.

Questi tipi di problematica di alcuni allievi necessita di un certo quantitativo di tempo da spendere in appuntamenti, risposta di messaggi, whatsapp ed email... specie nei momenti nei quali le dipendenze si accentuano e quindi ci sono più problemi di tenuta personale.

Si possono avere momenti di depressione, scatti d'ira ed aggressività... insomma tutta una serie di cose che può non passare per nulla inosservata anche a tutto il resto dei membri del corso, che però sono spesso più disorientati e preoccupati di quanto non lo possa già essere il loro Sensei.

Se è il dialogo la forma di comunicazione prevalente, ci saranno diverse persone che vanno dal Maestro a chiedere: "Come mai quando lavoro con Tizio mi trovo male?", "Perché Caio mi tratta così, cosa gli ho fatto?"... oppure "Non riesco proprio a relazionarmi con Sempronio, ma non so perché".

In questo casi, il Sensei inizia a lavorare su ben DUE fronti contemporanei e complementari: continua a dare supporto a Tizio, Caio e Sempronio... mentre agevola l'accettazione delle loro problematiche ai vari membri del gruppo che vengono a lamentare le tensioni che sono sorte con loro. Non sono le situazioni più facili del mondo, e - come dicevo - se non si ha un minimo di strutturazione, queste dinamiche rischiano di inghiottire tutto e tutti... Sensei compreso.

Bisogna avere chiaro sia qual è il proprio mandato, sia quali sono i suoi limiti.

Non ho mai allontanato nessuno dal Dojo (fino ad ora, almeno) per avere avuto problematiche personali che si riversavano copiosamente nel lavoro del gruppo... ma ho anche avuto la fortuna di incontrare persone più o meno collaborative, nonostante le proprie difficoltà legate alle dipendenze.

Ciò di cui sono consapevole e che mi ha aiutato tantissimo nel tenere chiarezza fra me e gli allievi è che NON si può veramente aiutare NESSUNO al mondo, ma al massimo si può supportare il prossimo mentre egli DECIDE di aiutare se stesso... tutto qui.

Se difronte avete un drogato o un alcolista che è innanzi tutto consapevole della sua problematica (quindi che non la nega) e che sta facendo "il suo" per uscirne... esiste un margine di lavoro comune, che credo potrà tornare utile a tutti. Altrimenti non c'è nulla da fare, purtroppo.

Se la persona non si manifesta collaborativa, o nega la propria condizione problematica, è importante metterla dinnanzi a dati chiari ed incontrovertibili: "Se è come mi dici tu, perché molti si lamentano di te?"

E li parte la lista di tutto ciò che è stato notato che non andava.

Ovvio che questo NON faccia piacere al nostro interlocutore, ma è l'unica cosa di onesto e sano che si può fare per lui, ovvero metterlo davanti a se stesso... ed al fatto che se non si assume qualche responsabilità, non potrà che perdere credibilità agli occhi di se stesso, del Maestro e dei compagni.

A quel punto, chi non vuole fare il suo "click" di solito se ne va da solo dal gruppo, prima ancora che gli si ponga un out-out.

Girando spesso per i tatami italiani ed esteri, ho potuto notare che la frequentazione da parte di allievi "difficili" della tipologia che trattiamo oggi è tutt'altro che rara: mi verrebbe a dire che quasi in ogni gruppo ci possa essere il "frequentatore complicato" da gestire, sia come allievo, sia nelle problematiche che causa nel gruppo dei propri pari.

La vita che conduciamo è così stressogena che è anche in aumento il numero di persone affette da qualche problematica di dipendenza, proprio perché mentre aumenta lo stress, non aumenta di pari passo la consapevolezza della sua gestione. Il mondo delle dipendenze è quindi spesso uno scomodo RIFUGIO nel quale andarsi a rintanare per stemperare le proprie paure ed ansie e lenire o anestetizzare il nocciolo del problema... che è al 100% di tipo PERSONALE.

Ci sono situazioni esterne che di certo non aiutano la presa in carico di questo problema di sofferenza profonda, questo è altrettanto vero... ma è anche vero che non è mai ciò che ci accade a fare la differenza, quanto come ciò che di oggettivo ci accade viene percepito.

Una persona sana e proattiva è in grado di accettare nuove sfide ed anche nuove ed inedite difficoltà, perché ha in sé la fiducia di riuscire a trasformarle in nuove fonti di soddisfazioni, vittorie personali ed ispirazioni per il futuro... per la persona "malata" ogni nuovo problema è un'ulteriore spinta a rintanarsi dentro il proprio baratro, nel quale però si soffre parecchio e dal quale si generano pure un sacco di problemi agli altri, seppur del tutto involontariamente.

Perciò non c'è colpa alcuna, ma ci sono un mare di RESPONSABILITÀ che vengono mosse!

Un l'etimologia del CEPU suggerisce che la parola "responsabilità" possa leggersi come "abilità a rispondere"... e nei casi che trattiamo oggi sembra che questa abilità venga pesantemente meno.

Dietro alle persone che si drogano, che bevono, che spendono stipendi interi al gioco - lo ripeto ancora una volta - ci sono delle sofferenze e delle problematiche che non hanno bisogno di essere giudicate da nessuno: mi piace pensare a persone SANE, che hanno preso abitudini poco costruttive per se stesse... fino a dimenticarsi di quanto di base possano continuare ad essere persone SANE.

L'Aikido aiuta un botto a trasformare un problema in un'opportunità ed uno scontro in un incontro... quindi può essere una disciplina in grado di fare una certa differenza per chi soffre di aspetti di sé che normalmente preferirebbe nascondere sotto il tappeto.

Ma - siccome abbiamo detto prima, che nessuno in realtà può aiutare nessuno - bisogna ricordare fermamente a chi ha determinati problemi... di essere LORO ad avere BISOGNO dell'Aikido... dato che l'Aikido di per sé NON ha proprio alcun bisogno di nessuno.

E se così è, risulta importante che possano frequentare i corsi... ma prendendo un serio impegno verso la community che li circonda... poiché è bene che tutti siano ben predisposti anche verso i limiti del proprio prossimo, ma non è accettabile che possano essere valicate alcune soglie dettate dal buon senso... prime fra tutte quelle della decenza e del rispetto reciproco.

Questa frase può essere letta così: "Se non sei capace di volerti bene e quindi tratti male te stesso ed anche me... puoi restare se ti impegni fattivamente a cambiare questa condizione, altrimenti il Dojo non è un luogo in cui perdere il tuo tempo e farlo perdere a noi tutti".


Marco Rubatto