lunedì 7 dicembre 2015

Un Sensei per amico: i ruoli, le persone, lo sbrago

Diversi Insegnanti, nelle occasione di formazione che abbiamo promosso, hanno spesso fatto menzione ai loro dubbi in merito a quanta confidenza concedere ai propri allievi.

L’età media dei responsabili dei corsi si è attualmente abbassata rispetto ad un tempo ed il Sensei d’Aikido spesso risulta essere talvolta una persona più giovane dei suoi stessi allievi.

Nella cultura patriarcale giapponese (e non) il Sensei era (ed è?) un istituzione semi-sacra, alla quale guardare con rispetto, riverenza… ed dalla quale ricevere poca confidenza proprio in virtù del suo ruolo di prestigio.
Più il Sensei aveva una differenza di età rispetto ai propri allievi, più questa “distanza” sociale era accentuata… per l’indiscussa mole di esperienza che li divideva.

Oggi non è più così: si inizia ad insegnare prima (cioè anche senza possedere per forza un’esperienza ciclopica, discuteremo altrove se ciò sia un bene o un male) e spesso l’insegnamento risulta più orizzontale, cioè in un atmosfera meno austera di un tempo, nella quale gli allievi eseguono ciò che il Sensei indica loro perché ne hanno voglia, anziché perché non possono fare altrimenti.

I tempi in cui il Maestro padrone con la fronte accigliata dice fa “Fai così!” e l’allievo rispondeva “Sissignore!” sembrano ormai alle spalle, ma ecco che nuovi interrogativi… ed anche problematiche si affacciano all’orizzonte.

Da una società Aikidoistica estremamente piramidale, con il Maestro al suo vertice… spesso ora assistiamo ad un notevole appiattimento gerarchico e ad una sensazione di “amicizia” quasi indistinta che lega i singoli praticanti fra loro, così come al proprio Insegnante.

Poi nei gruppi si finisce spesso al pub o in pizzeria, dopo l’allenamento, e li i ruoli del Dojo subiscono un ulteriore mischiata (ma questo anche ad Iwama - giusto per citare un luogo un tempo austero - ed anche ora!), nella quale se il Maestro scherzosamente ti tira una pacca sulla spalla, tu gliene puoi tirare una indietro, dicendo “e non fare io cretino!”

Nel Dojo ciò non sarebbe accettabile, secondo la tradizione… ma una volta che questa cosa è avvenuta altrove, siamo certi che non cambieranno anche le atmosfere durante gli allenamenti?

Questo era proprio la questione che spesso ci puntualizzavano diversi Insegnanti (ma anche allievi): le loro domande erano tutte del tipo… “Ma già che dopo un po’ di pratica ci si conosce meglio anche a livello personale, ci si impara a stimare e ci si vuole anche bene, fino a che punto possiamo diventare amici dei nostri allievi (del nostro Sensei)?".

Questione interessante, che abbiamo avuto la fortuna di confrontare con veri e propri “esperti” del settore, per via della loro professione e per l’incredibile esperienza nell’argomento.

Ovvio che l’Aikido serve a sviluppare le personalità e cerca di farlo in modo più positivo ed integrante possibile, ovvio quindi che si instaurino vere e proprie affinità elettive forti, in grado di mostrarsi addirittura più forti della parentela sanguigna (ricordiamo, ad esempio, che O’ Sensei lascio in gestione il suo Dojo ed il tempio Aiki al suo allievo Morihiro Saito, e NON a suo figlio Kisshomaru Ueshiba): fino a che punto è bene tuttavia “confondere” e mischiare i ruoli?

L’amicizia è un rapporto molto speciale, c’è chi dice che sia uno dei sentimenti più forti che siamo in grado di provare, proprio perché è perfettamente “orizzontale”… ossia ciascuna delle sue parti NON è per nulla legata da vincoli al prosieguo della relazione di amicizia, ma proprio in virtù di essa, sceglie di rinnovarla perché semplicemente “le va di farlo”.

Il rapporto di ruoli invece non è così: Insegnante-discente, Maestro-allievo, Psicoterapeuta-paziente, Sacerdote-fedele… prevede altro.

Nell’affermare ciò, sembra di perdere qualcosa di umano, ma non è per nulla così.

Nei rapporti di cui sopra “una parte” (quella scritta con la lettera minuscola) va a cercare l’altra parte per facilitare dentro a sé un percorso… che la parte con la lettera maiuscola si impegna a supportare.

Questo percorso non è per nulla facile (altrimenti non si cercherebbe aiuto esterno!), perché richiede di affrontare anche momenti di crisi notevoli, e di esplorare percorsi che non è per nulla detto che piaceranno di primo acchito. Magari tutto ciò risulterà semplicemente utile al raggiungimento del fine che ci eravamo prefissi con noi stessi, anche tramite il nostro “trainer”.

Un amico di solito si augura il migliore bene possibile per noi... non vorrà mai farci stare male: un Insegnante, un Terapeuta, un Sacerdote, un Maestro SA che a volte il nostro stare bene passa TEMPORANEAMENTE anche da un nostro stare male, e non ci farà nessuno sconto sulla pena nel farci provare quindi questa sensazione sgradevole, di frustrazione ed inadattezza.

È per un “bene” ulteriore e più importante di chi ha chiesto loro aiuto… e che vorrebbe forse fare tutta la strada in modo comodo. L'Insegnante, il Maestro, lo Psicoterapeuta, etc, non fa quello che VUOLE, fa quello che DEVE... perché ha scelto quel ruolo e se ne assume la completa responsabilità nei confronti delle persone che lo frequentano.

Un amico non è assolutamente tenuto a fare ciò, proprio per via dell'orizzontalità della relazione: è responsabile solo di sé... e il suo modo di comportarsi con gli altri è una scelta dettata dalle proprie convinzioni e dai sentimenti che prova. In un certo senso potremmo dire che "non ha ruolo".

Un Maestro può essere anche un amico, ma un amico non è detto che sia un Maestro.
L'amico ha l'esperienza che ha... che potrebbe essere maggiore o minore della nostra nel campo in cui gli chiediamo supporto.

Il Maestro invece DEVE avere un'esperienza maggiore della nostra per essere considerato tale, ciò significa che la sua prospettiva dovrebbe essere necessariamente più lungimirante e saggia. DEVE essere in grado di indicare un percorso...

Il rispetto (e la lettera maiuscola) stanno solo a rimando di queste sue caratteristiche e delle responsabilità che ne conseguono. Un amico può dormire sonni più tranquilli, pur volendoci tutto il bene del mondo.

Il Sensei è li per farci dare il massimo, per tirarcelo fuori con le pinze se dovessimo dimostrarci pigri: l'amico si dispiacerebbe se non lo facessimo... ma non ha obblighi di fare nulla.

Capite bene che quindi diventare amici del proprio Maestro, dei propri allievi, è qualcosa di umanamente molto comprensibile... l'utilizzare questa vicinanza umana per "accorciare" le fatiche del proprio percorso però è qualcosa da evitare come la peste!

Il Maestro che fa fare qualcosa all'amico-allievo in virtù dell'amicizia che li lega, dovrebbe chiedersi se e quanto poi questo modus operandi guasti il suo rapporto con questi sul tatami... luogo in cui egli ha delle responsabilità precise verso gli altri, amici o meno che siano.
L'allievo NON è una proprietà dell'Insegnate: quanto sarebbe meschino utilizzare la propria posizione per fare richieste "amichevolmente" ritenute lecite?

L'allievo che si rivolge al suo amico-Maestro in modo troppo confidenziale su un tatami è come se volesse "sospendere" momentaneamente i ruoli che li distinguono in virtù del loro legame personale... e solitamente questo avviene per uno sconto o una concessione che invece andrebbe meritata e sudata con impegno e grazie ad azioni specifiche e significative.

L'allievo all'amico-Maestro: "Cosa fai, mi bocci all'esame?... dopo quelle sane risate fatte insieme alla braciolata questa estate? Non ricordi che ti avevo anche portato la salsiccia che ti piace tanto?!"

Questo è un tipico esempio di "sbrago", nel quale cerchiamo di mettere insieme a forza due contesti importanti (quello conviviale e quello dell'Aikido), ma che fra loro possono anche non essere sempre e continuativamente attinenti.

Allora significa che un Maestro non deve MAI concedere confidenza ai propri allievi?

NON stiamo dicendo questo: stiamo affermando che starà all'intelligenza delle persone far si che ciascuno non approfitti del legame che ci lega al prossimo quando calziamo un ruolo preciso nei suoi confronti (poco importa quale esso sia).

E siccome non è facile trovare persone così attente e sagge, non disposte a fare questo genere di confusioni, crediamo che innanzi tutto un Maestro ed un allievo debbano pensare a calzare al meglio il proprio ruolo... 

... senza escludere che la vicinanza umana diventi anche qualcosa di più intimo e profondo (che è di per sé qualcosa di estremamente positivo!), nella consapevolezza e capacità di disgiungere le due cose, se la situazione lo rendesse necessario.

Diciamo che quando tutti hanno chiaro il proprio "margine di manovra", diventa assolutamente auspicabile che un "ruolo" evolva in qualcosa di più umano... ma questa allora sarà amicizia autentica, e non l'ennesimo sentimento usa-e-getta, destinato a non fare un'autentica differenza.

Facciamo gli allievi che sono "amici" così tanto dei propri Insegnanti da non approfittarne, e i Maestri che - siccome sanno che esiste questa possibilità - sono i primi a fare innanzi tutto impeccabilmente ciò che il loro mandato richiede.


2 commenti:

Anonimo ha detto...

Concordo pienamente con quanto scritto.
L'amicizia che ho con il mio maestro non ha impedito la mia bocciatura agli esami da terzo Kiu e da secondo Dan...
Amicizia e rispetto che sono rimasti inalterati e che uniti alla dedizione alla pratica, all'aiuto dei miei compagni di allenamento , mi hanno permesso di raggiungere il grado di Sandan.
So per certo che non ho ricevuto alcun regalo e la cosa mi gratifica ulteriormente.
Reputo superfluo dire che continuo nella pratica con il medesimo entusiasmo di 30 anni fa .
Un abbraccio

Dijego ha detto...

Come sempre esprimo il mio punto di vista per ciò che mi compete e quindi a seguito della mia esperienza di allievo. Quando incominciai la pratica, appena maggiorenne, del Maestro avevo il timore reverenziale che hanno le reclute con il sergente maggiore. Insomma rigavo dritto perché il dojo rigava dritto, e se succedeva qualcosa ci sarebbe stata la messa in onda delle "sette giornate di sodoma". Poi negli anni il rapporto si è fatto più maturo ma complice la differenza di età, ogni volta (purtroppo ciò avviene di rado) che mi rivolgo a lui antepongo sempre il termine sensei o maestto anche se gli do del tu. Ora è un rispetto non dovuto al timore ma di reverenza verso un uomo di esperienza che mi donato l'amore per la nostra Via. Fin qui tutto facile, strada tracciata e allievo inquadrato. Ma con il mio Sensei attuale come la mettiamo? Siamo coetanei, spesso ci alleniamo da soli e in questi anni si sono condivise assieme molte esperienze anche extra dojo. Qui viene il difficile perché sono io che mi traccio delle linee da non attraversare e sono consapevole che ciò dipende solo dalla mia autodisciplina. Credo che faccia parte del percorso di maturazione di un allievo lo scegliere di rigar dritto anche quando potrebbe fare di testa sua. D'altronde se fallissi in tale atteggiamento, essendo il più anziano dei senpai sarei il seme della rovina della scuola perché ovunque sia andato la scuola era sana se gli anziani erano veri budoka. Chiudo ringraziando i miei senpai anche se forse non leggeranno mai queste parole.