lunedì 10 febbraio 2020

Godan, il traguardo che significa partenza


Lo scorso anno, durante un Seminar internazionale di Aikido in Svizzera, ho celebrato l'assegnazione del mio 5º dan Aikikai con una demo.

Il tema che scelsi di condividere è "il ponte che collega la tradizione tecnica (di tai jutsu e buki waza) con la dimensione della pratica spontanea" ed al di fuori da ogni lineage tecnico.

Questo perché sento prioritario che possa essere stabilito un legame forte e stabile fra la didattica tecnica e la saggezza contenuta nella tradizione dell'Aikido... e le nuove frontiere dell'esplorazione di quest'affascinante disciplina, che stanno ai nostri giorni anche studiando ed affinando una "didattica della libertà".

Sempre più queste due dimensioni  - spesso avvertite come polari ed opposte - mi paiono paradossalmente complementari come le ali che permettono ad ogni aereo di prendere il volo: servono entrambe anche se sono differenti e speculari.

Allenare un kata risulta molto importante...

L'allenamento tradizionale consiste nel ripetere sequenze preordinate di movimenti, dando loro un nome e specifiche caratteristichekatame waza/nage waza, buki waza... omote/ura, tachi waza, hanmihandachi waza, suwari waza... il programma tecnico in Aikido può essere davvero vasto e non bastano 20 anni di studio per conoscerlo in modo approfondito.

Questo tipo di allenamento in giapponese si chiama "keiko" [稽古] il cui etimo significa "pensare/riflettere/meditare sul passato, su ciò che è già stato": si tratta quindi di un RITO, che in qualche modo vuole rinvivire un'esperienza precedente tramite la sua ripetizione consapevole.

Lo studio delle forme quindi è di grande aiuto ad aumentare la conoscenza della nostra fisiologia (e di quella del prossimo, di conseguenza) e di tutti quegli innumerevoli dettagli tecnici che compongono un'azione.

Si tratta di uno studio di analisi, basato sulla razionalità e sulla capacità di "forzarci" ad uno schema prestabilito (non è il termine migliore che userei, ma è giusto per risultare più comprensibili).

In questo contesto esistono "giusto" e "sbagliato"... ed è fondamentale la finalizzazione del proprio agire: "so cosa voglio ottenere e provo ad ottenerlo".

Se ci riesco mi compiaccio, se non ci riesco ne cerco i motivi e ci riprovo fino a quando non ce la faccio: in ogni caso sviluppo la volontà e cerco comunque di migliorare, applicando il principio di "kaizen" [改善] (del quale vi davamo già parlato QUI).

L'allenamento è basato sulla capacità di cogliere le differenze fra quello che facciamo ed un modello ideale di riferimento... mostrato dal proprio Insegnante, di solito.
Per fare questo, risulta fondamentale sviluppare ed affinare le proprie capacità di giudizio e di critica.

Nel sistema tradizionale giapponese è anche importante comprendere attraverso l'esperienza e non aspettandosi spiegazioni dall'insegnante... cosa che affina la capacità di apprendere guardando con molta attenzione ciò che egli ci propone.

Una cosa storicamente interessante è che O' Sensei crebbe SOLO con queste modalità di apprendimento dai suoi Maestri e credo che esse siano state anche il piatto forte degli insegnamenti che siede - a sua volta - ai suoi allievi.

Coloro che sostengono che l'apprendimento delle basi sia fondamentale per lo sviluppo di una capacità più libera di espressione (in Aikido, come in qualsiasi disciplina) lo fanno proprio guardando a cosa accadde storicamente a Morihei Ueshiba.

Oggi però non siamo nel 1900 e non siamo (tutti) in Giappone: anche questo è un altro dato di realtà.

Per questa ragione con l'Evolutionary Aikido Community da numerosi anni abbiamo iniziato a studiare una sorta di "didattica della spontaneità"... e nella mia demo quindi l'ultima parte è dedicata proprio ad essa.

Innanzi tutto abbiamo una pratica che, polarmente al contrario di quella tecnica:

- non è basata sulla ripetizione, ma sull'unicità di un movimento;

- non è basata sul copiare un movimento di qualcuno, quanto sull'interpretare in modo emotivo il momento che si vive;

- non è basata sulla finalizzazione, ma sull'esperire ogni istante, anche se esso non dovesse portare a goal specifici (come fare cadere il partner, tenerlo sotto controllo, etc);

- non è basato su una forma di giudizio critico, quanto mantenere ascolto e presenza durante ogni istante del movimento... sia quando si è soli, sia quando si è in contatto con il partner;

- non è basato sul senso del dovere nel miglioramento, ma sul piacere di ciò che si vive istante per istante.

I parametri sono quindi molto diversi rispetto al keiko tradizionale: sono proprio polari ed opposti!

Questo tipo di allenamento porta il praticante alla capacità di fare contatto con il proprio mondo interiore, spesso attraversato da emozioni difficili da comprendere in modo razionale... e far esperire come questo "mondo interno" abbia un impatto molto profondo con ciò che avviene "fuori".

Se ci si calma... uke si calma; se si è lucidi e centrati, uke non è in grado di metterci alla strette; se vivo una qualità emotiva specifica, essa si specchia e riversa nel modo di muovermi.

Questo approccio - inizialmente - risulta ben poco marziale e molto più simile ad una danza... quindi ovviamente tutti i detrattori di ciò che non è tradizionale non indugiano un secondo a definirla "merda" (ho cercato di essere più aulico possibile!)... però - a livello collettivo - risulta qualcosa di completamente diverso e piuttosto interessante...

I detrattori del "non si è mai fatto così" fanno rumore subito, ma sono pochi e sparuti, come quelli che si sono aggrappati ad una tradizione mai forse compresa a fondo e che con essa moriranno nel giro di poco... gli altri invece si incuriosiscono, perché trovano assonanza con gli aspetti più attuali che l'Aikido è in grado di offrire alla nostra società!

Il video quindi fa oltre 1500 visualizzazioni in una settimana... e gli apprezzamenti sono circa in rapporto 6 a 1 rispetto a chi disdegna il lavoro (dato rilevato il 5/02/2020, 7 gg dopo la messa on-line del video).

In ogni caso, non scrivo queste righe per convincere nessuno di alcunché, quanto per portare una testimonianza ed indurre a qualche ulteriore riflessione in merito al binomio "forma-spontaneità".

Dicevamo, che a livello storico si è visto che O' Sensei giunse al livello della creativa spontaneità nella disciplina dopo decadi di studio severo e minuzioso della forma: come mai che ciò accadde?

Ovvero: perché lo studio della "forma" può un giorno dischiuderci i reami della "non-forma" e della spontaneità?

Semplice: perché apparteniamo ad un sistema apparentemente duale, ma in realtà non-scisso... quindi quando si punta verso EST ad un certo punto proseguendo ci si trova inevitabilmente ad OVEST, ovvero all'opposto della direzione in cui si presumeva di arrivare.

Così quando mettiamo le mani nella neve, esse si "bruciano": andiamo verso il freddo QUINDI il principio del caldo si fa vivo.

Ci viene la febbre, la temperatura del corpo sale, ma ci vengono i brividi di freddo: andiamo verso il caldo, QUINDI il principio del freddo si manifesta.

Sotto questo punto di vista perciò è corretto: se digeriamo quintali e quintali di forma, un giorno dovremmo in effetti risultare completamente liberi da essa... tuttavia come mai che la quasi totalità di chi in Aikido sta agendo in questo modo NON addiviene a questo stato di Takemusu Aiki?

Cosa differenzia i praticanti odierni da O' Sensei?

Molte cose e non solo legate alle capacità personali: il momento storico, la cultura in cui ciò si ambienta... ma banalmente anche il TEMPO che si ha a disposizione per dedicarsi all'Aikido - che nel caso di O' Sensei era H24 - mentre per un praticante occidentale medio se sono 3 ore alla settimana spariamo fischi e mortaretti!

Morihei Ueshiba si diresse dalla forma alla sostanza, dal visibile al personale/invisibile: ora lo possiamo fare PURE noi... ma approcciando l'Aikido in modo parzialmente diverso da come fece lui.

Possiamo da SUBITO studiare la forma, come tradizione vuole... ma altrettanto da SUBITO possiamo studiare le caratteristiche e la dinamiche che ha la spontaneità e studiare i principi anche SENZA che essi siano per forza contenuti in un pattern tecnico.

Così facendo, anziché dalla base andare verso la cima della piramide... è come se fossimo a metà della piramide e ci dirigessimo contemporaneamente sia verso la base, che verso la cima.

Mettiamo di sicuro molta più carne al fuoco (poiché oltre alla forma che è già tanta roba di suo ci sarà parecchio altro da studiare), ma dall'inizio avremo una certa capacità di muoversi sia nel regno del manifesto, sia in quello del personale/coscienziale/interno... che è più il luogo nel quale l'Aikido esprime oggi le sue maggiori potenzialità.

Fare Aikido per storcere il polso ad un rapinatore risulta piuttosto semplicistico, rispetto ad utilizzarlo per affrontare le paure che si anno (del rapinatore, come di qualsiasi altra cosa ce ne faccia).

Patrick Sensei nella parte di jiyu waza (movimenti liberi) mi ha chiesto prima di manifestare il principio dello "yin", ovvero dell'accoglienza, dell'empatia, della ricettività... quindi quello dello "yo" (termine giapponese del più conosciuto "yang" cinese), ovvero dell'azione, della determinazione, della penetrazione (se ne dev'essere accolto il primo uke che è arrivato ad attaccarmi, prima che mi ricordassi che non è bene uccidere la gente!).

In seguito mi ha chiesto di fondere, bilanciare ed integrare yin e yo... e di manifestare il principio della "leadership": non è che ci sia un modo specifico di fare una cosa del genere mentre ti attaccano in 3, però è possibile fare contatto con le proprie sensazioni, emozioni ed idee sul tema... e provare a trasdurli in movimento.

Il risultato lo potete vedere nel video seguente:

- minuti   0 -> 14 FORMA
- minuti 14 -> 23 SPONTANEITÀ



Avevo particolarmente a cuore condividere questi pensieri e questa mia esperienza perché questo riconoscimento mi giunge direttamente dal mio Sensei, al quale sono molto grato per tutta l'ispirazione ed il supporto che ha saputo darmi in questi numerosi anni di "viaggio" insieme.

Non è tanto per il 5º dan: ero già 5º dan da alcuni anni per la FIJLKAM... questo però è il MIO modo di essere di praticare ed insegnare Aikido... cosa che spesso in un'istituzione come la Federazione non è possibile fare completamente emergere, per svariate ragioni.

Sono grato ai miei allievi per il supporto costante che ricevo nel Dojo ed anche in eventi come questo, nei quali ci sono state persone che sono partire dall'Italia (anche) per farmi da uke.

Allo stesso tempo, mi sento fortunato di poter condividere questo momento con voi tutti: nella tradizione i vari gradi "dan" hanno un significato ben preciso:

- 1º dan: grado "dell'allievo che cerca la via";
- 2º dan: grado "dell'allievo all'inizio della via";
- 3º dan: grado "degli allievi riconosciuti";
- 4º dan: grado "degli esperti tecnici".

Con la cintura nera, da "mudansha" [無段者] si diventa "yudansha" [有段者] (il "guerriero"): il 5º dan risulta il grado "della conoscenza", nel quale si più acquisire il tutolo di "renshi" [錬士] ("persona che forgia") e si accede di diritto alla categoria dei "kodansha" [古段者]ovvero alla "maestria spirituale".

Io non so se sono giunto al grado della maestria spirituale, in realtà non lo credo... ma so che talvolta basta sbagliare di poco ed è una tragedia: per esempio...

- se anziché "godan", scriviamo "god han"... in anglo-giapponese diciamo "semi-dio" [神半];

- se anziché "godan", scriviamo "gohan"... in giapponese può significare sia "cattivo giudizio/erronea valutazione" [誤判], sia "pranzo" [午飯];

se anziché "godan" diciamo "gadan"...  in piemontese il significato risulta ulteriormente molto differente, "babbeo, tonto" [ガダン]!

Voglio quindi pensare che godan non sia per nulla un traguardo, ma la partenza di un viaggio che si preannuncia essere sempre più entusiasmante... consapevole che da "semi-dio" a "babbeo" la distanza può essere letteralmente piccola!


Marco Rubatto

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