lunedì 20 febbraio 2012

1º Memorial Fausto De Compadri: l'AIkido di cuore porta solo buoni frutti

Lo scorso sabato a Mantova si è svolto il 1º Memorial Fausto De Compadri.

E' stato uno stage di Aikido importante e particolare, oltre che per i contenuti tecnici e la numerosa partecipazione, anche e soprattutto lo spirito che ha animato questa iniziativa.

Di cosa parliamo?!

Di tanto in tanto, fra le moltitudini di Maestri che si avvicendano nell'insegnamento dell'Aikido sul nostro territorio, accade qualcosa di veramente raro ed importante: che qualcuno di essi faccia così breccia nel cuore degli allievi e collaboratori per il suo livello personale di coerenza ed ingaggio nell'Arte... da laciare tutti intrisi del suo spirito.

Questo è quanto precisamente è accaduto dai primi anni '60 a Mantova, per opera del Maestro Fausto De Compadri, fino al 15 febbraio dello scorso anno... triste data in cui Fausto Sensei ci ha lasciato.
Parliamo di una delle prime quattro cinture nere di Aikido in Italia.




Questo Uomo (la lettera maiuscola è tutt'altro che una formalità) ha compiuto l'impresa eccezionale di rimanere sempre se stesso, attraverso tutto il suo lungo ed a volte tortuoso percorso nell'Aikido italiano... è rimasto umile, pulito, desideroso di dare.

E ciò è accaduto nel suo Dojo, come in ogni realtà nella quale sia venuto a contatto nei suoi numerosi anni di attività ed insegnamento.


Fausto Sensei era semplicemente uno che provava in primis a vivere ciò che poi insegnava agli altri.

Questo non dovrebbe essere strano per un Maestro di Aikido, ma è qualcosa di putroppo assai raro... tanto che le persone che venivano a contatto con lui percepivano quanto la coereza sia una virtù potente ed a volte disarmante... della quale molti hanno fatto il cardine del proprio muoversi dentro e fuori dal tatami.


Fausto Sensei è stato un vero Maestro perché insegnava con l'esempio!

Su Aikime ci siamo già occupati di lui e della sua scomparsa, potete leggere l'articolo a questo link.

Ciò che però ora ci pare importante sottolineare è come pare proprio che certe morti siano solo apparenti, poiché anche se non c'è più lui ad abbracciarci fisicamente... la sua figura si erge dignitosa allo sfondo delle nostre azioni e la riconoscenza fa giungere da tutta Italia Aikidoka che lo avevano anche semplicemente conosciuto ed apprezzato umanamente ad un seminar. Eravamo quasi in 100, e arrivavamo da Piemonte, Puglia, Lazio, Lombardia, Veneto...




Il valore di quanto si è operato nel mondo si misura anche proprio da come siamo ricordati al momento della nostra scomparsa.

Quando la neve si scioglie, si sente che qualcosa è successo nell'aria... non è come se non avesse mai nevicato...

... rimane una sensazione di freschezza a segnalare qualche cosa di importante che prima era li, ed ora non è più visibile.

Questo resta di Fausto Sensei: un messaggio potente ed incoraggiante a tutti coloro che ne hanno condiviso parte del cammino. La voglia di migliorare e migliorarsi... di non farsi scoraggiare dalle avversità.

Di fare ciò che si dice e dire ciò che si fa.

Per questo, grazie Sensei: non ti ricordiamo per una semplice incapacità di accettazione della tua scomparsa, ma perché riconosciamo il valore del tuo insegnamento.

Quello come il tuo spirito, in fondo, è incapace di appassire.


Durante l'evento, organizzato impeccabilmente da Takemusu Aikido Mantova, numerose sono state le occasioni di ricordare l'operato del "Maestro"... come viene qui chiamato Fausto De Compadri, senza aggiungere altro: ciascuno sa semplicemente che ci si riferisce a lui!

Sono stati particolarmente toccanti gli interventi delle autorità e dei familiari di Fausto: le prime hanno ufficializzato la decisione di conferire al Maestro la Stella d'Argento al Merito Sportivo da parte del C.O.N.I. ed hanno consegnato alla famiglia De Compadri da parte del Comune di Mantova "L'Impresa del Sole"... massima onorificenza alla quale possono aspirare i cittadini particolarmente meritevoli del loro operato in seno alla città.

Sono quindi intervenuti i due figli del Maestro stesso... ed in particolare Luca De Compadri ha voluto ricordare le ultime parole pronunciate da suo padre prima di spegnersi.

Sono state parole strettamente connesse con la disciplina che pratichiamo e con la sua stessa essenza: "l'Aikido è andare oltre...".

Noi siamo stati presenti, onorando a nostra volta questo grande Uomo meglio che ci è stato possibile.
Pochi Aikidoka ed Insegnanti, come il Maestro De Compadri, possiamo affermare abbiano veramente compreso e sostenuto a fondo il nostro piccolo operato.

Per ciò gli saremo sempre infinitamente riconoscenti, lasciano alle sue stesse parole, in fondo a questo video realizzato in commemorazione dell'evento, il messaggio essenziale che ha fatto breccia in ciascuno di noi.

E' stato un piacere, un onore ed una fortuna ricevere dalla sua vive voce per anni questi insegnamenti! 




どもありがとうございました ファウスト先生!
domo arigatou gozaimashita Fausto Sensei!
grazie mille Maestro Fausto!

lunedì 13 febbraio 2012

Le viscere del conflitto e la risposta dell'Aikido

Ad una settimana esatta dal termine del 6º seminario internazionale di Aikido tenuto da Patrick Cassidy Sensei in Italia, presso il nostro Dojo, volentieri torniamo su uno dei temi portanti che hanno caratterizzato gli allenamenti ed i discorsi scambiati nei momenti conviviali al di fuori del tatami.

Abbiamo cercato di analizzare a fondo i principi stessi che sottostanno alla nascita di un conflitto ed al rapporto in cui tutto ciò può o meno riguardare la pratica dell'Aikido.

Il risultato evidente di questa ricerca ha portato a sottolineare come all'EGO umano sia necessario lavorare in "opposizione", a qualcuno o a qualcosa... anzi, come esso non possa nemmeno definirsi al di là di questo parametro legato "al freno", alla "resistenza", "all'andare contro".

Abbiamo tradotto per voi alcuni brevi discorsi a tema che Patrick Sensei ha pubblicato recentemente in occasione del suo annuale seminario di Aikido sul Mar Morto, co-diretto con l'amico comune Miles Kessler Sensei. Di quest'ultimo è infatti la voce fuori campo nei video seguenti.



Patrick Cassidy: "l'Ego ha bisogno di avere un nemico, non può esistere senza di esso.
E 'divertente vederne il funzionamento ... persino come noi ci comportiamo presso la cassa di un supermercato, quando qualcuno di fronte a noi... o qualcuno non si muove abbastanza velocemente... tanto da diventare un nemico in un millisecondo; e poi si è soddisfatti, perché si ha qualcuno con il quale opporsi, e ci si sente definiti dalla persona alla quale ci opponiamo.


Miles Kessler:"L'ego esiste in opposizione".


P.C.: "Non può accettare l'idea di non esistere in opposizione: in un certo senso abbiamo un opposizione, l'opposizione è l'equivoco (stesso).
L'equivoco è fondamentalmente ciò che ci limita dal poter essere ciò che che realmente siamo.


Quindi, per quanto riguarda la presa di posizione per affrontare qualsiasi cosa: io suggerisco di prendere una posizione e affrontare questo malinteso e non dividere se stessi in compartimenti stagni, separando e ponendo una parte contro l'altra parte ... facendo esternamente la stessa cosa con gruppi diversi (di persone), o internamente...


...quando prendiamo una parte del nostro Aiki e la opponiamo ad un'altra parte del nostro Aiki ... in questo senso si finisce per fare la stessa cosa al nostro paesaggio interno rispetto a ciò che avviene all'esterno.


Ed è qui che trovo straordinarie le doti dell'Aikido: possiamo abbracciare quella prospettiva (di unità) ed abbiamo la tecnologia potenziale, l'intelligenza potenziale di cambiare e di allineare tutte le differenti parti del nostro Aiki in una direzione unitaria e permettere alle energie di essere onorate (tutte).
Sono tutte differenti: l'energia mentale... la mente, il cuore, le energie del corpo ... tutte le energie diverse vanno fondamentalmente in una (unica) direzione, e questa direzione è l'evoluzione".


M.K.: "E c'è una cosa rispetto a quanto detto prima su come l'EGO esiste in opposizione ... rispetto a come le proprie frontiere vengono definite specchiandosi in questa opposizione... Ciò fornisce un senso di sicurezza, ma un falso senso di sicurezza".


P.C.: "Ciò (infatti) realizza l'equivoco".

Se quanto affermato corrisponde a verità, e realmente l'EGO umano deve esistere in funzione a quanto viene proiettato in opposizione sul prossimo, allora gli onesti vengono definiti dall'assenza di volontà di truffa... ed i buoni da coloro che si distinguono dai cattivi.

Et voilà, abbiamo creato la necessità di conflitto: "distinguersi" da coloro che "non vanno bene" diventa fondamentale per poter affermare di "andare bene"... se è necessario prendere maggiore distanza ancora per sottolineare il distinguo che separa, potremmo opporci ai nostri "opposti"... ed anche fare loro la guerra.

Le Crociate, in fondo, non sono state altro che le guerre "sante" in nome della suprema verità: il fatto che poi siano state fonte di sofferenza e morte a quel tempo pareva forse trascurabile, rispetto alla necessità che essa venisse affermata senza ombra di dubbio!

Ne segue che il conflitto, ed i esso qualsiasi tipologia di attacco, non sono altro che una sorta di "fraintendimento di fondo"...





Patrick Cassidy: "Mentre eravamo seduti nella chiesa del Santo Sepolcro, e per partecipare alla funzione con i Francescani, che è stata stupenda ... durante la cerimonia è emerso un pensiero in merito a ciò che un attacco è in realtà... ed è emerso molto chiaramente: un attacco è un'azione basata su un fraintendimento e l'Aikido è una strada per chiarire questo malinteso.



Questo malinteso è che siamo l'uno contro l'altro. Che siamo separati.
Che in qualche modo "tu" costituisci una minaccia per chi sono "io".


Il chiarimento è che no... non rappresentano una minaccia (vicendevole).
Che chi sono"io" è in collegamento con "te" e che non ho bisogno di distruggere te per affermare chi sono io.
E questo è il chiarimento.


... E l'Aikido lo rende evidente nel migliore dei modi".


Miles Kessler: "E una applicazione tecnica dell'Aikido non necessariamente chiarisce questo malinteso?"


P.C.: "Una tecnica senza questa chiarificazione può essere ... è solo una tecnica. Ma una tecnica che proviene da questa comprensione è stupenda, stupenda...".

Se riusciamo quindi a comprendere che attaccare significa non riconoscere la verità di fondo che siamo tutti inter-dipendenti, e che non solo NON ci definiamo l'uno in opposizione dell'altro, ma l'uno GRAZIE all'altro... in un universo nel quale le differenze sono una forma di ricchezza da onorare, perché costituiscono parte integrante di una realtà armonica...

... potremmo iniziare a non rispondere all'aggressività con altrettanta aggressività, con lo scopo di ristabilire quell'ordine naturale che ci vede connessi più di quanto non si appare separati.

Potremmo allora utilizzare l'Aikido come plusvalore per evidenziare questa realtà: esso tuttavia deriva da tecniche marziali molto antiche e potenti, che non prevedevano necessariamente questo "fine etico" quando sono state create.

Ne segue che se pratichiamo con questi ideali nella mente e nel cuore, anche il nostro corpo si muoverà all'unisono con essi, e le nostre tecniche potranno esserne il veicolo manifesto a noi stessi ed al prossimo.

In caso contrario, ogni movimento, per quanto preciso o studiato in dettaglio, non sarà altro che "una fredda tecnica"... che probabilmente potrà essere interpretata nuovamente come occasione per dividere il buono ("chi è attaccato"), dal cattivo ("colui che attacca").

In questo senso, l'Aikido non solo non compierà la sua funzione più nobile ed alta, ma diventerà l'ennesima fonte di separazione e ghettizzazione.

Ci sono altisonanti Sensei che girano l'Italia ed il mondo intero pontificando di come una tecnica può divenire occasione "esoterica" di "redenzione" per l'attaccante, ma riteniamo ciò veramente pericoloso, perché fa perdere il punto focale su ciò che è realmente importante. Questo modo di intendere divide nuovamente i "buoni" dai "cattivi".

Noi ed O' Sensei siamo concordi nell'affermare che in Aikido non ci sia proprio nulla di esoterico, anzi... che chi di ciò un'occasione di insegnamento e vanto, non stia facendo altro che operazione di bancherella al mercato. Non si può dare, tanto meno vendere ciò che non c'è!

"Impara e senti. Il ritmo dell’attacco, entra e taglia: dell’Aikido i segreti giacciono in superficie".
[Doka 75 - Morihei Ueshiba, O' Sensei]

Non siamo qui per salvare il mondo con la pratica, ma per comprendere attraverso di essa come esso è costituito... quindi se abbiamo voglia di vedere meno violenza nella società, possiamo iniziare a sciogliere ed alchimizzare quella contenuta dentro noi stessi.

"Sii il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo"
[Mahatma Gandhi]

Le alchimie sugli altri, sono "magie" che non ci interessano, perché ci risultano solo l'ennesimo modo per separare ed acquistare potere e controllo!
Molto più interessante è comprendere come il conflitto nasce quotidianamente in noi, in modo da poterlo trasformare in qualcosa di utile e costruttivo per noi e per chi ci vive accanto.


... e se è di "fraintendimento di fondo" che si tratta, sarà bene chiarirlo... e saremo onorati di poterlo fare attraverso l'Aikido!

Con il cuore ringraziamo Cassidy Sensei per questo ennesimo nuovo momento di pratica e condivisione, che al di là dei tecnicismi, porta al solito una ventata di aria pulita e sana sulla quale riflettere, in tema di principi e prospettive dell'Arte che da molti anni amiamo e pratichiamo.

martedì 7 febbraio 2012

L'Aikido e le relazioni di coppia...

Cosa centra l'Aikido con le relazioni di coppia?

Ce lo siamo chiesti parecchio anche noi, riflettendo sulle più comuni dinamiche personali dei molti praticanti che conosciamo o con i quali abbiamo avuto il piacere di uno scambio sincero sull'argomento...

Per la maggioranza del tempo trascorso sul tatami, l'Aikido è letteralmente "una relazione di coppia": allievo-Sensei, uke-nage... ma a questo argomento ci siamo avvicinati perlopiù per via dei racconti dei praticanti che dichiaravano di avere pesanti problemi in famiglia, e più nello specifico, con il proprio partner di vita.

Nel Dojo ovviamente c'è gente single, fidanzata, sposata... ma ci siamo accorti come la "relazione" con l'Aikido sia talvolta un momento di supporto alle dinamiche personali di ciascuno, mentre altre volte venga vissuta come scappatoia/rifugio dai problemi irrisolti.... o in altre occasioni ancora sia una vera e propria fonte di perenne conflittualità!

Innanzi tutto abbiamo potuto constatare come la maggior parte degli Insegnanti di Aikido che conosciamo abbiano avuto relazioni perlomeno particolari a livello sentimentale: quando è andata bene ci sono state divisioni storiche dopo molti anni di convivenza, nei casi peggiori invece ci sono stati bruschi divorzi, molteplicità abbondante di matrimoni e l'approdo alla relazione con un/una partner moooolto più giovane, solitamente Aikidoka pure lui/lei, e militante fra gli allievi del Sensei di turno.

Le "famiglie tranquille", ammesso che ciò si consideri in un'accezione positiva e desiderabile, pare che non siano la normalità per gli Aikidoka! 
Questa dinamica, alla quale fortunatamente si enumerano parecchie eccezioni, è identica sia a livello internazionale, che nazionale.

Abbiamo addirittura incontrato chi affermava scherzosamente che la qualità di un Insegnante sarebbe appunto determinabile dalla quantità delle sue separazioni amorose... e dal fatto che sia single, in quanto un tale dato era indice di tenere così tanto all'Arte praticata, da aver messo ogni cosa - relazione sentimentale e famiglia comprese - in secondo piano!

Ora... al di là della simpatica affermazione, non ci pare che un Insegnante dell'Arte della Pace possa connotarsi favorevolmente dal numero di volte che è stato disposto a "fare la guerra" per l'Aikido!

Ma, seppur nella sua minor esperienza e quindi nella sua maggiore possibilità di sbagliare, nemmeno un allievo dovrebbe forse riconoscersi in questo paradigma!...

Eppure è pieno di sedicenti Sensei settantenni "felicemente" accompagnati da allieve trentenni al seguito, così come pullulavano (almeno nella scorsa generazione di Insegnanti) le indiscrezioni di relazioni ben poco professionali fra i Maestri e le allieve più desiderose di apprendere l'Arte "direttamente alla fonte"...

E "se l'amore è cieco, l'Aikido invece ci vede benissimo" e crediamo sia un terreno preferenziale per mettere in mostra particolari aspetti conflittuali della propria ed altrui esistenza.

Perciò ci siamo chiesti come mai, ad esempio, molti praticanti rimandano il loro desiderio di frequentare di più il Dojo e gli allenamenti, mentre i partner (non praticanti) vivano la pratica dei loro congiunti come una reale sorta di relazione extraconiugale: "Scegli me o l'Aikido questa sera?".

E' una domanda che ha un suo motivo d'essere?

Precisiamo, a scanso di equivoci, che non ci riferiamo "al maritino" che vuole andare alla sera in palestra, mentre "la mogliettina" lo vorrebbe con sé al focolare domestico e quindi fa la piantagrane... ma ad una vera e propria tendenza diffusa in entrambi i sessi a vivere la pratica dell'Arte come momento da "giustificare" fra le mura domestiche, per la quale spesso non si viene compresi, e che è quindi fonte di tensione:

- "Caro/cara, questo week end avrei un seminario al Dojo..."
- "Basta! Hai tirato troppo la corda... ora mi hai rotto... tu e l'Aikido!"

Sono dinamiche tristemente frequenti e note nel nostro ambiente, per questo ci siamo interrogati sulla loro provenienza profonda...

Che veramente l'Aikido possa essere vissuto da qualcuno "fiori dal giro" come "vizietto" troppo scomodo del proprio partner?... Tipo incontrarsi con gli amici al Bar dello Sport?

Stando ai racconti si direbbe di si, ma non crediamo che la responsabilità sia da attribuire esclusivamente all'Aikido...

Ci siamo resi conto che molti Insegnati/praticanti generano questo tipo di situazioni perché hanno creato con l'Aikido e nell'Aikido un loro mondo personale, nel quale rifugiarsi ogni qual volta si vuole stare in contatto con se stessi, e - soprattutto - fuori dal resto del mondo...

I loro partner li avvertono quindi sfuggenti ed attribuiscono all'Aikido (o alle passioni del proprio congiunto) una colpa che non merita, essendo solo stato utilizzato come "strumento improprio di fuga" da una realtà dolorosa oppure alla quale non si è disposti a fare fronte.

Crediamo che l'Aikido sia un'ottima possibilità per chiunque di prendere contatto con se stesso PROPRIO mentre si prende analogo contatto con la realtà circostante, CONTEMPORANEAMENTE!

Non solo una cosa non esclude l'altra, ma la supporta!

Quindi se l'Aikido crea tensioni coniugali perché viene utilizzato come rifugio/ripiego per sfigati che non si sentono in grado di affrontare la vita, la responsabilità è di chi si presta a questa triste dinamica, non di altro!

La responsabilità è forse degli Insegnanti che lo permettono ove se ne fossero accorti... e ciò avviene anche per il fatto che essi stessi sono talvolta i primi a vivere e favorire questa dinamica.

Crediamo che Aikido non sia una grotta in cui scappare... ma piuttosto un trampolino per essere e fare con coerenza!

Ma non ci sono solo i "rifugiati", ci sono anche gli eterni adattati che invece NON vanno regolarmente ad allenarsi per non creare conflittualità in casa, dove invece sarebbe bene farla manifestare per non vivere perennemente come zerbino del proprio partner!

In questo caso i principi dell'Aikido potrebbero essere utilizzati per affermarsi in modo dignitoso, ma è bene che non vengano esplorati o vissuti a fondo, altrimenti salterebbero di botto le unioni che sarebbe sano terminassero!

E quanti iper-adattati/adattate frustrati/frustrate abbiamo conosciuto!

Poi ci sono i furbetti/ le furbette: quelli cioè che utilizzano la chiacchiera sui purissimi principi dell'Aikido per ammagliare gli altri, o per zittirli!
Costoro finiscono sempre in storie malate di serie C, frustrati dal fatto che ad un certo punto l'altro si rompe e li manda a defecare in Giappone...

Forse si tratta di persone che potrebbero praticare di più per crescere e parlare meno!

Un capitolo tutto a parte della nostra indagine è di diritto meritato a tutte quelle coppie che condividono la realtà della pratica e del Dojo: ne abbiamo conosciuti proprio tanti...

- chi si è conosciuto al Dojo e poi ha iniziato a frequentarsi anche privatamente;
- chi si è trovato bene con l'Aikido ed ha convinto il/la partner a seguirli sul tatami;
- chi è già giunto in coppia ad iscriversi al corso...
Fra costoro sono talvolta nate storie bellissime, di coppie felici, che si amano e supportano a vicenda ed hanno fatto dell'Aikido e dei suoi valori un elemento portante della propria quotidianità.

Non tutto è malato ciò che accade in ambito Aikidoistico... ci sono ad esempio anche Maestri/e che hanno sposato una/un loro allieva/o perché si erano semplicemente innamorati vicendevolmente l'uno/a dell'altra/o!

Ma l'Aikido ci siamo accorti essere soprattutto uno strada personale, condivisibile si, ma solo in termini parziali.

Mira al cambiamento, all'evoluzione e ciascuno praticante ha tempi e modalità differenti in questo processo: magari ci si "infiamma" insieme per l'Aikido e poi uno dei due si "spegne" altrettanto rapidamente.
Magari uno parte un po' in sordina, poi capisce di aver trovato la disciplina della sua vita... e non parla più d'altro...

Chi non ricorda che il proprio ingaggio è qualcosa di strettamente personale, rischia forse di fare pericolosi scivoloni di coppia, se la realtà dell'Aikido è condivisa.


La dinamica più comune delle coppie di partners praticanti è la tendenza a potare sul tatami le conflittualità irrisolte nate in ambito domestico, così come portare a casa le tensioni nate dalle difficoltà incontrate insieme al Dojo. Ancor più ciò avviene se uno dei due partner è l'Insegnante e l'altro è allievo/a!


Va ricordato che inizialmente è sano ci sia una sorta di "membrana" di separazione tra quello che avviene in ambito Aikidoistico ed il resto del mondo: ovvio che questa cosa è solo per favorire una certa "igiene" del rapporto, perché l'obbiettivo finale è invece proprio quello di fondere il più possibile la pratica ed i suoi valori con la quotidianità!


Ma all'inizio è bene scindere, specie se si pratica entrambi... in modo da mantenere pulito e non influenzabile il terreno comune dove si va a conoscere se stessi attraverso lo scambio con gli altri. Una volta che questo "laboratorio comune" sarà stato reso immune dalle proprie piccolezze umane, sarà più semplice e proficuo iniziare uno scambio ed un confronto autentico a tutti i livelli...

Questo almeno è ciò che ci ha portato a valutare la nostra esperienza... Ci piacerebbe sentire cosa dice la vostra: cosa ne pensate?

lunedì 30 gennaio 2012

Il Ki, i limiti delle parole, dell'umiltà e della paura

Affrontiamo quest'oggi un'analisi di una delle più controverse vicende accadute nell'ambito dell'Aikido.

Ci riferiamo alla storica decisione dell'ormai scomparso Koichi Tohei Sensei di abbandonare l'Aikikai e di fondare sin dal 1971 una sua organizzazione, cui diede il nome di "Ki no Kenkyukay" (Ki-Society International)


Troverete al seguente link parecchio materiale che descrive gli avvenimenti storici.

Alla base degli attriti fra il Maestro Tohei, allora Capo Istruttore all'Honbu Dojo di Tokyo, vi era l'esplicita reiterata richiesta da parte degli altri Istruttori dell'organico che egli non inserisse nella sua didattica sul tatami gli esercizi specifici per lo sviluppo del Ki, che invece egli al tempo iniziava ad utilizzare con regolarità e convinzione. I personalismi erano mal tollerati...

Essi non erano parte integrante della tradizione lasciata dal Fondatore, che ad esempio NON li utilizzava in modo così metodico e costante... quindi i conservatori addivennero al fatto che quello NON poteva essere ufficialmente Aikido.

Lo strappo incolmabile avvenne poi nel 1974, con l'abbandono dell'Aikikai ed il prosieguo nella direzione che questo grande Maestro aveva già intrapreso personalmente da alcuni anni.


Seguirono poi lettere inviate da Tohei Sensei a molti Dojo sparsi in tutto il mondo... che in qualche modo avvertivano di questa separazione, la motivavano secondo il suo punto di vista ed implicitamente chiedevano di "schierarsi" a fianco dell'Ex Capo-Istruttore dal quale erano stati patrocinati fino ad allora (anche con numerosi seminari in diversi continenti), oppure di mantenere la propria posizione all'interno dell'Aikikai, rinunciando però alla sua supervisione.

Inutile dirlo che fu il caos nella società Aikidoistica: coloro che consideravano il loro Aikido coincidente con Tohei Sensei (un personaggio, un Maestro) lo seguirono... mentre quelli che tenevano in alta considerazione l'avere un prosieguo costante con la famiglia Ueshiba (un casato, una tradizione, un lineage) rimasero in seno all'Organizzazione storica di quest'ultima.

E' però interessante comunque... già a questo punto, stimolare alcune riflessioni.

Dai documenti risulta che Koichi Tohei fu L'UNICA PERSONA a ricevere il 10º dan direttamente da O' Sensei in modo ufficiale e comprovabile, mentre questi era ancora in vita.

Pare anzi che egli avesse già rifiutato in precedenza questo riconoscimento, ma che accettò sull'onda di un'esigenza "politica" di innalzare i gradi a tutti gli Istruttori del tempo (fino ad allora era stato al massimo concesso l'8º dan): evidentemente il Fondatore riteneva opportuno che all'allievo Tohei venisse riconosciuto il plus-valore rispetto ai pur abili altri Insegnanti che egli aveva negli anni formato.

Morihiro Saito Sensei ha dichiarato numerose volte durante alcuni seminari internazionali la sua sensazione che Koichi Tohei fosse stato realmente la persona che più si fosse avvicinata alle vette dell'Aikido del Fondatore.
Se ce ne fosse bisogno, una bella conferma di ciò che Morihei Ueshiba aveva voluto testimoniare con questo conferimento di grado così straordinario!

Dire che "sei 10º dan", non è come dire "che sei bravo", ma piuttosto è come affermare "che sei l'Aikido in persona". Detto poi dal Fondatore dell'Arte ci pare un riconoscimento non da poco.

Cosa avvenne però?

Che qualcuno ritenne di sapere meglio di O' Sensei cosa fosse o non fosse l'Aikido...
... chiedendo formalmente a Tohei Sensei di attenersi alla didattica standard.
Trema la fiducia? L'umiltà che vacilla? Cospicui interessi da difendere?

Bella spocchia!
Vai dal tuo superiore e gli dici quello cosa deve fare per andare "bene"!
Ma stai parlando con un cretino?... non ci sembra proprio... Avrà saputo bene cosa stava facendo... no?

NO... "l'Aikido è questo, QUINDI NON è quello"!
Il limite del linguaggio: cos'è "l'Aikido"?!

- E' fare le tecniche a seguito dell'Aikitaiso?

- E' rendersi conto che esiste un'energia da far fluire e che essa pervade ciascuno di noi, ancora prima di essere attinta dal proprio aggressore?

- Entrambe le cose?

Non sono stati concordi su una definizione di lavoro da compiere per ottenere un risultato?... O sul risultato stesso da ottenere?

Già molto prima dell'Aikido in Giappone si era sviluppato il Budo, ossia la capacità di indagare se stessi per mezzo delle arti tradizionali di guerra: il "BU" (la conflittualità) è divenuto un "DO" (la Via), cioè un percorso.

Doveva quindi già essere chiarto che il valore aggiunto è percorrere la strada, non la destinazione!
Non affermiamo che è indifferente dove ci si dirige, ma che è infinitamente più importante comprendere con che qualità lo si fa.

Nulla, questo è stato considerato secondario: il COME ha diviso.

Ma non è tutto qui...

E' abbastanza comune che quando si "cambia rotta" rispetto al luogo ed alle norme nei quale si è cresciuti venga attribuito un nominativo alla nuova strada intrapresa, in modo da poter fare anche verbalmente un distinguo... (sempre che sia realmente un'altra innovativa direzione!).

Distinguersi significa affermare: "non sono più quella roba LI", "da oggi sono questa QUI".
La filosofia però insegna che ciò che ha nome e forma è illusorio e temporaneo...

E come ci chiamiamo adesso che non facciamo più Aikido?

Ki no Kenkyukai nasce dall'esigenza specifica di focalizzare l'attenzione sull'unificazione della mente e del corpo tramite il movimento: gli aspetti marziali sono vissuti come secondari a ciò (non affermiamo "assenti", si noti, solo "secondari").
Questo gruppo venne presto ribattezzato "Shin Shin Toitsu Aikido" e quindi "Ki Society", la Società del Ki... proprio per la grande enfasi posta su questa particolare ricerca.

Viene ufficialmente riconosciuto come quell'Aikido specializzato a rilevare e rendere visibili le interazioni del Ki.

Il passo successivo è stato riferirsi a questa organizzazione come Ki Aikido: attualmente questo gruppo è internazionalmente noto con questo termine.

Ma che cosa vuol dire "Ki Aikido"?
L'Aikido "con il Ki"?
Esiste un Aikido "senza Ki"?

Nuovamente il linguaggio tende ad essere confusivo e non evidenzia la ragione che lo ha creato (una differenza di vedute sulla medesima "cosa").

Ed una persona che vuole iniziare a fare il poercorso in seno alla nostra Arte dove si iscrive: ad un Dojo di Aikido o di Ki Aikido?

In Giappone, durante lo scorso secolo, due "fazioni" si sono fatte la guerra... ed a noi oggi viene ancora chiesto di schierarci e di continuare a combatterla!

Se si conferisce maggior enfasi a ciò che divide rispetto a ciò che unisce, accadono però paradossi ancora più grandi...


Tempo fa, in un nostro viaggio in Giappone, abbiamo preso contatto con la Sede Centrale della Ki Society, chiedendo gentilmente di poter avere informazioni in merito a Tohei Sensei (al tempo ancora in vita)... poiché avevamo notato on-line che non comparivano più aggiornamenti del suo stato e delle sue attività degli ultimi anni.
Abbiamo richiesto un appuntamento (per una intervista) e già che c'eravamo anche la possibilità di andare ad allenarci in un loro Dojo.

Ci è stato chiesto se eravamo in possesso di gradi Aikikai... e noi siccome dobbiamo avere spesso a che fare con Organizzazioni differenti ci siamo abituati a collezionare titoli diversi, in modo da avere sempre nel cappello magico ciò che serve quando ce lo richiedono...


Ma quando abbiamo risposto di si è accaduto il finimondo!

Siamo stati bombardati di domande, manco fossimo spie dell'Honbu Dojo in incognito... ci è stato detto che la Società del Ki non aveva intenzione di rilasciare informazioni su se stessa e sul suo Fondatore che potessero essere rese pubbliche...

Ma soprattutto ci è stato richiesto di fare formalmente rinuncia dei nostri gradi Aikikai (per iscritto!), affiliarci alla Ki No Kenkyuokai... se volevamo essere ricevuti e praticare una lezione con loro!

Ora... conoscere Koichi Tohei sarebbe stata una grande emozione, intervistarlo e sapere direttamente da lui aneddoti su O' Sensei una incommensurabile delizia... ma noi eravamo solo di passaggio a Tokyo ed eravamo curiosi di incontrare una realtà così importante a noi sconosciuta, TUTTO QUI!


L'esigenza di lasciare la nostra identità fuori dalla porta, per quanto polimorfica, ed abbracciare il credo di qualcun altro per avere la possibilità di interagire con esso, ci è parso perlomeno esagerato e limitante.

Ma non è che per studiare il Ki questi impiegati avevano sviluppato qualche strana forma di autismo!?!

Magari siamo capitati male noi ed abbiamo incontrato i fondamentalisti giapponesi di questo Gruppo, ma sentire la loro esigenza di NON voler avere nulla a che fare con gli Aikidoka (loro dichiaravano di appartenere ad un'altra "categoria" di persone), ci è parso contrario sia agli insegnamenti di O' Sensei, che a quelli di Koichi Tohei Sensei!

Non eravamo la per microfilmare la struttura, lo ripetiamo, né volevamo portare via un po' del loro Ki... forse più che altro scambiarlo con il nostro...


A cosa serve divenire consci dell'energia dell'Universo se poi si teme di scambiarla?

Chi fa parte della Ki Society, si considera Aikidoka oppure no?

Ci sono scuole di pensiero che avrebbero già voluto far scomparire il termine Aikido dalle loro pratiche, proprio per accentuare il distinguo.
E distinguere non è un peccato, se realmente lo si fa di cose distinte.

Ed è paradossale che questo messaggio giunga da scuole fondate da persone che avevano l'intento di unire.

Forse con le parole ci si inganna, perché in esse non sempre emergono i principi.
Il linguaggio comune è perlomeno equivocabile, cosa che è un dato di fatto.

Le interpretazioni possono distinguersi ed è bene che lo facciano, anche perché non siamo fortunatamente tutti uguali: peccato quando ci si scorda però di essere simili, per provenienza, caratteristiche e direzione.

Tutti infatti cercano tutto nell'Aikido (o "in quella cosa li" che si fa con il gonnellone), solo che pochi se ne rendono conto: saper percepire e gestire la propria energia interna NON è una pratica in controtendenza ad utilizzare questa energia negli scambi relazionali o, ancora, in quelli marziali.

Quindi ci sono Aikidoka che sono stanchi di sentire parlare di "efficacia" marziale e vorrebbero approdare ad un livello più sottile della pratica.

NO: "Aikido wa ichiban Budo desu!"... "L'Aikido è prima di tutto un'Arte Marziale!", tuonava un famoso Sensei!
 "Prima di tutto" ok, ed in seconda istanza può essere anche altro?
Forse si...

Così i praticanti di Ki Aikido sentono comunque l'attrazione verso gli aspetti più "marziali" della disciplina, quelli cioè che hanno avuto modo di affrontare meno.
Non ricordano però che ci sono fior fiore di Dojo che si sono occupati prevalentemente di quello, quindi scimiottano improbabili randori nei quali con un attaccante sincero non rimarrebbero in piedi una manciata di secondi!

Ci sembra una dinamica nella quale mezzo mondo corre dietro all'altra metà che scappa, perché vuole seminarlo.
Tanto movimento, ma poi se ci si fermasse un attimo e si dialogasse molte differenze nel prossimo verrebbero valorizzate anziché combattute.

Sicuramente l'orgoglio, la mancanza di umiltà e la paura di perdere anche quella poca miseria che si possiede fanno la differenza in questa interazione ridicola tra "figli diversi dello stesso padre".

Tant'è che questo è talvolta l'Aikido oggi: se si vuole fare qualcosa per modificarne la tendenza, è bene prima prenderne coscienza senza paura.

Il linguaggio è limitante, l'uomo stesso è limitato... però è in grado di far nascere cose stupende dal suo operato, e la storia è testimone delle sue potenzialità, oltre che delle sue brutture.

Siamo certi peraltro, che se leggete queste righe apparterrete alle persone più sensibili a creare la pace per voi, anziché combattere le guerre degli altri.

Non è in previsione una imminente riconciliazione fra Aikikai e Ki no Kenkyukai... ma i gestori di domani di queste organizzazioni, adesso sono solo infanti... e noi saremo i loro Insegnanti...

lunedì 23 gennaio 2012

L'inutile Maestro che non sbaglia mai

Allievo - "Sensei, qual è il modo giusto di eseguire questa tecnica?"
Maestro - "Non ne ho la più pallida idea... mi sono accorto che non l'ho capita nemmeno io!"

Certo, molti di noi non vorrebbero sicuramente frequentare un corso diretto da un simile incompetente!
Desideriamo indicazioni sicure, un punto di riferimento stabile... tecnicamente preparato, che garantisca una nostra crescita costante...

E' però altrettanto vero che in Aikido il Maestro si connota spesso di tutt'altri attributi, potremmo dire però altrettanto inutili: quelli dell'infallibilità!

Il Sensei ha SEMPRE un modo migliore per muoversi (sul tatami, come nella vita): etimologicamente questo termine significa appunto "colui che è venuto prima", quindi che ha accumulato più esperienza di chiunque altro dei presenti, come può cadere in errore!

Ultimamente ci siamo imbattuti in un interessante paradosso pedagogico ed educativo... ossia l'importanza degli errori nel processo di apprendimento.

Ci siamo meravigliati quindi, subito dopo, nel vedere quanto lo stereotipo di Maestro di Aikido tenda ad allontanarsi dalla possibilità di onorare tale importanza.

Ma perché mai dovrebbe essere così importante sbagliare?!

A quanto pare, tutto ciò che sappiamo passa attraverso il costante confronto fra ciò che pensavamo di sapere ed il dato di realtà oggettivo che ci si para innanzi agli occhi.

Da questa differenza - fra teoria e realtà -, si aggiusta il tiro di volta in volta, per far si che la sensazione interna si avvicini sempre più al dato sperimentabile in prima persona.

L'imitazione di un altro individuo, il Maestro per esempio... dei suoi movimenti, modi di pensare o di atteggiarsi è come se offrisse un modello al quale temporaneamente uniformarsi per constatare (o meno) se le azioni che intraprendiamo su suo suggerimento, hanno risultati simili o differenti da ciò che ci si sarebbe aspettati.

Quindi apprendere significa sviluppare la capacità di adattamento ai nostri parziali insuccessi, per trasformarli in futuri successi, tramite una correzione del proprio atteggiamento (fisico, posturale... emotivo, mentale, filosofico, spirituale...).

Un nostro Aiki-amico proprio pochi giorni fa scriveva sul Web: "in teoria non c'è differenza fra teoria e pratica, ma in pratica c'è"!


A cosa ci serve quindi un Insegnate che ci indica la "retta Via"?!

Ci serve piuttosto una persona che ci permetta di fare "buoni errori", cioè sbagli che siamo in grado di comprendere e sui quali possiamo lavorare per migliorarci.

Ma come avverrà questa cosa?
Mostrandoci con l'esempio che egli stesso è in grado di migliorare, e che quindi ciò che fa oggi potrà apparire sbagliato nell'ottica di domani.

Un Sensei quindi è un individuo che si evolve, cioè che compie lo stesso percorso di un suo allievo, magari a livelli di affinazione superiori dell'Arte praticata.


Ma quindi per definizione sbaglia!

SI, ha imparato a sbagliare nel modo più proficuo possibile, accettando questa sua condizione di perenne "instabilità", si è tolto dalla testa il dogma della sua infallibilità ed è disposto continuamente a mettere in discussione il suo operato: attraverso ciò è in grado di evolversi continuamente e può indicare lo stesso processo anche agli altri, poiché è il primo a conoscerlo dall'interno.

Ma allora un Insegnante autentico non può utilizzare troppi "assoluti" mentre parla: le fotografie statiche di qualcosa - ad esempio le tecniche di base in Aikido - servono solo in quanto strumenti... possono essere sfogliate in un album, per ripercorrere una storia in pochi minuti.

In Sensei le utilizza poiché rendono bene l'idea di qualcosa che egli vuole sottolineare come principio, non in quanto importanti in sé stesse. Se crede egli stesso di fornire una qualche sorta di verità immutabile, non si rende conto che sta bloccando il processo di apprendimento proprio ed altrui.

Ci riferiamo qui a tutti coloro che idolatrano i Maestri insuperati ed ormai scomparsi delle prime generazioni: tecnici, marzialisti, filosofi di dimensioni veramente grandi, che hanno dedicato tutta la loro esistenza allo sviluppo e divulgazione dell'Aikido.

Essi forse sono gli unici a non poter più sbagliare, poiché sono morti!
I cadaveri infatti sono gli unici "individui" che sono incapaci di sbagliare, ma anche di imparare!
Ma riferirci a loro in continuazione non ci donerà questa loro unica proprietà: ma sicuri che la desidereremmo?


Noi siamo vivi e studiamo per evolverci, quindi ciò che era vero ieri, oggi diventa relativamente vero, e forse domani realizzeremo che sarà parzialmente sbagliato... e viceversa, ovviamente...

Ma gli Insegnanti di Aikido sono consci di questo enorme valore dello sbaglio?

Già solitamente mentre spiegano come si esegue un movimento ci dettagliano per 10 minuti come NON si fa, quasi a volerci mettere al riparo dagli errori più comuni. Ma ci fanno un piacere vero?

Cercano di rappresentare al meglio una forma per far compiere errori nutrienti ai loro allievi, perché li lasciano poi trovare parzialmente da soli il nodo della matassa, o perché credono realmente di compiere il movimento più "giusto"?

Le persone sono tutte diverse, quindi anche se al fondo di una lunga ricerca addivenissimo ad una qualche convinzione stabile su qualcosa, quella non sarebbe altro che la NOSTRA convinzione stabile.

Un'altra persona potrebbe giungere ad altre conclusioni.
Quindi sembra essere molto più produttivo capire come si fa a fare tesoro delle proprie esperienze - e quindi anche dei propri errori - che trovare qualcuno che ci istrada a fare ciò che EGLI ritiene sempre giusto.


L'apprendimento è un processo che non è quindi più di tanto oggettivabile, giacché viene utilizzato con soggetti per definizione molto diversi fra loro.
A meno che non si desideri formare classi di allievi robot...!


Un buon Maestro quindi non offre molte risposte, al massimo aiuta a porsi buone domande!


Spesso ricorre al paradosso, e forse anche alla contraddizione: un giorno dice OK andare a destra, il giorno seguente invece secondo lui va bene andare a sinistra...

... e l'allievo rimane spiazzato e confuso. In realtà questa operazione è fondamentale per spostare le convinzioni di quest'ultimo "da una parte all'altra", in modo da spingere i soggetti a trovare una loro risposta equilibrata da qualche parte fra questi due estremi antinomici.

Poi sa di essere soggetto ad errori, quindi sarà molto più comprensivo nei confronti di coloro che lo frequentano: al massimo li spronerà ad avere il coraggio di sbagliare nuovamente, in modo da agevolare ulteriore evoluzione.

Li avete mai sentiti discorsi del tipo: "mi sono allenato per 20 anni nella scuola X, poi ho aperto gli occhi ed ho capito che l'Aikido vero era seguire gli Insegnamenti del Maestro Y... ed ora si che ho trovato la giusta strada!".

Nulla di male se una frase simile provenisse da un principiante, ma cosa dire se fosse pronunciata da un Maestro?! (cosa che abbiamo udito con le nostre orecchie almeno una quindicina di volte, ed attuale ricorrente slogan di molti Insegnanti di alto rango, quotati in territorio europeo!).

Che non ha capito veramente nulla di come si impara, e quindi di come si insegna... oppure che ad un certo punto del suo cammino ha avuto voglia di "tirare i remi in barca", vivere di rendita e smettere di mettersi in discussione!

Cosa dice in merito un vero Insegnate?

Forse più una frase tipo: "mi sono allenato per 20 anni nella scuola X, dalla quale mi sembrava di poter apprendere al meglio, poi SONO CAMBIATO ed ho capito che l'Aikido che volevo imparare poteva essermi dato invece al quel tempo dal Maestro Y...


... ed ora PROPRIO NON SO quanto durerà questa fase e quante volte ancora dovrò cambiare Via per continuare ad apprendere cose nuove".

L'esperto infatti, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non è la persona che sa tutto di un particolare  campo, ma è colui che in esso ha compiuto tutti gli errori possibili, e - proprio in virtù di questo - sa ora come starne alla larga!

Con questo non affermiamo che sia necessario sbagliare sempre e comunque, anche quando lo si sapeva in precedenza, ma che il processo di apprendimento è in parte anche basato sulla capacità di districarci dalle conseguenze delle nostre azioni più maldestre.


Una nuova definizione di maestro potrebbe essere: "colui che ha imparato meglio di altri a fare tesoro dei propri errori... e non teme perciò di compierne in futuro".

Ogni certezza ha in sé il principio della morte, se è resa eccessivamente rigida ed immutabile.

La possibilità di cambiare invece è strettamente collegata a quella di peggiorare... e quindi di sbagliare.

Cosa preferiamo quindi: addivenire a rassicuranti certezze o a stimolanti verità provvisorie?


"Maestro, tu che sei quello che ha sbagliato prima di noi e più di tutti noi, insegnaci a sbagliare con profitto!".


Questo richiede coraggio, stimola a non prendersi troppo sul serio... rimanendo umili... e non smettendo di avere un sorriso sul volto mentre si percorre la Via...


Guardate questo link...

lunedì 16 gennaio 2012

La paura nell'Aikido

"Diventare invincibili... essendo in grado di atterrare qualsiasi avversario, armato o meno, senza lederlo...

... passando sicuramente per gli erori magnanimi del conflitto, che "graziano" il cattivone di turno, per permettergli di ricredersi, di cambiare vita... ritornando sui suoi passi, dopo aver constatato la follia e l'improduttività del suo gesto".

Si tratta di molto di più che il sogno nel cassetto di molti Aikidoka in tutto il mondo: è la chiara manifestazione di numerosi complessi personali ed insicurezze represse, che si specchiano idealmente nello scenario di cui sopra.

"Vado a fare Aikido, così un giorno sarò capace di tutto ciò"...

NO: "Vai a fare Aikido perché adesso hai paura!".

Il tema della paura è trasversale nella vita di ciascun essere vivente, essendo un'emozione forte, talvolta controllata o controllabile, altre volte esplosiva, improvvisa e disarmante.

E quindi in "tempo di pace" alcune persone pensano a come poter affrontare nel modo migliore questo argomento. C'é chi pensa di diventare più forte degli altri, in modo da essere sempre in condizione di incutere timore e di non avere attorno nessuno in grado di fargli paura.

C'é chi cerca disperatamente un luogo sicuro nel quale avere la certezza che queste emozioni indesiderate non lo seguano.

Inutile dire - concordi sociologi e psicologi - che entrambe queste categorie hanno in qualche modo fallito in partenza!

Poi arriva l'Aikido, "l'Arte della pace", che promette la capacità di gestire in modo efficace ed etico le situazione pericolose ed inaspettate di conflittualità... fisica prima di tutto, ma poi anche mentale ed emotiva per estensione.

"Andiamo tutti a fare Aikido!"


OCCHIO a non cerecare in esso l'ennesimo rifugio, la verità primaria è che si è mossi dalla paura, o perlomeno dall'insicurezza che si avverte in sé: se si cerca l'equilibrio, evidentemente si è in una situazione di squilibrio!

Putroppo però le persone difficilmente rifrettono in profondità sulle ragioni essenziali che li spingono ad agire, a fare e prendere posizione.

Di conseguenza a ciò, molti Aikidoka si trovano ad essere dei paurosi che non sanno di avere paura e di praticare Aikido per cercare in qualche modo di prendere contatto con questa realtà e/o di esorcizzarla.

Ma chi è incapace di partire dai solidi piani di realtà, difficilmente compie strada lunga.


Si sente necessità di squilibrare il proprio partner di allenamento perché si gode a propria volta di un equilibrio precario?

E così il mondo dell'Aikido viene "corrotto" da molteplici problemi umani irrisolti, solo perché sono numerosi "malati" a comporne le fila... e spesso sono "Insegnanti malati" a determinarne le rotte.

Non c'è nulla che non va nella natura umana e nella sua intrinseca fragilità, c'è solo responsabilità nel come e quanto ne si prende coscienza.

Se iniziamo a frequentare l'Aikido per paura, questa sarà stata una validissima causa scatenante di un percorso che ci può in effetti aiutare molto a prenderne coscienza e quindi anche ad imparare a gestire, ma cosa succede se non lo sapiamo?


Che faremo Aikido come se fossimo interessati solo ad acquisire lo spirito di un Samurai, senza acorgerci che abbiamo nell'anima il coraggio di un pulcino bagnato ed infreddolito.

Se così fosse, cercheremo la Scuola migliore dove allenarci, non una buona Scuola...

Il Maestro migliore, non un buon Maestro...

Ma visto che le Scuole e gli stili sono tanti, e altrettanto dicasi per gli Insegnanti, subito scatterà l'ansia di fare la celta migliore... e quindi di difenderla a denti stretti.

"E se sbagliamo a scegliere?" Forse non apprenderemo al meglio "lo spirito del Samurai"...

TU HAI PAURA! Paura di prendere la decisione giusta (per te).

"E se qualcun altro non dovesse concordare con la nostra scelta?
Dobbiamo svalutarlo e svalutare ciò che dice e fa... perché se sta facendo bene lui, significa che stiamo facendo male noi"...

Meglio allontanare o... "distruggere" questa possibilità...

TU HAI ANCORA PAURA! Paura che stai facendo la cosa sbagliata.

Mentre pratichiamo poi tutti noi abbiamo avuto ed abbiamo alcuni timori e paure: quella di farci male, di fare brutta figura davanti ai nostri compagni, di non essere all'altezza della situazione e delle aspettative che abbiamo su noi stessi.

Ma è forse male tutto questo?

Forse NO, se la pratica stessa ci permette di prendere confidenza con aspetti poco conosciuti della nostra ed altrui personalità: più sapremo chi realmente siamo, più questi "problemi" tenderanno a stemperarsi.

Ma allora non stiamo innanzi tutto apprendendo come atterrare un numero qualsiasi di avversari armati che ci attendono dietro l'angolo... stiamo piuttosto cercando di capire chi siamo e perché alcune cose ci mandano in tilt più di altre...

E quali sarebbero le cose che ci possono così spaventare?!


- il rapporto che abbiamo con il nostro corpo... che metà mondo vorrebbe avere più sodo e snello, l'altra metà più attraente: manca appunto l'accettazione del dato di realtà... prendere il nostro fisico innanzi tutto per ciò che è.

Si parla di ACCETTAZIONE, piuttosto che di cambiamento (mal grado l'allenamento prolungato in effetti abbia anche l'effetto collaterale di tonificare e rendere aggraziato)

- il rapporto che abbiamo con i nostri pensieri, le nostre emozioni: nel rumore di fondo nel quale viviamo abbiamo l'abitudine a non renderci conto che non siamo noi a governare loro, ma è piuttosto il contrario.

Non che sia necessario mettersi a controllare tutto (sarebbe un ennesimo segno di paura di ciò che non si può controllare!), ma conoscersi un po' di più potrebbe non guastare.

Ci sono istinti con i quali è parecchio difficile convivere costruttivamente: la sessualità, il desiderio di possesso e soddisfacimento di ciò che si reputa piacevole, il rapporto con il cibo...

E se una cosa ci fa male, ma ci piace... se ci fa bene, ma non ci piace?
"Voglio smettere di fumare! Nuoce alla salute, costa e non mi porta nulla di buono"... quante volte avete sentito, o detto frasi simili?

Come va a finire in una buona maggioranza di casi?
Sigaretta 1, buoni propositi 0!

Perché ciò accade?
Forse perché il servo ha preso il posto del padrone, in quanto quest'ultimo stesso aveva dimenticato il suo ruolo.

In una mente allenata il vizio non trova terreno fertile, né l'emozioni sono completamente in grado di offuscare il buon senso.


Ed in Aikido utilizziamo il corpo, ma anche i pensieri e le emozioni... anzi, facciamo di tutto per integrare al meglio fra loro questi diversi aspetti che ci compongono.

Ma allora nuovamente... non stiamo innanzi tutto apprendendo come atterrare un numero qualsiasi di avversari armati che ci attendono dietro l'angolo... quanto stiamo cercando di capire chi siamo, ed il libretto delle istruzioni di noi stessi.

Bene saperlo... per dare alle cose il loro nome più appropriato e per impedire alle paure di lavorare nell'ombra.

Poi ci sono le nostre convinzioni, sulle cose, sulle persone, sui movimenti... e quale parco giochi migliore per testarli che un luogo condiviso da altre persone che cercano di fare la stessa cosa?

Certo, a volte dovremmo cedere all'evidenza che ci sbagliavamo, mentre un nostro compagno ci aveva visto più lungo... mentre altre volte capiterà il contrario...

Però in generale ci sono aspetti di noi che si rendono visibili solo all'interno di una società... che ci "specchia" la bontà o meno delle nostre azioni, convinzioni, modi di essere.

Un altra volta un Dojo si presta bene ad un micro esperimento sociale di questo genere: si è tutti sufficientemente accomunati dalla volgia di diventare un po' giapponesi da essere d'accordo su quale orario e giorno trovarsi... e su come vestirsi... ma si è così tanto divesi da poter apprendere per approssimazioni succesive gli uni dagli altri.

Ma allora non è cosÏ importante che il Sensei sia il migliore!
E nuovamente, chi se ne frega se sbattiamo o meno a terra chi si finge l'aggressore di turno...

Paradossalmente il Maestro potrebbe essere "un cane qualsiasi" ed al posto del Dojo potremmo essere in un ritrovo parrocchiale (senza voler per questo svalutare questo ambito) e questa dinamica sociale sarebbe ugualmente possibile!

Stiamo cercando di capire chi siamo attraverso la relazione, prima ancora che grazie all'Aikido!

Non esiste poi luogo migliore di testare se stessi che durante un conflitto...

Perché?
Perché solitamente è in esso che siamo capaci di dare il peggio di noi stessi!

Siamo tesi, rispondiamo per stereotipi perché abbiamo l'esigenza di gestire le nostre aspettative di vincere il conflitto (non importa se facendo dei cadaveri...). Siamo tutto fuorché noi stessi: lasciamo spazio a manifestare il demone che è in noi, e che solitamente viene celato sotto 1000 maschere sociali di convenienza.

Ma O' Sensei non era scemo... questo lo sapeva.

Inventa quindi un'Arte nella quale il conflitto diviene un laboratorio per conoscersi... anche negli aspetti più scomodi della nostra vita, poiché il conflitto è un dato di realtà del nostro quotidiano.

Ma allora non è tanto importante quale stile pratichiamo, chi insegna e come si fa kotegaeshi...

... o meglio, ciascuna di queste cose è importante, ma solo in quanto ci siamo noi ad essere presenti a quanto avviene, e che sotto coperta siamo impegnati a prendere confidenza con tutto il resto (noi stessi, la relazione, gli imprevisti, i conflitti).

Le paura allora possono non essere solo il motore che ci spinge al Dojo, ma anche uno strumento da utilizzare quando serve e/o un tema da affrontare durante gli allenamenti!

Se così fosse, il mondo dell'Aikido sarebbe ugualmente composto da "Aikidoka malati" di inconsapevolezza di se stessi e del mondo che li circonda... ma cosientemente malati e soprattutto riuniti proprio per la comune volontà di migliorare la situazione, supportandosi a vicenda.

Così attualmente non avviene di solito!

Che le paure abbiano in Aikido un posto preminete di potere occulto?

Chi può rispondere meglio di noi stessi, ciascuno per sé...