lunedì 26 gennaio 2009

稔望月 Minoru Mochizuki: pioniere pluridecorato

“Credo davvero tantissimo che ci siano parole che oggi possano veicolare al mondo le idee e il pensiero di Ueshiba Sensei, ma è altrettanto necessario avere delle tecniche che possano insegnare le medesime cose. E’ di vitale importanza l’essere capaci di esprimere questo a parole e di dimostrarlo con i fatti”. [Minoru Mochizuki]


Minoru Mochizuki
nacque il 7 aprile 1907 a Shizuoka, capoluogo dell’omonima Prefettura giapponese. Trasferitosi con la famiglia a Tokyo nel 1912, si accostò alle arti marziali iniziando a praticare il Judo, Kendo nel 1918 alla scuola di un ex Samurai ed iscrivendosi quindi al Kôdôkan nel 1926.
Nel 1927 fu accettato come uchideshi dal Maestro Kyuzo Mifune, 10° dan di Judo allora direttore del Kôdôkan e in seguito venne notato dallo stesso Jigoro Kano, Fondatore del Judo, che lo promosse fra i suoi più meritevoli collaboratori. In meno di due anni ricevette il grado 3° Dan, un traguardo veramente di tutto rispetto.

Per iniziativa di Kano Sensei, Minoru iniziò a dedicarsi al Katori Shinto Ryu e Shindo Muso Ryu e fu quindi inviato ufficialmente sempre dal suo Maestro nel 1930 presso Morihei Ueshiba, O’ Sensei, a studiare Aikido, con il compito di relazionare ogni mese il Kôdôkan in merito a questa esperienza.
Non dimentichiamo infatti che Gigoro Kano Sensei e Ueshiba Sensei si erano incontrati personalmente pochi mesi prima ed il Fondatore del Judo rimase positivamente impressionato dall’Arte di O’ Sensei, a dire delle cronache del tempo, tanto da pronunciare la storica frase: “questo è il mio Budo ideale”. Come da antica tradizione, non stupisca quindi che egli abbia inviato uno dei suoi allievi più promettenti a studiare sotto il patrocinio di un altro famoso Maestro, con lo scopo di avere un feedback che gli consentisse di entrare attivamente nel merito di ciò che veniva insegnato nel Dojo che lo aveva tanto meravigliato.

Mochizuki iniziò ad apprendere Daito Ryu Aikijujutsu (al tempo non aveva ancora assunto il nome “Aikido”), per qualche mese a Mejiro, antecedentemente all’apertura nell’aprile del 1931 a Ushigome del Kobukan Dojo. All’epoca aveva 24 anni e compiva progressi notevoli grazie alla sua vasta esperienza nel Budo e al suo innato talento. Poco dopo essere entrato al Kobukan, il Maestro Ueshiba gli chiese di supervisionare i suoi uchideshi e di aiutarlo come assistente Istruttore. O’ Sensei suggerì a Mochizuki anche di sposare sua figlia e divenire così suo figlio adottivo e successore. Mochizuki declinò l’offerta e la fatalità volle che di lì a poco si ammalasse di pleurite e tubercolosi polmonare.
Fu riportato a Shizuoka per poter essere curato.

Dopo tre mesi trascorsi in ospedale, iniziò gradualmente a insegnare in un Dojo costruito da suo fratello e da alcuni amici nel centro della città. L’apertura ufficiale del suo primo Dojo fu però nel novembre del 1931 e vi parteciparono diversi dignitari di Tokyo, tra cui Ueshiba, l’Ammiraglio Takeshita e il generale Makoto Miura.

Benché Minoru avesse trascorso solo pochi mesi con Ueshiba Sensei a Tokyo prima di ammalarsi, questi non mancava regolarmente di fargli visita quando si recava ad insegnare lungo la strada per Kyoto, nei seminari organizzati dalla Budo Senyokai, sponsorizzata dall’Omoto Kyo.
Fu proprio in questo periodo che Ueshiba conferì a Mochizuki due pergamene “moku roku” di trasmissione del Daito Ryu. Entrambe sono datate giugno 1932: la prima si intitola “Daito Ryu Aikibujutsu” ed è identica al “Daito Ryu Hiden Mokuroku”, dato da Sokaku Takeda come raggiungimento del primo livello di studio del Daito Ryu, la seconda invece è intitolata “Hiden Ogi”, e certificava il raggiungimento del successivo livello più elevato nella tradizione del Daito Ryu. Entrambe le pergamene portano la firma di “Moritaka Ueshiba, allievo di Sokaku Takeda” e un sigillo su cui si legge “Aiki Jujutsu. Questi documenti forniscono un’ulteriore prova dell’importanza del Daito Ryu nella storia e sviluppo tecnico dell’Aikido.

Pochi anni più tardi, nel 1936, nacque il suo primo figlio, Hiroo.
Minoru Mochizuki ricevette nel 1938 un importante incarico governativo e si trasferì in Mongolia, per ricoprire la carica di Vice-Prefetto distrettuale. Questa esperienza diede lui modo di comprendere in maniera ancora più approfondita le radici storiche delle arti marziali cinesi e di divulgare quelle giapponesi.

Durante il suo soggiorno apprese anche il Karate con un Maestro giapponese. Alcune cronache azzardano che questo “Maestro” fosse addirittura lo stesso Gichin Funakoshi, Fondatore del Karate Shotokan, anch’egli venuto personalmente a conoscenza diretta di Gigoro Kano Sensei a Tokyo, nel 1922… ma dalla biografia di Funakoshi Sensei non risulta che egli fosse stato in Mongolia in quegli anni, quindi siamo propensi a non dare eccessivo credito alle fonti che lo vedrebbero coinvolto con gli insegnamenti di Karate ricevuti da Mochizuki Sensei.
Questi ritornò in Giappone finita la guerra, nel 1946, e poco dopo riprese l’insegnamento nel suo Dojo e contatti con Morihei Ueshiba, che gli richiese assistenza nella direzione dell’Hombu Dojo Aikikai, a fronte della sua esperienza. Egli tuttavia rifiutò, per non essere coinvolto in questioni di carattere più politico ed amministrativo relative a questa fiorente organizzazione.

Nel 1951 fu incaricato di svolgere una ricerca di economia per la Nihon University ed entrò a far parte della delegazione culturale giapponese invitata dall’Unesco a Ginevra per una manifestazione.
Pare che un contrattempo lo costrinse a prolungare la sua permanenza in Europa, dove nel frattempo diede dimostrazioni di Judo e Bujutsu. Egli fu, inoltre, il primo a portare l’Aikido in Occidente, quando nel 1951 viaggiò attraverso la Francia per diffondere il Judo.



La sua opera continuò negli anni a venire, soprattutto in questa nazione, grazie anche al trasferimento il loco del figlio Hiroo, che promuoverà, oltre che le arti marziali paterne, anche il Karate, ed in seguito fonderà lo Yoseikan Budo.

Pare che Mochizuki Sensei divenne tuttavia pioniere dell’Aikido anche sotto molteplici altri punti di vista.
L’introduzione dell’Arte di O’ Sensei in Europa e l’associazione di quest’ultima con il Judo derivano infatti direttamente dalle prime attività di Mochizuki.
Egli pose le fondamenta di un sistema che si sarebbe ripetuto per molti Paesi europei e che prevedeva che le radici dell’Aikido affondassero direttamente nella comunità del Judo già esistente.

Un ampio numero di praticanti europei di vecchia data era costituito infatti da Judoka che avevano concluso la loro carriera agonistica e potevano trovare nelle aggraziate tecniche di Aikido un prosieguo logico ed ideale della loro pratica marziale in modo innvativo e stimolante.
Mochizuki trascorse un totale di due anni e mezzo in Francia e i suoi sforzi permisero di porre le basi per lo sviluppo della più grande comunità di Aikidoka al di fuori del Giappone.

Al suo ritorno dall’Europa, Mochizuki riferì a Ueshiba Sensei di come avesse dovuto mostrare la sua abilità ad altri praticanti di Judo e Kendo, che volevano dimostrare di essere i migliori, mentre insegnava in Francia, Egli, inoltre, asserì che, se l’Aikido meritava una diffusione internazionale, avrebbe dovuto possedere il sé una base tecnica più ampia. Ueshiba, secondo le testimonianze, replico secco:

“Tutto il tuo modo di pensare è un errore! Ovviamente è sbagliato essere deboli, ma non è tutto. Ti rendi conto che non siamo più nell’epoca in cui l’ottica era vincere o perdere? Ora è l’epoca dell’armonia, non riesci a vederlo?”.

Mochizuki Sensei così commentò l’avvenimento:

“Mi disse questo guardandomi dritto negli occhi. Allora non ero ancora in grado di comprendere, ma lentamente e con il trascorrere del tempo tutto mi fu più chiaro. Questo perchè oggi percepisco ciò che faccio… Abbiamo visto la situazione mondiale evolversi gradualmente attraverso una guerra che dicono abbia ridotto allora la popolazione mondiale ad un terzo del suo numero attuale. In tale situazione come possiamo ancora parlare di vincere o perdere? Questo è quello che sento con sincerità dai più lontani recessi del mio cuore ed è il motivo per cui ho deciso di diffondere con convinzione il Budo nel mondo”.

Nel 1960 venne premiato dal Bureau du Conseil Municipal di Parigi con la medaglia d'argento della Città di Parigi.

Nel 1971 ritornò in Francia per tenere un corso di Judo e Aikido, mentre nel 1971 fu impegnato in una attività analoga a Saigon, in Vietnam.
Dal 1976 tenne ogni anno una lezione al Kôdôkan per i Maestri di alto rango.

Minoru Mochizuki continuò il suo insegnamento in Giappone ed a recarsi in Europa, anche se, dagli anni ‘80 in poi, l’età e la salute ne limitano gli spostamenti.

Egli formulò gradualmente un proprio sistema marziale, che includeva in sé elementi di Judo, Jujutsu, Aikido, Karate, Katori Shinto Ryu. Questo stile divenne poi noto come “Yoseikan Budo. Tale progetto portava l’evidente impronta delle filosofie degli insegnanti per cui provava profondo rispetto: Jigoro Kano, pensatore razionale e dinamico e Morihei Ueshiba, che aveva una notevole inclinazione verso la spiritualità; nel loro modo di insegnare avevano trasmesso a Mochizuki la sensazione di futilità nel pensare unicamente al concetto di vittoria, unitamente alla consapevolezza di come lo scopo più autentico del Budo risiedesse nello sviluppo personale dell’individuo.

Mochizuki si mantenne periodicamente in contatto con il Fondatore dell’Aikido fino alla sua morte nel 1969, anche se rimase sempre indipendente dall’Aikikai Hombu Dojo. Continuò a viaggiare all’estero, ponendo basi stabili in Francia, Australia, Taiwan e Canada. Continuò ad insegnare lo Yoseikan Budo nel suo dojo di Shizuoka e a scrivere libri e articoli su diversi aspetti relativi alle arti marziali.

Mochizuki apparse nella seconda Aikido Friendship Demonstration, tenuta il 25 ottobre 1986 e scrisse il libro Nihonden Jujutsu
(“Jujutsu tradizionale giapponese”).



Nel 2000 ricevette a Shizuoka la delegazione Internazionale dello Yoseikan Budo.

Dal 2001, stante la sua cattiva salute, si trasferì definitivamente presso il figlio Hiroo ad Aix-en-Provence, nel sud della Francia.

La sede principale dello Yoseikan Budo venne trasferita anch’essa in Francia. Il figlio divenne nell’estate del 2001 il successore ufficiale “Soke” davanti all’assemblea internazionale dei Maestri della scuola, anche se il suo approccio si differenziava notevolmente da quello del padre e comprendeva anche un sistema di competizione.

Mochizuki Sensei morì serenamente all’età di 95 anni nel 30 maggio del 2003, proprio nel Paese che seppe essere il trampolino di lancio per lo sviluppo internazionale dell’Aikido.

Nella sua lunga carriera, ha ottenuto numerosissimi riconoscimenti in svariate pratiche Marziali. Ne offriamo di seguito un dettagliato elenco:

- Daitoryû Aikijûjitsu menkiô kaiden (massimo grado)
- 10° Dan di Aikido, Meijin, grado Kokusai Budo Inn riconosciuto dalla famiglia Ueshiba
- 9° Dan di Nihon Ju Jutsu
- 8° Dan di Judo Kokusai Budo Inn
- 7° Dan di Judo Kodokan
- 8° Dan Hanshi di Tenshin Shoden Katori Shinto Ryu
- 7° Dan di Iaido, Kyoshi, Zen Nihon Iaido Renmei
- 5° Dan di Kendo Zen Nihon Kendo Renmei
- 9° Dan di Shindo Muso Ryu Jo Jutsu


Inoltre ha ricevuto i seguenti diplomi tradizionali:
- da Morihei Ueshiba il Menkyo Kaiden e i due rotoli di Okuden “Goshinyo no Te” e “ Hiden ogi no Koto”.
- da Sanjuro Oshima, Soke di Gyokushin Ryu, lo “Shoden Kirigami Mokuroku”

Mochizuki Minoru Shihan, (63° Dan se si potessero sommare!) ricoprì anche la carica di Presidente Onorario della I.F.N.B. ("International Federation of Nippon Budo")

Un esempio raro e rispettabile di vita dedicata allo studio, insegnamento e divulgazione dei principi del Budo, che ogni praticante potrebbe con efficacia prendere come esempio di passione, coinvolgimento ed efficacia in merito alle filosofie ed ideali incarnati dalle Arti Marziali classiche.

lunedì 19 gennaio 2009

Keiko: quanto è bene allenarsi?


Presentiamo un’indagine sia attuale che storica sulle tempistiche che vengono/venivano solitamente dedicate agli allenamenti nei Dojo.

L’Aikido, e praticamente ogni Arte Marziale, basa quasi del tutto la sua essenza, la possibilità di essere appresa e assimilata nell’allenamento… il keiko.

Di conseguenza ci siamo chiesti quale rapporto risulta esserci fra la pratica ai nostri giorni e quella che veniva svolta quando l’Arte è stata coniata… ossia ai tempi di O’ Sensei e dei suoi primi allievi, divenuti poi spesso Maestri di fama internazionale.

Il risultato ci ha lasciati realmente stupiti!

Di solito le lezioni di un corso di un Aikido in Italia prevedono un paio di allenamenti alla settimana (minimo uno, massimo tre… tranne rari Dojo professionali in cui si pratica 5 volte alla settimana), ed hanno una durata che va da una a due ore ciascuna.

Con buona approssimazione, nella maggioranza dei casi, ogni allievo ha modo di allenarsi circa 3 o 4 ore alla settimana (nel nostro Dojo, ci riteniamo particolarmente fortunati, ci incontriamo per circa 6 ore alla settimana).

Questi ritmi, tempistiche e coinvolgimenti, tuttavia, sono molto differenti da quelli pensati e vissuti da O’ Sensei con i suoi primi gruppi di allievi: gli allenamenti erano quotidiani, si snodavano in più keiko al giorno e non prevedevano pause particolari per il weekend, per le festività comandate o le vacanze estive.
Sottoporsi per cinque anni ad un tale allenamento significava aver trascorso all’incirca più di 4500 ore sul tatami (per sottostima).
Un corso che abbia due lezioni settimanali da un ora e mezza, che si fermi per il solo mese di agosto e che perda solo un paio di lezioni a causa delle festività nazionali sparse durante l’anno (se ne perdono normalmente molte di più, all’incirca l’equivalente di un altro mese di pratica), nello stesso tempo avrebbe avuto a disposizione 630 ore di keiko.

Per raggiungere 4500 ore, un corso dalle nostre parti impiegherebbe poco più di 36 anni!
Dopo trentasei dei nostri anni, si sarebbe lavorato come cinque degli anni di O’ Sensei!

Non è nostra intenzione ora insinuare che la quantità sia da paragonare direttamente alla qualità (che anche allora comunque non doveva essere pessima), ma piuttosto mettere in luce la profondità della trasformazione operata dalla nostra cultura nell’importare l’Arte del Fondatore.

Essendo cambiati il contesto storico, sociale e le latitudini alle quali viene praticato l’Aikido, pare abbastanza normale che siano avvenuti altrettanti cambiamenti nelle modalità e frequenze della pratica, solo si rifletta su quanto tali “inevitabili” cambiamenti influiscano sugli apporti benefici della disciplina stessa.

Che la storia abbia reso necessari alcuni cambiamenti è infatti una considerazione… ma che alcuni cambiamenti più di altri rischino di inficiare le potenzialità dell’Arte potrebbe infatti essere un altro discorso, non necessariamente conseguenza del precedente.

Se, ad esempio, un medico prescrive una farmaco ad un paziente, da somministrare regolarmente nel modo “X”… e la storia personale di quest’ultimo gli permette solo più di assumerla (altrettanto regolarmente) nel modo “Y” i benefici della medicina rimarrebbero forse inalterati, ma cambierebbero le tempistiche dei benefici attesi e/o della guarigione.

L’Aikido non necessariamente è da considerarsi un farmaco, ma ha sicuramente alcuni effetti su chi lo pratica… Se ai suoi albori veniva contattato con un’enfasi di un certo tipo, probabilmente anche gli effetti che avrà messo in luce saranno stati proporzionali a tale profondo ingaggio.

Se “il mondo che cambia” precludesse ai pazienti di assumere una terapia con regolarità, non ci si stupirebbe se essi non beneficiassero più degli effetti della cura.
Per analogia bisogna chiederci con onestà se e quanto la nostra naturale frequenza alle lezioni influisca sugli effetti che l’Arte giustamente promette ad ogni serio praticante.

Infatti, non solo dovremmo praticare 36 anni per accumulare lo stesso numero di “ore di volo” (pare azzeccata l’analogia!) ed esperienza che gli allievi di O’ Sensei ottenevano in soli 5 anni… ma è serio chiederci… quante volte solitamente un “Aikidoka medio” salta un allenamento settimanalmente?

Già… 36 anni solo per chi va sempre alle nostre lezioni nei nostri Dojo… ma la maggioranza degli allievi non è sempre presente: c’è chi si allena con costanza e profitto, chi manca solo quando è indispensabile farlo, chi contatta l’Arte con comodo, dimezzando il suo attivo sul tatami… e chi si vede al Dojo ogni due mesi, per poi sparire nuovamente per altrettanto tempo subito dopo!

Questo fa una differenza ancora più notevole, a pensarci, poiché non solo l’Arte è esperita con notevole differenza rispetto alle sue origini, ma è anche vissuta da Maestri ed allievi in modalità psicologicamente molto differenti.

Difficile per chi si allena tutti i giorni (in Giappone è ancora così ed anche in numerosi altre parti del mondo nei Dojo professionali, che in Italia stentano a prendere piede) “dimenticarsi” completamente di una pratica, un esercizio… anche dopo una breve assenza; più facile invece che ciò avvenga per un allievo poco diligente, che potrebbe appartenere ad un corso che pratica per poche ore settimanali, e che dopo ripetute assenze rischia di fare oggi un esercizio che avrà occasione di ripetere solo magari fra 5 o 6 anni. È molto più comprensibile che le lacune si creino anziché colmarsi!

Ma analogamente dicasi per gli Insegnanti: ce ne sono di ottimi, non c’è che dire… ma c’è anche una numerosa schiera di “maestri” (scritto appositamente con la M minuscola) che vivono l’Aikido come un hobby o poco più.
La nostra società ci fa giustamente e prioritariamente pensare alla carriera, la famiglia, le amicizie e le relazioni sociali, quindi noi contattiamo l’Arte in modo veramente distante da come ha fatto Koichi Tohei, Tadashi Abe, Morihiro Saito, Hiroshi Tada, Gozo Shioda…

Ciascuno dei grandi nomi citati (come tanti altri che hanno preso ad honorem posto nella storia) non si consideravano Aikidoka bisettimanali, poiché il loro ingaggio favoriva in loro una sorta di continuità, oltre che fisica, soprattutto mentale ed emotiva rispetto all’Aikido.
Potrebbe essere diverso per chi
di noi pensa ogni giorno a moglie, figli, suocera, giornata lavorativa, pesce rosso, bollette da pagare e weekend con gli amici e… solo quando vuole/può… accende due volte alla settimana l’interruttore dell’Aikidoka, per spegnerlo un ora e mezza più tardi…
Non riteniamo essere né giusto, né sbagliato che ciò avvenga… capite bene, ma è sicuramente diverso da ciò che fu.

A nostro dire, è importante comprendere a fondo questo fatto, perché poi spesso accade che i praticanti, pur non consci dell’immenso abisso che li separa nell’impegno e nella dedizione dalle generazioni del passato, reclamino per loro dall’Arte i benefici che tardano o stentano a manifestarsi.

Molti dopo anni di tatami sono insicuri nelle cadute, molti non ricordano i kata e gli esercizi con le armi, molti si indispettiscono della propria incapacità di padroneggiare questa o quella tecnica, dopo ben 10 anni di Aikido!

Ma che 10 anni sono stati? È onesto chiederselo.
Quanto erano differenti da analoghi 10 anni della vita quotidiana del Fondatore? Lui sapeva cadere e far cadere, si ricordava le pratiche con le armi e padroneggiava i principi contenuti nelle tecniche… ma aveva dedicato prima la vita a quest’Arte!


Nel video seguente vediamo un anziano O’ Sensei lasciarsi atterrare mentre pratica con un bambino…



Ci sono cambiamenti che avvengono nella società nei confronti dei quali l’Aikido deve necessariamente essere “attualizzato”, ed altri che rischiano di depauperarlo delle sue caratteristiche peculiari: è necessario saper scegliere con accuratezza cosa è bene mantenere e cosa invece è legittimo cambiare.

Ma spingiamoci anche oltre…

Ci sono differenti approcci allo studio dell’Aikido, sappiamo esserci diverse scuole, stili e modi di considerare corretto un allenamento: quanto influisce il diradarsi dell’allenamento nelle filosofie d’apprendimento di queste scuole?

Noi portiamo come esempio la nostra esperienza personale, non necessariamente unica, ma a nostro parere significativa.
Originariamente proveniamo dall’Iwama Ryu o Takemusu Aiki (come spesso viene erroneamente chiamato questo filone di pratica, ma per capirsi è quello perpetrato da Morihiro Saito Sensei). Tra i dettami di questa scuola c’è la pratica delle tecniche di base ki hon fino al grado di terzo dan, c’è un’accurata didattica che divide tecniche ed esercizi per successivi livelli di difficoltà, sia nel tai jutsu, che nel buki waza. Come progressione nell’apprendimento, dobbiamo ammettere che ci è sempre parsa essere uno strumento razionale, sicuro ed affidabile, poiché è possibile sperimentare la bontà degli insegnamenti in prima persona.

Tuttavia, proprio in virtù della differenza che passa dal luogo in cui essa è stata coniata e il nostro contesto, ci è parso da un po’ chiaro che potesse avere potenzialmente in sé anche alcune “patologie” se la sua filosofia veniva portata all’estremo nel nostro Dojo.

Ad Iwama (ed in ogni altro luogo si pratichi quotidianamente) il grado shodan si raggiunge all’incirca in un anno (qui in 7 o 8 anni)… il sandan (a cui i dettami consiglierebbero di porre maggiore enfasi sulla fluidità che sulla potenza) richiede all’incirca 4 o 5 anni… mentre ci vogliono almeno una quindicina dalle nostre parti.
Sicuramente l’effetto sulla struttura fisica di 15 anni trascorsi a cercare la giusta angolazione in modo più statico sono molto differenti da quelli che si anno dopo appena cinque anni: vogliamo quindi meravigliarci se dopo tanta dedizione ci si sente praticamente “inchiodati” dinnanzi a una dinamica più accentuata? Se siamo stati quasi fermi per 15 anni, potremmo non essere entusiasti dei primi risultati del tentativo di muoverci! Potrebbe non essere facile cambiare “mentalità”, ci sarebbe cioè una sorta di modalità da sperimentare ex-novo.

Se così fosse, avremmo solo applicato una ricetta pensata per la pratica quotidiana ad un contesto in cui non è più tale, con i benefici e le difficoltà che ne seguono.

Noi non abbiamo abbandonato la nostra origine (non ne vediamo il motivo, ci piace!), ma per noi è stato necessario andare a recuperare quel aspetto flessibile e dinamico di altri stili per bilanciare la diversità del nostro modo di allenarci rispetto ai gloriosi trascorsi nipponici dell’Aikido.

Le riflessioni sopra esposte sono nate in noi a seguito di numerose ricerche approfondite e da altrettante situazioni di sconforto nelle quali ci siamo trovati, prima di comprendere meglio quale importante variabile fosse il keiko nello studio dell’Aikido: ci auguriamo, almeno per analogia, possano essere utili anche a chi ci legge.

Indipendentemente dall’Arte che ci vede coinvolti, infatti, in oriente si usa dire che “allenarsi è come remare contro corrente”… nel senso che una pratica costante può aiutare ad avanzare di qualche centimetro nella propria consapevolezza, ma stare fermi è sicuramente sinonimo di retrocedere di qualche metro!

Con questa attenzione sproniamo quindi noi stessi e chiunque altro a dare sempre il massimo nell’allenamento… non per inutile spirito di sacrificio, ma per gioire eventualmente prima dei meriti che ci guadagniamo letteralmente con il sudore della fronte.

L’allenamento è vita
Keiko wa enmei desu
稽古わ延命です

martedì 13 gennaio 2009

Ridiamo dell’Aikido: comicità e irriverente ironia


Nel nostro viaggio alla scoperta di scenari inediti dell’Arte dell’Armonia e della Pace, ci siamo imbattuti in un fenomeno che vale la pena di mettere in risalto e di esaminare: ci riferiamo alla corrente di coloro che amano cogliere la vena ironica, comica o irriverente dell’Aikido stesso… e che ne fanno una fonte di incontri, scambi e divertimento…

Molti video, siti e risorse Web, Blog italiani e non hanno raccolto materiale che descrive l’Aikido nella sua parte dissacrantemente umana, fatta di paradossi, luoghi comuni, errori, limiti, caricature… mettendo in primo piano una componente che di solito tende a non avere voce se la disciplina è presa in modo serioso o necessariamente e doverosamente profondo.

Ma per noi fa Aikido tutto quello che parla di questo mondo, perciò ci siamo avventurati nei luoghi dell’Aiki-comico e dell’Aiki-grottesco con curiosità e senza pregiudizio.

La prima domanda che ci si può porre è tuttavia la seguente: è legittimo scherzare goliardicamente con l’etica, la disciplina, la tradizione… O’ Sensei, cioè con quanto a molti ha parvenza di “sacro”?

Non risponderemo noi in modo definitivo, siamo solo qui per stimolare discussione sull’argomento, ma una cosa ci pare chiara da subito: a nostro parere è fondamentalmente importante poter scherzare su qualsiasi argomento, specie su quelli che possono per alcuni apparire più intimi, delicati o sacri… innanzi tutto perché così facendo siamo aiutati a “mitigare” un alone di magico rispetto che non sempre è legittimato dai fatti… in secondo luogo perché ridicolizzare una cosa profonda ci pare metta in luce la sua vera profondità.

Se la fede in un qualche dio potesse venire toccata da una semplice barzelletta, sarebbe legittimo chiedersi di quale stabilità sia dotata tale fede! Poi si può fare humor con più gusto su cose sottili e profonde, che su quelle banali: ci pare quindi che questo possa suggellare a maggior ragione l’Aikido fra le cose intelligenti che ci sono, se mai ce ne fosse bisogno!

Per questa ragione, dopo dio e la morte (ad esempio, negli spettacoli di Benigni), il Papa (ad esempio, il film il “Pap'occhio”, con Benigni), i campi di concentramento (vedi “La vita è bella", casualmente ancora di Benigni!)… non ci pare più irriverente o di cattivo gusto scherzare con l’Aikido, ma lo ripetiamo, questo è solo un nostro punto di vista.

Ma comunque la si pensi, che scherzo sia!

Iniziamo dai numerosi video, alcuni già pubblicati su Aikime, in cui ad esempio si vede un’improbabile Steven Seagal Sensei che non riesce a tenere a freno la sua Aiki-furia distruttrice, nemmeno se lo vuole…



proseguendo poi con la sua gustosa caricatura a cartoni animati...




Ecco invece un’animazione che raffigura un divertente randori fra scheletri:



… e che dire del “Biiru Waza” ossia le tecniche di immobilizzazione utili a sottrarre la bottiglia di birra al proprio avversario!



Proseguiamo con un simpatico filmato su Gozo Shioda Sensei, in cui viene parodiato il suo primo incontro con O’ Sensei e mostrato come egli si allenasse provando a muoversi come i pesci rossi dentro una boccia di vetro! Impedibile (ma poveri uke nelle dimostrazioni vere!)



…e finiamo con un filmato amatoriale che mostra tutta la potenza difensiva di cui sa essere capace un Aikidoka ben preparato quando si impegna!



Questi sono solo alcuni degli esempi di Aiki-Humor presenti nella rete, ma tanto altro materiale è stato pubblicato.

Segnaliamo a proposito il divertentissimo sito “l’Idiota con l’hakama”, sul quale è possibile trovare “l’oroscopo dell’Aikidoka”, il prototipo di “Giosuè, il bambolotto Ukè (ancora in cerca di un volto ufficiale!), il gadget per ottenere l’illuminazione on-line…

…e ancora il sito "happyaikido", sul quale si trovano gustosissime immagini di prodotti alimentari e gadget appositamente pensati per un vero Aikidoka!

Vi consigliamo quindi di coprirvi per bene e di visitare il sito dell’Antartica Aikikai, dove l’Aikido è stato completamente rivisitato e reinterpretato con l’aiuto prezioso di pinguini e foche…

Aikido ed humor possono coesistere, stimolarsi a vicenda… completarsi?... Perché no!

Sarà capitato a chiunque abbia un po’ di esperienza da tatami di sorridere per l’imbarazzante aerofagia che talvolta coglie all’improvviso un compagno durante l’Aiki Taiso o ukemi (solitamente nei momenti più silenziosi del gruppo ^__^)!!!

Molto del materiale in cui ci siamo imbattuti ha mostrato di essere stato realizzato, a nostro avviso, con grande intelligenza e spesso con enorme consapevolezza dei simpatici paradossi che possono accadere ad un praticante nell’atmosfera tipica del Dojo.
Perché non farsi due sane risate quindi prima di ricominciare con Ikkyo e kotegaeshi!

Infine, un modo alternativo di piegare l’hakama terminata la lezione: forse il modo più intonato di concludere un Post come questo!


lunedì 5 gennaio 2009

先生 Sensei: termine famoso ma talvolta travisato


Certamente chi pratica da qualche tempo si sarà imbattuto nella parola giapponese "Sensei" [先生] ... è molto semplice che ciò sia accaduto!

Questo termine viene spesso utilizzato per riferirsi a chi insegna Aikido, quale fosse una sorta di nomina, è altrettanto spesso tradotto come "Maestro", ma ciò risulta una parziale travisazione del suo significato giapponese originario.

Morihei Ueshiba è stato risaputamene chiamato “O' Sensei” dai suoi allievi, dove la lettera accentata è una contrazione fonetica del termine “Okii” [大き], ossia “grande”… e quindi il titolo viene tradotto con “Grande Maestro”… che probabilmente nel caso di Ueshiba Sensei è un’interpretazione più che corretta… ma il titolo “Sensei” in giapponese non spetta di diritto solamente all’Istruttore di un corso di Arti Marziali, in quanto viene utilizzato in modo diffuso nella società per indicare chi sta insegnando qualcosa a qualcun altro… anche se non eccelle in tecnica, elevazione morale o spirituale. Non ha in sé la veste lucente che molti occidentali vorrebbero attribuire al termine, benché resti a tutti gli effetti un titolo onorifico.

Lo è tuttavia in un senso che pare essere molto importante cogliere: solo dal prossimo è possibile essere chiamati Sensei, ossia da chi sta riconoscendo ad un altro la capacità di insegnare qualcosa che prima non sapeva. Non è importante però cosa: chi tramanda una ricetta di cucina può essere Sensei, lo può essere chi insegna ad allacciarsi le scarpe o fare il nodo alla cravatta, ma così può anche essere chiamato l’allenatore di calcio delle squadre dei pulcini… o un bambino stesso che con il suo fare ci fa riflettere e cogliere qualcosa di importante su cui in precedenza non ci eravamo soffermati.

Ad un Sensei, di per sé, non è richiesto di essere preparato in una particolare disciplina, poiché si può insegnare volutamente, ma anche senza nemmeno rendersene conto. È il prossimo che giudica: è come se questo termine rispecchiasse l’effetto che fa agli altri stare vicino ad una persona, che, in qualche modo, li introduce al loro… prossimo passo, qualunque esso sia ed in qualsiasi contesto si collochi.

Il termine Sensei è tradizionalmente considerato onorifico, poiché semanticamente significa “colui che è più avanti nel cammino”. Ma nuovamente, di quale cammino si tratta?

È indifferente: qualsiasi cammino in cui qualcun altro si trova più indietro.
Ecco come mai, di per sé, ciascuno può dalla sua posizione può divenire Sensei di qualcun altro. Sviluppiamo delle capacità differenti, competenze differenti e quindi è logico scambiarle, con una cerchia che temporaneamente “insegna” ed un'altra che altrettanto temporaneamente “impara”.
Se siamo più esperti in un settore specifico è ovvio che la nostra lungimiranza ci consentirà di evitare errori grossolani, ridurre la fatica impiegata a fare ciò che facciamo… e così via.
Se poi utilizziamo questa consapevolezza per aiutare qualcun altro che non ha ancora sviluppato pari esperienza e questi riconoscesse che facciamo una cosa utile per lui, potrebbe decidere di chiamarci Sensei… se sentisse che la cosa gli suona appropriata (…un fatto splendido nel contesto marziale, se ci si pensa… data l’umiltà che dovrebbero desumerne gli Insegnanti).

Sensei, cioè, non è un mostro sacro, un guerriero imbattibile, quasi un super-uomo, da onorare a tutti i costi fino che il tatami non ci separi! Quando invece traduciamo il termine con “Maestro” all’interno dei nostri Dojo, spesso attribuiamo un alone di rispettabilità notevole, quasi dogmatica, che ci allontana dal significato originale. Maestro è infatti chi “indica la via”, perché “la padroneggia”… chi non si può sbagliare ed è un riferimento fermo e sicuro.
Alle nostre latitudini, assume un po’ il significato onorifico di Professore, Dottore, Ingegnere o Avvocato… qualcuno “che ha studiato”… “che c’è”, insomma.

Ecco un simpatico esempio della caricatura che molti hanno di un Maestro...



Lo ripetiamo però, non fa questo interamente parte della parola Sensei, che ancora oggi nella sua terra natia è utilizzata in modo molto più fluido, temporaneo, non rigorosamente e venerabilmente rigido.
A riprova di ciò, in Giappone è attualmente in onda uno spot pubblicitario che vede un goffo insegnante che cerca continuamente di importunare una sua giovane allieva con equivoci palpeggiamenti. Lei lo rispetta, chiamandolo Sensei, ma di volta in volta si sposta, schiaffeggiandogli la mano troppo audace! (non siamo purtroppo riusciti a rintracciarlo su YouTube!)

Ovviamente, se si prova grande rispetto verso una persona, la si può chiamare continuativamente Sensei, ma non c’è nulla di magico in ciò, e semplicemente un fatto di normale educazione, nello stesso modo in cui si chiamerebbe Giuseppe Rossi “Sig. Rossi” e non “Hey, Pino!”, se si nutre stima in lui.

Si diceva poc’anzi che nessuno può auto-proclamarsi Sensei, ma è necessario attendere che siano altri a farlo nei propri confronti. Anche i Maestri giapponesi più rinomati si presentano solitamente con il loro cognome, ma senza usare questo appellativo, che risuonerebbe presuntuoso altrimenti detto dalle loro stesse bocche.

Al contrario dell’italiano o dell’inglese (“Dott. Rossi”, “Mr. Smith”), i termini onorifici vengono posti in giapponese dopo il nome della persona, perciò è corretto dire “Ueshiba Sensei” e non “Sensei Ueshiba”.

Tradizionalmente veniva permesso di insegnare in un Dojo a chi possedesse il grado minimo di 3° Dan, quindi questa era la prima opportunità da tatami di essere chiamato con il celeberrimo appellativo, anche se non era automatico, ovviamente, essere considerato un insegnante raggiunto tale grado. Questa è la ragione per la quale il “neo candidato Sensei” si faceva rilasciare una dichiarazione scritta dal suo Maestro, in cui veniva certificata la sua preparazione e la competenza raggiunta.

Esistono anche altri termini onorifici legati alla pratica delle Arti Marziali tradizionali:

- Fuku Shidoin [副指導員] o Renshi [練習機]: “assistente Istruttore”, il grado più basso istituito all’Aikikai Hombu Dojo, corrispondente approssimativamente al 2° e 3° Dan;

- Shidoin [指導員] o Kyoshi [巨匠]: “Istruttore”, dal 4° Dan in su;

- Shihan [師範]: “imitabile”, dal 6° Dan in su, in riferimento ad un individuo da imitare per le profonde qualità che incarna a seguito del suo lungo cammino in seno all’Arte che tramanda;

- Soke [宗家], Kaicho [会長] o Kaiso [開祖]: “capo scuola”, “leader” o “fondatore”, generalmente utilizzato per designare chi diviene rappresentativo di un movimento o di una scuola. Sovente si sente parlare di Morrei Ueshiba come diAiki Kaiso”, cioè appunto “Fondatore dell’Aiki” (Kaicho e Kaiso, sono due termini quasi assonanti ma distinti, che hanno onorificenza diversa, il primo suona più come “presidente”, mentre il secondo più come “inventore”).

Ora… una delle difficoltà di chi si accosta alle discipline simili alla nostra è generalmente quella di trovare “un buon Maestro”, per potersi affidare ad un individuo preparato, responsabile e consapevole di come gestisce e patrocina la pratica dei suoi allievi.

… ma si può giungere presto ad un paradosso: Sensei è, per definizione, chi riconosciamo capace di insegnarci ciò di cui abbiamo bisogno… ma un neofita non è tenuto a sapere di cosa ha bisogno (almeno in modo coscio), altrimenti non sarebbe neofita!

Ovviamente sarà più facile voler curiosare in un Dojo in cui insegna “Giuseppe Rossi, 4° Dan”, che “Mario Bianchi, 2° Dan” (i nomi sono di fantasia!)… ma tali gradi sono di solito conseguiti per abilità di tipo tecnico, e non garantiscono reali capacità di empatia e promozione del prossimo step utile allo studente che frequenta il corso.

Dobbiamo cercarci il Maestro, insomma, sulla nostra stessa pelle e non solo basandoci sulla nomea che ne possono fare gli altri. Ci sono però una serie di buone norme da tenere a mente in questa ricerca, che potrebbero tornare utili in caso di inesperienza e/o indecisione:

- un buon Maestro non ha bisogno di nominarsi tale, di mettere in bella mostra i suoi gradi o i suoi meriti, proprio come il termine giapponese Sensei insegna, sono gli altri che in modo naturale riconoscono stima in lui: tenersi lontano da chi si auto-proclama troppo rumorosamente, quindi;

- un buon Maestro non ha bisogno di attrarre a sé allievi e creare in essi dipendenza dalle sue azioni o parole; le persone giungono spontaneamente e se si dovessero legare troppo, considerandolo in qualche modo un “guru”, sarà lui stesso a ricordare loro che rischiano di intraprendere una strada pericolosa per la propria crescita individuale;

- un buon Maestro non offre i suoi insegnamenti per un tornaconto personale di bassa fattura; non affermiamo che chi insegna lo debba fare per nulla, ma O’ Sensei stesso è un chiaro esempio storico di come un Maestro non dovrebbe accettare di scendere a compromessi troppo discutibili per portare avanti la sua attività (leggi: soldi, sesso, potere… Sensei s.p.a.);

- un buon Maestro lavora per “diventare inutile”, ossia si affianca agli allievi per insegnare loro i primi passi, ma con l’intento di aiutali a camminare presto con le loro stesse gambe, a valutare la realtà con la loro capacità critica; chi riserva “insegnamenti segreti” ai propri discepoli prediletti spesso non sta facendo altro che tentare di legarli a sé, incuriosendoli su eventuali, ulteriori e presunte conoscenze segrete. Siano da esempio le parole stesse del Fondatore: “progresso viene sempre per chi pratica dentro e fuori di sé, non tecniche segrete, poiché tutto è mostrato” [doka n° 73]… ed ancora “l’Universo è un libro aperto, pieno di cose miracolose, ed è lì che la vera conoscenza deve essere cercata […] assumetevi le vostre responsabilità, allenatevi duramente […], fiorite e date frutti”;

- un buon Maestro emana qualcosa di piacevole dal suo muoversi, atteggiarsi e conversare; è una caratteristica irrazionale ed emotiva che non può essere descritta più di tanto, ma vale la pena di seguire il proprio istinto se si avverte qualcosa del genere;

- un buon Maestro cercherà di rendere gli allievi più consapevoli di loro stessi e della loro unicità, non suoi cloni o, peggio ancora, brutte copie di se stesso. Se si capita in un Dojo in cui è possibile scorgere diverse espressioni di personalità e “stile”, gestite in un clima sereno ed ordinato, probabilmente si sarà approdati nel luogo giusto. Se tutti si muovono nello stesso modo, ragionano e si atteggiano nello stesso modo, sarà perché l’Insegnante lo permette… talvolta lo richiede addirittura. Quindi se cerchiamo tecnica e quella di un luogo simile dovesse piacerci… potremo fermarci, ma crescere implica un altro percorso;

- un buon Maestro evolve, cioè cambia nel tempo… e così facendo stimola gli altri ad imitarlo in questo; chi pontifica troppo sull’urgenza di conservare esclusivamente inalterata la tradizione si prepara a fare il guardiano di un museo, più che a praticare ed insegnare Aikido al prossimo; la nostra Arte è quanto di più mutevole ci sia, in quanto ricerca un continuo senso ed equilibrio nel luogo attuale, nel momento attuale e con le persone che incontra… non forzando gli allievi ad un viaggio indietro nel tempo nel Giappone feudale; non si afferma che sia errato essere profondamente consapevoli della tradizione, ma piuttosto che la tematica è rischiosa se ricercata in modo esasperante;

- un buon Maestro non è necessariamente un ottimo tecnico, un eccellente comunicatore, un infallibile pedagogo, un grande filosofo, un vero guerriero, un autentico mistico… ma è la figura che più si approssima all’integrazione di queste rare doti. Morihei Ueshiba, il “Grande Maestro”, ne è al solito la riprova. Era al quanto disordinato nei suoi insegnamenti, e spesso i suoi allievi lo vedevano cambiare così improvvisamente i metodi di insegnamento sul tatami da rimanerne disorientati. Spesso rispondeva alle domande fatte con frasi che parevano completamente fuori contesto… Appariva invincibile, è vero, ma piuttosto lontano da un ideale di perfezione: lui stesso non ha mai rimandato di volerla incarnare. Tuttavia, molti allievi che lo ha conosciuto, almeno con il senno di poi, testimoniano di aver ricevuto l’insegnamento più appropriato al proprio contesto, nel momento migliore in cui potesse accadere in riferimento alle proprie caratteristiche personali di allora;

Avendo ridimensionato così il “potere magico” del chiamare o dell’essere chiamati Sensei, abbiamo anche visto come possa essere profondo il percorso di chi vuole tracciare l’identikit del perfetto Maestro.
Chiamiamo dunque chi ci insegna come vogliamo, ma ricordiamoci di essere noi a poterlo fare a nostro modo… magari tuffandoci nell’avventura di cambiare anche “Sensei”, di tanto in tanto… in maniera tale da non fossilizzarci su aspetti più legati alla nostra abitudine e comodità, rispetto a quello che ci farebbe veramente crescere ed approdare al nostro prossimo… “Dan” (leggi: “livello”, “gradino”, “consapevolezza”).

Questo Post è stato scritto traducendo parzialmente i contenuti degli articoli di Christopher Li e J. Akiyama, comparsi nei giorni scorsi su Aikido Journal e su AikiWeb, ed integrando il testo con una serie di riflessioni scaturite dall’esperienza diretta degli Autori, delle quali gli stessi si assumono interamente la paternità e la responsabilità.

Concludiamo con due aforismi orientali sul tema; il primo recita:

“quando l’allievo è pronto, il Maestro arriva”
… che se veritiero ci permette di rilassare le proprie aspettative sulla necessità di approdare con i soli nostri sforzi nel luogo giusto e dalla persona giusta; il secondo invece dice:

“nel mondo non ci sono buoni o cattivi, amico o nemici, ci sono solo Maestri”
… probabilmente stimolando la capacità di ciascuno di trarre il massimo profitto ed insegnamento per sé da qualsiasi situazione incontri nel suo cammino.

domenica 4 gennaio 2009

On-line 50 foto di Iwama


Come promesso, abbiamo aggiunto sulla colonna di destra 50 fotografie della cittadina di Iwama, nella prefettura di Ibaraki. Le stesse, frutto del nostro tour giapponese estivo, ritraggono la stazione di Iwama, le cascate Aiki, il vecchio Dojo Di O' Sensei (Ibaraki Shibu Dojo), le stanze della sua vecchia casa, gli alloggiamenti Uchideshi e l'Aiki Jinja.

Come già realizzato per Tanabe, abbiamo a disposizione anche abbondante materiale video anche su Iwama, che ci piacerebbe montare e diffondere... ma viste le tempistiche di realizzazione e i nuomerosi impegni di ciascuno di noi, abbiamo preferito anticipare la messa on-line del materiale fotografico, lasciando al futuro eventuali altre progettualità.