lunedì 21 ottobre 2019

Aikido polarities: come disporsi a "coppie di 3"

Magari ci avevate già fatto caso da soli...

... ma in Aikido oscilliamo di continuo fra polarità opposte.

Può avere un significato preciso questa cosa?

C'è uke... che è quello che accetta la tecnica, ma DA l'attacco e c'è tori che FA la tecnica, ma prima ancora ACCETTA l'attacco.

C'è il Sensei, che insegna ed IMPARA un sacco facendolo... e ci sono i deshi, che imparano ed INSEGNANO un sacco facendolo.

Ci sono i Senpai (i più esperti nella pratica), che devono mettersi A DISPOSIZIONE dei compagni... e ci sono i Kōhai (i meno esperti nella pratica), che devono DARE RETTA ai loro compagni più esperti.

C'è la spada che riceve (ukeru ken) e c'è la spada che decide (kimeru ken).

C'è la spada che toglie la vita (Setsunin tō) e c'è la spada che dona la vita (Katsujin ken).

C'è l'omote (ciò che abbiamo davanti) e c'è l'ura (ciò che NON abbiamo davanti).

C'è l'irimi (il corpo che entra) e c'è l'hirai (il corpo che si fa da parte).

C'è il kihon (la tecnica basilare e solida)... e c'è il ki no nagare (la tecnica continua e fluida).

C'è il kata (gli esercizi eseguiti da soli) e c'è il bunkai (l'applicazione del kata con un compagno).

C'è il katame waza (trattenere a sé il compagno) ed il nage waza (allontanare da sé il compagno).

C'è il rilassamento... e c'è la contrazione.

C'è la rotazione... e c'è la traslazione.

C'è l'ispirazione (quando arriva l'attacco o si riceve una tecnica), e l'espirazione (quando si attacca o si esegue la sua risposta).

C'è il silenzio e c'è il kiai.

E potremmo continuare ancora a lungo...!

SI, può avere un significato preciso questa cosa, ben al di là del suo aspetto Taoista: in un universo apparentemente duale (giorno/notte, acceso/spento, maschio/femmina...) avere a che fare con aspetti DUALI in una disciplina come l'Aikido è un buon segno che ci cimentiamo con qualcosa di QUESTO MONDO!

Però è altrettanto vero che il Fondatore dell'Aikido spesso si è riferito alla sua disciplina come a qualcosa di SPIRITUALE...

... ed ogni tradizione secolare del pianeta utilizza simboli TERNARI per descrivere il mondo spirituale, quello del sottile o quello del profondo (che sono poi la stessa cosa):

- Ueshiba Morihei utilizzava spesso rifarsi simbolicamente a triangolo, quadrato e cerchio;

- la tradizione animista giapponese lo specchio, la spada ed il gioiello;

- lo scintoismo contempla il Tomoe o Triplo Taijitu, composta da In e Yo (i due poli corrispondenti ai principi taoisti Yin e Yang), e una terza parte, chiamata in cinese Yuan.

- i Celti utilizzavano la Triquetra, intesa come triplice rappresentazione della generazione della vita e quindi rappresentante di una donna fanciullamadre ed anziana;

- gli Egizi solevano mettere a gruppi di 3 le loro divinità, e la Triade più famosa che ci è giunta è forse OsirideIside e Horus;

- i Babilonesi avevano  la loro Trinità: Marduk, Ishtar e Nabu;

- dalle nostre partisi parla di Santissima Trinità... Padre, Figlio e Spirito Santo;

- gli Indù si rifanno alla Trimurti, Brahma, Shiva e Vishnu;

- la psicologia parla talvolta di Io, Es e Super-Io (Analisi Freudiana)... altre volte di Genitore, Adulto e Bambino (Analisi Transazionale), altre ancora di Inconscio Profondo, Coscio e Superconscio (Psicosintesi)...

... ma sempre TRE sono i "protagonisti" archetipici.

E potremmo continuare ancora a lungo anche in questo caso...!

Allora com'è che c'è un aspetto EVIDENTEMENTE duale e polare nella pratica, ma Morihei Ueshiba insisteva su un'essenza assolutamente spirituale della sua disciplina?

Dove sta l'inghippo... o il fraintendimento?

Iniziamo a guardare meglio fra le righe scritte all'inizio:

Ad un certo punto della pratica le barriere fra uke e tori cadono misteriosamente, e diveniamo un individuo composto dalla fisicità di entrambi, che si muove rispettando la volontà ed i limiti di entrambi.
Siamo in DUE, ma siamo anche in TRE: vi è mai successo?

Il Sensei ed i suoi deshi diventano un gruppo inter-dipendente, guidato da un'intelligenza collettiva che sembra composta dalla somma delle intelligenze componenti, ma pure dotata di qualcosa di proprio ed unico.

Molto spesso il Sensei a lezione tratta di un argomento particolarmente attuale nelle vite personali di alcuni allievi... senza nemmeno saperlo, né farlo apposta... come mai? Puro caso o fortuna?
Avviene così di frequente che risulta statisticamente improbabile da attribuire al caso... Siamo in DUE schieramenti, ma siamo anche TRE entità.

Senpai si riscoprono Kōhai di qualcun altro in ambiti differenti, così come i Kōhai possono essere i Senpai dei loro Senpai in contesti differenti dal tatami, come mai?

Perché il mondo non si divide in Senpai e Kōhai... ma è composto di PERSONE, in viaggio e con gradi di consapevolezza differenti su una stessa esperienza. É il TEMPO, l'ESPERIENZA e la COMPRENSIONE ed INTEGRAZIONE di questa esperienza a fare la differenza

La spada che riceve e la spada che decide hanno sicuramente scopi differenti, ma uno spadaccino è in sospeso fra i momenti in cui le spade si toccano: quello diventa un ETERNO presente... che mette in un evidente secondo piano ciò che è accaduto un attimo prima o ciò che accadrà fra un attimo; la stessa cosa vale per Setsunin tō Katsujin ken.

Passato, presente, futuro... una buona rappresentazione TERNARIA di TUTTO il tempo.

Omote e ura sono punti di vista polari ed opposti di una realtà COMUNE... che praticando siamo tutti invitati a sperimentare e conoscere in prima persona; la stessa cosa vale per irimi e hirai, kihon e ki no nagare, kata e bunkai, katame nage waza.

Il rilassamento e la contrazione, così come ispirazione ed espirazione sono aspetti polari di un fenomeno chiamato VITA: polari fra loro, ma INSCINDIBILI... e testimoni di una realtà ben più grande della somma delle sue parti.

La rotazione e la traslazione sono elementi INSEPARABILI in Aikido, poiché qualsiasi movimento necessita del matrimonio ed integrazione di entrambi.

La spirale è una buona rappresentazione di questa armonizzazione fra archetipi duali fra loro.

Il silenzio e il kiai (le note) costituiscono gli elementi che su uno spartito creano la MUSICA del nostro agire: non si può comporre senza NOTE e senza SPAZI VUOTI (silenzi) fra di esse.

Abbiamo cioè una sfilza di fenomeni composti da un + un - ed un NEUTRO, che racchiude l'essenza dei due segni opposti, ma li integra e li utilizza per creare qualcosa di ULTERIORE rispetto ad essi, ci avevate mai fatto caso?

Beh... d'ora in poi FATECELO, sul tatami, come in qualsiasi altro luogo.

Che spettacolo partire dal terreno e ritrovarci nel divino, o partire da quest'ultimo e ritrovarci qui a giocare a ricordarci le nostre comuni origini.











lunedì 14 ottobre 2019

Comfort Zone: un luogo inadatto agli Aikidoka

Si definisce "comfort zone" (zona di comfort) quell'ambito nel quale ogni aspetto è noto, sotto controllo o prevedibile... nel quale siamo a nostro agio poiché non può accaderci nulla di imprevisto.

La comfort zone ce l'abbiamo con i movimenti del corpo, con le relazioni interpersonali, con le emozioni ed in ogni ambito dell'esperienza umana.

La nostra comfort zone può ampliarsi man mano che acquisiamo esperienza in un ambito... e l'Aikido è un contesto che non fa eccezione a ciò.

Quindi più ci alleniamo e più diventiamo "bravi" in un movimento, una tecnica, un atteggiamento: da qualcosa di ignoto, diventa - pian piano - familiare... e dopo un po' anche automatico.

Stiamo imparando... Stiamo imparando?

Mentre facciamo la fatica di confrontarci con qualcosa di ignoto e lo facciamo entrare nella nostra zona di comfort, in effetti stiamo imparando!

Solo che una volta che esso è parte integrante della nostra comfort zone... ciò che facciamo ha ormai poco - se non più NULLA - da darci.

Potremo ulteriormente migliorare l'aspetto esteriore del nostro movimento?

CERTO... in eterno!

Raffiniamo il gesto tecnico perché ciò rappresenta il nostro QUID di miglioramento, o per fare di tutto per restare e ribadire ciò che è diventata la nostra area di comfort?

Rispondere con sincerità a questa domanda non è per nulla banale, specie se si è un Insegnante di Aikido.

OVVIO che un Insegnante avrà più dimestichezza con le tecniche ed i loro movimenti rispetto ad un neofita, poiché vi è più esperienza personale diretta di ciò che si fa.

OVVIO anche che un Docente debba ripetere ciò che sa perché si trova di fronte a persone che non sanno ancora quelle cose e che dovranno cimentarsi con i movimenti per farli pian piano entrare - a loro volta - nella zona di comfort.

Ma LUI/LEI come continua a crescere?

Nella maggior parte dei casi... semplicemente non lo fa: utilizza il suo tempo per RIBADIRE il suo noto, e la sua area di comfort smette di crescere in dimensioni... poiché smette di provare la sensazione di un neofita di avventurarsi in un luogo sconosciuto.

Nel MIGLIORE dei casi, dopo un po' di tempo, si rompe le scatole di fare sempre le stesse cose e smette di insegnare: diciamo nel migliore dei casi, perché un Insegnante così non solo non serve a niente... ma è in grado di fare molto danno!

Nel PEGGIORE dei casi, continua imperterrito per sempre a ribadire cosa già sa, accontentandosi di migliorie piccolissime della solita sua minestra, ed inizia a convincere anche gli altri di dover fare altrettanto non appena giungono ad una qualche consapevolezza di qualcosa.

Ne segue che c'è gente che insegna che continua a mettere in discussione i confini della propria area di comfort, continuando a tuffarsi in esplorazioni inedite di ciò che fa... e gente che utilizza tutte le proprie energie per DIFENDERE la propria comfort zone, ignara di costruirsi così una propria gabbia - magari pure dorata - nella quale rifugiarsi ed essere schiavo per la restante parte delle proprie attività.

La capacità di vivere il CAMBIAMENTO è fondamentale... soprattutto per chi dovrebbe saper insegnare agli altri COME migliorare (leggi "come cambiare in meglio").


Questo discorso è valido in generale, è un principio, applicabilissimo quindi pure in Aikido.

Gli Shihan di solito ci insegnano ciò che è servito loro per diventare ciò che sono... e non COME saranno (eventualmente!!!) capaci a muoversi dal luogo in cui sono giunti.

Una sorta di museo dell'Aikido cioè... tipo la luce che ci proviene dalle stelle: una testimonianza di come esse erano quando i fotoni sono partiti da là, non di come sono ADESSO!

In Aikido si è sviluppato molto l'aspetto tecnico, perché quello può essere appreso tramite la ripetizione (più o meno consapevole) di un movimento e di un gesto specifico: NON si è al momento dato altrettanto valore all'apprendere COME apprendere... ed a verificare se stiamo continuando a farlo, o se ci siamo arenati in una area di comfort che diventa sempre meno seducente da lasciare andare.

Quindi è possibile vedere Maestri (?!) che PEGGIORANO la qualità di ciò che sono in grado di trasmettere, magari per una sopravvenuta età anagrafica consistente... e perché non possono più contare su doti che si rifacevano SOLAMENTE al corpo che ora non posseggono più prestazionale come un tempo.

Maestri che diventano rigidi, nel corpo e nella mente... fanatici di un metodo che li ha confinati nella loro zona di comfort e che desiderano quindi analoga sorte per tutti gli allievi che li seguono.

Poi ci sono i Maestri che cambiano, quelli che da un decennio all'altro hanno modi di fare Aikido molto differenti... che ogni volta che li incontri hanno una nuova prospettiva per salire sul tatami a fare attività.

Gente che EVOLVE in continuazione, perché ha compreso che la stasi è l'unico vero anti-Aikido esistente.

Gente che SBAGLIA e non se ne vergogna, che prova, sperimenta... si fa ispirare e condurre con empatia ad esplorare quegli aspetti della disciplina che fino a dora non avevano ancora preso in considerazione, a livello personale.

Non si può insegnare ad un neofita a stare in un'area (quella fuori dalla propria zona di comfort) se non si è testimoni di saperlo fare altrettanto bene a livello personale.
I Docenti che scelgono per loro stessi questa avventura hanno i corsi pieni di allievi desiderosi di apprendere altrettanto bene come utilizzare questa situazione (talvolta stressante) a proprio vantaggio.

Poi ci sono i "musei"... che hanno un enorme valore, fanno cultura... ma spesso si vanno a visitare solo nel week end in cui sono aperti gratuitamente. Altri scelgono invece di farsi una passeggiata all'aria aperta, FUORI dalla propria zona di comfort.

Scegliamo cosa ci interessa di più e non lamentiamoci se ciò ci porterà l'eco del nostro successo con noi stessi o il piattume con il quale siamo soliti sbarcare le giornate.







lunedì 7 ottobre 2019

Aikido a tutte le età? Non ci sembra proprio...

Sovente le pubblicità dei corsi di Aikido affermano che questa disciplina sia adatta ad ogni età: ma è davvero così?

Il nostro è un Dojo in cui si può praticare Aikido ogni giorno ed in gruppi di varie fasce d'età distinte, però NON ci risulta che la pratica sia REALMENTE estendibile ad OGNI età... in modo così banale, e proviamo a motivare la nostra posizione di seguito.

Innanzi tutto vi diamo una descrizione sommaria dei corsi che potreste trovare presso la ns. sede.

AIKIDO KIDS
Intendiamo con questo nome la fascia d'età dei praticanti dai 6 ai 10 anni: un corso specifico richiede competenze specifiche... e non sono moltissimi i Docenti in possesso di tali requisiti. Questo è il corso nel quale, con un'accoglienza molto aperta, vengono inseriti i più giovani praticanti del Dojo.

AIKIDO RAGAZZI
Da noi praticano in questa fascia i ragazzi dagli 11 ai 14 anni: minore "giocosità" del corso di fascia precedente, più tecnica... ma ancora notevole attenzione ad un organismo in crescita, e che sta nello specifico attraversando la delicata fase dell'adolescenza.

AIKIDO ADULTI
Dai 15 ai 70 anni il corso ordinario rivolto agli adulti... ma ci sono alcuni "ma" che in seguito tratteremo.

Ed ecco alcune considerazioni:

- prima dei 5 anni compiuti noi SCONSIGLIAMO la pratica a chi ce lo chiede, poiché abbiamo notato NON essere fruibile un percorso in cui è fondamentale integrare un percorso di regole e di disciplina.
Prima dei 5 anni - secondo noi - un'arte marziale ha poco senso, poiché si verrebbero a perdere (o ad annacquare eccessivamente) le sue caratteristiche formative;

- nell'anno dai 5 ai 6 anni (ovvero quello che precede la prima elementare) molto dipende da bambino a bambino, quindi incoraggiamo a provare, ma ci riserviamo di sconsigliare la pratica a quei bambini per i quali sarebbe bene attendere ancora un po' di tempo;

- molti Dojo hanno il SOLO corso adulti, nel quale inseriscono anche ragazzi e bambini che fanno richiesta di praticare.
Nella nostra esperienza, ci sentiamo di SCONSIGLIARE questa promiscuità di età sullo stesso tatami, a meno che non sia inserito in un programma educativo specifico (per esempio far praticare i bambini/ragazzi con i loro genitori, o programmi dedicati simili);

- molti Dojo hanno SOLO il corso bambini e quello adulti... e ne segue che nel primo possono potenzialmente piovere bambini da 5 anni a ragazzi di 14 o 15. Anche questa promiscuità di età NON ci sembra ideale; i ragazzi hanno esigenze educative e didattiche differenti e quindi andrebbero lasciate DISTINTE fra loro;

- anche all'interno di un corso adulti, un ventenne ed un sessantenne hanno esigenze molto differenti fra loro.
Il primo desidera e necessita una pratica più fisica, mentre il secondo di qualcosa di più maturo e rispettoso dell'età della vita in cui si ambientano le lezioni. Il primo vuole fare proiezioni alte, ha tempi di recupero molto veloci, desidera spesso dare esami ed avanzare di grado... il secondo talvolta nulla di tutto ciò!

Fatte queste prime considerazioni, iniziamo a constatare come lo slogan "adatto a tutte le età" sia molto spesso... proprio solo uno slogan.

Innanzi tutto, sotto una certa età NON conviene proprio andare: c'è chi fa iniziare già Aikido i bimbi di 4 anni, ma secondo noi anche un corso di gioco-motricità va più che bene a questa età... anzi, forse può risultare ancora più adatto.

Poi le età dei praticanti possono essere effettivamente molte e differenti... ma è necessario creare corsi specifici per ciascuna di esse, e molte volte questo NON viene fatto.

Talvolta ciò NON si fa per problemi logistici e pratici (avere 1 corso da 6 allievi di età promiscua, anziché 3 corsi da 2 allievi ma ben suddivisi per d'età, per esempio), però questo NON consente a nessuna di queste differenti fasce di praticare con le esigenze che le sono peculiari, offrendo un disservizio, anziché un valore aggiunto a chi sale sul tatami.

Le famiglie sono spesso disorientate e pure un po' ignoranti rispetto alle esigenze dei loro figli e delle arti marziali che desiderano far loro frequentare: solo la scorsa settimana abbiamo ricevuto le richieste di iscrivere 4 bambini che avevano compiuto da poco 3 anni!!! (ovviamente tutte rifiutate)

Storicamente l'Aikikai d'Italia è fra le poche organizzazioni del ns. Paese ad aver sistematizzato un programma "junior"già da decenni, e merita un plauso per ciò... mentre altre non si sono mai esplicitamente preoccupate di fare altrettanto, anche se sulle loro locandine scrivono che "l'Aikido è adatto ad ogni età".

È da segnalare anche il lavoro del Mº Fabio Ramazzin in merito di Aikido "young", grazie al metodo Aiki Gioco, ed autore del libro dal titolo analogo.

Servirebbero commissioni di tecnici dell'Aikido, psicomotricisti, psicologi dell'età evolutiva... per creare programmi specifici per i più giovani, ma finora nulla di tutto ciò, purtroppo!

L'Aikido sarebbe adatto a tutte le età, stando alle locandine, ma NON è mai stato studiata questa dimensione a livello accademico e scientifico, come invece è avvenuto nel Judo: ci auguriamo che ben presto la Federazione possa prendersi cura di questo studio urgente e necessario.

Poi solo negli ultimi anni ci stiamo ponendo a livello globale il compito di creare una didattica specifica per i praticanti SENIOR: l'Aikido non si era mai preoccupato sino ad ora di consentire un buon invecchiamento MEDIANTE la pratica!

Ci sono luoghi dove ci si interessa e si promuove anche un "Aikido Dolce" o "Aikido Senior", sia in Italia (ad esempio Aikido Pordenone, del Mº Fabrizio Bottacin e Dojo Fujiyama di Pietrasanta, del Mº Marino Genovesi), sia all'estero (ad esempio Floating Bridge, del Mº Andrew Blair Haight)... ma sono ancora mosche bianche, in un universo che richiederebbe ad un 60-tenne di fare da uke in koshinage per il test shodan di un venticinquenne.

Da questa breve disamina, emerge che sicuramente l'Aikido si presta ad essere praticato a diverse età della vita, se si è in grado di ONORARE ciascuna di esse nella pratica... ma che spesso gli slogan non corrispondono ad altrettante opportunità reali... poiché il 99% dei luoghi in cui si pratica NON risultano proprio attrezzati a mantenere fede a questo genere di slogan.

I professionisti in Aikido incominciano ad essere più di uno, ma ancora una ristretta minoranza rispetto ad una marea di docenti spesso più improvvisati del necessario, che per riempire un corso pasticciato metterebbero sullo stesso tatami 5 generazioni di praticanti in contemporanea.

L'Aikido è adatto a tutte le età?

Fai attenzione a dove ti rivolgi per praticare alla tua e dove mandi i tuoi figli... QUESTO non è uno slogan, ma davvero una priorità!










lunedì 30 settembre 2019

Scissioni: quando l'Aikido fa come le cellule del cancro

In Aikido molto sovente avvengono scissioni nei gruppi di praticanti: è stato così in passato, è così nel presente e forse pure in futuro... certe dinamiche continueranno ad accadere.

Koichi Tohei Sensei lascia l'Aikikai nel 1974 e crea la sua Ki no Kenkyukai, Hitoira Saito Sensei lascia l'Aikikai nel 2004 e crea il suo gruppo Iwama Shin Shin Aiki Shuren Kai... solo per citare due famosi esempi internazionali di "scissione".

Masamichi Noro Sensei muore nel 2013 e si crea una scissione: i suoi allievi Senpai dicono di voler continuare la sua missione e diffondere il Kinomichi... mentre la moglie ed il figlio Takeharu dicono di voler continuare la sua missione e diffondere il Kinomichi (???)

What The Fuck: ma vogliono tutti la stessa cosa... perché non rimanere uniti, "consorziarsi" e farlo insieme?

Manco per la capa... ciascuno per i fatti suoi e coltello in mezzo ai denti nei confronti dell'altra fazione!

In Italia il compianto Maestro Alessandro Tittarelli lasciò la TAAI del Maestro Paolo Corallini per fondare la Iwama Shin Shin Aiki Shuren Kai Italy... per fare un esempio più vicino alle nostre latitudini.

Si è scissa la scuola del Maestro Savegnago dopo la sua scomparsa, sempre per rimanere in Italia... e, analogously, la vecchia ADO Uisp sotto la direzione storica del Maestro Christian Tissier si è scissa in Docenti confluiti nel Progetto Aiki ed altri AIADA.

(n.d.r. sono TUTTE Associazioni, nella maggior parte dei casi Sportive Dilettantistiche: NON sono Federazioni, cerchiamo di tenerlo bene a mente!)

Insomma in Aikido tutti sono concordi con il fatto che ci deve essere armonia, che il nostro avversario è un pezzo di noi stessi, che il rispetto è un valore irrinunciabile, che il conflitto può essere vissuto in modo costruttivo... ma proprio non ce la facciamo ad andare d'accordo, e quindi ciascuno è meglio che vada per la "sua strada"!!!

Nulla di male, per carità... talvolta è meglio soli che male accompagnati: ma cosa c'è dietro alla caratteristica incapacità degli Aikidoka (fra l'altro dei Maestri di questa disciplina!) a non riuscire ad andare d'accordo in modo stabile, integrante e costruttivo fra loro?

Perché la gente non crea sodalizi per aumentare la forza e raggiungere così gli obiettivi comuni, ma al contrario... si divide e crea una sorta di clonazione del luogo da cui proviene?

Così se uno fosse stato malato... dopo un po' di luoghi malati ce ne troviamo 2!!!

Abbiamo una nostra teoria in merito: è sufficiente guardare la natura... studiarla.

Un albero ha un unico tronco, molte radici perché deve nutrirsi e ancorarsi in modo capillare e stabile nel terreno... ma nessuna delle radici si sognerebbe mai di rinnegare il tronco o di fare la diaspora rispetto alle sue compagne a fianco.

Un albero si divide in molti rami, che sono sue espressioni differenti... un sacco di foglie: ma la fotosintesi di ciascuna di esse serve a TUTTA la pianta, nessuno ringreta il luogo dal quale gli arriva la linfa.

Un organismo quand'è che diventa complesso?
Quando è in grado di DIFFERENZIARE le caratteristiche delle sue cellule, e far lavorare questa bio-diversità insieme, a vantaggio mutuo fra di loro.

Una cellula, quand'è che si divide?
La mitosi cellulare è un processo molto interessante da studiare: una cellula ha una polarità equilibrata...



Poi qualcosa accade: il nucleo muta e duplica il suo DNA... e dopo poco la stessa membrana contiene 2 nuclei... quindi si divide in due parti, che formeranno 2 cellule figlie, identiche come informazione alla "cellula madre".

Cosa fanno le specie animali che vivono in condizioni ambientali ostili?
Fanno un sacco di figli/uova... in modo tale da preservare il loro patrimonio genetico, consci che molti dei nascituri moriranno.

Dividersi per creare ambienti simili a quello da cui si proviene è quindi un atto di auto-conservazione,  mirato SOLO a mantenere intatte le informazioni disponibili... 

...mentre dividersi mantenendo una connessione con il proprio luogo di provenienza - pur non rinunciando a differenziarsi - è il lavoro che fa la natura quando vuole formare creature più complesse e ricche di quelle di partenza.

La differenza fra le tipologie di divisione che avvengono fra le cellule di un albero e le cellule del cancro è emblematica!

Come si divide di solito l'Aikido?

Purtroppo, come la CELLULA del cancro, purtroppo: crea immagini fedeli a se stesso, propaga la sua informazione... ma non per formare un organismo differenziato sempre più complesso.

Come mai adotta questa dinamica?

Non è facile trovare una risposta univoca: deve essere qualcosa che ha a che fare con una disconnessione fra i singoli e le prospettive della disciplina, per quanto ciascuno ami rimandare di abbracciarle in modo incondizionato.

Una ragione può essere la gestione del "potere personale": se esistesse SOLO un'organizzazione Aikidoistica al mondo, o in Italia, o nella propria città... chiunque sarebbe chiamato a farne parte; il numero di poltrone dirigenziali verrebbe ridotto drasticamente.

Se, dopo un po' di militanza in una realtà, ne usciamo e fondiamo la NOSTRA realtà personale, in essa posiamo ricoprire i ruoli che nella Scuola di provenienza spettavano ad altri.

Se c'è 1 Aikido, c'è un Fondatore, Morihei Ueshiba... Se ce ne fossero 1000 sfumature differenti (cosa che è reale), potrebbero esserci altrettante persone che - in qualche modo - potrebbero reclamare un analogo epiteto/posizione di rilevanza.

Altra considerazione: COLLABORARE richiede, in ogni caso, la capacità di mediazione... poiché non è pensabile la possibilità di andare d'accordo senza la rinuncia o il ridimensionamento di qualche "desiderata" personale, al fine di dare supporto a chi ci sta a fianco.

Questa rinuncia "all'IO" in un organismo complesso è ottenuto puntando sul valore del "NOI": in ogni cellula esiste la stessa informazione, lo stesso DNA... solo che esse scelgono di sviluppare parti di questo codice informativo e tarparne altre, questo permette alle cellule di DIFFERENZIARSI.

La cellula che compone il timpano non invidia il compito e la posizione di una cellula che costituisce il pancreas: timpano e pancreas servono entrami ad un essere umano... la natura ci insegna che l'eco-sistema è in equilibrio quando ogni parte ha SIA un valore individuale, che un significato ed un valore nel CONTESTO nel contesto in cui è calata.

In Aikido spesso gli Insegnanti vogliono fare tutti l'O' Sensei della situazione, e così non se ne esce!

Il cancro infatti è una cellula omicida, ma anche suicida al contempo: moltiplica se stessa senza controllo, si ribella dall'eco-sistema di cui fa parte... e parte per la sua battaglia di colonizzare le aree limitrofe a se stessa.

Questo, li per li, rinforza la sua colonia... quindi sembra fare "vincere" la sua battaglia contro le altre cellule... solo che questa proliferazione impazzita a poco a poco impatta negativamente anche sull'organismo che le ospita: se esso perisce,  muore pure la colonia di cellule impazzite e colonizzatrici.

Il cancro è una mancanza di collaborazione fra le cellule: dire ora che in Aikido siamo ammalati di forme cancerogene di comportamento sembra una brutta cosa... ma pure somigliante in modo molto fedele a ciò che spesso accade!

Scindiamoci pure, ramifichiamoci all'infinito se serve... ma DIFFERENZIAMOCI anche e creiamo il NOSTRO valore aggiunto, per ARRICCHIRE il tronco dell'albero da cui ciascuno proviene ed al quale apparterremo pure in futuro!








lunedì 23 settembre 2019

受け身 Ukemi: le polarità del ricevere

Quanto di noi traducono la parola giapponese "ukemi" con "caduta"?

Non pochissimi...

Quest'oggi è nostro compito delineare meglio il significato di questo termine... poiché è più che mai importante nella pratica dell'Aikido.

Ukemi deriva dalla radice del verbo [受ける] "ukeru", che significa "ricevere" e da [身] "mi", che significa "corpo": letteralmente quindi "il corpo che riceve".

Quando cadiamo, il corpo di solito sta ricevendo la tecnica che il compagno applica per stornare il nostro attacco, e riceviamo anche il contatto con il tatami... che è li pronto ad attenderci.

Ukemi è quindi tradotto con "caduta" per brevità, ma significa molto ma molto di più.

Avevamo già scritto un articolo in merito nel 2012, che potrete trovare QUI... ma è il caso di fare un piccolo update, poiché nel frattempo ne sono passate di ukemi sotto i ponti e sopra i tatami da allora!

Uke ha la stessa radice semantica, quindi è "colui che riceve", ma non è il solo a farlo: quando riceviamo un attacco, lo riceviamo con tutto il nostro corpo... quindi anche tori all'inizio di ogni azione fa letteralmente un ukemi!

In ogni caso uke attacca e compie questo atto - o lo dovrebbe fare - con tutt'altra intenzione di cadere: vuole ferirci, far entrare la sua energia nel nostro corpo e non in modo rispettoso, altrimenti non sarebbe un'aggressione la sua.

Lo vuole inoltre fare inoltre mantenendo il suo equilibrio più stabile possibile. Non vuole cadere, né ricevere un ben niente: vuole sconfiggerci!

La nostra azione lo dovrebbe/potrebbe sbilanciare: a questo punto le sensazioni del suo corpo gli indicheranno se per lui è possibile continuare con il suo attacco o se le conseguenze di quest'ultimo lo obbligano a perdere l'equilibrio per non ferirsi.

Lui sta facendo UKEMI (1º di uke) ben prima di cadere quindi, poiché il suo corpo "in ascolto" - in poche frazioni di secondo - riescono ad indicargli se persistere o desistere nella sua azione.

Eventualmente poi cade, ed a queso punto il suo corpo dovrà cercare il modo più rispettoso di prendere contatto con il tatami... altra UKEMI (2º di uke), conseguente e diversa da quella precedente!

Per tori, d'atro canto come già dicevamo, NON è possibile applicare alcuna forma di azione se NON si è percepito il timing e l'intensità dell'attacco: fare UKEMI (1º di tori), ovvero stare in ascolto con il corpo (e la mente) diventa essenziale pure per lui... e ben prima di quanto non serva all'attaccante!

Solo se il proprio corpo è aperto alla ricezione è possibile agire... ma agire QUANTO?!

Come fa a sapere tori quanta energia mettere nella sua risposta?

Sicuro che ne dovrebbe mettere il meno possibile, poiché dovrebbe utilizzare quella dell'avversario... ma quanto stringere una leva articolare - per esempio - senza che essa danneggi il partner?

Ed ecco nuovamente una UKEMI (2º di tori), grazie alla quale egli applica la leva, ma contemporaneamente il suo corpo è ricettivo alle sensazioni ricevute da quello del compagno: prima di arrivare al danneggiamento dell'articolazione tori saprà fermarsi... e solo grazie al fatto che era in ascolto.


La sensibilità diviene una componente molto importante dell'azione! 

Le UKEMI in ogni scambio sono quindi approssimativamente divise in 4 differenti istanti, 2 a carico di chi attacca e 2 di chi riceve l'attacco ed esegue la tecnica.

Si cade quindi, certo... ma il corpo che riceve è qualcosa di molto più profondo di ciò.

Quand'è che risulta difficile farlo?

Quando abbiamo PAURA di farci male, di far male agli altri: la paura CHIUDE la sensibilità, e con meno sensibilità c'è paradossalmente una possibilità maggiore di ferirsi e di ferire.

Come tenere però il corpo aperto alla ricezione anche in momenti "tosti", come quelli di uno scambio intenso di energie?

Il rilassamento è la chiave di tutto ciò: più siamo rialzati, più risultiamo sensibili... l'Aikido risulta quindi la capacità di rimanere rilassati sotto stress.

Comprendete da soli quanto questa disciplina risulti particolarmente attuale nelle vite che viviamo?!

STRESS ovunque, spesso accompagnato con dosi massicce di conflitto (magari non fisico, ma non per questo meno facile da gestire!): più il nostro corpo e la nostra mente sono in grado di rimanere APERTI e ricettivi dinnanzi a questo ambiente aggressivo, più avremo possibilità di rispondere ad esso in modo naturale e costruttivo.

UKEMI non è (solo) una caduta, ma una prospettiva per affrontare le cose più difficili... potremmo dire che è un modo di ESSERE, ancora prima che un modo di fare.

L'Aikido trabocca di UKEMI, trabocca perciò di cose utili per la vita di chiunque!