lunedì 9 dicembre 2019

L'allievo dal rapporto unilaterale

Ci sono tanti tipi di allievi, in Aikido... così come in ogni contesto in cui è possibile ricoprire questo ruolo.

Non è facile cogliere le loro peculiari caratteristiche, ma oggi vi vogliamo parlare di una tipologia specifica, ovvero di quello che abbiamo chiamato "l'allievo dal rapporto unilaterale".

E di chi si tratterebbe?

Si tratta di quella persona che è d'accordo a sottoporsi ad una disciplina e di seguire le indicazioni di chi sceglie come Maestro... solo che poi, di fatto... NON LO FA!

Romanticamente parlando, molti sono quelli che DICONO di voler prendere seriamente un percorso, per esempio quello della pratica dell'Aikido: non tutti però sono poi altrettanto in grado di onorare le loro affermazioni con i fatti, ma facciamo qualche esempio pratico...

"Maestro, adesso che mi sono un po' sistemato con gli impegni di famiglia, dalla prossima settimana torno sul tatami"... disse l'allievo che poi non si fa vedere per i successivi 3 anni.

Se questi dovesse - per puro caso - tornare sul serio, cosa dovrebbe fare il suo Insegnante?

- accoglierlo a braccia aperte... poiché non aveva specificato né il mese, né l'anno in cui avrebbe ricominciato; anche la prossima settimana in fondo sarà seguita da un'altra prossima settimana;

- dirgli "Allievo, adesso che mi sono un po' sistemato con gli impegni dell'Aikido, dalla prossima settimana inizierò a spiegarti cose utili"... ma poi attendere 3 ulteriori anni per FARLO sul serio, giusto per fargli provare cosa significa attendere.

Se spendi una parola di promessa con il tuo Maestro e non sei in grado di mantenerla, perché ti aspetti che lui faccia diversamente con te?

Perché lui è il Maestro e NON può essere incoerente, invece tu si?

Facciamo un altro esempio:

"Maestro non sono pronto/a a fare l'esame, quindi se tu me lo fai fare non vengo più", oppure (che tanto è la stessa cosa) "Maestro sono pronto/a a fare l'esame, quindi se tu non me lo fai fare non vengo più"...

Quanti ce ne sono passati dinnanzi di casi simili!!!

Se riconosci nel tuo Maestro una valida guida, perché poi metti in discussione ogni 2x3 le indicazioni che ti da?

Perché lui è il Maestro e può ANCHE sbagliarsi, invece tu no?

E procediamo con gli esempi concreti...

Mai trovato un allievo al quale il Sensei dice: "Rilassa la spalla destra...", e poi glielo ripete per i successivi 10 anni, una lezione si ed un'altra anche?

Ogni volta lui dice: "Hai, Sensei!"... però poi ricade sistematicamente nello stesso errore, nella stessa postura, nel medesimo atteggiamento.

Perché questa tipologia di allievo NON impara?

Sembra che - tolta la formalità - non gliene freghi molto dei rimandi che il suo Maestro gli offre, infatti non si impegna mai a fare la differenza grazie ad essi.

Questi è l'allievo SANGUISUGA, perché riceve attenzioni, prende info e consigli, ma non da mai altrettanto a chi è generoso nei suoi riguardi.

Se riconosci nel tuo Maestro una valida guida, perché poi non fai attenzione a seguire le sue indicazioni, fai di testa tua e gli fai sempre ripetere le stesse cose?

Perché lui è il Maestro e ti DEVE attenzione e pazienza, invece tu no?

Capite bene che con questa gente è una battaglia persa: il rapporto non è un vero rapporto, ma più uno scroccare unilaterale, nel quale essi hanno tutti i diritti ed i loro referenti alla docenza tutti i doveri.

Ci sta pure che uno si presenti al Dojo in condizioni critiche, proprio perché ha deciso di darci un taglio con atteggiamenti simili... solo che non sa come farlo e quindi chiede aiuto ad una disciplina ed ad un Maestro per essere supportato in questo viaggio trasformativo.

Ci sta pure che - essendo questo un cambiamento grosso - non gli riesca in un paio di lezioni, e neanche di mesi... Ma esiste un tempo nel quale sto processo va messo in atto?

SI, definitivamente SI!

Indugiare troppo (leggi "essere pazienti e clementi") con queste categorie di persone può risultare molto pericoloso: ti usano, e quando non servi più ti mettono nel dimenticatoio in 4 e 4 otto!

Il rapporto fra Maestro ed allievo è SANO solo se è BILATERALE, ovvero se c'è uno SCAMBIO: essere generosi con gli allievi e darsi senza remore è un compito preciso di ogni Insegnante, ma ciò non deve essere preso né per scontato, né per gratuito.

Se l'allievo NON impara a rispettare ciò che gli si da, NON impara nemmeno a rispettare la parte sana di se stesso, che vuole dare: finisce per essere quindi una persona che è desiderosa di crescere al 100%, ma che non può farlo, poiché non è capace di mettere a frutto il proprio "darsi", esattamente come mette in discussione, nel dimenticatoio, in attesa, in forse ciò che gli danno gli altri (Maestro di Aikido incluso!).

Gli allievi devono rispetto a chi fatica per loro: se incontrate sulla vostra via un "allievo dal rapporto unilaterale"... fategli un bel regalo, lasciatelo da SOLO... 

... così che possa smettere di proiettavi la sua incoerenza addosso e si renda conto che è invece qualcosa che gli appartiene!






lunedì 2 dicembre 2019

Aikido: come apprendere giocando a mettersi in difficoltà

Abbiamo già scritto molto sui processi di apprendimento, ma quest'oggi vogliamo esaminare questo tema da un nuovo ed ulteriore punto di vista.

È fondamentale affinare una tecnica per farla nostra, cosi come sapete come la pensiamo quando si esagera troppo nel farlo: ci costruiamo una rassicurante gabbia, all'interno della quale poter giudicare chi (al suo esterno) non ci sembra "bravo" come noi!

Qui l'affinamento può continuare all'infinito, ma il processo di apprendimento si arresta quando iniziamo a ribadire solo più l'ovvio... ed a percorrere SOLO più i percorsi già ben battuti (da noi stessi e/o dagli altri).

La tendenza a rendere l'Aikido iper-tecnico, porta al desiderio di liberarsi - almeno temporaneamente - di questa benedetta TECNICA, e fare altro... per esempio esercizi di connessione, di sensibilizzazione: qualcosa che non sia solo importante per il "COSA" fai... ma anche e soprattutto per il "COME" ed il "PERCHÉ" lo fai.

Ciò risulta particolarmente utile a fare un po' di varietà nelle proprie proposte didattiche... ma la TECNICA, risulta sempre e comunque polare alla NON-TECNICA!

Abbiamo quindi pensato di metterci in difficoltà, ma passando oggi per un'altra strada, ovvero fare qualcosa che conosciamo abbastanza bene, in modo del tutto nuovo ed inedito: non contrapporremo quindi la NON-TECNICA alla TECNICA, ma piuttosto rimarremo nell'ambito completamente tecnico... ma dando ad esso una veste inusuale, inedita e non tradizionale.

Per fare questo ci siamo avvalsi dei kumi jo, basati sul buki waza della tradizione di Iwama, che è quella che utilizziamo in Dojo con regolarità.

Si suppone che ogni yudansha (cinture nere) da noi abbia una certa familiarità con questi 10 esercizi: in realtà dovrebbe avercela pure abbastanza buona, visto che sono da noi programma d'esame per il 1º kyu!

l'ha già praticata molte volte, tanto da sentirsi abbastanza a proprio agio, almeno con le forme di base.
Comunque, gente più o meno capace... sta roba

Durante l'ultimo Senpai Special Class (riservato a yudansha e 1º kyu) abbiamo preso i primi TRE kumi jo e li abbiamo praticati da prima nella loro forma di base: niente variazioni, niente cose strane... una pratica che potesse risultare abbastanza semplice a ciascuno dei presenti... in modo che ciascuno potesse affermare: "Ok, fin qui è chiaro... ci sono!".

I kumi jo sono un insieme di movimenti preordinati di uchi jo (colui che attacca) e di uke jo (colui che riceve gli attacchi), che formano veri e propri "combattimenti" codificati, così come avviene in qualsiasi Scuola di armi giapponese.

Sono de "kata a coppie", nei quali se ciascuno ricorda il suo copione (i movimenti che deve compiere), non è difficile inscenare lo "spettacolo" di 3 o 4 scambi di colpi e parate ciascuno.

Per apprendere un kumi jo ci va da una decina di minuti a qualche ora, per affinarlo possono essere necessari diversi anni di pratica... ma - col il proprio ritmo - può arrivare a farli chiunque sia sufficientemente motivato, e poi iniziare pure a percepirli come PARTE della propria ZONA di COMFORT!

Ci siamo filmati, così da potervi mostrare il nostro esperimento...




Poi però siamo andati un tantino oltre a ciò che la tradizione è solita insegnare... abbiamo provato a farli nella loro versione SPECULARE.

Il jo è un'arma simmetrica, mentre il ken no: la guardia di ken - tradizionalmente - si tiene con la mano sinistra al fondo dell'arma, e quella destra circa una decina di centimetri più sopra (vicino a quell'anello che nelle spade giapponesi si chiama "tsuba").

Tolto questo punto però, ogni posizione, ogni fendente, affondo e parata può essere fatta anche nella sua posizione simmetrica... solo che non ci avevamo MAI PROVATO PRIMA!





Ed ecco, che, all'improvviso...

... tutto ciò che a destra viene con una certa sicurezza, a sinistra viene pseudo da schifo (e viceversa)!
Le piste neurali battute e consolidate da anni con un lato, non risultano minimamente comparabili con l'incertezza presente nello STESSO movimento, ma con la parte OPPOSTA del proprio corpo!

Eppure il movimento da compiere è del tutto IDENTICO, come mai che ciò accade?!

C'è una notevole differenza fra consapevolezza del movimento ed automatismo dello stesso...
Quando ripetiamo centinaia di volte uno stesso esercizio, ne acquisiamo sempre consapevolezza, o talvolta è solo automatismo?

Quando cambi le carte in tavola - come in questo caso - ci si rende bene conto di quale abisso ci sia fra queste due attitudini.

Le arti marziali sono fatte per aumentare la consapevolezza in ciò che facciamo, ed esercizi come quello descritto SVELANO che quando facciamo fatica a fare qualcosa, siamo DEL TUTTO presenti negli istanti che viviamo... mentre una ripetizione solo meccanica rischia di far sprofondare nell'ovvio il nostro agire, e quindi limitare il valore aggiunto che possiamo trarne.

Ma non ci siamo fermati qui...






Siccome ciascun praticante di un kumi jo ha una parte alla quale attenersi... che capacità abbiamo di switchare fra quello di uchi jo a quello di uke jo (e viceversa)?

Di solito impersoniamo un ruolo per 2 o 3 ripetizioni, quindi interrompiamo l'esercizio e lo riprendiamo per altre 2 o 3 volte nel ruolo opposto...

Cosa accadrebbe se dovessimo IN CONTINUAZIONE cambiare ruolo, senza poterci fermare?

Ci siamo inventati una sequenza di movimenti che lo consenta ed il risultato è stato quantomai significativo: è un assoluto CASINO oscillare in continuazione fra 2 ruoli distinti ed opposti... anche se SINGOLARMENTE li conosciamo piuttosto bene entrambi!

La mente fa resistenza, la sua duttilità risulta fortemente compromessa quando tutte le informazioni devono essere presenti allo stesso tempo... o in rapida successione.

Fa un po' lo stesso effetto scoprire che "sappiamo tutto sulla piuma, ma non conosciamo nulla del materasso", e la cosa non è piacevole, ve lo assicuriamo!

Prendiamo quindi una pratica NOTA, la cambiamo nell'esecuzione (ma non nella sostanza) e ciò che rimane di tutte le certezze accumulate in anni di esercizio è un pugno di sabbia fra le mani: SENSAZIONALE, almeno quanto scomodo!

La qualità esecutiva sotto il punto di vista tecnico può diventare imbarazzante... ma il processo di apprendimento schizza alle stelle, proprio perché abbiamo accettato di uscire nuovamente dalla nostra comfort zone, proprio come quando eravamo principianti!

Queste cose tradizionalmente NON sono previste, NON sono insegnate, non ci risulta al momento che O' Sensei le facesse, siamo pressoché certi che Morihiro Saito Sensei dal quale le abbiamo apprese NON abbia mai investito più di tanto (almeno in seminar pubblici) in pratiche simili...

Il valore aggiunto di avventurarsi su terreni poco battuti e che corrono proprio accanto a ciò a cui siamo molto abituati però ci è risultato davvero enorme: mettersi in difficoltà può essere un gioco anche molto utile e piacevole al contempo... oltre che frustrante.

Ogni volta perciò che qualcuno ci dice "questo non si può fare" chiediamoci se lo afferma per il nostro bene, perché sa che ci devierebbe dal nostro cammino di apprendimento... o lo fa perché lui stesso non ha mai messo in discussione il proprio, e teme di riscoprirsi in difficoltà...

... in difficoltà come qualsiasi PRINCIPIANTE, ovvero come chi impara al MASSIMO delle proprie capacità!



lunedì 25 novembre 2019

La forza dello YIN e la violenza da non combattere

Oggi, 25 novembre, si celebra in tutto il mondo la "Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne": saprete bene da soli di cosa si tratti... crediamo!

I nostri media sono spesso affollati di notizie su violenze (psicofisiche e/o sessuali), femminicidi... e le statistiche dicono che - solo in Italia - una donna a su 3 circa ha subito (o subirà) nella vita qualche forma di violenza, con maggiore probabilità (fra l'altro) all'interno delle proprie mura domestiche.

Il 33% è proprio un numero grosso!


Ora... fa di certo bene che la collettività tenga a mente questo devastante problema, solo che l'anno è fatto di 365 giorni, e non solo di oggi... quindi il problema dovrebbe tentare di essere risolto pure nei restanti 364.

Le arti marziali spesso entrano in ballo per tentare di arginare la violenza in generale e quella sul gentil sesso nello specifico, cercando di far innalzare l'autostima ed il senso di sicurezza delle vittime di soprusi di vario genere.

L'apporto può essere veramente importante, quindi siamo contenti che ciascuno di noi possa fare il proprio valore aggiunto con la disciplina che pratica.

SOLO CHE...

... solo che c'è però un fraintendimento di fondo che è ormai bene sciogliere, perché anche con i nostri corsi tante volte si rischia di fare cilecca, ed una cilecca veramente clamorosa, potremmo dire!

Si rischia, ovvero, di buttare benzina sul fuoco e di aggravare la situazione anziché mitigarla.


Siccome c'è violenza (a questo punto chissene se sulle donne o su un altro essere vivente) bisogna COMBATTERE la violenza... solo che per combattere la violenza sembra necessario trasformarci - a nostra volta - in violenti.

E così ovviamente NON SE NE ESCE, perché i numero di violenti non cambia: cambia solo "chi fa violenza a chi".

Di solito ci si trincera dietro al fatto che chi fa violenza PER PRIMO, lo fa con dolo, lo fa ingiustamente... mentre chi lo fa PER SECONDO è autorizzato dal fatto che si sta DIFENDENDO dall'aggressore.
Una dinamica molto nota fra i bambini che litigano, che una volta rimproverati da un adulto dicono: "Ma ha incominciato prima lui!!!".

Un notevole fraintendimento del funzionamento dell'universo... a nostro avviso!

Quindi il paradigma diventa: "La violenza è da condannare in tutte le sue forme, ma se tu mi usi violenza, sono costretto/a ad usarne a mia volta contro di te, anche se non vorrei... perché hai iniziato tu, e per non subire, mi tocca farti cosa tu volevi fare a me!".

Infatti, solo pochi giorni, fa in un comunicato stampa della Commissione Tecnica Nazionale MGA (Metodo Globale di Autodifesa), veniva dichiarato: "L’atto di difendersi deve essere, ove possibile, esercitato come una minima forma di violenza"... anche se poche righe dopo è stato doverosamente aggiunto: "la violenza genera sempre violenza". QUI trovate tutto l'intervento.

Vero o no che in molti corsi di arti marziali la si pensa così?!

Se "la violenza genera sempre violenza"... perché allora continuiamo a provare ad arginarla con ulteriore violenza?

Un sacco di corsi di difesa personale, ad esempio, puntano a trasformare una donna in una persona in grado di ledere chi tenta di lederlo... così da allontanare il violento con la paura delle conseguenze delle azioni che egli potrebbe subire (prima ancora di tipo fisiche, che di genere legale).

Si vorrebbe cioè evitare la violenza essendo in grado, SE SERVE, di fare paura ai violenti...

Ok, fermiamoci un attimo a riflettere: avete mai osservato una forma di presa di coscienza e di cambiamento comportamentale avvenuto tramite la paura o una coercizione di qualunque tipo?

Non ne è MAI avvenuto UNO da quando esiste l'umanità, perché se comprendiamo che una cosa NON va fatta è perché ciò risuona dentro di noi, con il nostro sistema di valori e NON perché se la facciamo incorriamo in una forma sanzionatoria!
In Italia lo sappiamo piuttosto bene - fra l'altro - giacché siamo il Paese dei sotterfugi spontanei a qualsiasi tipo di legge e sanzione seguente nel caso di inadempienza.

Nel tentativo di trasformare una vittima in Rambo, riusciamo tuttavia egregiamente a fare 2 altre cose:

- illudere la vittima, poiché NON saranno 10/15 lezioni di arti marziali a riuscire ad insegnare qualcosa sul conflitto fisico psicologico; ci va UNA VITA di allenamento, e spesso ancora una vita non basta;

- snaturarne le caratteristiche, in quanto la vittima spesso è tale per via della sua sensibilità spiccata, quindi non è chiedendo ad un sensibile di diventare (temporaneamente) un po' spietato che si onora tale caratteristica di sensibilità. Se un sensibile, per non essere oggetto violenza, UTILIZZA la violenza a sua volta reca danno a chi lo fa... ma anche e soprattutto a SE STESSO, perché non rispetta la propria natura non-violenta.

E allora come si affronta questo importante questione?!

Subire NON va bene, ma nemmeno sviluppare un arsenale in grado di ATTACCARE per non subire è un'opzione che a quanto pare si rivela risolutoria...

La soluzione viene dalla conoscenza dell'archetipo dello YIN, spesso proprio identificativo della "energia femminile".

Lo YIN è ricettivo, ma non è per sua natura succube.

Lo YIN è cedevole, ma non è per questo debole, anzi risulta l'esatto opposto.

Lo YIN è accogliente, ma ciò non significhi che permetta al prossimo di approfittarne.

Lo YANG è il fare, lo YIN si specchia più nell'ESSERE.

Nella nostra società non c'è bisogno di persone succubi, deboli o delle quali poter approfittare facilmente, né di donne, né di uomini così: non è tanto questione di genere, se ci pensiamo.

C'è pero un sacco bisogno di persone ricettive, disponibili, accoglienti... SENSIBILI, in una sola parola. E la sensibilità è una enorme fonte di FORZA!

Non è infatti possibile combattere con chi ha deciso di non voler combattere, non è possibile sopraffare chi ha deciso di non essere sopraffabile... e voi direte, come si fa nel pratico ad ottenere una cosa del genere?!

Ed il nocciolo della questione è proprio questo: non si FA in nessun modo, bisogna prima aver scelto di ESSERE... ma l'ESSERE è compito dello YIN, mentre il FARE va lasciato allo YANG!

Quindi non c'è un FARE da fare per iniziare ad uscire dal loop della violenza: c'è bisogno di decidere di essere o di diventare ciò che desideriamo e ciò che non siamo ancora capaci di essere.

Le arti marziali riescono bene a ridurre la violenza perché e quando TRASFORMANO le persone che da esse si lasciano trasformare, NON perché insegnano loro tecniche di leva, di percussione o di proiezione!
Le fanno ESSERE diverse attraverso ciò che fanno... ma l'essere è certamente preminente e prioritario rispetto alle tecniche che si utilizzano perché ciò accada.

C'è un traguardo che è appunto l'essere o il diventare... e ci sono degli strumenti per farlo, che sono le tecniche marziali: ma quando abbiamo fame, ci interessa più il contenuto del piatto o le posate che ci consentiranno di mangiarlo?
Ci interessano più i contenuti o gli strumenti con i quali maneggiarli?

Perché i corsi di arti marziali si perdono quindi quasi solo nell'enumerare le posate e a lucidare l'argenteria?

Inoltre, si diventa meno violenti e più consapevoli di quanto la violenza sia improficua perché la si FREQUENTA, non perché la si COMBATTE!

È così difficile comprenderlo?

Combattere la violenza è come cercare di far morire di peste il virus dell'ebola... Non è che poi il mondo sarebbe tanto più salubre senza ebola... ma con la peste!

L'Aikido è LA strada sulla quale tutto ciò è scritto a chiare lettere, se non lo si vuole leggere... sono fatti nostri.

Perché il Fondatore riteneva importante rispettare il proprio avversario e lasciarlo COMPLETAMENTE incolume, velo siete mai chiesto?

Ma se ha iniziato lui ad attaccare, ad essere aggressivo?... non MERITA almeno qualche ematoma o qualche distorsione articolare?!... Giusto per farlo riflettere sulla sua pregressa stronzaggine...

Questo è il classico atteggiamento che amplifica il conflitto, lo alimenta... e quindi non lo dissolve sicuro: forse se n'era accorto... si era accorto che noi SIAMO l'altro, SIAMO anche il nostro aggressore - o meglio - lui rispecchia una parte di noi...

... ma questo - nuovamente - lo percepisce lo YIN, l'essere, la ricettività, la sensibilità: lo YANG, ovvero il principio dell'azione, può aiutarci un sacco, ma SE è chiara la direzione ed i perché che ci muovono.

Potremmo dire che uno YIN sano genera uno YANG sano, e non il contrario: i corsi di arti marziali - di Aikido nel nostro caso - quindi possono usare un sacco di tecnica, lo devono forse fare perché essa è un ottimo STRUMENTO per esplorare chi si è, le proprie sensibilità e caratteristiche in ombra.

Barattare il fare con l'essere o anteporre il fare all'essere ingenera le locandine in cui per eliminare la violenza contro le donne si vede una biondina che prende a ginocchiate nei cabasisi il suo "aggressore".

Si da quindi spazio al Krav (Ape) Magà, e si cerca di trasformare una donna in un uomo, lo YIN nello YANG, anziché riconoscere il posto essenziale che il penultimo occupa accanto all'ultimo!

Noi questa sera, nel nostro piccolo, faremo una lezione libera e gratuita, alla quale invitiamo chiunque lo desideri a prendere atto della FORZA naturalmente insita nello YIN, ovvero nella ricettività, nella dolcezza e nella sensibilità.
QUI la locandina dell'evento per gli interessati in zona Torino e dintorni.


La violenza contro le donne non si eliminerà trasformando queste in soggetti potenzialmente a loro volta violenti, ma educando gli uomini a rispettare ed a proteggere la sacralità dello YIN in loro stessi, innanzi tutto.

E pure quella contro gli uomini: le donne sanno essere almeno aggressive quanto gli uomini, per inciso... anche se ai lividi preferiscono la manipolazione: non è che quando l'aggressività risulta meno palese faccia meno male a chi la riceve!

Sono in molti a non sapere come si fa a diventare marzialmente forti, senza trasformarsi in aggressivi: c'è la stessa differenza che separa l'autorevolezza dall'autorità.

La prima è riconosciuta dal prossimo e parla a voce bassa, la seconda viene imposta e si fa obbedire attraverso la paura che instilla.

Voi chi volete diventare: donne che si fanno rispettare perché comprendono il loro enorme valore e forza... o donne che imparano a tirare i calci nei cabasisi ad uno stupratore che potrebbe non importunarvi mai?

Uomini che non fanno violenza sulle donne perché temono i loro calci nei cabasisi... o perché riconoscono di dover essere loro stessi i protettori e custodi della loro sensibilità?

Onoriamo la non-violenza come stile di vita, non come ribellione alla violenza un giorno all'anno per lavaci la coscienza.

Con le arti marziali, con l'Aikido, impariamo l'armonia con noi stessi: è quello il luogo in cui nasce l'aggressività... né la strada, né le mura domestiche sono la vera origine, quindi quelli non saranno i luoghi in cui troveremo nemmeno la sua soluzione a questo annoso problema!









lunedì 18 novembre 2019

Il neofita sabotato dall'Insegnante

Circa una volta o due al mese ci giungono messaggi privati di neofiti che chiedono ragguagli in merito alla disciplina, o buoni luoghi nei quali praticarla a seconda di dove risiedono nel territorio.

Cerchiamo di dare loro qualche dritta, se è possibile... poiché crediamo che sia un servizio utile alla comunity degli Aikidoka avere punti di ascolto e di consiglio a chi ritiene di averne necessità.

Spesso sono solo richieste di delucidazioni fra differenze di didattica fra Scuole diverse, curiosità legate alla storia della disciplina o all'etichetta da tenere sul tatami.

Per un neofita NON è semplice orientarsi in un mare di proposte, differentemente qualitative ma che millantano tutte un ottimo motivo per essere scelte fra le altre.

Questo Post è stato però ispirato ad una vicenda spiacevole accaduta ad un lettore che ci ha contattato.
Per questione di privacy, lo chiameremo "Filippo".

Filippo ci ha contattati la scorsa estate poiché desiderava avere delucidazioni su Dojo differenti (e non in contatto fra loro) ma che rimandavano di utilizzare la stessa didattica (leggi QUI per sapere ciò di cui parliamo)... e comprendere quale fosse il migliore per lui da frequentare.

Lui, neofita assoluto, ha fatto poi la sua scelta... sia in base alla logistica, che all'atmosfera di "welcome" che ha percepito esserci in uno dei due.

A poco più di due mesi di distanza, ci ha ri-contattato per chiederci se fosse normale rimanere ferito durante un allenamento, per mano di un Senpai del gruppo con cui studia... che è parso noncurante di arrecargli un danno fisico durante la pratica.

Dai suoi rimandi è emerso come non fosse la prima volta che anche a lui veniva detto di non preoccuparsi troppo di uke... quindi il modo deve essere qualcosa di piuttosto radicato su quel tatami, e di conseguenza anche fra le attitudini del loro Insegnante.

Aih! Abbiamo risposto che NO... NON ci risulta normale che uno Yudansha ferisca un principiante durante un'azione, anche se un incidente può essere sempre possibile potenzialmente, visto che la pratica è fisica.

Non esiste un falegname che non si sia mai dato una martellata su un dito, o una sarta che non si sia mai punta con uno spillo... questo è certo.

Nel caso specifico, sembra non esserci stata volontà esplicita a fare male, ma "semplice" disattenzione.

Gli incidenti succedono perché siamo INCONSAPEVOLI di ciò che accade, di ciò che facciamo agli altri e/o di ciò che gli altri fanno a noi.

Poi però queste inconsapevolezze dovrebbero tendere a diminuire con gli anni di pratica e l'esperienza che accumuliamo sul tatami.

Ne segue che il Sensei dovrebbe essere quello più consapevole di tutti (perché il suo percorso è iniziato prima degli altri), e che dovrebbe essere il più attento a non fare accadere incidenti ed essere il garante che ogni misura sia stata presa per prevenirne.

Se un Senpai - in questo caso una cintura nera - ferisce un compagno (in questo caso un neofita con poco meno di due mesi di pratica sulle spalle)... come minimo il Sensei dovrebbe prendere una posizione chiara rispetto a quanto accaduto, rimproverando l'allievo se ciò fosse accaduto per una sua disattenzione o un'azione esagerata rispetto alla capacità di uke di assorbirla.

Questo sembra non essere però avvenuto, purtroppo.

Filippo quindi ha avuto modo di chiedersi (e di chiederci) se fossero questi i tratti dell'arte dell'armonia di cui tanto si parla sui libri di Aikido.

L'insegnante NON è dio, quindi ci sta che possa anche non accorgersi di tutto quanto accada... però è da considerarsi SANO rimandare ad un neofita di NON curarsi di quanto accade al proprio compagno?

É normale che una cintura nera ferisca un neofita poiché egli non ha ancora compreso come assorbire una leva articolare e fa magari un movimento strano, legato al dolore ed alla paura che prova?

Secondo noi NO, e aggiungiamo anche che questa è una pessima pubblicità che fanno alla disciplina che pratichiamo... poiché si parla tanto di "diventare uno con il proprio avversario" e poi non si disdegna di trattenersi il suo polso/gomito/spalla tutto per sé!

Esistono ancora sporadiche Scuole che rimandano che solo attraverso il dolore e la sofferenza è possibile "capire" l'Aikido e che ogni leva deve essere portata allo spasimo per essere efficace.

Fortuna nostra esse si stanno estinguendo da soli... ma intanto qualche d'uno comprende al pronto soccorso di avere fatto una scelta non rispettosa di se stesso nell'iscriversi a QUEL corso.

Ci teniamo quindi a ribadirlo: l'Aikido NON è questa roba qui... ma ben altro, e chiunque tentasse di utilizzare la propria posizione per affermare il contrario o è un idiota o è in malafede (entrambe posizioni inadatte ad un cosiddetto "esperto"!).

Quindi caro Filippo... ci spiace che il tuo ingresso nella pratica della nostra disciplina sia stato segnato da un incidente che molto probabilmente poteva essere evitato... o forse è stato causato da un eccesso di testosterone inconsapevole; desideriamo però che la tua esperienza possa tornare utile a tutti quelli che stanno facendo scelte simili a quelle che tu stesso avevi da poco fatto.

L'Aikido non ha NULLA a che fare con la violenza, con l'imposizione, con la sofferenza, con il nonnismo, con il maschio alfa, con "no pain, no gain": se trovate luoghi che invece vogliono farvi passare che questi elementi sono in sintonia con la filosofia della disciplina...

... allora siete sicuri di essere nel posto sbagliato per approfondire questi elementi a vostra volta!

Incontriamo decine di Insegnanti in tutta Italia che LAMENTANO (come checche isteriche) che si fa fatica ad avere nuove iscrizioni, che l'Aikido sembra non interessare più le nuove generazioni, e bla bla bla... e poi c'è ancora chi - per leggerezza - permette che sul proprio tatami avvengano abusi di potere e/o incidenti evitabilissimi?

Fortuna che non siamo tutti di quella pasta, altrimenti più in generale meriteremmo l'estinzione come movimento Aikidoistico.

Un buon Insegnante ti protegge (pure da te stesso) nei primi tempi, fino a quando non percepisce che sarai in grado di proteggere te stesso in caso di pericolo.

Un buon Insegnante insegna ai propri Senpai che la sensibilità e cura del prossimo è il primo dei valori da manifestare con l'esempio.

Un buon Insegnante non può rimandare che non è necessario la cura verso uke... poiché se il nostro avversario è il nostro specchio... evidentemente è uno che SI VUOLE proprio MALE!

Buona guarigione Filippo: ora hai capito cosa NON è l'Aikido... sarà più facile alla prossima scelta dirigerti in un luogo più sano nel quale crescere in questa straordinaria disciplina!