lunedì 18 gennaio 2021

Errori ed esperienze inutili e quelli che fanno crescere

Mentre pratichiamo spesso siamo li chiederci cosa determini una autentica, reale crescita ed avanzamento nella disciplina, e cosa risulti solo un orpello.

Beh, risulta importante fermarsi a riflettere su cosa ci faccia crescere, poiché il "fare" e basta non garantisce automaticamente che ciò avvenga, anche se ne risulta la principale condizione potenziale.

Come... c'è "un fare" che fa crescere ed un fare che ci lascia completamente ciò che eravamo?

Un "fare" utile ed uno inutile?

SI...

FARE, come dicevamo è un presupposto fondamentale per migliorarci, ma anche una timbratrice della metropolitana "fa" un sacco di buchi sui biglietti tutti i giorni, senza però evolvere un granché!

C'è un fare attraverso cui possiamo passare in modo impermeabile... può piovere, ma non ci bagniamo se indossiamo un K-way, e nel momento nel quale l'acqua può essere dannosa possiamo essere contenti di ciò, ma non se con essa perdiamo parte del nutrimento per crescere.

Pensiamo come potrebbe essere contenta una pianta ad essere completamente impermeabilizzata!

Il FARE che ci fa crescere è quindi quello del quale siamo completamente coscienti, o - detto in altri modi - quello nel quale rinunciamo ad ogni forma di automatismo.

Se ripetiamo una tecnica 100 volte e per 100 volte siamo completamente presenti a noi stessi ed a quello che stiamo facendo... staremo facendo in realtà 100 esperienze DIFFERENTi, anche se inserite in contesti molto simili fra loro.

Se - al contrario - ripetiamo una tecnica 100 volte e dopo le prime 5 agiamo per mero meccanicismo automatico e ripetitivo, non abbiamo modo di ricevere informazioni migliorative dalle 95 ripetizioni che seguiranno... con il risultato che ripetere 5 volte o 100 volte ci fornirà lo STESSO grado di upgrade rispetto a quella pratica.

OGNI volta che facciamo qualcosa è "la prima volta", poiché il quid di presenza ci permette di apprendere un tot di aspetti: se ripetiamo un esercizio, una tecnica, una pratica... RIPETIAMO l'attitudine di apprendere un tot di aspetti, che quindi diverranno con il tempo tanti, qualificanti ed importanti per l'avanzamento del nostro percorso.

Ma a cosa serve ripetere un movimento... se non siamo veramente li mentre lo facciamo?

Forse a dirci che almeno ci abbiamo provato?

A consolarci che ci siamo impegnati e poi poco importa se quella fatica non ha portato con sé un gran risultato?

Essere presenti a ciò che facciamo è un dovere che ciascuno forse deve a se stesso... poiché a cosa serve praticare una disciplina marziale senza massimizzare il profitto del tempo che vi dedichiamo?

Una cosa analoga accadere per gli errori: abbiamo già visto insieme (ad esempio QUI) come l'errore sia una componente fondamentale di ogni percorso di progressione, anzi... come a volte ci insegni di più un errore che diverse cose fatte bene.

L'errore è appunto quella situazione nella quale siamo propensi a fermarci, perché le cose non ci tornano, e ci sentiremmo idioti nel proseguire con qualcosa che non sta andando nella direzione che ci eravamo prefissati, o che l'Insegnante aveva indicato.

Ma quand'è che impariamo di più dai nostri errori... e quando invece sbagliamo senza saperne cogliere il prezioso insegnamento?

Capite bene che comprendere questo distinguo può farci risparmiare un botto di fatica inutile e può farci massimizzare il sudore che volentieri versiamo per il nostro Aikido!

Quando un Insegnante, un Senpai ci fa un'osservazione, ci indica una cosa che potremmo migliorare... si suppone che la loro esperienza abbia fatto scorgere in noi qualcosa che non andava, o - perlomeno - che potevamo fare meglio. Questa cosa da sé implica che NON CI ERVAMO ACCORTI di questa cosa, ed è stato necessario che qualcuno da fuori ce la facesse notare per fermarci ad osservarla meglio noi stessi.

Ma pure da soli, quando le cose non ci quadrano, possiamo tirare diritti nella speranza di averci visto male o che un giorno le cose andranno a posto un po' da sole... oppure possiamo fermarci a riflettere su cosa ci sia che non torni.

ERRARE, anche in italiano, può infatti significare sia "sbagliarsi" che "viaggiare senza una destinazione prefissata": noi - di volta in volta - possiamo decidere se vivere questo fenomeno come un'occasione per CAMBIARE strada (siccome quella intrapresa non sembra portarci alla destinazione sperata) o per PERDERCI ulteriormente in un deserto di dubbi, speranze, inconcludente, frustrazioni... non destinate realmente a portarci verso una destinazione più interessante.

Cosa scegliamo di fare con i nostri errori?

Ci sono quelli che facciamo ma che non ci accorgiamo neppure di fare: questi è come se non ci fossero, non essendo in grado di portare consapevolmente la nostra attenzione su di essi, passiamo attraverso l'esperienza senza la capacità di farci permeare da essa... siamo come quella famosa pianta resa impermeabile durante una pioggia.

Non si bagna, non beve, non cresce: c'era tutto ciò che sarebbe servito per il suo sviluppo, ma la sua attitudine NON ha permesso che esso avvenisse... occasione sprecata, tempo mal utilizzato, risorse buttate al vento!

Ci sono poi invece quelli che ci accorgiamo di fare, ma... Abbiamo sul serio voglia di fare tante esperienze ed errori UTILI?

Beh, già che facciamo regolarmente entrambe le cose, sembrerebbe idiota non desiderare cogliere da esse il massimo del profitto, vero?!

Allora dobbiamo stabilire un parametro chiaro in grado di indicarci se siamo capaci di apprendere dall'esperienza e dagli errori che facciamo o se passiamo attraverso di essi come una sorta di "collezionista" di attimi, senza averne mai vissuto alcuno fino in fondo.

Questo parametro di "controllo" è il CAMBIAMENTO: dopo un'esperienza siamo in grado di percepire se essa ci ha in parte modificato?

Lasciamo perdere ora se ci sembra averci arricchito o impoverito, mutato in meglio o in peggio: iniziamo a percepire se quell'esperienza è stata in grado di INFLUENZARCI in qualche modo e misura.

La stessa cosa per gli errori: sono stati in grado di toccarci sul serio e di cambiarci?

O il Sensei ed i compagni devono farci sempre presente le stesse cose... ma noi ce ne freghiamo e lasciamo che dicano, fino a quando - speriamo presto - non si stancheranno e la smetteranno di romperci i nostri (immobilissimi) cabasisi?

Banale dirlo, ma ciò che non ci tocca non ci lascia sensazioni, non ci consente di fare riflessioni... quindi, sotto questo punto di vista, poco importa se un'esperienza è poco piacevole o se accorgersi di un errore è frustrante: la cosa ci arriva alla coscienza e quindi non saremo più gli stessi dopo.

Saremo cresciuti, anche se ciò significa capire cosa non fare o come non si faccia: avremo qualcosa in più da raccontare ai nostri nipotini sulla sedia a dondolo sopra una pelliccia d'orso davanti al caminetto.


Ci sarà qualcosa in grado di avere "una morale", un significato, un senso...

Ripetiamo quindi pure gli esercizi, e le tecniche, ma non come li farebbe una timbratrice della metropolitana, non come lo farebbe un albero reso impermeabile sotto la pioggia... non come farebbe un nonno che racconta ai nipotini: "Sai, ho fatto un milione di volte quella cosa in Aikido!"

"E cosa hai imparato, nonnino?"

"NIENTE... però l'ho fatto veramente tante volte!"

Morihiro Saito Sensei era solito dire che fare 1000 volte un movimento che vale zero, fa sempre ZERO, come dargli torto?!




lunedì 11 gennaio 2021

Jo suburi: uchikomi go hon... la serie dei 5 fendenti

Buon 2021 a voi tuti!
Continuiamo il nostro approfondimento sul buki waza, e nello specifico dei jo suburi... approdando alla seconda serie, detta "uchi komi gohon".

Questa è la serie dedicata all'utilizzo del jo per effettuare dei fendenti, che di solito sono più frequenti nell'Aiki ken, ma che diventano molto importanti anche con quest'arma, in ragione del fatto che essa è più lunga di un bokken, ed è quindi in grado di colpire più lontano.

Per questa ragione il tradizionale ken no kamae (guardia di spada) avviene in modo analogo (mano destra e piede destro avanti e mano sinistra e piede sinistro arretrati), ma con una leggera modifica nella distanza fra le mani, che in questo caso è maggiore (la mano destra è più avanti rispetto al kamae della spada) per avere un bilanciamento maggiore dell'arma nel suo caricamento ed utilizzo.

Non ci dilunghiamo su tutta la trattazione già fatto in passato sulle nomenclature di questi esercizi (che però potete leggere QUI), per tuffarci nello specifico di cosa trattiamo quest'oggi... nuovamente lo faremo con una serie dedicata di videoche mostrano le loro esecuzioni da differenti angolature, sia nell'esecuzione di base, che in quella più avanzata, dettagliando le fasi respiratorie più appropriata, i punti tecnici più salienti, nonché gli errori più comuni.

Partiamo con il 1º esercizio, chiamato shomen uchi komi, ovvero "fendente frontale"...

Si parte in migi chudan ken no kamae (guardia di spada destra ad altezza mediana) - che è una caratteristica di tutta la serie uchikomi go hon che studiamo oggi - e come primo movimento si passa ad una guardia jodan (alta) con un movimento di rotazione dell'anca ed un passo indietro del piede destro (questo passaggio accomunerà i primi 4 dei 5 esercizi spiegati di seguito).

Il cambio di guardia risulta importante specie per il passaggio da hanmi (sankaku tai, corpo a triangolo) ad hitoemi (ura sankaku, triangolo posteriore): già solo questo cambio di postura costituisce una prerogativa di una gran parte dell'Aikido, ed ha una diretta influenza in molte tecniche di tai jutsu (ovvero in quelle pratiche nelle quali non si fa alcun utilizzo di un arma).

A questo punto, prerogativa del 1º esercizio è sferrare un fendente frontale (shomen uchi), dal quale prende appunto il nome.

Seguiamo quindi con il 2º esercizio, chiamato renzoku uchi komi, cioè "fendenti concatenati"...



Fondamentalmente si tratta di eseguire l'esercizio di prima, al quale però viene aggiunto in coda uno gyaku yokomen uchi, portato sul lato sinistro, cosa che ci fa terminare in hidari ken no kamae (guardia di spada sinistra)

I kanji "renzoku" [連続] indicano proprio "successione, concatenazione, continuazione, proseguimento"... quindi in questo esercizio è fondamentale eseguire i due fendenti in modo sequenziale e senza interruzione alcuna fra uno e l'altro.

E veniamo al 3º esercizio: menuchi gedan gaeshi, cioè "fendente frontale e risposta bassa".



Si tratta sempre di shomen uchi komi, ai quali si aggiunge un colpo al ginocchio, analogo a quello che abbiamo già studiato in tsuki gedan gaeshi (4º suburi della serie "tsuki go hon")... solo che esso avviene dalla parte OPPOSTA del corpo, ovvero da sinistra verso destra.

Anche in questo caso ricordiamo che il movimento di transizione NON è un colpo all'indietro verso il basso e ribadiamo come il colpo al ginocchio NON sia una spazzata - tecnicamente parlando un "barai" - poiché essa richiederebbe appunto di spazzare un'area nella quale si presume ci debba essere ciò che intendiamo colpire: in questo caso invece si tratta di un colpo puntuale e preciso, diretto sul menisco mediale o su quello laterale della gamba avanzata del nostro avversario.

4º esercizio: menuchi ushiro tsuki, ovvero "fendente e colpo di punta all'indietro".

Si tratta fondamentalmente sempre del 1º esercizio mostrato quest'oggi al quale questa volta facciamo seguire un colpo di punta all'indietro, tirato sul lato sinistro del corpo.

Sino ad ora abbiamo visto anche nella serie degli uchikomi go hon fondamentalmente gli stessi esercizi e colpi già appresi nella serie tsuki go hon, ma questa volta concatenati ad un fendente anziché ad un colpo di punta

Concludiamo quindi la sequenza con il 5º ed ultimo esercizio: gyaku yokomen ushiro tsuki, fendente opposto e colpo di punta all'indietro...


Come avrete potuto osservare, quest'ultimo esercizio è l'UNICO a partire in modo differente; chiariamoci il motivo di ciò: possibile che sia stata solo una forma di sadismo giapponese nel creare un'eccezione difficile da ricordare per i neofiti?

Non lo escludiamo, conoscendo il modo di pensare giapponese... ma non crediamo che il motivo sia solo quello: in realtà se osserviamo le due sequenze studiate sino ad ora (tsuki go hon e uchikomi go hon) noteremo che gli ushiro tsuki ed i gedan gaeshi sono studiati NON SOLO a partire da un colpo di punta anziché un fendente, ma anche dai lati opposti del corpo...

... L'iniziare con un fendente gyaku yokomen è quindi uno stratagemma per effettuare l'ultimo colpo di punta che mancava, ovvero quello che si esegue sulla parte DESTRA del corpo, poiché sia nel 3º che nel 9º suburi, ciò avveniva soltanto dalla parte sinistra.

Scorgiamo quindi una certa strutturazione intelligente nella codifica di questi movimenti, che tendono a suggerire una forma di ambidestrismo nell'utilizzo dell'arma, ovviamente dove ciò è possibile.

I colpi che possono essere eseguiti simmetricamente sono:

- tsuki (nei suburi tuttavia non sono presenti affondi con la guardia destra, è necessario studiare i kata per trovarli);

- ushiro tsuki (3º e 9º sinistro, 10º destro);

- gedan gaeshi (4º destro, 8º sinistro).

Restano fuori invece i fendenti poiché la guardia della spada non veniva mai invertita ed anche eventuali mancini venivano corretti nell'utilizzo del kamae tradizionale.

Per comodità inseriamo anche il video riassuntivo di tutta la serie "uchikomi go hon" eseguita senza pause e spiegazioni eseguita  da differenti angolature...

Speriamo risulti sempre più evidente come i suburi (sia di jo che di bokken) risultano simili ai pezzi più piccoli del Lego: con essi, opportunamente combinati, è possibile costruire strutture più grandi e complesse; per ora quindi ci fermiamo qui, pronti ad affrontare nuvamente insieme ed a breve la prossima sequenza... stay tooned and enjoy your Aiki-Lego jo training!




lunedì 21 dicembre 2020

Aikido: passato, presente e futuro - di Patrick Cassidy

Buongiorno a tutti,

è con enorme piacere che condividiamo quest'oggi la traduzione in italiano dell'articolo "Aikido: past, present and future", a cura di Patrick Cassidy Sensei, 6º dan Aikikai, recentemente pubblicato su Aikido Journal (troverete sul titolo il link alla versione originale).

Avevamo voglia di farci e favi un bell'augurio per le festività, ed i contenuti di questo Post secondo noi lo è!

Ringraziando Andrea Merli per la gentile traduzione, approfittiamo di condividere questo scritto per rendervi ulteriormente più chiaro - se ce ne fosse bisogno - il motivo per cui abbiamo scelto Patrick come nostro Sensei e per il quale facciamo parte della Evolutionary Aikido Community.

Buone Feste da Aikime!


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L'Aikido ha attraversato una serie di transizioni negli ultimi decenni, inteso sia come pratica sia come comunità.

Quando ho iniziato a praticare Aikido, quasi quarant’anni fa, la comunità era ancora ricolma di maestri della prima generazione.

Gli insegnanti che erano stati allievi del Fondatore erano nel loro periodo migliore ed erano essi stessi a guidare le comunità a livello globale. Tohei, Chiba, Nishio, Yamaguchi, Shioda, Kobayashi, Hikitsuchi e il mio primo sensei, Morihiro Saito, insieme a molti altri, davano il massimo per portare, con passione, l'Aikido nel mondo occidentale. Agli occhi del pubblico si trattava della grande migrazione dell’Aikido e ha avuto un enorme impatto sulla cultura umana.

Siamo stati introdotti a una pratica fisica che utilizzava il "ki", che parlava di fondersi con l'attacco di un aggressore e di trovare un modo per essere in armonia con il mondo.

Il messaggio dell’Aikido è stato accolto da molti. Era un periodo d'oro per l'Aikido e molti insegnanti occidentali sono cresciuti in popolarità durante questo periodo.

Una caratteristica del mondo dell'Aikido erano le diverse interpretazioni sul piano fisico che erano proposte dai vari studenti di O’Sensei. Da Shioda a Tohei, da Yamaguchi a Saito, ogni Sensei pareva offrire una prospettiva diversa sull'Arte.

Questo era sia un punto di forza dell'Arte sia una potenziale debolezza. Ha generato tanto un apprezzamento delle diverse prospettive quanto tentativi di definire chi insegnasse il vero Aikido e chi no. Ciò è diventato evidente quando i maestri della prima generazione sono diventati più popolari e più espliciti su ciò che ritenessero importante e di valore nell'Arte.

Negli ultimi trent’anni l'Aikido ha avviato un'altra transizione. Abbiamo iniziato a perdere molti dei maestri della prima generazione e il mondo dell'Aikido stava incominciando ad essere guidato da insegnanti di seconda e terza generazione: istruttori che si erano formati con gli allievi del Fondatore o allievi di quegli allievi.

L'Aikido stava sviluppandosi come più indipendente dalla voce originale di O’Sensei e iniziò ad assumere una vita propria.

Questo ha ovviamente portato alle più differenti interpretazioni, stimolando tentativi di codificare l'Aikido secondo diverse fonti. Era come se ogni insegnante avvertisse che la propria interpretazione fosse quella "corretta", mentre ciò che veniva insegnato negli altri Dojo era considerato meno puro. Dal mio punto di vista, questo ha portato a molte discordie nella comunità dell’Aikido e, invece di apprezzare le differenze, le comunità dell’Aikido hanno iniziato a diventare più isolate.

In quel mentre, abbiamo avuto anche l'introduzione dell’UFC (Ultimate Fighting Championship, massima organizzazione statunitense e mondiale attiva a partire dal 1993 nel campo delle Arti Marziali Miste o MMA, NdT), lo sport da combattimento che ha accolto chiunque volesse saggiare le proprie abilità nell '"ottagono".

Questo è stato un grande campanello d'allarme per molti e ha introdotto l'arte del Brasilian Jiu Jitsu e, infine, la pratica delle Arti Marziali Miste nel mondo. Questo ha indotto un'altra forma di dibattito: quale Arte marziale è la più efficace in questo contesto?

Le arti marziali divennero l'addestramento per un combattimento ti tipo gladiatorio sul ring e ognuna tentava di mostrare la propria efficacia in questa nuova arena. Naturalmente anche l'Aikido è stato coinvolto in questo dibattito.

Visto che l'Aikido era una pratica intesa ad andare incontro l’aggressione con l’obiettivo di traguardare l'armonia, non sembrava tradursi bene in questo nuovo mondo di MMA.

Sebbene le tecniche di Aikido possano essere di natura letale, l'Arte è praticata senza competizione ed esplorata attraverso la collaborazione tra i compagni di pratica. La prospettiva dell'Aikido, come professata dal Fondatore, era di "porre fine alla discordia nella propria mente/cuore" e di portare il mondo verso l’essere "una sola famiglia".

L'Aikido ha dibattuto con la questione della funzionalità nel mondo delle MMA, poiché l'intenzione dell'Arte dell'Aikido non sembrava adatta a questo approccio da gladiatori.

Inoltre, l'Aikido esisteva ancora nella concezione di una gerarchia tradizionale. Questa gerarchia è stata creata per apprezzare non solo l'abilità dei praticanti, ma la loro esperienza e il tempo dedicato all’Arte. Ha seguito una polarizzazione culturale giapponese della relazione senpai/kohai che tenta di onorare ogni persona nel suo ruolo in base alla sua storia, esperienza e competenza.

Ciò si basa su un sentimento positivo ma può alimentare una mancanza di trasparenza e di dialogo all'interno della comunità, poiché gli allievi giovani non mettono in dubbio il giudizio degli allievi più anziani in questo tipo di gerarchia.

Può portare gli insegnanti a nascondersi dietro il ruolo di gradi più elevati e quindi più "avanzati" e non disponibili a domande o confronti sfidanti. Questo tipo di struttura non funziona nel mondo delle MMA in cui si mettono alla prova le proprie capacità nell'arena e si lascia che a vincere sia l'uomo o la donna migliori.

Portare l'Arte dell'Aikido in questo campo e tentare di misurarne il valore come Arte di combattimento non avrebbe mai avuto successo. Naturalmente, alcune tecniche di Aikido possono essere applicate al contesto delle MMA e i principi dell'Arte sono certamente funzionali in questo dominio.

Ma l'Arte dell'Aikido tenta di affrontare il conflitto a livello fisico attraverso la sua risoluzione anziché la distruzione o la competizione. Questa visione dell'Aikido riguardo al conflitto è fondamentale per l'Arte e tradurre quella visione nell'arena di un combattimento competitivo è contraddittorio con la sua natura.

Tuttavia, portare la questione di come funziona l'Aikido in condizioni reali con un attaccante risoluto è un'esplorazione di valore. Da questa domanda è stata dibattuta l'efficacia dell'Aikido nel dominio fisico. Per la maggior parte, questo dibattito è stato stimolante perché ci porta ad affrontare la pratica fisica relativamente ai suoi pregi.

Ma l'Arte è più grande del semplice studio di come rispondiamo a un attacco fisico. L'Aikido investiga come rispondiamo al conflitto in tutte le sue manifestazioni. È un'Arte sistemica e integrale.

L'ultimo anno, con la crisi del Covid-19 e tutte le sfide che ne sono derivate, è stato un duro colpo per la nostra salute e per la cultura ed economia nel mondo. Molte persone hanno perso il lavoro, gli affari, membri della propria famiglia, il proprio benessere e la stabilità emotiva.

Il Covid-19 ha colpito anche la comunità dell'Aikido con un impatto terribile. Dojo attivi da lunga data hanno dovuto chiudere i battenti per mancanza di sostegno finanziario a causa dei confinamenti e delle normative implementate a causa del virus.

Con la perdita della possibilità di allenarsi insieme al chiuso, molti insegnanti hanno spostato le loro attività all’aperto utilizzando l’allenamento con le armi dell'Aikido come modo per andare avanti. Altri insegnanti si sono trasferiti on-line come un modo per rimanere in contatto e mantenere viva la pratica.

Abbiamo visto un'esplosione di lezioni tenute on-line, con un po’ tutto: dalla pratica dei movimenti di base del corpo all'esplorazione del rapporto dell'Aikido con la meditazione. Ci sono stati anche numerosi seminari on-line e la stessa International Aikido Federation ha visto diversi Sensei provenienti da tutto il mondo guidare sessioni on-line.

È stato un cambiamento radicale nel modo in cui condividiamo e pratichiamo l'Arte. Ma, cosa ancora più importante, ha portato la discussione su "Cos'è l'Aikido?" a un pubblico più vasto.

Come disse il Fondatore, l'Aikido non risiede nel Dojo ma esiste dove ci si trova abitualmente, ovunque. 

A molti questo era sembrato qualcosa di sentimentale, ma non del tutto comprensibile. Eppure ora, con la crisi del Covid, ci troviamo di fronte alla domanda di trovare l'Aikido fuori dal Dojo.

Se il Dojo non è più disponibile per noi, possiamo continuare a percorrere il sentiero dell'Aikido?

Possiamo ancora praticare l'Arte?

Che cos'è l'Aikido, se non c'è più nessun Dojo in cui allenarsi?

Questa è una sfida impegnativa. Personalmente ho visto molti istruttori e praticanti lottare per venire a patti con il loro lavoro e il loro percorso dal momento che i loro Dojo hanno dovuto chiudere.

Ho visto molti insegnanti porsi la domanda: "Chi sono io come persona, se non posso più insegnare Aikido, se non sono più un Sensei?" Questo è un campanello d'allarme per quelli di noi che si sono identificati così fortemente con l'essere un Sensei o un senpai di Aikido.

Possiamo sentirci persi senza quel ruolo. Ma credo che la maggior parte di noi possa realizzare che essere attaccati all'identità di essere un insegnante o uno allievo anziano è, fondamentalmente, un limite. Essere attaccati al nostro ruolo nell'Aikido ci impedisce di abbracciare veramente l'Arte con quell'importante "spirito da principianti", shoshin.

È umiliante vedere quanto la nostra autostima possa subire un colpo quando perdiamo il ruolo di insegnanti/esperti di Aikido, anche per un breve periodo.

Eppure ci sono stati altri leader nella nostra comunità che hanno trovato il modo di innovare durante la pandemia. Conducendo lezioni on-line, seminari, creando video didattici, condividendo prospettive in tavole rotonde on-line e offrendo alla comunità di Aikido nuovi modi di progredire mentre si è lontani dal Dojo. Creando un Dojo "virtuale".

Questo nuovo modo di comunicare e di essere in comunità è stato impressionante perché è nato quasi dall'oggi al domani. Zoom, YouTube e Facebook sono diventati il ​​nuovo metodo per condividere l'Arte che amiamo. Questo passo evolutivo è stimolante e ci ha ridotto le distanze, per molti versi, come comunità mondiale.

E con tutto ciò che è accaduto, c'è stato un altro movimento all'interno della comunità di Aikido: un movimento verso un approfondimento della pratica a livello personale. Una preziosa rivalutazione del nostro rapporto personale con l'Arte.

Senza Dojo, senza partner, soltanto col nostro rapporto con il momento presente, con la vita, come percorriamo il nostro cammino?

Cosa significa praticare Aikido come percorso in solitaria?

Per alcuni significa una svolta verso una maggiore connessione con la meditazione e le prospettive spirituali dell'Arte; altri hanno trovato il modo per approfondire la relazione con il movimento e l'intelligenza del corpo; altri ancora hanno trovato una connessione più profonda con la natura e gli elementi nel mondo naturale.

Ma con tutti questi sviluppi, la nuova prospettiva di maggior valore e forse meno compresa che origina da questo periodo di isolamento per il Covid è stata la scoperta di qualcosa di molto semplice: l'Aikido ci ha mantenuti sani.

Per molti l'Aikido è ciò che ci mantiene in equilibrio con la vita, centrati sotto pressione e rinvigoriti da un senso di esistenza nelle nostre vite. L'Aikido è come una bussola interna che ci tiene sulla rotta mentre rispondiamo alle sfide che affrontiamo.

In questi ultimi mesi, molti hanno condiviso con me la semplice realizzazione: "L'Aikido è ciò che mi mantiene sano".

La maggior parte degli Aikidoka concorda sul fatto che il valore dell'Arte è più ampio e più profondo del semplice considerare la questione della difesa personale per strada o dell'efficacia in un contesto di MMA.

L'Aikido offre non solo un metodo per rispondere all'aggressione fisica, ma anche un modo per affrontare le sfide della vita. Offre un sistema operativo diverso per l'elaborazione delle minacce che affrontiamo come collettivo.

Questo nuovo sistema operativo offre un modo per rispondere alla e stare con la minaccia, un modo per prosperare in relazione a quella minaccia, un modo per affrontare quella minaccia in modo da poter trovare una soluzione che includa il tutto.

L'Aikido è un'Arte di vita, integrale e di natura sistemica. Cerca di portare l'individuo verso un maggiore equilibrio senza distruggere il sistema in cui vive l'individuo. L'Aikido riconosce quella verità fondamentale che ci è stata ricordata con la crisi del Covid-19; che ci sono alcuni uke che non puoi sopraffare, che abbiamo bisogno di lavorare insieme come un sistema per trovare soluzioni e che io come individuo non sono "vittorioso" finché non sono in pace con il mio mondo.

L'Aikido offre un nuovo modo di stare con il mondo. Né vittima né carnefice, ma in qualche modo col trovare un modo per essere in accordo con i cambiamenti radicali che la vita porta. E questa capacità di rispondere al cambiamento radicale è un'abilità che è estremamente necessaria in questo momento nel mondo.

Quindi, come trasmettere questo messaggio a coloro che stanno davvero lottando per mantenere il controllo della loro vita quotidiana e che avvertono ogni cambiamento come una minaccia per la loro sopravvivenza?

Può l'Aikido aiutare le persone a trovare il proprio centro nel mezzo di un contesto in continua evoluzione?

Che cosa succederebbe se l'Aikido potesse essere un modo per le persone per imparare a navigare nel cambiamento anziché resistere ad esso?

Sarebbe utile?

A trovare la capacità di essere creativi sotto pressione, anziché reattivi?

L'Aikido può offrire queste capacità?

E se la pratica dell'Aikido includesse questa prospettiva di imparare a gestire il cambiamento?

Forse questo potrebbe essere uno dei ruoli che l'Aikido può avere nel nuovo mondo che tutti dobbiamo affrontare.

Per noi insegnanti di Aikido, prima di offrire l'Aikido come Arte per navigare nella vita, dobbiamo essere in grado di vivere quell'Arte. Essere in grado di vivere quanto diciamo. Questo è forse il prossimo passo che possiamo considerare per il futuro della nostra comunità.

Concludendo, vi lascio con un breve aneddoto della mia vita in Giappone.

Durante l'inverno credo del 1987, io e un caro amico che viveva anch’egli a Iwama, Lewis de Quiros, decidemmo di unirci al Gasshuku invernale di Shoji Nishio Sensei che si tenne vicino a Tokyo.

Dopo il nostro arrivo, fu subito abbastanza evidente quanto fosse competente Nishio Sensei come Aikidoka e come artista marziale in generale. Nishio Sensei non era solo un 8º dan di Aikido, ma un 6º dan di Judo, 5º dan di Karate, 7º dan di Iaido e Jodo.

Aveva fuso la sua esperienza totale in una perfetta espressione dell'Aikido. La formazione è stata molto diversa da quella che abbiamo incontrato a Iwama, ma ci siamo subito sentiti a casa nella pratica e abbiamo apprezzato ciò che veniva mostrato.

Durante la festa del sabato sera del ritiro, ci siamo trovati entrambi dall'altra parte del tavolo rispetto a Nishio Sensei, con alcuni dei suoi allievi anziani presenti. La festa è stata calorosa e ci siamo sentiti molto ben accolti, e Nishio Sensei è stato un ospite delizioso.

Si è fermato a un certo punto della serata e si è rivolto a noi e ci ha chiesto se avessimo qualche domanda da porre. Mi sono rivolto a Lewis, poi di nuovo a Nishio Sensei e ho detto di sì. Ho iniziato ringraziandolo per il Gasshuku fin lì svolto e per la meravigliosa esperienza che stavo vivendo. E poi ho posto la mia domanda.

Senza mancare di rispetto a Nishio Sensei, volevo conoscere la sua opinione su qualcosa che il nostro insegnante diceva spesso... Saito Sensei spesso diceva che lui (Saito, NdT) praticava l'Aikido di O’ Sensei. Volevo sapere cosa ne pensava Nishio Sensei di quella affermazione.

Questa poteva essere, a dir poco, una domanda molto scortese da porre e poteva anche essere intesa come un insulto o un attacco agli insegnamenti di Nishio Sensei. Ma in tutta onestà, mi fidavo di lui e mi sentivo al sicuro nel fare questa domanda così delicata in quel momento di intimità durante una pausa della festa. 

A suo merito, Nishio Sensei non ha reagito o è sembrato infastidito dalla domanda, ma ha risposto con profonda sincerità. "Saito Sensei sta facendo quello che O'Sensei stava facendo a Iwama, eppure O' Sensei era in un costante stato di evoluzione. Evolvendo sia il suo Aikido sia se stesso come persona. Questo è quello che io sto facendo. In questo modo si potrebbe dire che entrambi stiamo praticando l'Aikido di O' Sensei ".

Questo incontro con Nishio Sensei è rimasto con me e mi ha reso più umile. Ha condiviso la sua prospettiva e le sue convinzioni senza bisogno di difenderle. Ha condiviso che l'Aikido aveva qualcosa di più della tradizione o della tecnica come fondamento, ma qualcosa che poteva supportare il praticante ad evolversi.

Dove stiamo andando come comunità di Aikido?

Non lo so, ma penso che dobbiamo considerare cosa significa evolversi...

[Patrick Cassidy]


lunedì 14 dicembre 2020

Jo suburi: tsuki go hon... i primi 5 esercizi fondamentali

Continuiamo quest'oggi il nostro approfondimento sul buki waza approdando allo studio approfondito dei jo suburi.

Questi esercizi di base (che sono tradizionalmente 20) si eseguono in solitaria per acquisire una buona padronanza del bastone utilizzato in Aikido anche in seguito per gli esercizi in coppia.

[素振り] "Suburi" è un termine che deriva dal verbo giapponese [振る] "suru", che significa "scuotere", "far oscillare", mentre il primo kanji [素] "moto/su" sta per "origine, base, fondazione": i suburi quindi in ogni disciplina tradizionale giapponese sono identificati come quegli esercizi di base - che si eseguono con la spada o con il bastone - che consentono al praticante di sviluppare alcune importanti skills.

Prima fra esse quella di integrare con i movimenti del proprio corpo anche quelli di un oggetto estraneo (il jo o il bokken appunto)... che altro non specchia se non proprio il grado di integrazione al quale i movimenti del corpo sono già riusciti a giungere.

Nijuppon no jo suburi, (i 20 suburi di jo) sono un'altra pratica "Kaiso jikiden Saito Morihiro Shihan", ovvero direttamente trasmessa dal Fondatore a Morihiro Saito Shihan... così come vi avevamo già detto essere avvenuto per 31 no jo kata.

Sono stati suddivisi in sequenze tematiche che sono:

1º - TSUKI GO HON (serie di 5 affondi o colpi di punta);

- UCHIKOMI GO HON (serie di 5 fendenti);

3º - KATATE SAN BON (serie di 3 risposte che si eseguono con una mano sola);

4º - HASSO GAESHI GO HON (serie di 5 parate "hasso" con risposta);

5º - NAGARE GAESHI NI HON (serie di 2 risposte fluide);

Una curiosità lessicale sono quei suffissi terminali di ogni sequenza, ovvero "pon", "hon" o "bon": si tratta di CONTATORI o CLASSIFICATORI, detti [助数詞] "josūshi"... si, perché in Giappone esiste l'abitudine di esplicitare la categoria di cose che si conta, quindi esistono diversi modi di dire a seconda di COSA si conta... per esempio:

- persone: [人] NIN;

- cose piatte (come una T-shirt, un fazzoletto o un piatto): [枚] MAI;

- animali di taglia più piccola di una persona (ma non gli uccelli farfalle, molluschi, gamberi e bachi da seta): [匹] HIKI/PIKI/BIKI;

- animali di taglia più grande di una persona: [頭] TŌ;

- uccelli e conigli: [羽] WA;

- numero di volte che si fa una cosa: [度] DO;

- cose strette e lunghe (fiumi, strade, cravatte, matite, bottiglie, chitarre, ombrelli, pali della luce): [本] HON/BON/PON...

E l'elenco potrebbe (tristemente per chi queste cose le studia!) continuare ancora molto a lungo: da esso però vediamo che i suburi di ken e di jo sono cose STRETTE E LUNGHE da contare, in quanto eseguiti appunto con oggetti che hanno queste caratteristiche.

Il fatto che talvolta vediate HON, talvolta BON ed altre PON è legato solo all'ennesima eccezione lessicale... che vi dettagliamo di seguito, visto che tanto questa cosa ci servirà anche nei Post futuri:

1 - ippon = 1 cosa stretta e lunga, oppure cilindrica;

2 - ni hon = 2 cose strette e lunghe, come nagare gaeshi ni hon;

3 - san bon, come katate san bon;

4 - yon hon;

5 - go hon, come tsuki go hon, uchikomi go hon e hasso gaeshi go hon;

6 - roppon;

7 - nana hon, come ken suburi nana hon;

8 - happon;

9 - kyu hon;

10 - juppon, come jo suburi nijuppon.

Ma torniamo al nostro studio... ed esaminiamo nel dettaglio la prima serie: tsuki go hon... e lo faremo con una serie dedicata di videoche mostrano le loro esecuzioni da differenti angolature, sia nell'esecuzione di base, che in quella più avanzata, dettagliando le fasi respiratorie più appropriata, i punti tecnici più salienti, nonché gli errori più comuni.


Partiamo con il 1º esercizio, chiamato choku tsuki, ovvero "colpo di punta diretto"...

In questo movimento si cerca di far furie il jo, tenuto in guardia a terra (jo no kamae) con la mano sinistra nel modo più diretto possibile contro un nostro avversario immaginario posto di fronte a noi.


Seguiamo quindi con il 2º esercizio, chiamato kaeshi tsuki, cioè "colpo di punta rovescio (o di risposta)"...

Ora utilizziamo l'altra estremità del jo per colpire, ovvero quella che alla partenza è a contatto con il suolo: questo colpo - sempre di punta - nasce per essere utilizzato come risposta ad un colpo diretto (choku tsuki), quindi richiede di scostarsi leggermente alla sinistra della linea di attacco da parte di un eventuale compagno. 


E concludiamo la prima parte della sequenza con ushiro tsuki, ovvero "colpo di punta all'indietro"...

Impariamo in questo caso ad eseguire rapidamente un colpo di punta all'indietro facendo passare il jo a sinistra del nostro corpo.

In tutti e 3 gli esercizi sino ad ora descritti il bastone parte da una guardia sinistra (jo no kamae) a contatto con il suolo, e viene effettuato UN solo movimento, quindi una sola fase respiratoria viene coinvolta (in genere l'espirazione, così da rendere l'effetto del colpo più esplosivo).

Dal 4º esercizio in poi, i movimenti di base di ciascun suburi sono invece TRE, e quindi 3 anche le fasi respiratorie coinvolte, di solito espirazione nelle fasi di attacco ed inspirazione in quelli di transizione/preparazione... ma vediamoli nel dettaglio.

Tsuki gedan gaeshi, cioè "colpo di punta e risposta bassa"...


Il primo movimento è un colpo di punta (choku tsuki) che però questa volta parte già da una guardia legata alla lancia (tsuki no kamae), e prosegue con un movimento che fa arrestare il corpo, mentre si "infodera" il jo sul lato sinistro di esso; quindi avviene un colpo diretto al ginocchio di un eventuale avversario posto sulla medesima linea di attacco.

Il movimento di transizione NON è un colpo all'indietro verso il basso (come spesso si vede fare in molti tutorial), anche perché - dato il punto di arrivo - sarebbe diretto a sterminare un Puffo che ci attacca alle spalle: si tratta SOLO di un semplice passaggio, che in seguito diventa molto poco visibile, quando il suburi è eseguito in velocità.

Ci preme far notare anche come il colpo al ginocchio NON sia una spazzata - tecnicamente parlando un "barai" - poiché essa richiederebbe appunto di spazzare un'area nella quale si presume ci debba essere ciò che intendiamo colpire: in questo caso invece si tratta di un colpo puntuale e preciso, diretto sul menisco mediale o su quello laterale della gamba avanzata del nostro avversario.

Il 5º ed ultimo esercizio della sequenza è invece tsuki jodan gaeshi uchi: colpo di punta e risposta alta con un fendente...

Sempre dalla guardia di lancia (tsuki no kamae) si esplode un colpo di punta diretto (choku tsuki) e quindi si defila il corpo leggermente sulla destra, in un movimento che risulta la preparazione per il fendente successivo... che termina quindi l'esercizio.

È importante notare come il movimento intermedio è quello nel quale un principiante impara a passare velocemente da una guardia di lancia sinistra (hidari tsuki no kamae) ad una di spada destra (migi ken no kamae), NON si tratta quindi una parata (che andrebbe eseguita in modo differente, ovvero non tenendo entrambe le mani al centro del jo e sopra la testa).

Sia il 4º che il 5º suburi prevedono nella didattica di base 3 movimenti che di seguito divengono UNO solo, ovvero 2 attacchi consecutivi (colpo di punta e risposta bassa e colpo di punta e fendente) e fatti continuando ad avanzare: ciò richiede però una gestione del respiro un po' più evoluta, che difficilmente quindi però si adatta al lavoro di un principiante.

I kata di jo dell'Aikido risultano costituiti da combinazioni più o meno evidenti di suburi, quindi lo studio di questi ultimi diviene particolarmente importante: nei primi 2 movimenti di 13 no jo kata - ad esempio - si esegue nient'altro che tsuki jodan gaeshi uchi in modo veloce... ecco perché risulta essenziale per gli allievi che venga adottata nei loro confronti una didattica semplice e chiara, che consenta a tutti di giungere a risultati interessanti.

Vi postiamo di seguito l'intera sequenza tsuki go hon, eseguita - senza spiegazioni - da differenti angolature.



I suburi (sia di jo che di bokken) risultano simili ai pezzi più piccoli del Lego: con essi, opportunamente combinati, è possibile costruire strutture più grandi e complesse; per ora quindi ci fermiamo qui, pronti ad affrontare nuvamente insieme ed a breve la prossima sequenza... stay tooned and enjoy your Aiki-Lego jo training!

Ed in ultimo, ma non per importanza... Happy Birthday O' Sensei!



lunedì 7 dicembre 2020

In Aikido lo sfogo è una sfiga?

Ci troviamo quest'oggi a parlare di un frequentissimo luogo comune legato alla nostra disciplina (e non solo alla nostra); avete già sentito il detto: "Vado ad Aikido così mi sfogo un po'!"...

Ecco, pure noi.

Ne parliamo perché questa forma mentis è tanto umana, quanto diffusa... ma anche limitante, in un certo senso... o da un certo punto in poi.

È infatti più che normale che l'attività fisica e sportiva funga da valvola di sfogo per alleggerire le tante tensioni che accumuliamo nel quotidiano, e quindi - specie all'inizio del proprio percorso Aikidoistico - essa costituisca il primo beneficio diretto percepito nella pratica.

"Vado al Dojo, lascio il mondo fuori dalla porta... mi prendo un paio di ore per me, sudo, ruzzolo, butto per terra gli altri... in qualche modo faccio un refresh al mio sistema... quindi ne riemergo con un'energia fresca ed uno spirito rinnovato, pronto per ri-immergermi nella società e ri-occupare i tanti ruoli che in essa ci vedono protagonisti".

Questo è l'Aikido del FARE... perché questo fare ci aiuta poi a vivere meglio ciò che segue: quindi se si suda è BENE, se ci si diverte è pure MEGLIO!

Poi tutti a farsi un birra con gli amici (nei tempi nei quali ciò era possibile, ovviamente!).

Quindi, un atteggiamento comprensibile, comune... ma perché anche limitante?

Perché si inizia a percepire i propri contesti come scissi, in uno che ci carica di tensione e di stress come delle pentole a pressione... e l'altro che ci permette di aprire un po' quella valvola e buttare fuori la pressione accumulata.

Questo diventa un sistema interdipendente: se accumuliamo stress ma non abbiamo un luogo nel quale andarlo a sfogare diventano guai... ma abbandoniamo di botto il corso, il tatami ed i compagni nel momento che dovessimo vivere una situazione non troppo stressante a livello lavorativo, sociale o relazionale.

Se il Dojo serve a calmare lo stress diventa inutile nel momento in cui abbiamo la percezione di riuscire a sopportare quello che incameriamo; ed è proprio qui il limite, lo stress non va "sopportato" o "sfogato"... ma imparato a gestire!

L'Aikido serve ad imparare a gestire lo stress nel quotidiano... ad apprendere come non accumulare tensione che risultarono dannosa e come convogliare le nostre migliori energie per accettare ogni giorno la sfida con noi stessi, non solo a sfogare lo stress.

Pensare che serva SOLO a sfogarci è come guidare una Ferrari credendola un'utilitaria...

Che dinamica diventa quella che ci vede parte del tempo impegnati ad accumulare qualcosa di sgradevole... e poi nella rimanente parte a smaltirlo nel modo più veloce possibile?

Non sarebbe meglio imparare a non accumularne proprio?

O meglio... a fare surf sulle ondate di stress che fisiologicamente viviamo nei nostri diversi contesti personali?

Certo che sarebbe meglio, e l'Aikido a questo serve in realtà: solo che ci sono pochi Insegnanti in grado di utilizzare la disciplina come un processo educativo di "disintossicazione" dal distress e di esplorazione dell'eustess (la parte di tensione considerata positiva, poiché stimolante la crescita e l'evoluzione di ciascuno).

E come si fa questa cosa?

Non è dalle pagine di un Blog che sarà facile scoprirlo... ma dalla frequenza di un tatami, di un gruppo e di un docente con i quali queste tematiche sono affrontate in modo competente e quotidiano.

Anche questo però è l'Aikido del FARE... solo che è differente da quello di prima, poiché questi era una pratica di rimedio al disagio che c'è già... mentre questa seconda visione è quella nella quale possiamo apprendere a come essere meno in disagio nel quotidiano in modo regolare... ovvero senza che ciò venga considerato un evento straordinario.

Se una è la pratica del "curare", l'altra è quella del "prevenire".

Abbiamo quindi una bella scelta: limitarci a stare meglio in attesa di tornare a stare peggio, o IMPARARE a stare meglio e punto.

Questa cosa si può fare con qualsiasi attività, ma sicuramente con l'Aikido ciò è possibile con un valore aggiunto non banale da trovare altrove, ovvero la capacità di incontrare lo stress e farcene un carburante per la nostra realizzazione personale.

Pensate che bello:

- se non c'è stress, non c'è problema;

- se c'è stress, sappiamo come utilizzarlo per evolverci;

... ergo la vita diventa un parco giochi dal quale non si può che uscire necessariamente arricchiti... ed un tot pure grati!