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martedì 20 luglio 2010

L'allenamento all'aperto


"Allenarsi giorno dopo giorno su una superficie piana, così come è il tatami del vostro Dojo, può introdurre in voi alcune cattive abitudini.

La probabilità di venire attaccati su una superficie morbida e piana sono vicine a zero.

Così quando i vostri istinti si agiteranno, inizierete per la prima volta ad apprendere cosa vuol dire difendere voi stessi su una superficie sconosciuta.




Nel Dojo, potete spostarvi trascinando i vostri piedi e si può contare su una presa consistente sul pavimento.

Nel Dojo, non dovete lottare contro bordi, sedie rotte, spigoli dei tavoli, etc.

Anche se un ambiente sicuro per l’allenamento è importante durante una lezione, esso induce anche un senso ridotto di consapevolezza.

Io raccomando di praticare alcune lezioni all’aperto.

Fare le cadute sull’erba può essere un’esperienza abbastanza differente [dal solito], ed allo stesso tempo aumentare notevolmente la vostra fiducia.

Provate ad effettuare una tecnica su una pendenza ed immediatamente noterete lo sforzo supplementare richiesto per riguardare la distanza in salita.

L’erba bagnata può causare una perdita veloce di aderenza, o una radice può farvi inciampare.

Se quella sopra fosse una situazione di combattimento, m
anterreste la vostra calma e la vostra centratura?

Sareste in grado di mantenere il vostro equilibrio?

Trovo che i kumi-tachi (addestramento della spada in coppia) siano perfetti l’allenamento all’aperto.

Vi richiedono di coprire distanze maggiori, ad una elevata velocità, e familiarizzare con l’evitare un’arma.

[La pratica all'aperto] è anche una grande opportunità per utilizzare uno spazio addizionale, se avete un Dojo piccolo o i soffitti bassi".


[Gregor Erdman]




Ci siamo presi la briga di tradurre un altro Post del sito Blue Leaf Dojo (la cui versione originale è a questo link), poiché riprende casualmente un argomento a noi caro da anni, che non avevamo ad ora avuto occasione di condividere qui su Aikime: la pratica dell'Aikido all'aperto.

Molti non hanno avuto forse modo di riflettere a dovere su questa importante possibilità ed utilità per la propria crescita marziale: i nostri Dojo spesso sono ricavati all'interno di scuole o palestre di fitness... ambienti che si discostano
alquanto dagli edifici giapponesi costruiti esclusivamente per la pratica delle Arti Marziali.

In ogni caso, anche in Giappone c'è poco spazio, oggi
sicuramente meno ancora che un tempo, perciò molti praticanti NON si allenano all'aperto nemmeno li!

Però è da sempre stata una cosa veramente importante ed irrinunciabile di ogni scuola di Budo poter ricreare le condizioni tipiche di un combattimento reale.

Il tatami del Dojo, come ricordava l'articolo precedente è un ottimo strumento per il lungo periodo, ma anche un grande impostore in questo senso.

Nel Dojo di Iwama O' Sensei ha fatto allenare i suoi studenti sul legno, fino a quando non sono stati raccimolati i soldi per acquistare i tatami (che, per la cronaca, abbiamo sperimentato essere anche più duri del mogano!). Abbiamo conosciuto di persona chi si è allenato così a quel tempo!

Inoltre O' Sensei spesso è stato ripreso in allenamenti esterni, nei quali i numerosi suoi partner cadevano serenamente su ogni tipo di superficie naturale... terra battuta o erba che fosse!




Diciamo che allenarsi nel mantenimento del proprio equilibrio in una superficie che presenta asperità naturali è veramente molto utile, così come lo è il sottoporsi a lezioni in ogni tipo di condizione atmosferica.

Quando un tempo due Samurai si sfidavano, difficilmente attendevano di trovare prima le condizioni ambientali più confortevoli: l'essere sempre pronti faceva la differenza fra la vita e la morte.


I parchi cittadini possono essere un interessante escamotage per tutti coloro che non hanno un luogo privato per allenarsi all'aperto.

Le lezioni con le armi sono realmente le più indicate.

Nel nostro Dojo abbiamo la fortuna di allenarci all'aperto ogni settimana per almeno un paio d'ore, d'estate, come d'inverno... e dopo alcuni anni possiamo veramente constatare il beneficio che ciò porta alla nostra consapevolezza.

Tanto equilibrio... poi un piede in un a pozzanghera, un riflesso del sole negli occhi, una folata improvvisa di vento o un rumore imprevisto sono capaci di farci in un attimo riprendere contatto con le nostre incertezze.

Guardate qui cosa succede al nostro Capo Redatore al minuto 2.15 di questo video!




Eravamo in un parco, ci stavamo allenando... l'errore fa parte dell'allenamento, se fossimo già bravi non avremmo bisogno di perseverare, ma fortunatamente non è il nostro caso...

La sfida più interessante però è accettare questo tipo di eventualità, confrontarsi con una porzione sempre più consistente di realtà, riuscire velocemente ad adattarci e fare il più possibile nostra ogni situazione, ogni evento.




La pratica all'aperto crediamo sia veramente una pietra miliare in questo tipo di allenamento, voi cosa ne pensate?



lunedì 21 settembre 2026

Iwamista si... ma solo fino ad un certo punto

Il nostro esimio Ministro degli Esteri, Antonio Tajani, spesso ne spara di veramente grosse ed io sono stato ispirato dall'ormai celebre: "Il diritto internazionale è importante, ma fino a un certo punto"... per trovare un titolo azzeccato a questo Post.

Infatti, pur senza intenzione di offendere nessuno, volevo mettere in evidenza che distanza considerevole talvolta si nota fra chi dice di praticare il cosiddetto "Aikido tradizionale" e le azioni che compie (o non compie) in concreto sul tatami.

Uno iato spesso più considerevole del previsto, forse anche dovuto al fatto che talvolta ci si riempie la bocca di termini conosciuti solo in parte... e si finisce per militare in una "scuderia" della quale ci piace il nome, o nella quale c'è anche il nostro amico o Maestro.

Innanzi tutto, lo specificare che ci dovrebbe essere un "Aikido tradizionale" parte forse dalla necessità di alcuni di prendere distanza da come questa disciplina spesso è praticata in giro attualmente: se l'Aikido fosse una ricetta del pesto, allora "quello tradizionale" sarebbe forse quello fatto rigorosamente nel pestello, con foglie di basilico ligure e pinoli... giusto per creare un'etichetta che distingua da tutte le altre forme di pesto (o di Aikido) che si trovano in giro (quello senza aglio, quello coi pistacchi, quello con i pomodorini secchi, etc...). É una forma di branding o di rebranding.

C'è quindi una parte di praticanti - non considerevole, ma comunque significativa - che vuole chiamarsi fuori da ciò che più si vede in giro e rivendicare una sua forma più autentica ed - appunto - tradizionale... come per dire: "Guarda che noi siamo quelli che fanno le cose come si facevano una volta!".

Ciò è più che legittimo, e per una quindicina di anni sono stato il primo a farlo con una certa convinzione... salvo però poi nei seguenti vent'anni comprendere meglio COSA significhi sul serio praticare in modo "tradizionale". Inizialmente pensavo fosse qualcosa di inerente ad uno stile specifico di Aikido, ad una didattica... ho capito poi tramite l'esperienza diretta che si trattava invece molto più del "come", che del "cosa"...

Ne segue un minuscolo vademecum di distonie fra chi dichiara di praticare in modo tradizionale, salvo poi di fatto comportarsi in modo non poi così coerente con il suo dire.

I praticanti che provengono dalla metodologie didattica creata da Morihiro Saito Sensei, i cosiddetti "Iwamisti" (dal nome della località dove essa nacque) sono perlopiù le persone che si rifanno più spesso e con più insistenza ad uno studio tecnico più rigoroso, al grande valore insito nella tradizione, e alla loro necessità di rimanere ad essa più fedeli possibile.


Le lezioni iniziano quindi con un saluto shintoista, che consiste in 2 (o 4) battiti di mani e 3 inchini... si tiene un atteggiamento molto rispettoso del reishiki (le regole che regnano in un Dojo), si praticano le tecniche prima nella loro forma di base e quindi nelle eventuali forme fluide e varianti...

La pratica inizia quasi sempre con katatedori tai no henko e morotedori kokyuho... e termina quasi sempre con suwari waza ryotedori kokyuho; si da una notevole importanza fra il riai (l'armonizzazione) delle tecniche di armi e di quelle a mani nude... etc, etc, etc...

Questa è la buccia superficiale, almeno... ora diamo un occhio a cosa significasse un tempo praticare in modo tradizionale.

La maggioranza dei Maestri (reali) di Iwama Ryu che ho conosciuto hanno trascorso dai 3 ai 6 ANNI di studio in qualità di uchideshi (allievo interno) nel Dojo di O' Sensei, sotto la direzione giornaliera di Morihiro Saito Shihan; alcuni altri vi si sono recati spesso in visita, quando il loro lavoro glielo permetteva, magari soggiornando li per qualche settimana ogni anno... ma di solito ciascuno di essi ha trascorso qualche periodo come uchideshi, praticando OGNI giorno ed anche più volte al giorno; questa è la PRATICA TRADIZIONALE.

Quanti Insegnanti di Iwama Ryu attuali hanno speso parte del loro tempo di formazione presso qualche Dojo come uchideshi?
Non dico trattenendosi anni, ma almeno qualche settimana?
Chiunque - almeno sulla carta - dica di praticare in modo "tradizionale", senza però avere fatto questa esperienza, sta affermando qualcosa di ben parziale...

Quante volte alla settimana poi pratica un Aikidoka che vuole dichiarare di farlo in modo tradizionale?
C'è solo UNA risposta possibile: TUTTI i santi giorni, come un semplice sotodeshi (allievo esterno) del Dojo di Iwama... quindi non può certo dichiararlo chi si allena un paio di volte a settimana per un'ora e mezza alla volta!

"Eh, ma qui i corsi normalmente sono bisettimanali..." VERO, però ciò è incompatibile con una pratica tradizionale, agevolandone una interpretazione invece molto moderna ed occidentale... che sarà forse quella che ha preso più piede dalle nostre parti, forse l'unica possibile alle nostre latitudini (falso!) ma che non centra proprio un tubo con lo schedule che ancora oggi è possibile vivere presso un vero Dojo tradizionale (e non solo di Aikido, ma di qualsiasi forma di Budo), sia in Giappone, che in giro per il mondo... e non ce ne sono pochi luoghi così!

Il tuo Dojo offre ai suoi membri uno schedule tradizionale (lezioni quotidiane multiple) e la possibilità di ospitare allievi interni residenti (uchideshi)?
Se NO, sarà pure un luogo dove magari tecnicamente e didatticamente si studia l'Iwama Ryu, ma NON si tratta di un Dojo tradizionale di sicuro!

La tradizione prevede che ci siano keiko di prima mattina e di sera: alla mattina si fa tendenzialmente armi all'aperto, mentre di sera più taijutsu: il vostro corso di Aikido ha sia delle sessioni sia mattutine, che serali?

"Ehm, in realtà no... c'è keiko solo alla sera, perché di mattina si va a lavorare".... ed anche "il mio corso non ha uno spazio esterno per praticare armi"...

Perfetto, sono sicuro che si possa apprendere molto bene l'Aikido anche frequentando un corso solo di sera (per quanto 2 volte a settimana sia comunque abbastanza pochino), ed anche se non si ha uno spazio per allenarsi all'aperto: solo sappiate che questo mondo di fare NON risulta per nulla tradizionale, tutto qui!

Le cinture colorate NON si usano: tradizionalmente i gradi kyu hanno tutti la cintura bianca, come mai quindi che molti corsi di Iwama Ryu hanno preso la bizzarra abitudine di fornire ai loro allievi le cinture che si utilizzano nel Judo?
Comprendo ancora il caso di corsi per bambini, che devo avere un elemento visibile che connoti i loro progressi... ma gli adulti? Non volevamo essere tradizionali?

Secondo le usanze del Budo, è possibile insegnare con il grado MINIMO di 3º dan, ovvero raggiunto il titolo di [指導員]"shidoin" - che significa "Istruttore" o "Allenatore Qualificato" -. Risulta ovvio che per essere i responsabili di un vero e proprio corso, sia necessario prima avere raggiunto una certa maturità nella disciplina... non ci si può certo improvvisare.

Persino la Federazione e gli EPS italiani (che non hanno proprio nessuna ambizione di essere considerati "tradizionali"!) NON consentono ad una semplice cintura nera di insegnare in autonomia, se non a fronte di un grado dan minimo e della frequenza di alcuni corsi di specializzazione... Abitudine che mi pare più che responsabile!

Alla luce di ciò, quanti sedicenti "Maestri di Iwama Ryu" dovrebbero esserci secondo voi in Italia con il solo grado di "shodan" (1º dan)? "Nessuno", mi si potrebbe rispondere... e invece no: ce ne sono, eccome!
Anche in questo caso, tutti elementi che sposano la tradizione, fino a quando essa non impedirebbe loro di fare ciò che fanno... momento nel quale non ci sono remore ad essere molto meno tradizionalisti.

Addentriamoci ora in elementi ancora più importanti...

Il cartello qui a fianco è comparso nel Dojo di Iwama nel marzo del 1992: la celebre frase giapponese "Gambariai keiko wo kinshi shimasu" (頑張り合いの稽古を禁止します), tradotta in inglese come "Using force to stop your partner from completing the techniques is prohibited", e fu affisso per volere di Morihiro Saito Sensei.

Il testo in inglese e la grafia che si vedono nel cartello originale furono scritti da Patricia Hendricks Sensei, una delle più importanti allieve occidentali di Saito Sensei, su esplicito incarico del suo Maestro, mentre la storica fotografia in bianco e nero del cartello appeso alla parete di legno del Dojo fu scattata da Bill Essig Sensei.

L'inglese non è sicuramente una traduzione letterale, ma in italiano può essere resa con:"È vietato usare la forza per impedire al partner di completare le tecniche".

Ora ho postato questo documento storico perché chi si è allenato secondo la metodologia di Iwama per qualche tempo sa molto bene quanto sia diffusa l'abitudine di USARE LA FORZA PER IMPEDIRE AL PARTNER DI COMPLETARE LE TECNICHE!

Ebbene, signori... a quanto pare questo elemento NON ha proprio nulla a che vedere con l'allenamento tradizionale, per dichiarazione e richiesta autografa di Morihiro Saito Sensei...

Qui qualcosa di importante deve essere stato misinterpretato, almeno qui in Italia: eseguire una presa solida, infatti, non ha nulla a che vedere con un comportamento rigido o con il maldestro tentativo di impedire al partner di terminare la tecnica che sta eseguendo.

Bloccare con fermezza significa imporre una stagnazione di quel ki che dovrebbe naturalmente scorrere, quindi ha senso proporre un allenamento nel quale io possa sentire pienamente la forza fisica del mio attaccante... ma non c'è relazione con il fatto che questi debba per fare di tutto per sabotarmi. Tanto più che egli sa già cosa andrò a performare, quindi gli risulta molto semplice muoversi in modo da annullare i miei movimenti.

Io devo spostare una mano verso l'altro, lui preme verso il basso e la mano resta ferma: è una semplice risultante delle forze applicate su un punto... diverso invece e molto più utile è se uke stringe forte un punto - ma in modo neutro - ed io riesco a far muovere quel punto utilizzando l'angolo più appropriato.

Resistere NON è sinonimo di attaccare, ed uke deve fare per ruolo questa seconda cosa, evitando la prima... altrimenti si preclude la possibilità di imparare i kaeshi waza.

Un altro punto importante: è assolutamente veritiero che O' Sensei stesso considerasse FONDAMENTALE l'allenamento statico, ma è una perfida misinterpretazione che TUTTO l'allenamento di base debba essere STATICO, almeno fino al raggiungimento del 1º dan.

Questo lo sa bene chi ha frequentato stabilmente il Dojo di Iwama negli anni nei quali c'era sia il Fondatore, che Saito Sensei: gli allenamenti erano sia statici che dinamici... da subito e per TUTTI, yudansha o principianti che fossero!

Non c'è nulla nella tradizione e traduzione giapponese del termine [基本] kihon che rimandi alla staticità: i due kanji sono [基] "moto/ki" che significa "fondamento, origine" e [本] "hon" che vuol dire "principale, reale, genuino, appropriato, sapere, libro"... potremmo dire "origine del sapere", "fondamento principale".

Il kihon quindi NON si contrappone al cosiddetto ki no nagare, come molto spesso si sente dire proprio nei cosiddetti "corsi di Aikido tradizionale"... poiché è possibile praticare in modo fluido anche una tecnica di fondamento, di base... pensiamo al tai no henko, per esempio.

Non smette di essere un esercizio fondante SOLO perché lo eseguiamo in modo dinamico!

Anzi, rincaro la dose: a livello tradizionale, le tecniche si distinguono in [固体] kotai, "corpo solido", [柔体] jutai "corpo cedevole"... [流体] ryu tai, "corpo fluido" e [氣体] ki tai, "corpo energetico"...

Mi aspetto quindi che un Aikido sedicente "tradizionale" contempli TUTTI questi tipi di allenamento... e non sicuramente solo il primo: nel vostro bel Dojo tradizionale... voi praticate proprio TUTTI, TUTTI questi livelli? Vi dicono forse che non avete ancora esperienza sufficiente per farlo? Il Maestro ce l'ha almeno?

Se anche solo faceste regolarmente pratica con i primi 3 dovreste già considerarvi super fortunati!

Un ultima considerazione, che non piacerà ad alcuni: il fatto che Saito Sensei abbia votato la sua intera esistenza alla diffusione dell'Aikido in modo più tradizionale possibile NON è assolutamente sinonimo che tutti quelli che lo hanno frequentato abbiano compreso sempre tutto e nel migliore dei modi...

L'Iwama Ryu che si pratica dalle nostre parti mi pare spesso più una sorta di "museo storico" che un vero e proprio metodo d'allenamento
: pochissima capacità dinamica, scarso rilassamento, uke che cadono come gatti di piombo, leve portate inutilmente allo spasimo, abitudine diffusa ad infiggere dolore inutile, gente che ripete ore ed ore le stesse menate... con la convinzione mistica che "un giorno sarà concessa loro l'illuminazione marziale". Beh, non ci trovo proprio nulla di tradizionale in tutto ciò!

Per non dimenticarci poi che Tohei, Tada, Tamura, Kobayashi, Yamada, Yamaguchi... e molti altri - pur non risiedendo ad Iwama stabilmente - hanno sicuramente praticato Aikido in modo piuttosto "tradizionale", non tanto come indirizzo tecnico, quanto come intensità, ingaggio, ritmo e tempo trascorso sul tatami.

Ho incontrato diversi praticanti e docenti che giungevano da altri lineage rispetto a quello di Iwama che avevano piuttosto chiaro a loro volta che:

- ci si allena tutti i giorni;
- non si usano le cinture colorate;
- per insegnare è necessario raggiungere prima un grado dan minimo non banale;
- l'allenamento di base è importante;
- l'allenamento è sia statico, che dinamico;
- non serve un tubo cercare di bloccare il proprio partner con la forza muscolare;
- la pratica consiste in vari livelli, dal più materiale al più sottile,  ed è necessario fare esperienza di tutti loro!

Quindi se ci piace la tradizione è ok, ma non possiamo viverla come se fosse una pasticceria, nella quale facciamo nostri solo gli elementi che ci solleticano di più il palato... questo elemento si, quell'altro non molto, un altro ancora proprio per nulla...

A me la tradizione piace molto, perché è il lascito del passato a noi e rappresenta la staffetta che dobbiamo portare con noi nel nostro cammino, per poterla poi cedere a nostra volta alle generazioni che verranno: però la tradizione NON può e non dovrebbe diventare una gabbia o un vanto... quanto una precisa responsabilità per chiunque vi si accosti.

Spero vivamente che il rischio di venire considerati Iwamisti nella maniera in cui Tajani ha descritto il diritto internazionale vi faccia desistere dall'essere "tradizionalisti"... e vi conduca a comprendere cosa significhi realmente aderire alla tradizione, ben al di là dell'angolo che utilizzate nell'eseguire le varie tecniche.

"La tradizione è custodire il fuoco, non adorare le ceneri"
[Gustav Mahler]


Marco Rubatto








lunedì 13 settembre 2021

Aikido, perché a piedi nudi sul tatami?

Abbiamo detto molto dell'Aikido in questi anni, ma non ci siamo mai fermati ad esaminare un aspetto che può apparire tanto scontato, quanto può rivelarsi profondo ed importante...

Perché la pratica si fa scalzi? Ciò può avere un valore aggiunto?

Si pratica scalzi nel Judo, nel Karate, nel Kendo... ed anche in Aikido: la tradizione del Budō giapponese quindi prevede questo, ma non è così per tutte le arti marziali.

Tai Ji Quan e Kung Fu cinese si praticano con un'apposita calzatura comoda, ma adatta a qualsiasi terreno. Il Krav Maga talvolta fa uso di calzature dedicate alla pratica simili a scarpe sportive leggere...

Come mai allora il Giappone si è orientato in modo differente?

Esiste un plus valore nel praticare scalzi?

Sono domande complesse, alle quali non abbiamo alcuna aspettativa di rispondere in modo esaustivo, tuttavia è interessante tracciare un minimo di storia di determinate usanze.

Quando le arti marziali erano (o sono) la modalità più comune di difendere la propria vita, avevano (o hanno) l'esigenza di essere praticabili in qualsiasi contesto ci si ritrovi.

Bisognava essere sempre pronti, e siccome fuori da casa nostra ci andiamo muniti di calzature (pure in casa ne facciamo sovente uso) è naturale che diversi sistemi marziali abbiamo incluso le calzature nell'abbigliamento consueto della pratica.

Il terreno su cui ci si trova può essere di qualsiasi tipologia (un tempo aveva carattere più naturale, oggi più manipolato dall'uomo), ed è quindi su qualsiasi tipo di suolo che è il caso di sapersi difendere.

In Giappone sono sempre valse regole simili, sino a quando - verso gli inizi del '900 - il Bujutsu [武術] divenne lentamente Budō [武道]: la differenza non è poca...

Con il primo termine si intendevano (ed intendono tutt'ora) tutte quelle discipline che con le loro tecniche miravano (e mirano) a scopi militari di tipo difensivo e/o offensivo... mentre il secondo termine si riferisce alle stesse discipline rielaborate in base a sistemi educativi, pedagogici, filosofici, ed etici più moderni a favore dell'individuo che le pratica.

Se dovessimo fare una differenziazione estrema, esagerata ma chiara, il Bujutsu serve a salvarsi la pelle in una battaglia, mentre il Budō serve a conoscere se stessi mentre si combatte.

Questo ha portato gli allenamenti ad essere tenuti in sale preparate appositamente per il loro svolgimento, solitamente su un tatami di paglia di riso o su un palchetto di legno. L'esigenza di allenarsi o combattere in qualsiasi contesto ha lasciato il posto all'allenamento in luoghi dedicati, con una superficie ideale (scevra dalle irregolarità che si possono incontrare sul sentiero di un bosco, ad esempio), che poteva (e può) consentire di stare scalzi.

L'Aikido ci è stato donato da una persona nata nel 1883, ovvero proprio a cavallo di questa trasformazione storica delle arti tradizionali giapponesi (per la quale come data indicativa prendiamo il 1868, ovvero la restaurazione Meiji): per questo sin da subito si iniziò a praticare scalzi, anche se gli stili più tradizionali sanno bene che ancora oggi si preferisce praticare armi all'aperto, ovviamente dotati di calzature che lo rendano possibile.

La tradizione giapponese moderna si basa (o basava, a seconda dei contesti attuali) comunque su superfici interne a sale di allenamento costruite con materiali NATURALI, listelli di legno o materassine di paglia di riso intrecciata appoggiate su listelli di legno. La connessione con il suolo sottostante l'edificio veniva garantito da una sorta di micro-palafitte (un tempo di legno, ora di cemento) sulle quali la struttura superiore veniva (e viene ancora) letteralmente appoggiata.

Questo per via dei numerosi terremoti, che avrebbero potuto distruggere qualsiasi connessione fissa con il suolo da parte di un edificio: appoggiandolo invece solo, era (e talvolta è ancora) garantita una flessibilità tale da non compromettere l'integrità strutturale di templi, case o Dojo.

Quando le discipline divengono un DO, ossia una strada, per conoscere meglio se stessi sotto stress, diviene chiaro che il problema dei problemi risulta dalla disconnessione e dis-integrazione delle parti che ci costituiscono.

Per questa ragione, mentre i JUTSU basano tutto sulla tecnica dei waza (le tecniche), i DO privilegiano lo studio dei principi attraverso i waza, più che in waza in se per sé: l'obbiettivo è conoscersi dal di dentro ed individuare quali sono gli elementi conflittuali presenti all'interno di ogni praticante... che non solo remano contro in caso di conflitto esterno, ma possono impedirci di vivere serenamente anche i momenti in assenza di conflitto.

Ci si prefigge quindi una prospettiva opposta ai JUTSU, che servono a vincere sugli altri: i DO risultano utili a vincere su noi stessi... perciò se i primi mirano all'analisi e quindi alla divisione di ogni minimo aspetto per comprenderlo più a fondo... i secondi mirano alla sintesi ed alla integrazione, per ottenere nuovamente il "monos", ovvero l'unità (parola che è anche la radice di "monaco").

Nei DO diventa importante unire se stessi alla dimensione sia prettamente materiale (terra), che a quella spirituale (cielo), per approdare alla costituzione di un "ten-chi-jin", ovvero di una "persona del cielo e della terra (fra loro integrati)".

Da questa prospettiva emerge chiaramente la necessità di stare più possibile a contatto diretto - e non mediato - con la madre terra, usanza che fra l'altro era presente anche in altre culture antiche della terra (es. nativi americani).

Il contatto diretto con la terra veniva (e viene) vissuto come la possibilità di fare direttamente da ponte energetico fra i reami del visibile e dell'invisibile, cielo e terra... tipo un albero che affonda le sue radici nel terreno, ma che hai i rami che svettano nell'aria.

L'essere umano viene paragonato alla scarica elettrica fra le due piastre di un condensatore naturale, di polarità opposta: il + è il cielo, il - è la terra (la nostra lingua lo sottolinea persino nelle declinazioni maschile e femminile dei sostantivi).

Lo stare saldi "con i piedi per terra" - simbolicamente parlando - è considerata essere una delle condizioni necessarie per prendere consapevolezza della propria natura più autentica e delle reali possibilità a nostra disposizione; al contrario, avere troppo la "testa fra le nuvole" - anche nella cultura popolare - sa di quell'atteggiamento sognatore, tanto geniale quanto talvolta disconnesso dalla propria realtà (spesso in fuga da essa) e quindi incapace di concretizzare i propri sogni.

NOI STIAMO COI PIEDI PER TERRA, allora... ed iniziamo anche forse a comprenderne il valore.

Ci sono stati diverse persone, sia giovani che adulti, che hanno provato imbarazzo o ritrosia quando abbiamo chiesto loro di salire sul tatami scalzi... come mai?

Famosa è nel nostro Dojo la storia di un certo Giampaolo (lo chiameremo con questo nome di fantasia) che aveva convinto ai genitori a vivere con le calze, sempre... anche durante la notte. Quando venne al Dojo iniziò una lotta senza precedenti fra lui ed il Sensei per il permesso di tenere le calze a lezione, mentre ovviamente gli altri bambini avevano da subito imparato a farne senza.

Durò un mesto circa: poi il pazzerello Giampaolo scoprì quanto lo stare a piedi nudi lo facesse sentire bene (nonostante il fatto che al tempo non praticavamo in una struttura poi così tanto "giapponese"). Chi lo ha conosciuto non poteva non avere notato quanto questo ragazzo fosse mentalmente scisso dal suo stesso corpo. Mettere barriere (anche fisiche, come le calze) fra l'alto ed il basso forse per questo era diventata una necessità così impellente.

E così è tutt'ora per tutti coloro che, dopo una giornata di lavoro o prima di essa, si tolgono le calzature e rinnovano la percezione di sé direttamente supportata dal tatami, senza alcuna intermediazione artificiale o divisiva.

Stare a piedi nudi è svelante ed uno strumento molto potente: da "bravi" occidentali noi pensiamo di essere nella nostra testa, dove sentiamo la vocina dei nostri pensieri... ma le discipline orientali insegnano proprio ad unire ed integrare mente e corpo, non a scinderle.

Per questa ragione, dobbiamo fare i conti con un nuovo paradigma quando ci viene chiesto per la prima volta di mostrare in pubblico una parte di noi - i piedi appunto - che siamo abituati a rendere pubblici solo in estate su una spiaggia.

I piedi, solitamente costretti in calzature non sempre comode durante le 8 ore scolastiche o lavorative, sono maleodoranti perché sudano e non "respirano" nel luogo dove li teniamo per molte ore segregati ogni giorno: essi però diventano un organo sensoriale percettivo molto potente su un tatami, riappropriandosi della cinestesia libera che meritano... diventando addirittura un'arma in certe spazzate, ma un arma "sensitiva e sensibile"... poiché noi siamo anche nei nostri piedi, o almeno siamo li esattamente come siamo nella nostra testa.

Per tutte queste ragioni crediamo che sia un gran bene ce la nostra disciplina continui ad essere svolta (prevalentemente) a piedi nudi.

Chi ha studiato un minimo di riflessologia plantare e/o di medicina tradizionale cinese, sa quanti punti e linee energetiche si affaccino sulla pianta dei piedi, e quando alcune posizioni (come il seiza o il kiza) siano in gradi di stimolare meridiani specifici, propria a partire dalla dita e dalla pianta dei piedi.

Una sorta di auto-massaggio shiatsu naturale e gratuito al quale ciascuno può sottoporsi anche solo andando a lezione sul tatami: un beneficio aggiunto, spesso inconsapevole, ma sempre molto gradito da chi ne fa esperienza diretta.

E tu... non ti viene voglia di buttare via le scarpe e raggiungerci sul tatami?!




martedì 20 luglio 2010

Rimozione temporanea Post del 28/06/10


Vi informiamo che rimuoveremo temporaneamente il Post del 28/06/10, intitolato "L'allenamento all'aperto"... poiché in molti ci avete segnalato una disfunzione del sito che è stata generata dagli script di quel articolo (impossibilità di visualizzare la colonna destra e di navigare fra i Post più vecchi).

Abbiamo provato a correggere gli errori e eliminare i problemi di visualizzazione, ma senza successo.

Il Post verrà cancellato nelle prossime ore e quindi riscritto: ri-comparirà perciò in testata del Blog; anche i commenti verranno salvati e ripubblicati da "Shurendo", riportando i testi originali ed i nomi dei mittenti.

Ci scusiamo per l'inconveniente, specificando che l'uscita degli articoli continuerà regolarmente fino all'inizio di agosto 2010.

Grazie ed a presto.

La Redazione di Aikime

lunedì 16 settembre 2024

合氣体操 Aiki taiso: la ginnastica di corpo e mente

Più di una persona ultimamente mi ha chiesto di affrontare in  modo più strutturato possibile l'argomento "Aiki taiso" qui sul Blog... anche e soprattutto a seguito del lancio del nostro canale YouTube, che mostra liberamente e gratuitamente un sacco di materiale video.

In realtà, avevamo già iniziato a parlarne QUI... ma finalmente ora sono pronto a farlo con qualche elemento multimediale in più.

Partiamo dicendo che è piuttosto comune in occidente l'idea che il corpo vada preparato per fare attività fisica, specie se questa si fa abbastanza intensa e cardiovascolarmente significativa... e tutti i corsi di Arti Marziali puntano parecchio sulla ginnastica di riscaldamento: quando praticavo Karate - ad esempio - la preparazione ginnica occupava all'incirca la prima metà della lezione, in termini di tempo.

L'Aiki taiso però è tutta un'altra cosa, e se da una parte è sicuramente mirata a preparare il corpo alla pratica dell'Aikido, dall'altra è uno strumento molto importante anche per favorire un allineamento mente-corpo... indispensabile per tutte le pratiche che seguiranno.

Le origini dell'Aiki taiso sono da ricercarsi in un momento storico e culturale nel quale nessuno aveva studiato biomeccanica dell'allenamento all'ISEF... quindi gli esercizi proposti erano presi da tradizioni che avevano avuto tempo di testare la loro bontà in decenni di pratica.

Molti dei movimenti che eseguiva anche O' Sensei erano provenivano da una sorta di stretching mattutino dei monaci shintoisti, quindi essi erano imbibiti di molti elementi filosofici e religiosi, propri della corrente spirituale che li utilizzava.

Ci si sveglia la mattina presto e si prende (ideicamente) una barchetta per andare a porgere omaggio alla Dea del Sole, Amaterasu Omikami, che abita una piccola isola al centro dello specchio d'acqua che c'è in molti luoghi sacri giapponesi... da qui nasce il "movimento del rematore" (funakogi undo), ad esempio.

Noi spesso oggi ripetiamo questi movimenti ed esercizi all'inizio delle lezioni di Aikido, ma non ne conosciamo l'origine ed il significato che veniva ad essi attribuito dai contesti dai quali provengono. Né è così comune trovare qualche Insegnante in grado di spiegarceli con dovizia di particolari.

Le leve articolari che utilizziamo hanno fatto nascere la necessità di creare una ginnastica specifica per i polsi, tekubi no taiso... per allungare i tendini e rendere più mobili possibili le articolazioni... così da ridurre sia il dolore, sia la possibilità di ferirsi mentre si riceve una tecnica.

Ovvio che molto dell'Aiki taiso è stato ampliato ultimamente da tutto ciò che oggi conosciamo sul corpo umano... tuttavia, a livello tradizionale, esso consisteva grosso modo in 3 macro aree:

- movimenti eseguiti da soli (che comprendono anche il tekubi no taiso)

- tai sabaki, spostamenti del corpo

- ukemi, cadute

Ora si eseguono anche molti esercizi a coppie in ciascuna delle aree che ho appena menzionato.

Per un nuovo progetto federale (del quale vi parlerò in un'altra sede) mi è stato richiesto di mettere insieme alcuni esercizi caratteristici dell'Aikido che potessero far lavorare su aspetti posturali, sia eseguiti da soli, che in coppia.

Questo ha generato una decina di video, che vi presento qui di seguito... visibili anche online nell'apposita playlist, abbiamo:

1 - tekubi no taiso

2 - solo practice

3 - twists

4 - shihogiri undo

5 - funakogi undo & furitama

6 - ikkyo undo

7 - body spirals

8 - haishin undo

9 - grounding & centering

10 - jutai



A questi esercizi possiamo quindi fare seguire quelli di tai sabaki, menzionati poco fa...

1 - ayumi ashi

2 - tsugi ashi

3 - irimi kaiten

4 - tenkan

5 - irimi tenkan



Ed, infine, quelli di ukemi...

1 - mae ukemi (zenpo kaiten)

2 - mae ukemi (juji)

3 - mae ukemi (yoko)

4 - mae ukemi (ushiro kimochi)

5 - ushiro ukemi



In una ventina di video, quindi, potrete avere una prima idea delle varie fasi dell'Aiki taiso... senza però alcuna pretesa di averne il quadro completo, in quanto gli esercizi possibili sono veramente tantissimi.

Ora però veniamo al cuore di questo specialissimo tipo di "ginnastica" (taiso): essa consiste si nel toccare il più possibile tutti i muscoli e le articolazioni che verranno poi messe sotto stress durante la lezione di Aikido... tuttavia si propone di farlo in modo SPECIFICO, ovvero proponendo esercizi che tengono all'INTEGRAZIONE delle diverse parti del corpo (arti ed articolazioni)... anziché favorirne il riscaldamento di un'area specifica e limitata.

Primo warning dunque: guardatevi da quei corsi che durante l'Aiki taiso propongono esercizi nei quali le varie parti del corpo NON lavorano insieme (per esempio, prima addominali, poi gambe, poi braccia, poi spalle, etc...).

Secondo warning: insospettitevi anche quando la "ginnastica Aiki" è troppo mirata al potenziamento muscolare ed al condizionamento del corpo (magari tramite 1000 addominali o l'utilizzo di makiwara, colpitori, etc).

L'Aiki taiso prepara il corpo alla pratica, ma non ha lo scopo di farvi diventare atleti olimpici: si preoccupa invece di qualcosa di molto più complicato e forse importante, ovvero di far stabilire un buon "allineamento" fra mente e corpo.

Così come l'Aikido, che necessita di una costante attenzione anche di tipo mentale, l'Aiki taiso cerca di fondere il livello mentale con quello fisico, nella consapevolezza che questi due aspetti dell'esistenza di ciascuno nascono già correlati... benché nel nostro quotidiano tendano a prendere strade proprie, spesso fra loro poco affini e comunicanti.

Avete presente l'immagine del tizio o della tizia che vanno in palestra e sul tapis roulant ascoltano la musica mentre corrono? Ecco: l'Aiki taiso è l'esatto contrario!

Non è questione di far fare al proprio corpo alcuni esercizi mentre "il proprietario" di quel corpo pensa ai fatti suoi: il corpo è simile ad un animale, che può essere fatto sudare anche contro voglia... basta metterlo su un rullo e digli: "mantieni il ritmo per 10 min!".

Qui parliamo ora invece di movimento CONSAPEVOLE, quindi SCELTO, mirato e nel quale cerchiamo di porre più attenzione possibile: ecco per quale motivo è bene che vengano presentati una serie piuttosto ampia di esercizi... è un ottimo modo per chiedere CONTINUA attenzione da parte degli allievi, visto che la proposta cambia con una certa rapidità.

Con la mente pensiamo, con il corpo ci muoviamo: è possibile però sia pensare ai movimenti, sia muovere il pensiero... quando questa dinamica si instaura, la mente ed il corpo divengono l'uno lo specchio dell'altra, manifestano il loro entanglement, come direbbero i fisici.

Questa condizione è ricercata PRIMA di giungere alla fase "marziale" dell'allenamento... ovvero quando non c'è ancora pericolo, quando il non riuscirci genera sicura frustrazione, ma non un cranio aperto da un bokken come una noce di cocco al primo errore.

Non dimentichiamo infatti che l'Aikido è tale SOLO se praticato in presenza di un CONFLITTO, che sicuramente all'inizio sarà molto modico e gestibile, ma che dovrebbe tendere a metterci alla prova al limite massimo al quale riusciamo a gestire lo stress.

In quest'ultima fase, distrarsi o avere mente e corpo scollegati può costare molto caro: enormi spaventi (quando va bene) o seri infortuni (quando va male) che mettono a rischio il prosieguo della nostra attività sul tatami!

Quindi si inizia già nell'Aiki taiso a ricercare questa condizione di unità mente-corpo, ne comprendete quindi il valore e l'importanza?

Ci sono stili di Aikido più attenti di altri alla ginnastica iniziale (come il Kobayashi Ryu o il Ki Aikido)... e stili di Aikido che invece sembrano ignorare proprio l'argomento (come l'Iwama Ryu): dietro a tutto ciò però non ci sono altro che condizioni storiche specifiche che hanno portato i vari Capi-Scuola a prendere direzioni differenti, tanto da sembrare talvolta fra loro incompatibili.

Un corso di Aikido per principianti (o nel quale siano presenti anche un tot di neofiti NON può oggi prescindere dall'Aiki taiso, poiché viviamo in una società nella quale molti dei frequentatori dei corsi non hanno alcuna confidenza con il proprio corpo (figuriamoci con la connessione mente-corpo!); è bene quindi sempre fare un buon "riscaldamento" insieme, prima di passare a esercizi più impegnativi e richiedenti.

Diverso è invece quando un Senpai arriva tardi a lezione: lo si lascia in un angolo che si prepari da solo, prima di includerlo nel keiko, anche perché avrà sviluppato la capacità di farlo a dovere, anche senza seguire le istruzioni di una guida.

Ultimo punto: in Federazione, la prima qualifica di'Insegnamento, l'Aspirante Allenatore (1º livello) cerca di formare proprio le persone in grado di prendersi cura con cognizione di causa dell'Aiki taiso... per fornire un supporto pratico al Docente titolare, e nel contempo, per garantire un suo alter ego in grado di seguire chi mostrasse particolari difficoltà nell'esecuzione degli esercizi proposti.


Marco Rubatto






lunedì 7 settembre 2009

Vita da Uchideshi


Ci sono molti modi per praticare Aikido…


e nel nostro Paese alcuni sono più noti che altri: solitamente ci si reca al Dojo per un paio di lezioni settimanali nel ruolo di Sotodeshi (cioè di “allievi esterni”)… ma poi ci sono anche i seminari nei week-end (Koshukai)…. ed ancora i seminari intensivi di una settimana o i ritiri (Gashuku).

Ma tradizionalmente il modo più completo di dedicare tutto il proprio tempo allo studio e l’apprendimento dell’Aikido è quello vissuto dagli “allievi interni” di un Dojo, ossia i cosiddetti Uchideshi.

Non è facile in Italia fare una simile esperienza (non ci risulta esistano Dojo professionali che siano forniti di un programma Uchideshi all’interno della loro organizzazione), ma alcuni dei nostri lettori sicuramente avranno potuto beneficiare all’estero di una simile esperienza.

Noi abbiamo trascorso parecchio tempo in qualità di Uchideshi in Dojo professionali svizzeri, francesi, olandesi e giapponesi, quindi portiamo la nostra esperienza a chi non dovesse avere una chiara conoscenza del fenomeno.

Ovviamente la giornata tipo di un Uchideshi può essere anche molto differente a seconda del luogo in cui presta il suo servizio e di quanto tempo si intrattiene presso la struttura ospitante, ma in buona sostanza possiamo affermare che il punto nodale del suo impegno è focalizzarsi full-time sulla pratica e lo sviluppo del proprio Aikido.

Storicamente era molto dura la vita all’interno di un Dojo giapponese dello scorso secolo; oggi in alcuni luoghi in Europa ed America si è tentato di ricreare l’atmosfera austera di rispetto e devozione dei tempi di O’ Sensei, mentre altri hanno preferito adattare il concetto di allievo full-time alla società ed ai tempi di oggi, concedendo più spazi di libertà e comfort alle rare persone disposte ad investire qualche mese o qualche anno della loro vita in questa singolare esperienza.

Di seguito, a titolo puramente esemplificativo, vi riportiamo la giornata tipo attualmente in vigore nell’Ibaraki Shibu Dojo di Iwama, cioè il Dojo storico di O’ Sensei, che ci ha ospitati anche questa estate:

- 5.00 sveglia;
- 5:15 pulizia del piazzale antistante l’Aiki Jinja (con rastrello, cariola e badile);
- 6:00 – 7:30 inizio della lezione di armi (buki waza no keiko) presso il Dojo, che può avvenire sia internamente ad esso, sia nel prato antistante;
- 7:30 pulizia del Dojo e poi colazione;
- 7:30 – 10:00 ore di libertà/ pratica libera di Aikido fra Uchideshi;
- 10:00 lavori di corvee: pulizia cucina, gabinetti, docce, dormitorio, potatura dell’erba del prato della tenuta Ueshiba, spargimento diserbante… piccole riparazioni artigianali;
- 12:00 – 18:30 ore di libertà/ pratica libera di Aikido fra Uchideshi;
- 19:00 - 20:00
lezione serale (taijutsu no keiko);
- 22:00 coprifuoco.

Questo calendario è tenuto dal lunedì al sabato, mentre la domenica la giornata è caratterizzata da un solo allenamento mattutino (alle 10:00) e da un maggior spazio al tempo libero.

Riteniamo che questo modello sia attualmente abbastanza fedele a quello tradizionale, considerando che in ogni momento della giornata ciascun Uchideshi è a completa disposizione del proprio Sensei per qualsiasi questione inerente la pratica (cioè per eventuali lezioni aggiuntive impreviste) o per ogni tipo di lavoro extra che si dovesse presentare utile fare pro-Dojo (inclusa la possibilità dell’utilizzo dei propri spazi personali liberi per svolgerli).

Come vedete, è un modo parecchio impegnativo di concepire la full-immersion nell’Aikido.

Ancora oggi in Iwama fisicamente parlando gli allenamenti sono parecchio impegnativi, ed il senso del rispetto della tradizione a dir poco fa scattare sull’attenti tutti gli Uchideshi ad ogni movimento di ghiaietta del selciato, che potrebbe presagire l’arrivo del Sensei, al quale è obbligatorio presenziare (così come a qualsiasi suo commiato).

Ancora oggi il vecchio Dojo di O’ Sensei non è climatizzato in alcun modo d’estate (34° C d’estate, con un’umidità vicino al 100%), né viene riscaldato d’inverno (circa -10° C d’inverno).
Ancora attualmente d’inverno gli Uchideshi scelgono deliberatamente di allenarsi all’aperto di mattina alle 6:00, poiché è più agevole ripararsi dal freddo coprendosi molto che perdere sensibilità in pochi minuti agli arti inferiori praticando nel Dojo, per via del tatami ghiacciato da affrontare scalzi.
Ancora oggi gli Uchideshi durante l’inverno scelgono di dormire con il keikogi (a mo di pigiama) o di stenderlo sotto il proprio futon, perché altrimenti sarebbe impossibile indossarlo ghiacciato la mattina seguente all’alba.
Fino allo scorso anno in tutta la struttura era presente una sola doccia unisex, mentre ora sono due.
L’unico locale riscaldato da alcune stufe elettriche è la cucina, una sorta di baraccone a pochi metri dal Dojo.

Le condizioni igienico sanitarie in molte delle esperienze da Uchideshi che abbiamo vissuto non erano esattamente da Hotel a cinque stelle, poiché la pulizia spesso viene affidata a giovani provenienti da continenti diversi, che non necessariamente si distinguono per le loro innate abilità di Chef o massaie…

Ci si adatta: tutti con l’idea che la cosa più importante sia l’Aikido, il tatami, la pratica.

Non tutte le esperienze devono necessariamente risultare così provanti, ma sempre sono caratterizzate da un prezioso invito alla vita di comunità, intorno al focolare dell’Aikido.
È possibile conoscere praticanti proveniente da moltissime nazioni, con esperienze, gradi ed idee molto diverse fra loro. Solitamente da questo scambio e condivisione si esce molto arricchiti e formati.


È possibile trovare Dojo in cui il ruolo di Uchideshi viene particolarmente valorizzato dalla Struttura stessa: gli allievi interni solitamente pagano una quota per il loro pernottamento e per gli allenamenti (alcuni sono esclusivi, cioè non aperti anche agli altri allievi esterni del Dojo), in aggiunta devono provvedere autonomamente al loro cibo per il periodo di permanenza.
Esistono però Organizzazioni disposte a “scambiare” le quote di pagamento con alcuni lavori che gli allievi sono in grado di prestare
e che vadano sempre nella direzione di essere utili al Dojo ospitante (segreteria, apertura e chiusura al pubblico, insegnamento ad alcune lezioni specifiche – ove l’allievo avesse l’esperienza ed i requisiti per farlo).

In alcuni Dojo ( lo Yoshinkan Hombu Dojo, per esempio, da noi visitato questa estate) gli Uchideshi vengono addirittura pagati per la durata della loro permanenza, permettendo così loro una relativa indipendenza economica dalle famiglie di origine.

Pratica, pratica e poi ancora pratica. Scandire le proprie giornate tramite gli allenamenti è un ottimo modo per “non uscire mai dalla parte”, cioè per rimanere a lungo nella forma-mentis propria della nostra Arte (ed anche nella forma fisica più adatta!).

Certo, non per tutti è possibile concedersi questa esperienza… sia per motivi economici, che di tempo… ma abbiamo più volte constatato come due settimane di pratica da Uchideshi abbiano apportato più sviluppo e beneficio alle nostre consapevolezze che magari un intero semestre di allenamento al nostro Dojo abituale.

È un’esperienza insolita, forse non necessariamente essenziale, mache ci sentiamo di consigliare caldamente a chi vuole approfondire molto il suo rapporto con l’Aikido.

Come dicevamo, in Italia per ora pare non essere semplicissimo trovare il luogo che lo permette.
Ci auguriamo che, nel giro di qualche anno, il nostro Dojo possa realizzare un simile servizio, che va nella stessa direzione dei suoi progetti futuri. Ci sono difficoltà non trascurabili, sia di carattere burocratico che economico… ma abbiamo già ricevuto alcune richieste, che ci lasciano ben sperare in un futuro avvio.

Vedremo, per ora siamo allo studio di una lista da pubblicare, con indicate tutte le Realtà internazionali da noi conosciute che offrono la possibilità di fare l’esperienza di Uchideshi.

Avrete ulteriori informazioni non appena saranno in nostro possesso: per ora ci piace ricordare il detto orientale che semplicemente recita: “l’allenamento è vita”.