lunedì 4 luglio 2016

Anno tosto, pausa ancora prima di agosto...

Cari amici,

vi abbiamo abituati a leggere qualcosa sulle nostre pagine OGNI lunedì, per 11 mesi all'anno... e per parecchio tempo siamo stati felici di riuscire a mantenere questo ritmo serrato.

L'attività annuale che stiamo per concludere è stata tuttavia particolarmente tosta... e quindi questa volta ci sentiamo di prenderci qualche momento di riposo in più rispetto al solito.

Vi ringraziamo dell'accorato seguito dei nostri Post, delle tante manifestazioni di apprezzamento giunteci (sia in pubblico, che in privato) ed auguriamo a ciascuno di voi un sereno e gioioso periodo di vacanza e relax.

Le novità che stiamo preparando saranno veramente TANGIBILI dalla prossima stagione... ma per adesso non ci sbilanciamo oltre...

Aikime tornerà settimanalmente on-line dal 5/09/2016, con nuove ricerche, riflessioni e curiosità a 360º sul mondo dell'Aikido.

BUONE VACANZE!!!



lunedì 27 giugno 2016

L'Aikido, la legittimazione e le proprietà NON transitive della pratica

Ci ricordiamo cos'è la proprietà "transitiva" in matematica?

Lo abbiamo studiato sicuramente alle Scuole medie... è quella cosa che dice che:

se A = C e se B = C, allora...

... che necessariamente A = B, questa perlomeno è la formulazione più semplice della proprietà... che nell'insiemistica invece si esprime più compiutamente così:


Ma tranquilli, non è nostra intenzione farvi tornare sui banchi di scuola!

Ci piacerebbe invece riflettere insieme sul significato non banale che spesso attribuiamo a questa proprietà nel campo delle arti marziali, e dell'Aikido nello specifico...

Si, perché spesso viene utilizzata la proprietà transitiva per riferirsi ad un sacco di luoghi comuni che sarebbe bene iniziare a sfatare, per pure cultura generale:

A = sono una "cintura nera"
B = un esperto di arti marziali di solito è una cintura nera

➤ sono una CINTURA NERA, quindi sono un ESPERTO di Aikido... Ma quando mai!

Possedere una cintura nera è sinonimo che si sta studiando Aikido da qualche anno (5,6,7 massimo?), ma questo è qualcosa di molto differente da essere degli "esperti" in questa disciplina:

tradizionalmente infatti la cintura nera è considerata il momento in cui si formalizza l'inizio della propria pratica, quindi considerando tutto il tempo precedente sul tatami come una sorta di "periodo di riflessione", che serve a farci capire se vogliamo intraprendere sul serio la pratica oppure no.

Altro che esperti dunque, siamo piuttosto dei "novizi"... VERI novizi quindi: 5 o 6 anni di pratica non vogliono quindi automaticamente significare il raggiungimento di nulla di specifico.

A = ho iniziato a praticare Aikido trent'anni fa
B = un esperto di Aikido ha una lunga esperienza di pratica

 pratico Aikido da trent'anni, QUINDI sono un esperto di Aikido... Ah si?

Può darsi, infatti... ma raccontaci di più di questi tuoi 30 anni di pratica...

- A che età hai iniziato?
- Chi sono stati i tuoi Insegnanti?
- Quante volte praticavi, ad esempio, in una settimana?
- Hai avuto continuità nella pratica o essa è stata piuttosto a macchia di leopardo?
- Cos'hai compreso di notevole per affermare ciò che affermi (di essere un esperto, cioè)?

Capite bene che ciascuna di queste cose fa molta la differenza per capire se la proprietà transitiva può essere applicata in serenità oppure no.

Se uno dichiara di avere 30 anni di pratica sulla gobba, ma ha 35 anni di vita... è piuttosto difficile considerare che tutti questi 30 anni se li sia fatti con una certa consapevolezza di quello che stava facendo... vero?

Magari 15 o 20 di questi anni sono così (intensi, maturi, consapevoli), ma a 5 anni è difficile avere la possibilità di fare grosse scelte consapevoli sul proprio destino o andare a studiare cosa ci piace, con il Maestro che ci piace!!!

Proprietà transitiva un po' forzata sembrerebbe, che dite?

Se uno dichiara di avere 30 anni di pratica sulla gobba, perché ha iniziato effettivamente il proprio percorso 30 anni prima e poi si è assentato a singhiozzi ripetuti di 5 o 6 anni per poi riprendere metodicamente dopo ogni volta, possiede veramente tutta questa esperienza?

Affermare di avere iniziato 30 anni fa la pratica, NON ci risulta per forza sinonimo di avere 30 anni di esperienza, o lo è?

30 anni di esperienza vuol dire trent'anni in cui hai fatto un po' di tutto... oppure Aikido?!?

30 anni di esperienze miste di Karate, Kung Fu, Jodo, Ikebana, Sushi, Shiatsu e Aikido... NON sono 30 anni di esperienza nell'Aikido, ma molto tempo passato a contatto con alcune culture e discipline orientali!!!

Oltre tutto non è solo il quanto, ma anche il COME facciamo una cosa a decretarne la veridicità e l'importanza!

Proprietà transitiva potenzialmente falsabile da presupposti melmosi, in questi casi...

A = il mio Maestro è (o è stato) un nome importante nel panorama Aikidoistico nazionale/internazionale
B = avere un buon Maestro è importante per imparare bene l'Aikido

 ho (oppure ho avuto) un grande Maestro, QUINDI so bene l'Aikido... madddai (detto alla Mughini)!!!

Una persona può essersi messa a studiare sotto lo sguardo attento di un Insegnante considerato "famoso" o particolarmente meritevole da parte della comunità Aikidoistica nazionale o internazionale, ma ciò da solo è veramente sinonimo di garanzia sull'Aikido che ha appreso?

Al massimo è garanzia sull'Aikido che è stato insegnato, NON sull'Aikido che è stato compreso, appreso, imparato: ogni Insegnante sa che fra i suoi allievi è possibile che ci sia qualcuno particolarmente talentuoso, così come qualcuno particolarmente impedito... oltre ad una gran parte di persone mediamente e variamente dotate.

Legarsi personalmente ad un grande può essere di aiuto per avere buone indicazioni nella pratica, un sacco di ispirazione individuale, etc... ma NON è sinonimo che saremo capaci di mettere particolarmente a frutto la bontà degli insegnamenti che avremo ricevuto... così come ha saputo fare il nostro mentore a suo tempo.

Quello che fa la differenza per poterlo fare è la persona stessa, quindi ogni generalizzazione è fuorviante (o manipolatoria) di per sé, perché ogni caso è unico.

A noi verrebbe da dire - addirittura - che chi ha continuamente bisogno di riferirsi al "mostro sacro" dal quale ha imparato deve avere una sorta di complesso di inferiorità cronico... cosa che non ce lo fa vedere già di suo come un grande praticante/insegnante.

"Se sai il fatto tuo, che bisogno c'è di continuare a ribadire che tu sei l'esatta ed umile copia del tuo grande Maestro?!
Io vengo a lezione da te, mica dal clone/ologramma del tuo Maestro... voglio vedere che sai fare tu!!!"

Sarebbe interessante chiedere il parere al "grande Maestro" in persona sul suo allievo che tanto si fregia del suo percorso con lui, se anche lui si potrebbe parimenti inorgoglire di essere stato il suo Insegnante (manco a dirlo nel 99% dei casi non si può fare, perché si tratta di trapassati, in generale allievi diretti del Fondatore)... o se rabbrividirebbe nel sentirsi rappresentato da chi tanto millanta questo diritto!!!

Sappiamo informalmente che alcuni Insegnanti tanto blasonati oggi e che vantano "nobili origini" in realtà sono stati allievi "qualsiasi" di un tempo, che hanno approfittato del cambio generazionale per raccontarci quello che hanno voluto degli anni in cui non c'eravamo: è la piccolezza umana che tenta di farsi strada come può, fa quasi tenerezza!

A = sono un Insegnante di Aikido
B = ho pochi allievi

 ho pochi allievi QUINDI è segno che insegno un buon Aikido, perché l'Aikido è da sempre per pochi

Al momento attuale le masse non sono interessate ad un lavoro serio e costante, tanto da apparire talvolta anche parecchio impegnativo, quindi se gli allievi sono pochi è segno che si sta seguendo un percorso serio?

Forse si... ma forse anche NO: magari è solo che l'Insegnante non ci sa proprio fare e la gente lo evita come la peste!

= sono un Insegnante di Aikido
B = ho molti allievi

 ho molti allievi QUINDI è segno che sono un buon Insegnante di Aikido

Di nuovo, dipende...
Hai molti allievi perché sei un buon Insegnante di Aikido o perché scendi molto a compromessi con loro?

Entrambe le cose sono possibili, ma è innegabile come la massa nella nostra società NON si diriga solitamente nella direzione di acquisire consapevolezza di sé e quindi forse questa la ragione per la quale discipline come l'Aikido sono accettate, ricercate da alcuni, ma non conosciute e osannate dai più.

Talvolta per questo motivo, si tende a snaturare i principi di una disciplina per risultare più divulgativi possibili... ma ciò non è segno certo che si stia facendo un buon lavoro.

Ribadiamo: NON si intende affermare che per forza chi ha esperienza non sia un buon praticante/Insegnante, che avere avuto un buon Maestro non conti nulla, che avere pochi o molti allievi sia una colpa... sono tutte condizioni piuttosto importanti (non per forza "necessarie"), ma sicuramente NON "sufficienti" come sembrerebbe ad identificare chi si è.

... vogliamo solo far riflettere su quella "proprietà transitiva" che viene AUTOMATICAMENTE creduta vera, quando invece non ci risulta tale. Si ricorre a ciò - di solito - per cercare una legittimazione, un posto al sole... ma siamo sicuri che ce ne sia veramente bisogno?

Cos'è allora che c'è di veramente TRANSITIVO nella pratica dell'Aikido?!

Forse che se uno pratica tanto, avrà necessariamente fatto tante cadute e conoscerà la sensazione dell'acido lattico nei muscoli!

Che se abbiamo la fortuna di avere un buon Insegnante, avremo avuto una buona base di partenza sulla quale lavorare per creare qualcosa di importante dentro di noi a nostra volta (così come sicuramente avrà fatto lui prima di noi)...

In Italia (limitiamoci al nostro ambito nazionale) abbiamo molti praticanti esperti, così come allievi di Insegnanti illustri, ma non crediamo sia questo a fare eventualmente grande e meritevole il loro Aikido: sono loro stessi l'eventuale valore aggiunto per la nostra comunità.

A nulla serve una grande esperienza se non messa debitamente a frutto, a poco servirebbe aver avuto un grande Maestro se ci si limitasse a scimmiottarne i passi.


Essere semplicemente ciò che si è risulta forse una delle più grandi conquiste della propria esistenza, senza dover elemosinare un diritto ad essere considerati che venga da qualcosa situato nel passato (o nel futuro).

Cosa c'è di TRANSITIVO?

Forse tutto, oppure niente... forse saremo noi capace di essere transitivi, trasformando il nostro lavoro in frutti sostanziosi di cui nutrirci e da condividere generosamente con gli altri, ma non c'è alcun automatismo tutto ciò... figuriamoci se ne potrebbe essere uno?!

I migliori Maestri del mondo di ogni disciplina hanno ANCHE avuto allievi pessimi... così come non tutti quelli che hanno dedicato l'intera vita ad una pratica l'hanno necessariamente compresa e vivificata.

C'è gente che non ha avuto particolari Insegnanti, né ha dedicato poi così tanto tempo al perfezionamento di alcunché, eppure è riuscita ad arrivare dove altri più meticolosi non sono giunti mai.

È il paradosso delle discipline come la nostra, nelle quali doti naturali, dedizione e meticolosità talvolta si incontrano e si supportano, altre volte risultano indipendenti, se non addirittura conflittuali.

La legittimazione viene forse più dai frutti del proprio lavoro, non dalle "patacche" che ciascuno può appendere al muro, siano anche esse lineage invidiabili o esperienze ciclopiche.

L'universo fortunatamente è uno specchio saggio e schietto... capace di farci arrivare in feedback l'immagine che in esso abbiamo avuto il coraggio di riflettere.

Questa specularità SI che è veramente transitiva, imperdonabilmente TRANSITIVA!!!






lunedì 20 giugno 2016

L'Aiki Nomad Seminar italiano: diario di un'avventura innovativa

A metà dello scorso aprile si è svolto a Torino il primo Aiki Nomad Seminar italiano, già vi avevamo parlato di questa iniziativa inedita in questo Post...

Abbiamo atteso di partecipare all'evento per farci una nostra idea delle sue caratteristiche, così come di avere i primi rimandi da altri partecipanti: ora siamo finalmente in grado di fornirvi un quadro completo e dettagliato dell'iniziativa!

Eccovi il nostro record video...

 


L'Aiki Nomad Seminar è un evento inusuale nel panorama Aikidoistico tradizionale, poiché NON è un seminar nel quale si performano le tecniche che l'Insegnante propone.

È più una sorta di laboratorio, nel quale gli Insegnanti presenti affrontano un tema trasversale all'Aikido INSIEME agli studenti, si confrontano con loro rispetto alle varie sensazioni che la pratica stessa porta alla luce.

Una sorta di ricerca nella quale l'Aikido fa da strumento, ma non da fine ultimo.

Quest'anno, in occasione del primo seminar italiano di questo tipo, abbiamo affrontato insieme l'interessante e complicato tema "l'Aikido nella vita quotidiana".

È risaputo come molte persone stiano bene sul tatami, siano contente della loro pratica consueta, ma facciano particolare fatica a vivere nel quotidiano quei preziosi insegnamenti (pratici, filosofici e spirituali) che l'Aikido traduce egregiamente nella pratica fisica.

Molti dicono: "Ma nella vita reale è un'altra cosa!"

Abbiamo provato ad approfondire questa tematica, che interessa praticamente tutti i praticanti: il primo risultato notevole è stato provare a definire "che cosa intendiamo noi per quotidiano"...

... già, perché è sufficiente fermarsi un istante a pensarci e scopriremo che non è per niente una definizione facile: quand'è che il "quotidiano" comprende o esclude alcune esperienze che facciamo?

Prima di pretendere che il nostro Aikido "funzioni" nel quotidiano, permettiamo al nostro "quotidiano" di entrare nel Dojo con noi?

Consideriamo parte del "quotidiano" anche l'esperienza che facciamo in Aikido?

No, di solito amiamo distinguere molto ciò che sta dentro e ciò che sta fuori dal tatami: ci sorprendiamo ancora molto di non poter vivere fuori da esso i principi che ci studiamo sopra?

Secondo punto: cosa esattamente crediamo possa venire con noi dell'Aikido nella vita di ogni giorno?

Il modo di fare kotegaeshi?

Il numero di varianti che conosciamo del quarto kumi jo?

Nessuno dei presenti immaginava nulla di tutto ciò... ma allora ci viene da chiederci, come mai conferiamo così tanta importanza ad aspetti che poi non riusciamo ad integrare nel nostro vissuto?

Perché sono aspetti inutili o perché non riescono ad essere TRADOTTI in qualcosa di utile nel quotidiano?

È qualcosa di sostanzialmente diverso...

All'Aiki Nomad Seminar abbiamo avuto modo di sperimentare di persona e quindi chiederci cosa emergesse dalla nostra intenzione di "vivere" l'Aikido.

Se siamo capaci di VIVERLO sul tatami, siamo sicuri che sia qualcosa di veramente così differente nella vita di tutti i giorni?

Abbiamo avuto l'impressione che ci fosse un desiderio di fondo di autenticità e di connessione con il prossimo, così come con l'ignoto... che di solito tanto ci spaventano.

Ma allora è l'Aikido che vorremmo portare nel quotidiano o vorremmo forse essere capaci ogni giorno dell'apertura e della buona predisposizione con la quale ci alleniamo nel Dojo?

Che cos'è un attacco?

È un pericolo o è una buona occasione di studiare chi siamo di fronte ad una difficoltà?
La scelta è nostra, ma se sul tatami amiamo la seconda prospettiva, perché nel quotidiano dovremmo vivere nel primo modo ciò che percepiamo minaccioso?

È l'Aikido a non essere facilmente esportabile nel quotidiano, o siamo noi a non riuscire a comprendere quanto è grande il tatami sul quale si svolge la lezione, che siamo abituati a chiamare "vita"?

In Aikido si cade: impariamo a farlo senza farci male ed a rialzarci più energizzati di prima... Non consideriamo minaccioso perdere l'equilibrio, fidarci del partner, farci sbatacchiare di qua e di là!

"Eh, ma nella realtà è diverso... la gente non ha rispetto e cura di te, mentre tu ti affidi a loro..." Questa è una delle obiezioni più comuni.

Abbiamo scoperto insieme che la "realtà" è qualcosa che fabbrichiamo noi, momento per momento, in base alla nostra consapevolezza del momento in cui viviamo... l'Aikido ci insegna "solo" a prenderne coscienza... ma quanto sarebbe inutile tutto ciò se dopo tanti sacrifici non fossimo in grado di gustarci i benefici di tutto ciò nella maggioranza del nostro tempo (quello in cui di solito NON siamo al Dojo, tanto per capirci!)?

Sarebbe un bello spreco, di passione, risorse, tempo e denaro... ma fortunatamente la scelta sta a ciascuno di noi!

L'Aiki Nomad Seminar serve forse a questo: a gettare un ponte fra noi e l'Aikido che spesso facciamo con passione, ma senza consapevolezza del grande dono che ci stiamo facendo.

Abbiamo esaminato un approccio alla salute ed alla malattia che includesse ed integrasse le pratiche Aikidoistiche, perché ovviamente tutti noi vogliamo godere di ottima salute, ma in pochi luoghi ci viene spiegato che ikkyo è un naturale stimolatore del mediano del polmoni (e quindi ci aiuta ad eliminare una eventuale "paura di abbandono"), così come sankyo stimola il meridiano di cuore e pericardio (che vengono normalmente bloccati da una sorta di "paura d'amare").

Abbiamo visto moltissimi aspetti in cui l'Aikido entra di diritto nel nostro vissuto comune e quotidiano e quanto quest'ultimo sia minimamente collegato (o almeno collegabile) con le nostre passioni e prospettive più profonde: siamo noi a fare la differenza in ciò con gli strumenti che utilizziamo.

La condivisione ci ha portato a constatare che abbiamo spesso paure e preoccupazioni comuni, ma che fortunatamente abbiamo anche aspirazioni e bellezze altrettanto simili!

Ha aiutato tanto essere un gruppo estremamente eterogeneo proveniente da realtà Aikidoistiche, Scuole, stili e nazioni molto differenti fra loro: in 3 giorni circa 70 persone provenienti da Italia, Svizzera francese, Svizzera tedesca... bambini, giovani, adulti, allievi, insegnanti... Questa è stata una grande forza!

Praticamente tutti gli stranieri hanno più volte richiesto di poter ripetere l'iniziativa in Italia anche il prossimo anno (oltre a farsi del bell'Aikido, qui si mangia niente male!!!): non sappiamo, l'Aiki Nomad Seminar - per sua vocazione - è un evento itinerante, di per sé destinato a non tornare nello stesso luogo che dopo alcuni anni più tardi.

Vedremo, per ora ci è piaciuto un sacco che l'edizione curata da noi sia piaciuta un sacco!








lunedì 13 giugno 2016

Aikido, economia e frattali: l'imprevedibilità che sprona l'evoluzione e la coscienza

Nella nostra quotidiana ricerca sull'Aikido e sui principi che lo costituiscono, ci siamo imbattuti in qualcosa di particolarmente bizzarro: la "finanza frattale applicata ai mercati”... argomento che avrebbe lasciato indifferente ciascuno di noi, se non fosse perché un membro della nostra Redazione, che si occupa nella professione di simili strani oggetti, ci ha illustrato come in essa erano in qualche modo visibili tracce di alcuni argomenti spesso trattati sul tatami.

Ed ecco quindi l'origine del nostro interesse, che abbiamo provato a condensare nelle seguenti righe.

In un quadro globale in cui i confini tra economia e finanza si sono gradualmente dissolti, con un netto predominio della seconda sulla prima, lo studio dei mercati finanziari ha assorbito gran parte delle risorse dei ricercatori della comunità scientifica economica.

A differenza di altri settori dell’agire umano, infatti, nei quali è possibile prevedere a priori l’evoluzione di un dato processo in ogni sua fase, in ambito finanziario questo non è così vero.

Sappiamo ad esempio tutto di come e di cosa si deve fare per trasformare un minerale in un metallo e un metallo in uno strumento di uso quotidiano. E questo è un processo ripetibile, che sfrutta leggi precise, che sappiamo riconoscere, formalizzare e applicare. Un’impresa, che abbia fatto bene i suoi conti, sa che al termine del suo ciclo produttivo avrà quel quantitativo di beni prodotti. Un’impresa ha invece più difficoltà a prevedere gli eventi futuri dell’andamento dei suoi titoli in borsa... problema che interessa anche ogni risparmiatore.

Qualcosa di simile ad un combattimento: piuttosto imprevedibile sapere in anticipo chi o come - in ultima analisi - avrà la meglio!

Come evitare i rischi, quindi?
Da dove arrivano le crisi?
Quanto dura un ciclo finanziario?
Come investire i nostri risparmi in maniera efficiente?

Per rispondere a queste domande gli economisti si sono rivolti a modelli statistici sempre più elaborati, nel tentativo in qualche modo di governare eventi che hanno in sé un numero di variabili che cresce al crescere della globalizzazione. In altre parole, la statistica applicata all’economia cerca di identificare delle leggi nel passato che servano da schema nel futuro.

Come tutti i modelli statistici, i modelli economici risentono – in positivo o in negativo - tanto delle approssimazioni e delle ipotesi iniziali, quanto della cultura del tempo in cui sono stati formulati, col risultato che l’impostazione classica dell’analisi finanziaria dei mercati è qualcosa che affonda le sue radici nel passato.

Un po’ come usare una fotocamera di dieci anni fa: ovviamente la risoluzione è inferiore e la capacità di rappresentare la realtà attuale ne risente.

L’Ipotesi dei Mercati Efficienti (Efficient Market Hypothesis), che è stata la base del pensiero finanziario in tutto il Novecento è stata messa in discussione da un matematico polacco-francese, Benoît Mandelbrot, recentemente scomparso.

Fondamentalmente, Mandelbrot ha introdotto nell’analisi finanziaria elementi completamente contrari all’Ipotesi dei Mercati Efficienti, argomentando che:

1) non esistono nel mercato reale investitori tra loro omogenei, uguali tra loro nella scelta dei titoli, nella propensione al rischio, nell’approccio emotivo, nell’accesso alle informazioni, etc.;

2) i mercati hanno variazione di prezzo molto brusche, che non rispettano le leggi naturali e la loro caratteristica di “omogeneità” semplicemente perché i mercati non sono… un aggregato di molecole fisiche e quindi preordinate alle leggi della Chimica e della Fisica ma (anche) luoghi più o meno fisici in cui tutta l’imprevedibilità delle relazioni umane è coinvolta;

3) eventi apparentemente casuali hanno in realtà cicli di differente durata temporale (ovvero: all’interno di una serie storica di eventi legati all’andamento di un mercato è possibile ravvisare una ciclicità con tempi diversi)

4) la caoticità degli eventi è un fenomeno complesso ma non casuale, al punto che secondo Mandelbrot gli eventi passati influiscono l’andamento degli eventi futuri.

Chiudiamo questo piccolo excursus sulla finanza (che riprenderemo in conclusione) e addentriamoci nella natura dei fratelli...

“Perchè la geometria è spesso descritta come fredda e asciutta? Una ragione sta nell’incapacità di descrivere la forma di una nuvola, di una montagna, del profilo di una costa o di un albero. Le nuvole non sono sfere, le montagne non sono coni, le coste non sono cerchi e la corteccia non è piana, né un fulmine viaggia su una linea retta” (B.Mandelbrot, The Fractal Geometry of Nature).

L’osservazione della natura ha indotto Mandelbrot a rappresentarne i suoi fattori ed i suoi elementi secondo una prospettiva nuova per la matematica che fino a quel momento (1975) aveva studiato descritto il mondo secondo principi di ordine, simmetria e regolarità.

Per lo studio delle forme, la geometria euclidea, che poi è quella che tutti abbiamo studiato a scuola, utilizza formule e funzioni per descrivere la costruzione di una figura e di un corpo. I frattali di Mandelbrot non sono costruiti a partire da una funzione ma da un’interazione di funzioni, ovvero un algoritmo.

Secondo la teoria di Mandelbrot, il frattale è un “insieme” che goda di tutte (o quasi) le seguenti proprietà:

- autosimilarità: il frattale è un insieme unito di repliche di se stesso a differenti scale;

- struttura fine: se ingrandiamo il frattale, si svelano nuovi dettagli man mano che lo zoom avanza;

- irregolarità: un frattale non è il  “luogo dei punti che soddisfano semplici condizioni geometriche o analitiche”;

- dimensione non intera: sebbene un frattale possa essere rappresentato in uno spazio convenzionale a 2 o 3 dimensioni, la sua dimensione non è intera  (ci sono frattali cioè che sono “più di una linea” ma “meno di un piano”).

Cos’hanno in comune un vortice, un cristallo di neve, l’accrescimento di una pianta, la sezione di una conchiglia, un cavolo, i mercati finanziari, le tecniche di Aikido…?

E perché la semplice rappresentazione geometrica euclidea non è sufficiente?

Non bastavano le descrizioni delle spirali, la serie di Fibonacci, il phi della sezione aurea a descrivere questo misterioso e reale “caos ordinato”?

In queste argomentazioni iniziamo a scorgere alcuni principi che sono familiari… Man mano che acuiamo la nostra consapevolezza in un esercizio, scopriamo di esso dettagli che prima ci erano sconosciuti. Eppure è sempre…lo stesso esercizio! (struttura fine)

Pratichiamo con e grazie ad altri compagni di viaggio, ciascuno con la sua storia che lo rende unico ma ognuno in fondo così simile a noi. E, nella pratica, avvertiamo che il cuore della dinamica delle tecniche è la ripetizione delle forme di base che si concatenano e si evolvono nella fluidità del movimento.

Non solo: come si diceva in queste pagine a proposito delle spirali, a seconda della dimensione di un movimento, si realizzano tecniche tra loro diverse. (autosimilarità)

É paradossalmente più facile avere esperienza, nella pratica, delle altre due qualità dei frattali: una pratica che si limiti al puro soddisfacimento geometrico delle regole è una pratica che potrebbe essere definita a lungo andare senza sapore.

Nell’incontro con i compagni di pratica si percepisce quel qualcosa (che magari non è nemmeno sempre piacevole) che affonda le radici nell’irregolarità forse proprio perché in un cammino siamo dinamicamente sospesi tra il “già” e il “non ancora” di una dimensione non intera.

É curioso notare come, matematicamente parlando, nell'insieme di Mandelbrot, ovvero uno dei frattali più famosi, si generano due aree di attrazione, una verso lo zero e l’altra verso l'infinito.

Entrambe sono divise da un confine: si ottiene così l'insieme di tutti i punti di frontiera tra quelli che divergono e quelli che non divergono.

Il risultato di questa creazione che affonda le radici verso quello che a livello archetipico è "il tutto" (il pieno, l’infinito) e simultaneamente verso "il nulla" (il vuoto, l’infinito) è, manco a dirlo, un frattale spiraliforme, il cosiddetto "Insieme di Julia".


In altri termini, il processo di integrazione (in questo caso tra opposti), produce spontaneamente una dinamica a tutti i livelli, sia quelli più grandi e visibili, sia quelli sottili, mettendo in evidenza qualcosa che ha l’apparenza della forma (in questo caso la spirale) ma in realtà contiene una dimensione più sfuggente e dinamica.

I frattali regalano quindi alla nostra pratica uno strumento di misurazione del livello di integrazione dei principi che sottendono le tecniche.

Non solo e non tanto perché in ultima analisi il fluire delle tecniche può essere ricondotto ad una spirale (di nuovo: una rappresentazione geometrica e in qualche modo limitativa), ma soprattutto perché nel momento in cui questo processo avviene, qualcosa di inarrestabile inizia ad evolvere.

La percezione, la fluidità, il respiro, la stabilità, la centralità… É come se ogni tecnica fosse l’inizio di una “turbolenza” che va a rimettere in moto meccanismi nascosti verificandone il funzionamento e notificandocene l’esistenza.

“In realtà, l'Aikido non ha forme, ne schemi prestabiliti. É come un'onda di energia invisibile.
Tuttavia, tale fenomeno è troppo difficile da afferrare per gli esseri umani, perciò utilizziamo forme provvisorie per spiegarlo e metterlo in pratica.
In effetti, qualunque movimento può divenire una tecnica di Aikido, perciò, in definitiva, non ci sono errori.
Questo è il mio consiglio: Apprendete e Dimenticate!”

Quando furono dette queste parole da Morihei Ueshiba, Mandelbrot stava ancora teorizzando i suoi studi.
É un dato di fatto però che O’ Sensei fece massiccio uso delle forme geometriche per “spiegare l’inspiegabile”:

“Il Corpo dovrebbe essere Triangolare, la mente Circolare.
 Il Triangolo rappresenta la generazione dell'energia 
ed è la più stabile posizione fisica.
 Il Cerchio simboleggia la serenità
e la perfezione, la fonte di tecniche infinite.
 Il Quadrato rappresenta la solidità,
la base del controllo applicato”.

Mandelbrot e la sua teoria dei frattali gettano un ponte tra queste figure.

Si può infatti costruire un triangolo “svuotando” un quadrato  di altri quadrati ma “espandendo” la struttura trovata, connettendola con altre uguali (e, non a caso, il significato originale della parola “armonia” è “mettere accanto, connettere”):




Così come si può ottenere la struttura di un triangolo espandendo e contraendo insieme dei cerchi:




Mentre spirale e cerchio sono uno il supporto dell’altra e viceversa:





Qualche riflessione conclusiva...

Il contributo di Mandelbrot è qualcosa che sicuramente spingerà la riflessione scientifica verso direzioni che devono essere ancora prese in esame.

Per quanto riguarda l’economia, sicuramente il sasso gettato dallo stagno da questo matematico serve per dare un volto a quelle “forze invisibili” che scuotono il mercato e che frettolosamente si chiamano caso o crisi.

Sembra incredibile - e lo è - ma a furia di costruire modelli interpretativi, l’uomo si è scordato di inserire sé stesso, la sua natura più profonda, quell’insieme di variabili insondabili che possono far fallire un progetto apparentemente solido o far rifiorire una situazione arida.

Qualcuno recentemente ha anche scritto su Forbes dell’importanza di provare a coniugare quanto nella nostra disciplina cerchiamo di apprendere e vivere con le criticità del mondo del lavoro.

C’è molto fermento nella direzione del “coaching”, ovvero quel tipo di attività maieutica che mira a far riemergere le capacità negli individui e valorizzarle per trasformarli dal di dentro.
Ma lo squarcio di luce che il cambiamento di prospettiva sulla rappresentazione delle cose porta la teoria dei frattali, non si può ridurre solo al coaching.

É qualcosa di più intimo, di costitutivo tanto delle relazioni quanto delle azioni.
Mandelbrot, in ultima analisi, ha individuato nella finanza e nel mondo dei frattali, l’aspetto dinamico del fattore tempo, la sua contrazione e la sua dilatazione.

É riuscito a dare una collocazione a quella cosa impalpabile eppure esistente che si chiama consapevolezza (oppure anche al suo contrario), rappresentata come integrazione nel divenire.

La solidità ed il controllo (il quadrato) si evolvono così verso la generazione dell’energia (il triangolo) solo quando contemporaneamente siamo disposti a perdere pezzi di controllo e a connetterli con altri pezzi a cui manca qualcosa, apparentemente deboli quindi.

Ma se guardiamo dentro l’energia, possiamo scoprire che in fondo quello spazio è un’espansione di cerchi vuoti. Se guardiamo infine dentro il movimento della spirale, “troviamo” la serenità e la perfezione, sorgente delle tecniche infinite.

Il mondo del frattale è un mondo in cui la crescita di qualcosa di caotico in realtà nasconde la crescita della consapevolezza ed è, né più né meno, quella sensazione che proviamo tutte le volte che rimaniamo inebetiti di fronte a una tecnica nuova o ad un esercizio che non riusciamo a fare.

Benvenuti fratelli sul nostro tatami!


lunedì 6 giugno 2016

Morihei Ueshiba: il mentalista

Vi presentiamo quest'oggi la recensione di un testo scritto da Marco Santucci, intitolato "Morihei Ueshiba: il mentalista".

Di certo in passato gli aspetti legati alla parte più sottile, più "spirituale" della vita del Fondatore dell'Aikido hanno fomentato miti e leggende... che hanno dato il via ad un sacco di biografie che sanno di racconti soprannaturali.

Morihei Ueshiba sembrava essere in grado di schivare le pallottole, scomparire in una stanza e ricomparire in un'altra ala dello stesso edificio... allegorie forse, ma di certo racconti che hanno del fantastico: noi siamo dell'idea che la meravigliosità della sua opera non abbia bisogno di questi eventi eccezionali per aumentarne la visibilità e la grandezza.

Quindi sono cose realmente accadute?

Sono esagerazioni, licenze poetiche di qualcosa di reale?

Sono miti che nascondono un messaggio più profondo?

Di certo la natura sottile della vita del Fondatore raramente è stata indagata con serietà ed attenzione: ci è piaciuta quindi particolarmente l'idea di Marco Santucci (che abbiamo già avuto modo di conoscere ne "Il Samurai e l'uomo invisibile", di cui abbiamo parlato QUI) di lavorare in questa direzione.

Un mentalista è un individuo che possiede specifiche abilità
mentali e intuitive, sviluppate attraverso un attento studio di argomenti come la comunicazione, la persuasione, la lettura delle emozioni altrui e l'interpretazione del linguaggio del corpo; con questi strumenti egli da talvolta la sensazione di essere capace di cose non comuni... come telepatia, chiaroveggenza, divinazione, precognizione, psicocinesi, medianità, controllo mentale e così via.

Nel suo testo "Morihei Ueshiba: il mentalista", Marco Santucci prova a delineare alcuni aspetti molto noti della disciplina, ma ai quali non è stata riservata fino ad ora un'altrettanto attenta trattazione bibliografica:

- la spada che salva la vita "katsu jin ken" (argomento da noi parzialmente affrontato QUI);
- la via degli dei "Aikido wa kannagara no michi desu";
- la vittoria su se stessi "masakatsu agatsu katsuayabi";
- calmare lo spirito e ritornare alla fonte "chinkon kishin";
- la consapevolezza del momento presente "zanshin";
- il respiro "kokyu";
- la mente inamovibile "fudo shin";
- lo sguardo del guerriero "me tsuke";
- la strategia e l'iniziativa "seryaku e sen";
- le premesse dell'efficacia "tsukuri e kuzushi";
- la famosa frase di O' Sensei "io sono l'universo" "watashi wa rikugou desu";

... e lo fa tramite una ricerca personale evidente ed appassionata, che quindi ha un enorme valore anche per la collettività!

Vengono esplorati alcuni fenomeni apparentemente inspiegabili alla luce delle oggi note neuro-scienze, consentendoci quindi di "svelare" parte dell'ignoto con più accuratezza e precisione di un tempo.

Lo straordinario di ieri inizia così ad apparire più "ordinario" nel momento in cui se ne comprende meglio le dinamiche.

Ci ha colpito nel testo l'ottimo connubio tra i notevoli traguardi della tradizione e le consapevolezze più moderne di ambiti come la P.N.L. o la Mindfulness: sempre più appare chiaro una sorta di quadro organico di fondo, che lega fra loro in modo integrato passato e futuro... magia e realtà.

Nel libro risulta in modo evidente l'importantissimo contributo che la mente offre alla nostra pratica: con numerosi esempi viene evidenziato come un pensiero equilibrato, saldo e ben diretto sia ciò che fa la differenza nelle azioni compiute sul tatami così come nel quotidiano.

Un aspetto sul quale ci sentiamo di muovere una critica, ma in senso costruttivo, è riferito alla terminologia utilizzata: è noto come autori differenti utilizzino uno stesso termine talvolta per riferirsi a contesti molto differenti fra loro.

In ambito sociologico, psicologico e psicanalitico una parola come "mente" viene ad assumere una varietà di significati molto ampi, quindi - non è un problema del testo, ma del lettore - è bene essersi dotati degli strumenti giusti per comprendere a cosa l'Autore si riferisca.

Nel testo "Morihei Ueshiba. il mentalista", ad esempio, ci si riferisce molto bene a "cose" che vengono collegate alla mente, che per esempio noi chiamiamo in un altro modo: per uscire dall'impasse è sufficiente crearsi una sorta di "stele di rosetta" di chi scrive, per poter tradurre in modo snello i contenuti, mantenendo quindi l'efficacia del messaggio che l'Autore intendeva trasmettere.

Nel complesso quindi un ottimo testo che consigliamo a chiunque abbia sete di approfondimento di argomenti che possono venire citati nel Dojo dal proprio Insegnante... ma dei quali non è così semplice trovare traccia negli scritti del passato, né un'analoga efficace ambientazione nel pensiero occidentale.