
Certamente chi pratica da qualche tempo si sarà imbattuto nella parola giapponese "Sensei" [先生] ... è molto semplice che ciò sia accaduto!
Questo termine viene spesso utilizzato per riferirsi a chi insegna Aikido, quale fosse una sorta di nomina, è altrettanto spesso tradotto come "Maestro", ma ciò risulta una parziale travisazione del suo significato giapponese originario.
Morihei Ueshiba è stato risaputamene chiamato “O' Sensei” dai suoi allievi, dove la lettera accentata è una contrazione fonetica del termine “Okii” [大き], ossia “grande”… e quindi il titolo viene tradotto con “Grande Maestro”… che probabilmente nel caso di Ueshiba Sensei è un’interpretazione più che corretta… ma il titolo “Sensei” in giapponese non spetta di diritto solamente all’Istruttore di un corso di Arti Marziali, in quanto viene utilizzato in modo diffuso nella società per indicare chi sta insegnando qualcosa a qualcun altro… anche se non eccelle in tecnica, elevazione morale o spirituale. Non ha in sé la veste lucente che molti occidentali vorrebbero attribuire al termine, benché resti a tutti gli effetti un titolo onorifico.

Lo è tuttavia in un senso che pare essere molto importante cogliere: solo dal prossimo è possibile essere chiamati Sensei, ossia da chi sta riconoscendo ad un altro la capacità di insegnare qualcosa che prima non sapeva. Non è importante però cosa: chi tramanda una ricetta di cucina può essere Sensei, lo può essere chi insegna ad allacciarsi le scarpe o fare il nodo alla cravatta, ma così può anche essere chiamato l’allenatore di calcio delle squadre dei pulcini… o un bambino stesso che con il suo fare ci fa riflettere e cogliere qualcosa di importante su cui in precedenza non ci eravamo soffermati.
Ad un Sensei, di per sé, non è richiesto di essere preparato in una particolare disciplina, poiché si può insegnare volutamente, ma anche senza nemmeno rendersene conto. È il prossimo che giudica: è come se questo termine rispecchiasse l’effetto che fa agli altri stare vicino ad una persona, che, in qualche modo, li introduce al loro… prossimo passo, qualunque esso sia ed in qualsiasi contesto si collochi.
Il termine Sensei è tradizionalmente considerato onorifico, poiché semanticamente significa “colui che è più avanti nel cammino”. Ma nuovamente, di quale cammino si tratta?
È indifferente: qualsiasi cammino in cui qualcun altro si trova più indietro.
Ecco come mai, di per sé, ciascuno può dalla sua posizione può divenire Sensei di qualcun altro. Sviluppiamo delle capacità differenti, competenze differenti e quindi è logico scambiarle, con una cerchia che temporaneamente “insegna” ed un'altra che altrettanto temporaneamente “impara”.
Se siamo più esperti in un settore specifico è ovvio che la nostra lungimiranza ci consentirà di evitare errori grossolani, ridurre la fatica impiegata a fare ciò che facciamo… e così via.
Se poi utilizziamo questa consapevolezza per aiutare qualcun altro che non ha ancora sviluppato pari esperienza e questi riconoscesse che facciamo una cosa utile per lui, potrebbe decidere di chiamarci Sensei… se sentisse che la cosa gli suona appropriata (…un fatto splendido nel contesto marziale, se ci si pensa… data l’umiltà che dovrebbero desumerne gli Insegnanti).
Sensei, cioè, non è un mostro sacro, un guerriero imbattibile, quasi un super-uomo, da onorare a tutti i costi fino che il tatami non ci separi! Quando invece traduciamo il termine con “Maestro” all’interno dei nostri Dojo, spesso attribuiamo un alone di rispettabilità notevole, quasi dogmatica, che ci allontana dal significato originale. Maestro è infatti chi “indica la via”, perché “la padroneggia”… chi non si può sbagliare ed è un riferimento fermo e sicuro.
Alle nostre latitudini, assume un po’ il significato onorifico di Professore, Dottore, Ingegnere o Avvocato… qualcuno “che ha studiato”… “che c’è”, insomma.
Ecco un simpatico esempio della caricatura che molti hanno di un Maestro...
Questo termine viene spesso utilizzato per riferirsi a chi insegna Aikido, quale fosse una sorta di nomina, è altrettanto spesso tradotto come "Maestro", ma ciò risulta una parziale travisazione del suo significato giapponese originario.
Morihei Ueshiba è stato risaputamene chiamato “O' Sensei” dai suoi allievi, dove la lettera accentata è una contrazione fonetica del termine “Okii” [大き], ossia “grande”… e quindi il titolo viene tradotto con “Grande Maestro”… che probabilmente nel caso di Ueshiba Sensei è un’interpretazione più che corretta… ma il titolo “Sensei” in giapponese non spetta di diritto solamente all’Istruttore di un corso di Arti Marziali, in quanto viene utilizzato in modo diffuso nella società per indicare chi sta insegnando qualcosa a qualcun altro… anche se non eccelle in tecnica, elevazione morale o spirituale. Non ha in sé la veste lucente che molti occidentali vorrebbero attribuire al termine, benché resti a tutti gli effetti un titolo onorifico.

Lo è tuttavia in un senso che pare essere molto importante cogliere: solo dal prossimo è possibile essere chiamati Sensei, ossia da chi sta riconoscendo ad un altro la capacità di insegnare qualcosa che prima non sapeva. Non è importante però cosa: chi tramanda una ricetta di cucina può essere Sensei, lo può essere chi insegna ad allacciarsi le scarpe o fare il nodo alla cravatta, ma così può anche essere chiamato l’allenatore di calcio delle squadre dei pulcini… o un bambino stesso che con il suo fare ci fa riflettere e cogliere qualcosa di importante su cui in precedenza non ci eravamo soffermati.
Ad un Sensei, di per sé, non è richiesto di essere preparato in una particolare disciplina, poiché si può insegnare volutamente, ma anche senza nemmeno rendersene conto. È il prossimo che giudica: è come se questo termine rispecchiasse l’effetto che fa agli altri stare vicino ad una persona, che, in qualche modo, li introduce al loro… prossimo passo, qualunque esso sia ed in qualsiasi contesto si collochi.
Il termine Sensei è tradizionalmente considerato onorifico, poiché semanticamente significa “colui che è più avanti nel cammino”. Ma nuovamente, di quale cammino si tratta?
È indifferente: qualsiasi cammino in cui qualcun altro si trova più indietro.
Ecco come mai, di per sé, ciascuno può dalla sua posizione può divenire Sensei di qualcun altro. Sviluppiamo delle capacità differenti, competenze differenti e quindi è logico scambiarle, con una cerchia che temporaneamente “insegna” ed un'altra che altrettanto temporaneamente “impara”.

Se siamo più esperti in un settore specifico è ovvio che la nostra lungimiranza ci consentirà di evitare errori grossolani, ridurre la fatica impiegata a fare ciò che facciamo… e così via.
Se poi utilizziamo questa consapevolezza per aiutare qualcun altro che non ha ancora sviluppato pari esperienza e questi riconoscesse che facciamo una cosa utile per lui, potrebbe decidere di chiamarci Sensei… se sentisse che la cosa gli suona appropriata (…un fatto splendido nel contesto marziale, se ci si pensa… data l’umiltà che dovrebbero desumerne gli Insegnanti).
Sensei, cioè, non è un mostro sacro, un guerriero imbattibile, quasi un super-uomo, da onorare a tutti i costi fino che il tatami non ci separi! Quando invece traduciamo il termine con “Maestro” all’interno dei nostri Dojo, spesso attribuiamo un alone di rispettabilità notevole, quasi dogmatica, che ci allontana dal significato originale. Maestro è infatti chi “indica la via”, perché “la padroneggia”… chi non si può sbagliare ed è un riferimento fermo e sicuro.
Alle nostre latitudini, assume un po’ il significato onorifico di Professore, Dottore, Ingegnere o Avvocato… qualcuno “che ha studiato”… “che c’è”, insomma.
Ecco un simpatico esempio della caricatura che molti hanno di un Maestro...
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