lunedì 30 gennaio 2012

Il Ki, i limiti delle parole, dell'umiltà e della paura

Affrontiamo quest'oggi un'analisi di una delle più controverse vicende accadute nell'ambito dell'Aikido.

Ci riferiamo alla storica decisione dell'ormai scomparso Koichi Tohei Sensei di abbandonare l'Aikikai e di fondare sin dal 1971 una sua organizzazione, cui diede il nome di "Ki no Kenkyukay" (Ki-Society International)


Troverete al seguente link parecchio materiale che descrive gli avvenimenti storici.

Alla base degli attriti fra il Maestro Tohei, allora Capo Istruttore all'Honbu Dojo di Tokyo, vi era l'esplicita reiterata richiesta da parte degli altri Istruttori dell'organico che egli non inserisse nella sua didattica sul tatami gli esercizi specifici per lo sviluppo del Ki, che invece egli al tempo iniziava ad utilizzare con regolarità e convinzione. I personalismi erano mal tollerati...

Essi non erano parte integrante della tradizione lasciata dal Fondatore, che ad esempio NON li utilizzava in modo così metodico e costante... quindi i conservatori addivennero al fatto che quello NON poteva essere ufficialmente Aikido.

Lo strappo incolmabile avvenne poi nel 1974, con l'abbandono dell'Aikikai ed il prosieguo nella direzione che questo grande Maestro aveva già intrapreso personalmente da alcuni anni.


Seguirono poi lettere inviate da Tohei Sensei a molti Dojo sparsi in tutto il mondo... che in qualche modo avvertivano di questa separazione, la motivavano secondo il suo punto di vista ed implicitamente chiedevano di "schierarsi" a fianco dell'Ex Capo-Istruttore dal quale erano stati patrocinati fino ad allora (anche con numerosi seminari in diversi continenti), oppure di mantenere la propria posizione all'interno dell'Aikikai, rinunciando però alla sua supervisione.

Inutile dirlo che fu il caos nella società Aikidoistica: coloro che consideravano il loro Aikido coincidente con Tohei Sensei (un personaggio, un Maestro) lo seguirono... mentre quelli che tenevano in alta considerazione l'avere un prosieguo costante con la famiglia Ueshiba (un casato, una tradizione, un lineage) rimasero in seno all'Organizzazione storica di quest'ultima.

E' però interessante comunque... già a questo punto, stimolare alcune riflessioni.

Dai documenti risulta che Koichi Tohei fu L'UNICA PERSONA a ricevere il 10º dan direttamente da O' Sensei in modo ufficiale e comprovabile, mentre questi era ancora in vita.

Pare anzi che egli avesse già rifiutato in precedenza questo riconoscimento, ma che accettò sull'onda di un'esigenza "politica" di innalzare i gradi a tutti gli Istruttori del tempo (fino ad allora era stato al massimo concesso l'8º dan): evidentemente il Fondatore riteneva opportuno che all'allievo Tohei venisse riconosciuto il plus-valore rispetto ai pur abili altri Insegnanti che egli aveva negli anni formato.

Morihiro Saito Sensei ha dichiarato numerose volte durante alcuni seminari internazionali la sua sensazione che Koichi Tohei fosse stato realmente la persona che più si fosse avvicinata alle vette dell'Aikido del Fondatore.
Se ce ne fosse bisogno, una bella conferma di ciò che Morihei Ueshiba aveva voluto testimoniare con questo conferimento di grado così straordinario!

Dire che "sei 10º dan", non è come dire "che sei bravo", ma piuttosto è come affermare "che sei l'Aikido in persona". Detto poi dal Fondatore dell'Arte ci pare un riconoscimento non da poco.

Cosa avvenne però?

Che qualcuno ritenne di sapere meglio di O' Sensei cosa fosse o non fosse l'Aikido...
... chiedendo formalmente a Tohei Sensei di attenersi alla didattica standard.
Trema la fiducia? L'umiltà che vacilla? Cospicui interessi da difendere?

Bella spocchia!
Vai dal tuo superiore e gli dici quello cosa deve fare per andare "bene"!
Ma stai parlando con un cretino?... non ci sembra proprio... Avrà saputo bene cosa stava facendo... no?

NO... "l'Aikido è questo, QUINDI NON è quello"!
Il limite del linguaggio: cos'è "l'Aikido"?!

- E' fare le tecniche a seguito dell'Aikitaiso?

- E' rendersi conto che esiste un'energia da far fluire e che essa pervade ciascuno di noi, ancora prima di essere attinta dal proprio aggressore?

- Entrambe le cose?

Non sono stati concordi su una definizione di lavoro da compiere per ottenere un risultato?... O sul risultato stesso da ottenere?

Già molto prima dell'Aikido in Giappone si era sviluppato il Budo, ossia la capacità di indagare se stessi per mezzo delle arti tradizionali di guerra: il "BU" (la conflittualità) è divenuto un "DO" (la Via), cioè un percorso.

Doveva quindi già essere chiarto che il valore aggiunto è percorrere la strada, non la destinazione!
Non affermiamo che è indifferente dove ci si dirige, ma che è infinitamente più importante comprendere con che qualità lo si fa.

Nulla, questo è stato considerato secondario: il COME ha diviso.

Ma non è tutto qui...

E' abbastanza comune che quando si "cambia rotta" rispetto al luogo ed alle norme nei quale si è cresciuti venga attribuito un nominativo alla nuova strada intrapresa, in modo da poter fare anche verbalmente un distinguo... (sempre che sia realmente un'altra innovativa direzione!).

Distinguersi significa affermare: "non sono più quella roba LI", "da oggi sono questa QUI".
La filosofia però insegna che ciò che ha nome e forma è illusorio e temporaneo...

E come ci chiamiamo adesso che non facciamo più Aikido?

Ki no Kenkyukai nasce dall'esigenza specifica di focalizzare l'attenzione sull'unificazione della mente e del corpo tramite il movimento: gli aspetti marziali sono vissuti come secondari a ciò (non affermiamo "assenti", si noti, solo "secondari").
Questo gruppo venne presto ribattezzato "Shin Shin Toitsu Aikido" e quindi "Ki Society", la Società del Ki... proprio per la grande enfasi posta su questa particolare ricerca.

Viene ufficialmente riconosciuto come quell'Aikido specializzato a rilevare e rendere visibili le interazioni del Ki.

Il passo successivo è stato riferirsi a questa organizzazione come Ki Aikido: attualmente questo gruppo è internazionalmente noto con questo termine.

Ma che cosa vuol dire "Ki Aikido"?
L'Aikido "con il Ki"?
Esiste un Aikido "senza Ki"?

Nuovamente il linguaggio tende ad essere confusivo e non evidenzia la ragione che lo ha creato (una differenza di vedute sulla medesima "cosa").

Ed una persona che vuole iniziare a fare il poercorso in seno alla nostra Arte dove si iscrive: ad un Dojo di Aikido o di Ki Aikido?

In Giappone, durante lo scorso secolo, due "fazioni" si sono fatte la guerra... ed a noi oggi viene ancora chiesto di schierarci e di continuare a combatterla!

Se si conferisce maggior enfasi a ciò che divide rispetto a ciò che unisce, accadono però paradossi ancora più grandi...


Tempo fa, in un nostro viaggio in Giappone, abbiamo preso contatto con la Sede Centrale della Ki Society, chiedendo gentilmente di poter avere informazioni in merito a Tohei Sensei (al tempo ancora in vita)... poiché avevamo notato on-line che non comparivano più aggiornamenti del suo stato e delle sue attività degli ultimi anni.
Abbiamo richiesto un appuntamento (per una intervista) e già che c'eravamo anche la possibilità di andare ad allenarci in un loro Dojo.

Ci è stato chiesto se eravamo in possesso di gradi Aikikai... e noi siccome dobbiamo avere spesso a che fare con Organizzazioni differenti ci siamo abituati a collezionare titoli diversi, in modo da avere sempre nel cappello magico ciò che serve quando ce lo richiedono...


Ma quando abbiamo risposto di si è accaduto il finimondo!

Siamo stati bombardati di domande, manco fossimo spie dell'Honbu Dojo in incognito... ci è stato detto che la Società del Ki non aveva intenzione di rilasciare informazioni su se stessa e sul suo Fondatore che potessero essere rese pubbliche...

Ma soprattutto ci è stato richiesto di fare formalmente rinuncia dei nostri gradi Aikikai (per iscritto!), affiliarci alla Ki No Kenkyuokai... se volevamo essere ricevuti e praticare una lezione con loro!

Ora... conoscere Koichi Tohei sarebbe stata una grande emozione, intervistarlo e sapere direttamente da lui aneddoti su O' Sensei una incommensurabile delizia... ma noi eravamo solo di passaggio a Tokyo ed eravamo curiosi di incontrare una realtà così importante a noi sconosciuta, TUTTO QUI!


L'esigenza di lasciare la nostra identità fuori dalla porta, per quanto polimorfica, ed abbracciare il credo di qualcun altro per avere la possibilità di interagire con esso, ci è parso perlomeno esagerato e limitante.

Ma non è che per studiare il Ki questi impiegati avevano sviluppato qualche strana forma di autismo!?!

Magari siamo capitati male noi ed abbiamo incontrato i fondamentalisti giapponesi di questo Gruppo, ma sentire la loro esigenza di NON voler avere nulla a che fare con gli Aikidoka (loro dichiaravano di appartenere ad un'altra "categoria" di persone), ci è parso contrario sia agli insegnamenti di O' Sensei, che a quelli di Koichi Tohei Sensei!

Non eravamo la per microfilmare la struttura, lo ripetiamo, né volevamo portare via un po' del loro Ki... forse più che altro scambiarlo con il nostro...


A cosa serve divenire consci dell'energia dell'Universo se poi si teme di scambiarla?

Chi fa parte della Ki Society, si considera Aikidoka oppure no?

Ci sono scuole di pensiero che avrebbero già voluto far scomparire il termine Aikido dalle loro pratiche, proprio per accentuare il distinguo.
E distinguere non è un peccato, se realmente lo si fa di cose distinte.

Ed è paradossale che questo messaggio giunga da scuole fondate da persone che avevano l'intento di unire.

Forse con le parole ci si inganna, perché in esse non sempre emergono i principi.
Il linguaggio comune è perlomeno equivocabile, cosa che è un dato di fatto.

Le interpretazioni possono distinguersi ed è bene che lo facciano, anche perché non siamo fortunatamente tutti uguali: peccato quando ci si scorda però di essere simili, per provenienza, caratteristiche e direzione.

Tutti infatti cercano tutto nell'Aikido (o "in quella cosa li" che si fa con il gonnellone), solo che pochi se ne rendono conto: saper percepire e gestire la propria energia interna NON è una pratica in controtendenza ad utilizzare questa energia negli scambi relazionali o, ancora, in quelli marziali.

Quindi ci sono Aikidoka che sono stanchi di sentire parlare di "efficacia" marziale e vorrebbero approdare ad un livello più sottile della pratica.

NO: "Aikido wa ichiban Budo desu!"... "L'Aikido è prima di tutto un'Arte Marziale!", tuonava un famoso Sensei!
 "Prima di tutto" ok, ed in seconda istanza può essere anche altro?
Forse si...

Così i praticanti di Ki Aikido sentono comunque l'attrazione verso gli aspetti più "marziali" della disciplina, quelli cioè che hanno avuto modo di affrontare meno.
Non ricordano però che ci sono fior fiore di Dojo che si sono occupati prevalentemente di quello, quindi scimiottano improbabili randori nei quali con un attaccante sincero non rimarrebbero in piedi una manciata di secondi!

Ci sembra una dinamica nella quale mezzo mondo corre dietro all'altra metà che scappa, perché vuole seminarlo.
Tanto movimento, ma poi se ci si fermasse un attimo e si dialogasse molte differenze nel prossimo verrebbero valorizzate anziché combattute.

Sicuramente l'orgoglio, la mancanza di umiltà e la paura di perdere anche quella poca miseria che si possiede fanno la differenza in questa interazione ridicola tra "figli diversi dello stesso padre".

Tant'è che questo è talvolta l'Aikido oggi: se si vuole fare qualcosa per modificarne la tendenza, è bene prima prenderne coscienza senza paura.

Il linguaggio è limitante, l'uomo stesso è limitato... però è in grado di far nascere cose stupende dal suo operato, e la storia è testimone delle sue potenzialità, oltre che delle sue brutture.

Siamo certi peraltro, che se leggete queste righe apparterrete alle persone più sensibili a creare la pace per voi, anziché combattere le guerre degli altri.

Non è in previsione una imminente riconciliazione fra Aikikai e Ki no Kenkyukai... ma i gestori di domani di queste organizzazioni, adesso sono solo infanti... e noi saremo i loro Insegnanti...

lunedì 23 gennaio 2012

L'inutile Maestro che non sbaglia mai

Allievo - "Sensei, qual è il modo giusto di eseguire questa tecnica?"
Maestro - "Non ne ho la più pallida idea... mi sono accorto che non l'ho capita nemmeno io!"

Certo, molti di noi non vorrebbero sicuramente frequentare un corso diretto da un simile incompetente!
Desideriamo indicazioni sicure, un punto di riferimento stabile... tecnicamente preparato, che garantisca una nostra crescita costante...

E' però altrettanto vero che in Aikido il Maestro si connota spesso di tutt'altri attributi, potremmo dire però altrettanto inutili: quelli dell'infallibilità!

Il Sensei ha SEMPRE un modo migliore per muoversi (sul tatami, come nella vita): etimologicamente questo termine significa appunto "colui che è venuto prima", quindi che ha accumulato più esperienza di chiunque altro dei presenti, come può cadere in errore!

Ultimamente ci siamo imbattuti in un interessante paradosso pedagogico ed educativo... ossia l'importanza degli errori nel processo di apprendimento.

Ci siamo meravigliati quindi, subito dopo, nel vedere quanto lo stereotipo di Maestro di Aikido tenda ad allontanarsi dalla possibilità di onorare tale importanza.

Ma perché mai dovrebbe essere così importante sbagliare?!

A quanto pare, tutto ciò che sappiamo passa attraverso il costante confronto fra ciò che pensavamo di sapere ed il dato di realtà oggettivo che ci si para innanzi agli occhi.

Da questa differenza - fra teoria e realtà -, si aggiusta il tiro di volta in volta, per far si che la sensazione interna si avvicini sempre più al dato sperimentabile in prima persona.

L'imitazione di un altro individuo, il Maestro per esempio... dei suoi movimenti, modi di pensare o di atteggiarsi è come se offrisse un modello al quale temporaneamente uniformarsi per constatare (o meno) se le azioni che intraprendiamo su suo suggerimento, hanno risultati simili o differenti da ciò che ci si sarebbe aspettati.

Quindi apprendere significa sviluppare la capacità di adattamento ai nostri parziali insuccessi, per trasformarli in futuri successi, tramite una correzione del proprio atteggiamento (fisico, posturale... emotivo, mentale, filosofico, spirituale...).

Un nostro Aiki-amico proprio pochi giorni fa scriveva sul Web: "in teoria non c'è differenza fra teoria e pratica, ma in pratica c'è"!


A cosa ci serve quindi un Insegnate che ci indica la "retta Via"?!

Ci serve piuttosto una persona che ci permetta di fare "buoni errori", cioè sbagli che siamo in grado di comprendere e sui quali possiamo lavorare per migliorarci.

Ma come avverrà questa cosa?
Mostrandoci con l'esempio che egli stesso è in grado di migliorare, e che quindi ciò che fa oggi potrà apparire sbagliato nell'ottica di domani.

Un Sensei quindi è un individuo che si evolve, cioè che compie lo stesso percorso di un suo allievo, magari a livelli di affinazione superiori dell'Arte praticata.


Ma quindi per definizione sbaglia!

SI, ha imparato a sbagliare nel modo più proficuo possibile, accettando questa sua condizione di perenne "instabilità", si è tolto dalla testa il dogma della sua infallibilità ed è disposto continuamente a mettere in discussione il suo operato: attraverso ciò è in grado di evolversi continuamente e può indicare lo stesso processo anche agli altri, poiché è il primo a conoscerlo dall'interno.

Ma allora un Insegnante autentico non può utilizzare troppi "assoluti" mentre parla: le fotografie statiche di qualcosa - ad esempio le tecniche di base in Aikido - servono solo in quanto strumenti... possono essere sfogliate in un album, per ripercorrere una storia in pochi minuti.

In Sensei le utilizza poiché rendono bene l'idea di qualcosa che egli vuole sottolineare come principio, non in quanto importanti in sé stesse. Se crede egli stesso di fornire una qualche sorta di verità immutabile, non si rende conto che sta bloccando il processo di apprendimento proprio ed altrui.

Ci riferiamo qui a tutti coloro che idolatrano i Maestri insuperati ed ormai scomparsi delle prime generazioni: tecnici, marzialisti, filosofi di dimensioni veramente grandi, che hanno dedicato tutta la loro esistenza allo sviluppo e divulgazione dell'Aikido.

Essi forse sono gli unici a non poter più sbagliare, poiché sono morti!
I cadaveri infatti sono gli unici "individui" che sono incapaci di sbagliare, ma anche di imparare!
Ma riferirci a loro in continuazione non ci donerà questa loro unica proprietà: ma sicuri che la desidereremmo?


Noi siamo vivi e studiamo per evolverci, quindi ciò che era vero ieri, oggi diventa relativamente vero, e forse domani realizzeremo che sarà parzialmente sbagliato... e viceversa, ovviamente...

Ma gli Insegnanti di Aikido sono consci di questo enorme valore dello sbaglio?

Già solitamente mentre spiegano come si esegue un movimento ci dettagliano per 10 minuti come NON si fa, quasi a volerci mettere al riparo dagli errori più comuni. Ma ci fanno un piacere vero?

Cercano di rappresentare al meglio una forma per far compiere errori nutrienti ai loro allievi, perché li lasciano poi trovare parzialmente da soli il nodo della matassa, o perché credono realmente di compiere il movimento più "giusto"?

Le persone sono tutte diverse, quindi anche se al fondo di una lunga ricerca addivenissimo ad una qualche convinzione stabile su qualcosa, quella non sarebbe altro che la NOSTRA convinzione stabile.

Un'altra persona potrebbe giungere ad altre conclusioni.
Quindi sembra essere molto più produttivo capire come si fa a fare tesoro delle proprie esperienze - e quindi anche dei propri errori - che trovare qualcuno che ci istrada a fare ciò che EGLI ritiene sempre giusto.


L'apprendimento è un processo che non è quindi più di tanto oggettivabile, giacché viene utilizzato con soggetti per definizione molto diversi fra loro.
A meno che non si desideri formare classi di allievi robot...!


Un buon Maestro quindi non offre molte risposte, al massimo aiuta a porsi buone domande!


Spesso ricorre al paradosso, e forse anche alla contraddizione: un giorno dice OK andare a destra, il giorno seguente invece secondo lui va bene andare a sinistra...

... e l'allievo rimane spiazzato e confuso. In realtà questa operazione è fondamentale per spostare le convinzioni di quest'ultimo "da una parte all'altra", in modo da spingere i soggetti a trovare una loro risposta equilibrata da qualche parte fra questi due estremi antinomici.

Poi sa di essere soggetto ad errori, quindi sarà molto più comprensivo nei confronti di coloro che lo frequentano: al massimo li spronerà ad avere il coraggio di sbagliare nuovamente, in modo da agevolare ulteriore evoluzione.

Li avete mai sentiti discorsi del tipo: "mi sono allenato per 20 anni nella scuola X, poi ho aperto gli occhi ed ho capito che l'Aikido vero era seguire gli Insegnamenti del Maestro Y... ed ora si che ho trovato la giusta strada!".

Nulla di male se una frase simile provenisse da un principiante, ma cosa dire se fosse pronunciata da un Maestro?! (cosa che abbiamo udito con le nostre orecchie almeno una quindicina di volte, ed attuale ricorrente slogan di molti Insegnanti di alto rango, quotati in territorio europeo!).

Che non ha capito veramente nulla di come si impara, e quindi di come si insegna... oppure che ad un certo punto del suo cammino ha avuto voglia di "tirare i remi in barca", vivere di rendita e smettere di mettersi in discussione!

Cosa dice in merito un vero Insegnate?

Forse più una frase tipo: "mi sono allenato per 20 anni nella scuola X, dalla quale mi sembrava di poter apprendere al meglio, poi SONO CAMBIATO ed ho capito che l'Aikido che volevo imparare poteva essermi dato invece al quel tempo dal Maestro Y...


... ed ora PROPRIO NON SO quanto durerà questa fase e quante volte ancora dovrò cambiare Via per continuare ad apprendere cose nuove".

L'esperto infatti, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non è la persona che sa tutto di un particolare  campo, ma è colui che in esso ha compiuto tutti gli errori possibili, e - proprio in virtù di questo - sa ora come starne alla larga!

Con questo non affermiamo che sia necessario sbagliare sempre e comunque, anche quando lo si sapeva in precedenza, ma che il processo di apprendimento è in parte anche basato sulla capacità di districarci dalle conseguenze delle nostre azioni più maldestre.


Una nuova definizione di maestro potrebbe essere: "colui che ha imparato meglio di altri a fare tesoro dei propri errori... e non teme perciò di compierne in futuro".

Ogni certezza ha in sé il principio della morte, se è resa eccessivamente rigida ed immutabile.

La possibilità di cambiare invece è strettamente collegata a quella di peggiorare... e quindi di sbagliare.

Cosa preferiamo quindi: addivenire a rassicuranti certezze o a stimolanti verità provvisorie?


"Maestro, tu che sei quello che ha sbagliato prima di noi e più di tutti noi, insegnaci a sbagliare con profitto!".


Questo richiede coraggio, stimola a non prendersi troppo sul serio... rimanendo umili... e non smettendo di avere un sorriso sul volto mentre si percorre la Via...


Guardate questo link...

lunedì 16 gennaio 2012

La paura nell'Aikido

"Diventare invincibili... essendo in grado di atterrare qualsiasi avversario, armato o meno, senza lederlo...

... passando sicuramente per gli erori magnanimi del conflitto, che "graziano" il cattivone di turno, per permettergli di ricredersi, di cambiare vita... ritornando sui suoi passi, dopo aver constatato la follia e l'improduttività del suo gesto".

Si tratta di molto di più che il sogno nel cassetto di molti Aikidoka in tutto il mondo: è la chiara manifestazione di numerosi complessi personali ed insicurezze represse, che si specchiano idealmente nello scenario di cui sopra.

"Vado a fare Aikido, così un giorno sarò capace di tutto ciò"...

NO: "Vai a fare Aikido perché adesso hai paura!".

Il tema della paura è trasversale nella vita di ciascun essere vivente, essendo un'emozione forte, talvolta controllata o controllabile, altre volte esplosiva, improvvisa e disarmante.

E quindi in "tempo di pace" alcune persone pensano a come poter affrontare nel modo migliore questo argomento. C'é chi pensa di diventare più forte degli altri, in modo da essere sempre in condizione di incutere timore e di non avere attorno nessuno in grado di fargli paura.

C'é chi cerca disperatamente un luogo sicuro nel quale avere la certezza che queste emozioni indesiderate non lo seguano.

Inutile dire - concordi sociologi e psicologi - che entrambe queste categorie hanno in qualche modo fallito in partenza!

Poi arriva l'Aikido, "l'Arte della pace", che promette la capacità di gestire in modo efficace ed etico le situazione pericolose ed inaspettate di conflittualità... fisica prima di tutto, ma poi anche mentale ed emotiva per estensione.

"Andiamo tutti a fare Aikido!"


OCCHIO a non cerecare in esso l'ennesimo rifugio, la verità primaria è che si è mossi dalla paura, o perlomeno dall'insicurezza che si avverte in sé: se si cerca l'equilibrio, evidentemente si è in una situazione di squilibrio!

Putroppo però le persone difficilmente rifrettono in profondità sulle ragioni essenziali che li spingono ad agire, a fare e prendere posizione.

Di conseguenza a ciò, molti Aikidoka si trovano ad essere dei paurosi che non sanno di avere paura e di praticare Aikido per cercare in qualche modo di prendere contatto con questa realtà e/o di esorcizzarla.

Ma chi è incapace di partire dai solidi piani di realtà, difficilmente compie strada lunga.


Si sente necessità di squilibrare il proprio partner di allenamento perché si gode a propria volta di un equilibrio precario?

E così il mondo dell'Aikido viene "corrotto" da molteplici problemi umani irrisolti, solo perché sono numerosi "malati" a comporne le fila... e spesso sono "Insegnanti malati" a determinarne le rotte.

Non c'è nulla che non va nella natura umana e nella sua intrinseca fragilità, c'è solo responsabilità nel come e quanto ne si prende coscienza.

Se iniziamo a frequentare l'Aikido per paura, questa sarà stata una validissima causa scatenante di un percorso che ci può in effetti aiutare molto a prenderne coscienza e quindi anche ad imparare a gestire, ma cosa succede se non lo sapiamo?


Che faremo Aikido come se fossimo interessati solo ad acquisire lo spirito di un Samurai, senza acorgerci che abbiamo nell'anima il coraggio di un pulcino bagnato ed infreddolito.

Se così fosse, cercheremo la Scuola migliore dove allenarci, non una buona Scuola...

Il Maestro migliore, non un buon Maestro...

Ma visto che le Scuole e gli stili sono tanti, e altrettanto dicasi per gli Insegnanti, subito scatterà l'ansia di fare la celta migliore... e quindi di difenderla a denti stretti.

"E se sbagliamo a scegliere?" Forse non apprenderemo al meglio "lo spirito del Samurai"...

TU HAI PAURA! Paura di prendere la decisione giusta (per te).

"E se qualcun altro non dovesse concordare con la nostra scelta?
Dobbiamo svalutarlo e svalutare ciò che dice e fa... perché se sta facendo bene lui, significa che stiamo facendo male noi"...

Meglio allontanare o... "distruggere" questa possibilità...

TU HAI ANCORA PAURA! Paura che stai facendo la cosa sbagliata.

Mentre pratichiamo poi tutti noi abbiamo avuto ed abbiamo alcuni timori e paure: quella di farci male, di fare brutta figura davanti ai nostri compagni, di non essere all'altezza della situazione e delle aspettative che abbiamo su noi stessi.

Ma è forse male tutto questo?

Forse NO, se la pratica stessa ci permette di prendere confidenza con aspetti poco conosciuti della nostra ed altrui personalità: più sapremo chi realmente siamo, più questi "problemi" tenderanno a stemperarsi.

Ma allora non stiamo innanzi tutto apprendendo come atterrare un numero qualsiasi di avversari armati che ci attendono dietro l'angolo... stiamo piuttosto cercando di capire chi siamo e perché alcune cose ci mandano in tilt più di altre...

E quali sarebbero le cose che ci possono così spaventare?!


- il rapporto che abbiamo con il nostro corpo... che metà mondo vorrebbe avere più sodo e snello, l'altra metà più attraente: manca appunto l'accettazione del dato di realtà... prendere il nostro fisico innanzi tutto per ciò che è.

Si parla di ACCETTAZIONE, piuttosto che di cambiamento (mal grado l'allenamento prolungato in effetti abbia anche l'effetto collaterale di tonificare e rendere aggraziato)

- il rapporto che abbiamo con i nostri pensieri, le nostre emozioni: nel rumore di fondo nel quale viviamo abbiamo l'abitudine a non renderci conto che non siamo noi a governare loro, ma è piuttosto il contrario.

Non che sia necessario mettersi a controllare tutto (sarebbe un ennesimo segno di paura di ciò che non si può controllare!), ma conoscersi un po' di più potrebbe non guastare.

Ci sono istinti con i quali è parecchio difficile convivere costruttivamente: la sessualità, il desiderio di possesso e soddisfacimento di ciò che si reputa piacevole, il rapporto con il cibo...

E se una cosa ci fa male, ma ci piace... se ci fa bene, ma non ci piace?
"Voglio smettere di fumare! Nuoce alla salute, costa e non mi porta nulla di buono"... quante volte avete sentito, o detto frasi simili?

Come va a finire in una buona maggioranza di casi?
Sigaretta 1, buoni propositi 0!

Perché ciò accade?
Forse perché il servo ha preso il posto del padrone, in quanto quest'ultimo stesso aveva dimenticato il suo ruolo.

In una mente allenata il vizio non trova terreno fertile, né l'emozioni sono completamente in grado di offuscare il buon senso.


Ed in Aikido utilizziamo il corpo, ma anche i pensieri e le emozioni... anzi, facciamo di tutto per integrare al meglio fra loro questi diversi aspetti che ci compongono.

Ma allora nuovamente... non stiamo innanzi tutto apprendendo come atterrare un numero qualsiasi di avversari armati che ci attendono dietro l'angolo... quanto stiamo cercando di capire chi siamo, ed il libretto delle istruzioni di noi stessi.

Bene saperlo... per dare alle cose il loro nome più appropriato e per impedire alle paure di lavorare nell'ombra.

Poi ci sono le nostre convinzioni, sulle cose, sulle persone, sui movimenti... e quale parco giochi migliore per testarli che un luogo condiviso da altre persone che cercano di fare la stessa cosa?

Certo, a volte dovremmo cedere all'evidenza che ci sbagliavamo, mentre un nostro compagno ci aveva visto più lungo... mentre altre volte capiterà il contrario...

Però in generale ci sono aspetti di noi che si rendono visibili solo all'interno di una società... che ci "specchia" la bontà o meno delle nostre azioni, convinzioni, modi di essere.

Un altra volta un Dojo si presta bene ad un micro esperimento sociale di questo genere: si è tutti sufficientemente accomunati dalla volgia di diventare un po' giapponesi da essere d'accordo su quale orario e giorno trovarsi... e su come vestirsi... ma si è così tanto divesi da poter apprendere per approssimazioni succesive gli uni dagli altri.

Ma allora non è cosÏ importante che il Sensei sia il migliore!
E nuovamente, chi se ne frega se sbattiamo o meno a terra chi si finge l'aggressore di turno...

Paradossalmente il Maestro potrebbe essere "un cane qualsiasi" ed al posto del Dojo potremmo essere in un ritrovo parrocchiale (senza voler per questo svalutare questo ambito) e questa dinamica sociale sarebbe ugualmente possibile!

Stiamo cercando di capire chi siamo attraverso la relazione, prima ancora che grazie all'Aikido!

Non esiste poi luogo migliore di testare se stessi che durante un conflitto...

Perché?
Perché solitamente è in esso che siamo capaci di dare il peggio di noi stessi!

Siamo tesi, rispondiamo per stereotipi perché abbiamo l'esigenza di gestire le nostre aspettative di vincere il conflitto (non importa se facendo dei cadaveri...). Siamo tutto fuorché noi stessi: lasciamo spazio a manifestare il demone che è in noi, e che solitamente viene celato sotto 1000 maschere sociali di convenienza.

Ma O' Sensei non era scemo... questo lo sapeva.

Inventa quindi un'Arte nella quale il conflitto diviene un laboratorio per conoscersi... anche negli aspetti più scomodi della nostra vita, poiché il conflitto è un dato di realtà del nostro quotidiano.

Ma allora non è tanto importante quale stile pratichiamo, chi insegna e come si fa kotegaeshi...

... o meglio, ciascuna di queste cose è importante, ma solo in quanto ci siamo noi ad essere presenti a quanto avviene, e che sotto coperta siamo impegnati a prendere confidenza con tutto il resto (noi stessi, la relazione, gli imprevisti, i conflitti).

Le paura allora possono non essere solo il motore che ci spinge al Dojo, ma anche uno strumento da utilizzare quando serve e/o un tema da affrontare durante gli allenamenti!

Se così fosse, il mondo dell'Aikido sarebbe ugualmente composto da "Aikidoka malati" di inconsapevolezza di se stessi e del mondo che li circonda... ma cosientemente malati e soprattutto riuniti proprio per la comune volontà di migliorare la situazione, supportandosi a vicenda.

Così attualmente non avviene di solito!

Che le paure abbiano in Aikido un posto preminete di potere occulto?

Chi può rispondere meglio di noi stessi, ciascuno per sé...

lunedì 9 gennaio 2012

剣体杖 Ken Tai Jo e l'integrazione dell'Aikido

Generalmente su queste pagine non si trovano articoli di natura tecnica: è un a scelta fortemente voluta da Aikime per favorire il dialogo all'interno di tutta la comunità dell'Aikido italiano.


Molto spesso la tecnica ed i diversi approcci didattici sono proprio ciò che separa i praticanti di quest'Arte...


Vogliamo tuttavia oggi fare una eccezione a questa datata tendenza, affrontando l'importante tema del 剣体杖 Ken Tai Jo, ossia dell'armonizzazione tra spada (剣 ken), corpo ( tai) e bastone ( jo).


La Scuola di Iwama, dalla quale storicamente proviene il nostro Gruppo, possiede una didattica molto ampia e specifica dello studio delle armi (buki waza)... e considera proprio il 剣体杖 Ken Tai Jo come la summa della fusione di questi tre aspetti (Aiki Ken, Tai jutsu, Aiki Jo), che sono all'inizio trattati separatamente.


L'acquisire una buona padronanza di un arma tradizionale giapponese - non importa quale sia - richiede di certo un allenamento intenso e prolungato, vista la totale diversità storica, filosofica e pratica nella quale queste pratiche sono nate.


Il Ken ed il Jo poi hanno caratteristiche del tutto differenti, poiché essi stessi provengono da tradizioni diverse.


Il Ken, spesso chiamato anche bokken (spada di legno), nacque storicamente quale strumento di allenamento sostitutivo della katana, la spada tradizionale dei guerrieri giapponesi.


Allenarsi con una lama viva era troppo rischioso e moltiplicava gli incidenti fra i praticanti delle scuole di scherma: il sostituto in legno ha permesso di mitigare questa indesiderata tendenza, mantenendo comunque alto il livello di realismo del duello anche durante gli allenamenti.


Successe poi un fatto storico molto importante, e cioè ci si rese conto di quanto fosse elevata anche l'efficacia di una spada di legno usata in modo appropriato, tanto da eleggere il bokken ad arma a tutti gli effetti, e non solo un suo surrogato per l'addestramento.

Si divisero quindi due correnti di pratica, chi continuò ad utilizzare il Ken come sostituto della spada metallica vera e chi invece iniziò a concepire il suo utilizzo come arma da percussione.

L'Aiki Ken di Iwama appartiene a questa seconda corrente... e ciò è evidente dai suoi movimenti di base (suburi), nei quali l'arma si utilizza per percuotere con la parte terminale, piuttosto che tagliare con essa con il tipico movimento basculante con il quale si massimizza l'efficacia del taglio nella spada affilata.

Il Jo invece deriva dalla naturale evoluzione della naginata e dello yari, armi da taglio lunghe all'interno delle quali era infossata un'anima metallica che serviva a reggere la lama terminale.
Il punto nel quale l'arma smetteva di essere solo di legno, ed iniziava ad avere una sezione esterna in legno ed una interna in metallo, è sempre stato particolarmente fragile se sottoposto a flessione.

La naginata e lo yari venivano utilizzati come lance principalmente dai combattenti a cavallo, quindi i colpi di punta erano sicuramente fondamentali, oltre che ai fendenti.

Un Jo è più o meno lo strumento che rimane in mano ad un cavaliere che rompe la sua lancia nel punto in cui in essa era inserita l'anima di metallo che supportava la lama.


Storicamente questo era comprovato dall'abitudine di tagliare i Jo in modo non perpendicolare alla lunghezza, ma tenendo su un lato un piccolo angolo di incidenza (come si affetta il salame, tanto per capirci), proprio per simulare la rottura con una restante parte fantasma metallica: ora questa abitudine si è persa.

Quest'arma è molto versatile poiché può essere impugnata lungo tutta la sua estensione (questo non è possibile né con una katana, né con una spada di legno utilizzata con lo spirito di un oggetto comunque affilato): è possibile colpire con entrambe le parti terminali, sia come una lancia, che come uno strumento di percussione.

Ciò è la principale ragione che moltiplica anche l'ampiezza del bagaglio tecnico del Jo rispetto al Ken. Nella Scuola di Iwama abbiamo infatti:

- 20 suburi di Jo e 7 suburi di Ken;
- 10 kumi Jo (combattimenti preordinati di Jo) e 5 kumi Tachi (combattimenti preordinati di Ken);
- 3 kata codificati di Jo e nessuno di Ken;

Invitiamo chi desiderasse approfondire maggiormente a guardare i video che contengono tutto il programma tecnico di armi di questa Scuola nella colonna destra del Blog, o a questo link.


Poi c'è il nostro corpo: è lui che guida le armi, così come è lui a provare ad armonizzarsi con gli avversari che ci attaccano armati.

In Aikido quindi tradizionalmente si nota una iniziale divisione fra:

- il tai jutsu, ossia le tecniche a mani nude;

- il buki dori ("presa delle armi")... le tecniche a mani nude che si eseguono per disarmare un avversario che ci attacca armato di Ken, di Jo o di Tanken (coltello di legno) - molte volte questa pratica viene incorporata nel tai jutsu stesso -;

- l'Aiki Ken, l'allenamento svolto fra due partner entrambi armati di bokken;

- l'Aiki Jo, ossia l'analogo allenamento svolto fra praticanti entrambi armati di Jo.

Il Ken Tai Jo vuole proprio essere un finale ri-collegamento fra tutte queste diverse parti sopraelencate, cioè la fusione di tutti gli elementi precedenti in un'unica pratica nella quale l'attaccante utilizza  un bokken, uno iaito o una katana contro il partner armato di Jo.

Ed è appunto di quest'ultimo elemento che ci occuperemo oggi!
Perché?

Perché non lo fa nessuno e noi abbiamo uno spiccato gusto di trattare cose inedite.

Abbiamo riscontrato da una ricerca sul Web che NON ESISTEva una raccolta completa ed esaustiva che li mostrasse, ne evidenziasse la didattica e ne mostrasse la naturale evoluzione!

Nella scuola di Iwama stessa questo allenamento è considerato di altissimo livello e spesso nei seminari tecnici è possibile assaggiare solo piccoli bocconi della didattica iniziale.

Morihiro Saito Sensei ci ha lasciato 7 Ken Tai Jo codificati, con un numero elevatissimo di variazioni e la sua didattica prevedeva prima esercizi di base (3 parate: choku barai, kaeshi barai e kaiten barai) per apprendere i rudimenti su come far incontrare un'oggetto potenzialmente affilato come la lama di una spada con un bastone di legno, che può facilmente da essere inciso o tagliato da essa.

Quindi da questi 3 esercizi di base, scaturiscono i primi 3 Ken Tai Jo veri e propri e 3 variazioni codificate che prevedono la proiezione di uchi tachi al suolo (che quindi sconfinano nel campo delle tecniche di tai jutsu).

Per il 4º e 5º Ken Tai Jo esiste ancora una forma di base codificata ed una variazione "famosa" che prevede la proiezione del partner, mentre degli ultimi due Ken Tai Jo esiste esclusivamente la forma che porta direttamente all'atterramento di uchi tachi.

Questi esercizi sono quindi particolarmente difficili ed elaborati perché:

- sono veramente pensati per lasciare illesa un'arma di legno che si confronta con il filo di una spada, perciò ogni piccola imperfezione è sinonimo di rendere inutilizzabile il proprio Jo;
- le proiezioni previste per uchi tachi sono piuttosto complesse e compiute con una spada in mano, cosa non esattamente alla portata di molti Aikidoka...

... ed infatti costituiscono il programma tecnico di armi previsto per sostenere il 5º dan (quindi non qualcosa di arcinoto a più insomma!).

Morale della favola: un po' perché si tratta di pratiche non banali, un po' perché vengono riferite ai gradi elevati... si praticano poco nei Dojo e quindi sono poco conosciuti.

O' Sensei rammentava spesso nei suoi insegnamenti verbali di pensare al tai jutsu durante la pratica con le armi e di pensare al buki waza quando si è a mani nude... ciò indica che per lui non esistesse un Aikido "armato" ed uno "a mani nude", quanto dei principi da rendere vivi in ciascuna delle pratiche che facciamo.

Quando avviene davvero quindi l'integrazione completa fra tutti i distinti elementi previsti tradizionalmente dall'Aikido?

La sensazione legata alla frammentazione ("adesso faccio questo, adesso faccio quello") è legata probabilmente alla poca profondità della conoscenza dei principi Aiki, che invece tendono ad unire, accomunare, armonizzare in un tutt'uno ricco di senso ed importanza.

Il Ken Tai Jo mira sicuramente a questa operazione, nella quale in risultato è qualcosa di più della somma delle diverse componenti...

Ma dove lo andiamo ad imparare?

In qualche seminario ultradispendioso dove si mostrano le tecniche ultrasegrete, oppure acquistando un'intera collana didattica di DVD d'oltralpe?
Alcuni potrebbero forse credere che nel 2012 questa sia ancora una soluzione...

Ma per tutti gli altri ci siamo messi di impegno noi, in una fredda mattina sotto le feste di Natale... festeggiando insieme nel Dojo con un allenamento specifico su Ken Tai Jo, richiestoci da Aikidoka allievi ed amici... che si sentivano poco sicuri nell'argomento proprio per la rarità delle occasioni nelle quali lo si vede trattato.

E già che ci eravamo, abbiamo pensato di condividerlo con tutti i nostri lettori, preparando un video che contenesse TUTTE le forme codificate e numerosissime variazioni (fino a 7 per ogni esercizio)... ed alcune sorprese finali di pratiche forse ancora inedite in Italia...

Ed abbiamo provato anche a metterci in pesante discussione, allenandoci con uno iaito, oltre che con il solito bokken... in modo da vedere bene la nostra attuale capacità di armonizzarci con un oggetto metallico in grado di lasciare sul Jo i segni del suo passaggio!

Nessuno lo fa, anche perché è "sfigante" poter constatare (e far vedere agli altri) i segni della propria relativa impreparazione... d'altronde se aspettassimo di essere perfetti per agire, probabilmente passeremo la vita chiusi in un Aiki-sgabuzzino!

Ecco quindi il nostro contributo, che conclude TUTTO il programma tecnico di base di buki waza della Scuola di Iwama, che avevamo già messo on-line da tempo.

Non abbiamo la presunzione di mostrarci tecnicamente perfetti (NON LO SIAMO!), ma ad offrire un riferimento GRATUITO ed efficace per tutti colo che ne avessero bisogno (qui il link alla versione in inglese del filmato).




Dai video purtroppo non si impara più di tanto, bisogna praticare... ed a lungo, sotto la guida di un Maestro competente!



Il nostro contributo è esclusivamente quello di rendere visivamente raggiungibile a tutti una pratica importante, che rischia di essere trascurata per inesperienza. Fateci gentilmente avere impressioni e rimandi.



"Don't do it at home" quindi... ma immaginate come dovesse essere profondo, integrato e vasto il mondo dell'Aikido di O' Sensei!