lunedì 24 giugno 2019

Aikido e pressure testing

Ci occupiamo quest'oggi di un argomento complicato e - in certi casi - controverso, ovvero la possibilità di lavorare con un partner non sempre collaborativo.

Accantonato nel Post della settimana scorsa la sciocca tendenza di uke ad una resistenza inutile, sorda ed inproficua, chiediamoci ora se e quando sia il caso che egli ci dia un certo filo da torcere.

Noi abbiamo iniziato a fare alcuni esperimenti al Dojo, e proprio della nostra esperienza che intendiamo parlarvi quest'oggi. Ci sono però alcune questioni da chiarire, prima di passare ai dettagli degli esercizi... Ecco 7 punti che abbiamo trovato molto importanti da considerare insieme:

1) qualsiasi forma di resistenza e pressure test che uke fa su tori è finalizzato a consentire a quest'ultimo di MIGLIORARE la sua pratica, quindi non è qualcosa che si fa con leggerezza o per il mero gusto di mettere i bastone fra le ruote a qualcun altro;

2) qualsiasi forma di resistenza e pressure test che uke fa su tori  NON deve sfociare in inutili forme di competizione, nelle quali uno pensa dell'altro "questa non me la fai", "io ti mando tutto in vacca", etc;

3)  qualsiasi forma di resistenza e pressure test che uke fa su tori deve essere concordato fra i due e deve essere proporzionale al livello di entrambi i praticanti;

4) è più semplice per un praticante esperto dosare la sua "cazzimma" durante gli attacchi e quindi dare al proprio tori esattamente ciò che sceglie di dargli... rispetto ad un praticante inesperto, che può farci più facilmente innescare dall'escalation del conflitto... e finire in un NON-esercizio, inutile per entrambi nella coppia;

5) chi vuole sottoporsi a pressure test deve accettare che un po' di frustrazione sia parte del gioco, così come deve scegliere un compagno che sia in grado di dare lui esattamente ciò che a lui serve, ovvero né troppa pressione (generando solo frustrazione inutile), né ovviamente troppo poca.

6) un kata presuppone che entrambi nella coppia rispettino alcuni parametri di lavoro, quindi una tecnica codificata sarebbe inopportuna da realizzare quando le condizioni NON sono quelle ideali per farla avvenire. Se una presa alla mano e neutra è una cosa, se chi prende tira o spinge ciò cambia drasticamente il contesto, quindi anche la risposta più adeguata ad un attacco;

7) è necessario sfociare in un campo applicativo, nel quale ogni azione NON può avvenire con angoli didattici e precisi, quindi le tecniche saranno più "sporche"... ma questo livello della pratica non è pensato infatti per migliorarne la pulizia!

Detto questo... uke ha alcuni modi per offrire al proprio compagno un pressure test, ecco quelli che utilizziamo noi:

A) non partire più da un solo attacco concordato, ma da una serie di possibili attacchi entro i quali scegliere a suo piacimento; si può partire da un solo tipo o categoria di attacchi (solo percussioni, solo prese) e poi pensare di integrarli e di offrire una gamma di stimoli molto alta, alla quale crediamo a tori di rispondere in modo più spontaneo possibile; durante questi jiyu waza è molto difficile realizzare una tecnica di protocollo, ma risulta più utile puntare tutto sul ma-ai e sugli sbilanciamenti;

B) potersi lanciare in un attacco (es: una presa al polso), ma poi potersi disingaggiare da esso per cambiare in favore di un altro attacco, se esso risulta più pressante per il nostro compagno; la cosiddetta "promessa dell'attacco" non viene meno, semplicemente passa da una modalità ad un altra di avvenire; in ciò è bene che uke non cambi attacco per rimanere in piedi, ma per continuare a fare il suo dovere... ovvero attaccare, in modo più pertinente (la differenza è sottile, ma importante);

C) poter pensare di "inchiodarsi" in ogni punto dell'azione di tori in cui si percepisce che esso NON sia riuscito ad indurre un buon sbilanciamento. In questo caso, tori fa esperienza di una dose omeopatica di "rifiuto" da parte del compagno... ed impara a familiarizzarci e ad uscirne senza ricorrere alla forza fisica (leggi "farsi salire la carogna");

D) poter - di tanto in tanto - fare kaeshi waza (contro tecniche) nel momento in cui si percepisce che tori non è riuscito a coinvolgere e guidare il centro di uke, ma solo la periferia del suo corpo; è importante che tori, quando viene sorpreso in uno di questi suoi "buchi" di connessione, NON si opponga a subire un rovesciamento dei ruoli, ma accetti la cosa di buon grado, senza viverla a livello emotivo come una sconfitta;

E) una combinazione lineare di tutto ciò che abbiamo detto fino ad ora: un uke che attacca abbastanza come vuole, che può cambiare punto di applicazione dell'attacco durante l'azione, che può inchiodarsi a tratti ed abbozzare trappole per invertire i ruoli ed approfittare dell'azione del partner per sbilanciarlo e farlo cadere.

Nella nostra esperienza, questi tipi di allenamento (separati o concomitanti) fanno crescere molto... ma ci sono dei MA...

È necessaria una grande sensibilità da parte di entrambi, poiché i pressure test hanno senso SOLO per sviluppare le potenzialità di chi vi ci sottopone... e non per Aiki-sodomizzare la gente in modo inutile e per ingrassare il propri ego (sia quello di uke che riesce a mettere in seria difficolta il compagno, sia quello di tori che riesce a superare il test a cui è stato sottoposto): la frustrazione fine a se stessa è - lo ripetiamo - INUTILE, così come la bella/brutta sensazione di avere vinto/perso nei confronti di qualcun altro.

È necessario sapere da entrambe le parti QUANDO FERMARSI, ovvero NON farsi prendere la mano ad esplorare situazioni che sono ancora troppo al di fuori della portata anche di uno solo delle due persone che lavorano insieme.

Ribellarsi contro una leva è stupido e pericoloso, specie se il pathos e la tensione crescono e la capacità di preservare l'integrità del compagno rischia di venire meno. Si ricordi in merito il parziale buco nell'acqua del Tomiki Aikido, che nel tentativo di rendere competitiva la nostra disciplina ha fornito parecchio lavoro a fissarti ed osteopatia!

Quindi il pressure testing in Aikido può essere una grande risorsa evolutiva per la pratica, ma va affrontata con grano salis e consapevolezza da parte degli attori che vi si vedono coinvolti: le regole del gioco vanno condivise e va creato un modo per poter dire all'attaccante sia "dammi di più, ce la posso fare", sia "un po' meno, grazie... così è ancora troppo per me".

Ultimo punto: magari anche altri fanno cose simili e non lo sappiamo, ma noi siamo andati all'estero ad apprendere come approcciarci all'argomento nel modo più sano e proficuo possibile... poiché qui in Italia NON avevamo trovato ciò che ci serviva.

Uno scritto ovviamente NON rende merito ad anni di studi ed esplorazioni di ambiti così poco "istituzionali", ma crediamo fermamente che ne valga la pena investirci... poiché per troppo tempo gli Aikidoka hanno creduto alle favole e si sono ritagliati spazi fittizi in castelli fra le nuvole.

La pressione mette a nudo chi siamo veramente, indipendentemente da chi o da ciò che ci farebbe comodo pensare di essere...

La filosofia che ha un valore è quella che si è in grado di mettere in pratica in situazioni avverse...  Troppo comodo sempre suonarsela e cantarsela solo come ci comoda: della restante siamo quindi poco interessati!





lunedì 17 giugno 2019

Uke: attaccare o resistere?

Imbattendoci- come la scorsa settimana - in una foto (storica questa volta!), abbiamo fatto insieme qualche riflessione su un argomento molto poco dibattuto: gli atteggiamenti di uke durante la pratica!

Questo cartello è comparso nel Dojo di Iwama, nel periodo in cui esso era sotto la guida di Morihiro Saito Shihan... crediamo intorno agli anni '80, più o meno


Esso recita:


注意 (chyui)
ATTENZIONE

頑張り合いの稽古を禁止します
(ganbariai no keiko o kinshi shimasu)
RESISTERE ALLE TECNICHE È PROIBITO

道場長 (Dōjō Chō)
Capo Istruttore

Come già espresso altrove... a nostro parere mai un cartello di avviso è stato così disatteso, di seguito proveremo a motivarvi il perché...

Quando muoviamo il corpo lo facciamo per via di una serie più o meno grande di contrazioni muscolari.

Esse - come dice la parola - fanno aumentare la resistenza meccanica alla flessione, torsione allungamento di arti, articolazioni, etc.

Senza contrazione, senza resistenza non è possibile muoversi: da completamente rilassati si medita solo!

Uke si muove per attaccare, quindi è naturale che si contragga per farlo: il suo compito però è quello di inviarci la sua energia (pure con una certa dose di aggressività, se serve), e non quello di tenerla per sé.

Quindi nell'attacco di uke ci sarà SEMPRE la contrazione che serve per muoversi, ma anche quel rilassamento che serve a mantenere il suo corpo fluido, capace di cambiare velocemente equilibrio, traiettoria dei colpi, etc.

Un uke che attacca e poi si inchioda per vedere se noi con la tecnica siamo in grado di toglierlo dalla posizione che ha assunto... di fatto è una persona che ha semplicemente SMESSO di attaccare.

L'attacco - non per questo - deve risultare scialbo, moscio ed inconsistente, tutt'altro!

Un pugile, ad esempio, ottimizza le sue contrazioni ed i suoi rilassamenti... facendo si che questi cambiamenti possano avvenire molto velocemente in sequenza.

Una persona che attacca essendo troppo contratta - di fatto - rallenta se stessa con i propri muscoli antagonisti: il rilassamento della parte "giusta" del corpo quindi è essenziale!

Esiste però una specifica visione dell'Aikido - tra l'altro quella dalla quale noi stessi proveniamo - nella quale sembra molto importante esasperare la capacità di uke di contrarsi e di fare resistenza al proprio tori... così da metterlo alla prova e verificare le egli stia eseguendo la sua tecnica nel modo "corretto".

Non diciamo che questo atteggiamento sia per forza negativo, ma è importante chiederci cosa succede quando esso è portato all'esasperazione.

Ci sono praticanti che ti afferrano un polso con uno o due mani e ti stringono come se avessero un martinetto idraulico... per poi chiederti: "Muoviti un po' di qui se riesci?!"

Esercizio interessante... ma che attacco sarebbe esattamente impedire ad un altro di muoversi?

Se attraverso una presa salda, uke riesce ad inviare la sua energia al centro del proprio tori, sbilanciandolo... allora si tratta SUL SERIO di un attacco (dal quale può essere più o meno sensato provare a difendersi), altrimenti basta aspettare che l'altro si stanchi... e molli, poiché non stiamo correndo alcun pericolo!

Sovente abbiamo assistito ad attaccanti che afferrano e poi si irrigidiscono tutti: questa è ciò che noi reputiamo una "resistenza inutile", invece.

Un attaccante che si comporta in questo modo non potrà mai diventare capace di fare contro-tecniche (kaeshi waza) nel caso che la nostra azione abbia al suo interno dei puti di debolezza: egli non sarà in grado di approfittarne, perché non riuscirà a percepirli... indipendentemente dalla sua esperienza di pratica e dal suo grado.

Chi si contrae crea all'interno del proprio sistema mente-corpo una sorta di perturbazione, ovvero più o meno lo stesso fenomeno che accade quando buttiamo una pietra in uno specchio d'acqua.

Ci saranno onde concentriche generate dall'impatto della pietra con l'acqua... che tenderanno a propagarsi.

Ora: anche chi risponde all'attacco dovrà contrarsi per potersi muovere... e questo causerà le SUE onde di perturbazione della superficie tranquilla del ki.

Se uke è eccessivamente contratto, diventa "sordo" rispetto al segnale che gli giunge dal compagno, poiché troppo disturbato dalla perturbazione che EGLI STESSO darà all'interazione.


La conseguenza è:

- non riuscire ad intuire in quale direzione la tecnica del compagno vorrebbe muoverlo;

- l'incapacità di sfruttare eventuali sue zone di debolezza nelle quali inserire una contro-tecnica.

In entrambi i casi uke corre gravi pericoli: nel primo caso egli rischia di farsi male durante l'ukemi, poiché è incapace di percepire quale dovrebbe essere la direzione da seguire per uscirne incolume; nel secondo caso, invece, un attaccante non potrà mai invertire le sorti dello scontro, essendo obbligato a cadere o comunque a desistere dal suo attacco.

SOLO il rilassamento - unito alla indispensabile contrazione - può garantire che queste due condizioni NON si verifichino!

Ma torniamo al cartello: se Saito Morihiro Shihan ha creduto fosse necessario affliggere alle parete del suo Dojo questo avviso, è segno che ha intravisto un uso eccessivo della forza muscolare... e quindi della contrazione e della resistenza.

É molto comune che, specie fra praticanti maschi, la competizione divampi molto velocemente e metta nella triste condizione di credere di doversi dimostrare le cose l'un l'altro... anziché ciascuno a se stesso.

Il problema è che noi possiamo attaccare avvisi di questo tipo su qualunque muro, ma parte della contrazione  della resistenza che ciascuno di noi mette in atto... spesso proviene dall'INCONSCIO, e quindi da aree della propria coscienza che nemmeno sappiamo di avere.

Questo è il caso - per esempio - di quando un uke si contrae per evitare una caduta: egli TEME di farsi male cadendo, quindi il proprio sistema reagisce chiudendosi... come fosse una tartaruga.

Sta opponendo una resistenza eccessiva al proprio compagno, ma non lo fa per attaccarlo di certo, quanto perché la paura di ciò che potrebbe accadere ha preso il sopravvento!

Esiste quindi un momento del proprio percorso nel quale si comprende che non fare troppa resistenza è INDISPENSABILE per divenire bravi uke (in grado quindi di non ferirsi cadendo), e quindi anche attaccanti temibili!

Ma poi arriva quello che questo passaggio NON lo ha ancora fatto, vi vede e sentenzia: "Qui sembra che balliate!", "C'è poca marzialità", "I denti devono essere più digrignati... questa è pur sempre un'arte marziale!".

A sto tizio bisogna volergli bene come se fosse normale... nella speranza che studi e che normale ci diventi, almeno col tempo!

Il rilassamento e la determinazione nella propria azione è fondamentale SIA per uke, CHE per tori... e ovviamente esso è più che fraintendibile con una connivenza fra il movimento dell'attaccante e quella di chi performa la tecnica: e chissense!!!

Nella pratica, chiunque cerca di riscoprire una certa naturalezza nel movimento... e questa naturalezza è il CONTRARIO della resistenza a priori: osservate come si muove un bambino... non conosce molte cose delle proprie azioni, ma difficilmente oppone resistenza a ciò che gli accade mentre si muove.

La resistenza a se stessi e QUINDI al prossimo è - secondo noi - un elemento molto comune che va fatto va fatto emergere dalla coscienza, se vogliamo smetterne di esserne schiavi... e quindi ai beffati ed imbarazzanti giudici di chi è ancora schiavo di questo processo molto comune.

Ci avete mai fatto caso che tutte le arti marziali hanno studiato e sviluppato il principio detto [柔] "ju" o "yawara", ovvero il principio della cedevolezza... e nessuno ha perso troppo tempo sul suo opposto?
Coincidenza?... Non crediamo proprio...

Ogni volta che non comprendiamo una cosa del prossimo, anziché giudicare e criticarlo, potremmo cercare cosa esso possa insegnanti di nutriente: questa è la strada della non-resistenza che serve all'Aikido per crescere!







lunedì 10 giugno 2019

Aikido, i Doshu e i doveri dinastici

La nostra attenzione è stata richiamata circa 10 giorni fa da una foto pubblicata su Facebook; essa ha ingenerato sia in noi che sui Social una serie di riflessioni che vi proporremo nel Post odierno...

... ma prima ecco la foto!

La didascalia annessa recitava: "The future Doshu started training", ovvero "Il futuro Doshu ha incominciato ad allenarsi".



La foto ritrae il corrente Doshu, Moriteru Ueshiba (nipote di O' Sensei), di spalle, mentre assiste ad un allenamento nel quale suo figlio, Mitsuteru Ueshiba - Waka Sensei - è intento a fare una sorta di micro-iriminage su suo nipote, Hiroteru Ueshiba.

Andiamo con ordine: in Giappone vige una tradizione che si chiama [家元] "iemoto", che si traduce con "Fondazione familiare"; questo termine giapponese è utilizzato per riferirsi ai fondatori o ai grandi Maestri reggenti di alcune Scuole di arti tradizionali giapponesi.

É utilizzato talvolta anche il termine [宗家] "sōke", quando ci si riferisce alla famiglia o al casato del quale la tradizione iemoto è rappresentativa.

O' Sensei, Morihei Ueshiba è l'Aiki Kaiso, ovvero il Fondatore dell'Aiki... quindi anche un Sōke, ovvero un "capo Scuola": lui stesso impostò la sua successione sul modello "iemoto", quindi suo figlio Kisshumaru Ueshiba gli successe alle redini dell'Aikikai, assumendo il ruolo di secondo Doshu.


Alla morte di Kisshomaru Sensei, il figlio Moriteru è divenuto l'attuale terzo Doshu... ed a sua volta tutto è già predisposto per la successione al relativo figlio Mitsuteru, che... benché non si sappia ancora quando, assumerà in futuro il titolo di QUARTO Doshu.

Mitsuteru (classe 1981, quindi che ha 38 anni adesso) ha un figlio, di nome Hiroteu... e nella foto ciò che colpisce è che anche quest'ultimo ha già iniziato la sua lunga carriera che lo porterà - magari fra 40 anni - a calzare il ruolo di QUINTO Doshu.

Questo bimbo può avere all'incirca adesso 8 anni.

Il metodo di trasmissione "iemoto" è stato utilizzato in passato nel campo della Cerimonia del Tè  (Chado), Ikebana, teatro , calligrafia (Shodo), danze tradizionali giapponesi ed - ovviamente - nelle arti marziali: esso è caratterizzato da un sistema gerarchico piramidale, al vertice del quale l'autorità suprema riceve una sorta di mandato dall'iemoto precedente, da trasmettere ai futuri iemoto.

Questo metodo tradizionale di trasmissione familiare è in funzione con certezza sin dal 17º secolo, ma esistono prove che lo collocherebbero addirittura sin dall'8º secolo.

Il concetto del [家元制度] "Sistema Iemoto" è stato descritto dallo storico Matsunosuke Nishiyama, nel periodo post-bellico, per spiegare le strutture sociali associate al controllo esclusivo di una famiglia (o clan) rispetto ad una rete di istruttori... una caratteristica dell'era feudale che ha influenzato le arti tradizionali, e che è percepito ancora ai nostri giorni.

Se si vuole appartenere ad un certo clan, è necessario avere l'approvazione dell'iemoto reggente: così su ogni diploma Aikikai è attualmente presente la firma di Moriteru Ueshiba, per quanto riguarda l'Aikido.

Ma il clan Ueshiba NON è il solo ad avere scelto di mandare avanti le "attività di famiglia" secondo un lineage dinastico diretto: anche la famiglia Saito sta facendo la stessa cosa.

Alla scomparsa di Morihiro Saito - figura che non crediamo di avere bisogno di presentarvi - il figlio (allora) Hitoiro Saito (oggi Hitorira, per la scelta di cambiare un kanji del nome e non dopo un viaggio a Casablanca!) è diventato Iwama Shin Shin Aiki Shirenkai Kaicho, ovvero caposcuola di una corrente nata per preservare la didattica del padre, appresa a sua volta direttamente da O' Sensei ad Iwama, nel periodo 1946-1969.

Lo scorso 31 marzo, presso il Meiji Jingū di Tokyo, si è tenuta una cerimonia atta ad attribuire al primogenito di Hitorira Saito, Yasuhiro la successione di reggenza di seconda generazione di questa Scuola, cambiando a sua volta il proprio nome in Morihiro Saito Nidaime (che significa "il secondo"). A questo LINK troverete un eccellente articolo a cura di Enrico Neami Sensei, che descrive l'evento nel dettaglio.

Alle nostre latitudini, e nella fattispecie a Parigi, Takeharu Noro ha assunto le redini della scuola di Kinomichi, fondata dal padre Masamichi Noro Sensei (di cui vi abbiamo parlato già anche noi QUI)

Ecco quindi altri esempi recenti di successione iemoto all'interno di una famiglia che patrocina le arti marziali secondo la tradizione giapponese.

Questa metodologia ha ricevuto anche numerose critiche dalla società giapponese stessa, che talvolta lo ha descritto come rigido, costoso, nepotistico, autoritario e indemocratico.
Alcuni gruppi hanno addirittura scelto di rifiutare questo tipo di trasmissione (ad esempio nell'ambito della Cerimonia del Tè).

Finita la fredda cronaca, ecco che trovano posto alcune riflessioni a voce alta.


Che una cosa si sia sempre fatta in un certo modo NON è - da sé - una buona ragione di continuare così per forza anche in futuro.

La successione dinastica, nata nella nobiltà per assicurare il predominio di un casato su tutti coloro che non vi appartenevano è qualcosa che ha manifestato il suo limite in ogni angolo della terra: la prova è che anche le poche monarchie rimaste al governo, sono spesso diventate più un simbolo che altro, demandando ad un parlamento l'onere di legiferare.

La Regina d'Inghilterra, e lo stesso Imperatore del Giappone sono due esempi piuttosto evidenti di ciò.

Ma il metodo iemono non punta così in alto nel controllo sociale: il suo interesse è "solo" quello di controllare che una serie di Insegnanti abbiano un rapporto certificato e gerarchicamente sottomesso ad una "casa madre"...

L'Aikikai Foundation è ESATTAMENTE questa roba qua!

Il padre di O' Sensei si chiamava Yoroku Ueshiba ed era un agricoltore, imprenditore e politico di una cittadina chiamata Kii Tanabe, nella Prefettura di Wakayama.

Fortuna nostra, non dovette garantire alcuna certificazione di insegnamento, altrimenti - anziché creare l'Aikido - forse Morihei avrebbe insegnando a terzi come piantare le patate, per TUTTA la sia vita... ma in modo CERTIFICATO!

Una specie di versione dell'Uomo del Monte a mandorla, insomma...

Quindi, già ci è andato bene che il Fondatore ebbe la possibilità di fare ciò che ha creduto meglio della propria esistenza!

Ma le doti del Fondatore erano presenti anche nel figlio Kisshomaru Ueshiba... che ha ufficialmente ereditato "la baracca"?

MA MANCO PER NIENTE, senza volere togliere neanche un grammo di valore al prodigioso lavoro che seppe fare a sua volta per l'Aikido!

Questi fu un grande Maestro, capace di accettare la responsabilità che gli venne data e di diffondere la disciplina in tutto il mondo: tutti noi dobbiamo molto al suo instancabile lavoro e se l'Aikido oggi è ciò che è... lo dobbiamo sicuramente ANCHE a lui.

Ma il papi suo ha STRAVOLTO il paradigma delle arti marziali, almeno come fino ad allora erano state concepite... dando una rilettura ed una prospettiva completamente NUOVA ed INEDITA al paradigma del conflitto: lui invece lo ha fatto sapere in giro... capite che non è proprio la stessa cosa!

Sicuramente è stato un OTTIMO Doshu... ma per quanto ancora può durare sto "miracolo"?

Moriteru Ueshiba, che abbiamo avuto l'onore ed il piacere di conoscere di persona, risulta una persona estremamente interessante... per alcuni versi molto più vicina alle idee del nonno di quanto non sembrasse con suo padre.

É ovviamente un ottimo tecnico e Maestro di Aikido, un abile gestore di una sorta di "multinazionale di famiglia"... ma abbiamo avuto più volte l'impressione che egli risulti particolarmente "ingessato"... ovvero che non gli sia stato lasciato l'opportunità di dare una SUA IMPRONTA diretta e personale.

La sensazione è che la funzione di "rappresentanza" abbia avuto la meglio sulla possibilità di reale upgrade al movimento, e lo diciamo - anche in questo caso - con un'enorme riconoscenza verso il suo prezioso lavoro.

Ora il figlio Mitsuteru ha 38 anni, si diceva: egli è già ufficialmente il Dojo Cho (Insegnante capo) dell'Aikikai Honbu Dojo dal 2012 (quindi quando aveva solo 31 anni) e già da alcuni anni ha iniziato ad insegnare all'estero in rappresentanza del suo casato.

É giovane, forte, preparato... ma se gli fosse stato dato di scegliere, "da grande" avrebbe desiderato fare il capo dell'Aikikai nel mondo?

Sto bimbetto di 8 anni che ha iniziato a rotolare sul tatami l'altro ieri dovrà PER FORZA fare kotegaeshi e firmare certificati Aikikai per tutto il resto della sua vita?
Sembra che sia ciò che si aspettano da lui i suoi famigliari...

Lo spirito di sacrificio per una causa - estremamente famigliare ed importante per il popolo giapponese - può ai nostri giorni ancora essere il motore delle azioni di un individuo?

E se, prima o poi, venisse al mondo un Ueshiba, un Saito o un Noro al quale non frega una ceppa dell'Aikido, del Kinomichi e di tutte ste belle tradizioni marziali a mandorla?

Ci viene in mente il traghetto Grisù... che nonostante fosse l'ultimogenito di una grande stirpe di draghi avvampatori... da grande sognava di fare il pompiere!

TENERE SOTTO CONTROLLO è una delle caratteristiche dell'Aikido?

Dobbiamo tenere SOTTO CONTROLLO il nostro avversario o dobbiamo condividere con lui un momento ignoto, nel quale fare evolvere entrambi?

In merito, se vi va... leggetevi QUESTO nostro vecchio Post.

Se non risultasse fra i principi più autentici della disciplina, sicuri che sia lungimirante continuare a TENERE SOTTO CONTROLLO chi rilascia i gradi a mandorla?

Se un nuovo vero fuoriclasse emergesse nell'Aikido, come dovremmo misurare la sua possibilità di ascendere alle vette delle organizzazioni internazionali: dalle sue capacità, o dal COGNOME?

Un certo Koichi pagò già storicamente caro il fatto di chiamarsi Tohei di cognome, anziché Ueshiba... lo sapete?

Se non lo sapete, leggetevi QUESTO.

Un "figlio d'arte" ha sicuramente una grande possibilità di seguire le orme paterne, poiché sin da piccolo sarà stato introdotto al ramo in cui svettava il padre: ma questo ne fa per forza un fuoriclasse come quest'ultimo?

La genialità si tramanda geneticamente?

Prendiamo questo caso: Fabrizio De André → Cristiano De André → Francesca De André




Sembra che alcuni elementi con le generazioni migliorino addirittura: ad esempio noi preferiamo le CHIAPPE della nipote di De André, a quelle che avrà avuto suo nonno (che non ci hanno mai altrettanto in realtà colpito più di tanto)!

Ah già... ma il nonno faceva il CANTANTE, le chiappe non le esibiva...

Vabbè, in questo caso potremmo forse parlare di iemoto-rebranding: dare un'immagine di famiglia che si aggiorna potrebbe essere in effetti importante!

Ma Francesca scrive testi musicali impegnati?
Canta bene almeno?

E chissene: è una De André, è gnocca ed ora è dentro il Grande Fratello!

E cosa ne pensate di... Cristel e Yari Carrisi, Pico Ruggeri (figlio "rasta" di Enrico), Costantino e Giovanni Teodori (figli di Gigliola Cinquetti), Laerte Pappalardo, Edoardo Scotti, Vittorio De Sica, Francesco Facchinetti, Rudy Zerbi, Simone Annichiarico (come chi è?! Il figlio di Walter Chiari e Alida Chelli no?), Rosita Celentano, Irene Fornaciari... etc.

E stiamo parlando di persone che con molta probabilità hanno SCELTO in qualche modo di seguire le orme paterne o materne... e NON che hanno ricevuto un incarico di rendere onore al MON di famiglia quando erano ancora nella culla!

Inorridiamo all'idea di un matrimonio combinato alla nostra epoca ed alle nostre latitudini... ma Yasuhiro Saito e Mitsuteru Ueshiba (pressoché coetanei) sono cresciuti sbavando dalla voglia di diventare questo riferimento Aikidoistico per le generazioni future?

E gli altri figli di uno stesso iemoto?

Kisshomaru Ueshiba divenne Doshu essendo il terzo genito di Morihei e Hatsu Ueshiba: i primi due suoi fratelli Takemori e Kuniharu morirono durante l'infanzia (rispettivamente uno in Hokkaido, a 3 anni ed uno in Ayabe, a pochi mesi).
Ebbe anche una sorella, Matsuko Ueshiba, ma non sia mai che la responsabilità di un casato venisse affidata ad una donna... quindi la scelta era belle che fatta sulla carta!

Ma esaminiamo un altro caso: Hitorira al momento ha 4 figli... Yasuhiro, il designato "successore al trono", un ragazzo che ha scelto il monacato, una sorella... e il più giovane Mitsuyoshi Saito.

É stato scelto il primo perché il più anziano?
Il primogenito?
Il più motivato?
Il più preparato?

Mitsuyoshi avrebbe avuto modo (desiderandolo) di scippare il titolo al fratello?

Sicuro che non avrebbe potuto farlo il migliore degli allievi di suo padre, giapponese o meno che fosse... devoto e preparato che fosse: il metodo iemoto sbaraglia qualsiasi forma di meritocrazia, ed in questo ci vediamo più di un problema, francamente.


Anche se il Waka Sensei fosse veramente un'aquila dell'Aikido: qualcuno si preoccupa della sua possibilità futura di ESSERE FELICE?

Un detto recita: "Se non puoi fare ciò che ami, almeno prova ad amare ciò che fai"

Crediamo sia un insegnamento da tenere in alta considerazione nella vita, ma francamente abbiamo in nostri dubbi che sacrificare un'esistenza ad una causa (poco importa se l'Aikido o altro) faccia così bene... sia a chi accetta quota condizione, sia alla causa stessa.

Ragionare da occidentali - in casi simili - è un limite o un plusvalore?
Ce lo chiediamo con onestà...

Il DNA aiuta... ma poi bisogna fare i conti anche con le capacità personali e le aspirazioni di ciascuno, così come con le critiche e i pregiudizi degli altri.

Chiudiamo con una frase dello scrittore Karl Kraus, che affermava: "I figli degli uomini famosi non ereditano mai il talento del padre ma solo il naso!".