lunedì 20 luglio 2015

False promesse Aikidoistiche: "un giorno sarai libero dalla forma"!

"In Aikido, prima è necessario studiare la forma, impratichirsi, farla vostra... poi un giorno potrete liberarvene e gioire della creatività che si potrà avere": questa è appunto la falsa promessa più in voga fra tutte le Scuole e stili tecnici che abbiamo avuto modo di frequentare fino ad ora!

Quando una persona inizia il suo percorso in Aikido è ovvio come non abbia alcuna dimestichezza con le forme tecniche che la nostra disciplina utilizza, indipendentemente dal suo stile.

Attraverso questa "forma" il principiante dovrebbe impratichirsi di alcuni principi, ma ancora prima dovrebbe fare "amicizia" con il suo stesso corpo... che è spesso uno strumento molto poco conosciuto ed utilizzato...

Di libertà mentale il principiante è fin troppo pieno, solo che non sa che farsene, giacché - non avendo ancora appreso un "alfabeto" con il quale esprimersi - per lui fino vale tutto ed il contrario di tutto... compreso anche ciò che un senso vero non ce l'ha!

Proprio per questa ragione, praticamente ogni Scuola e stile di Aikido iniziano a fornirgli STRUTTURA tecnica, ossia movimenti stereotipati con i quali egli possa formare le sue sensazioni cinestetiche, così come gli elementi che incominceranno ad arricchire la sua esperienza sul tatami.

Ecco che, seguendo inizialmente la possibilità di fare "giusto" o "sbagliato" secondo quanto rimandato dall'Insegnante, egli adotta un modello di riferimento con il quale potersi confrontare: nulla di male fino a qui, anzi!


Qual è allora il problema!?

Il problema è che il processo appena descritto NON ha una fine, e la forma può sempre essere ulteriormente affinata e migliorata: può divenire sempre più fine, percettiva, completa, armoniosa, efficace... pur rimanendo sempre FORMA.

Quindi, di fatto, non c'è poi nessuno che ti bussa alla porta dicendoti che hai raggiunto il livello in cui puoi iniziarti a liberartene... e, solitamente, ciò che accade è che il praticante medio, così come l'Insegnante più comune tendano a confondere la libertà vera e propria con l'ulteriore affinamento dello schema didattico che ha sin ora utilizzato per crescere.

L'Iwama Ryu, ad esempio, che è la Scuola tecnica dalla quale proveniamo e che utilizziamo nei Dojo, rimanda che seguendo un certo iter, fatto di attenzione e precisione formale, si segue esattamente il percorso che fece O' Sensei e che lo portò dall'esperienza più fisica a quella più libera, integrata e spirituale.

Non neghiamo che ciò possa essere autentico o veritiero, ma constatiamo come dopo circa 40 anni di pratica di questa particolare didattica che mira alla libertà ed alla consapevolezza, siano ben pochi i praticanti che mostrano di aver raggiunto questo scopo attraverso di essa, ottavi dan compresi...

Allora, cos'è che è andato storto?

La tradizione è autentica, la tecnica è buona e precisa... perché ad un certo punto non scatta il salto di qualità che fece il Fondatore?

(da notare che altrettanto si potrebbe dire di qualsiasi sistema tecnico e didattico)

È qualcosa di molto puerile pensare che a forza di studiare i grandi classici della poesia, un giorno - MAGICAMENTE - si diventerà a nostra volta POETI!

I "grandi classici", le forme marziali, nel nostro caso, sono molto importanti... solo che sono una condizione necessaria ma NON sufficiente fare il "click"di cui sopra...

Ad un certo punto, non solo diventa molto difficile scrollarsi di dosso la gabbia didattica in cui siamo vissuti, ma iniziamo a pensare che essa sia l'unico habitat che possa ospitare vita Aikidoistica intelligente, quindi iniziamo a sparare a zero su tutti coloro che hanno scelto di rinchiudersi in un'incubatrice tecnica differente!

Così cornuti e pure mazziati: la nostra didattica non ci ha solo impedito di diventare liberi ed indipendenti, ma ci ha ottenebrati a tal punto da renderci talebani di un metodo nei confronti di tutti gli altri (ovviamente quello giusto sarà sempre il NOSTRO... la didattica di solito ci rende pure modesti!!!).

Qualsiasi persona di media intelligenza, che vedesse questo fenomeno da fuori, crediamo che lo giudicherebbe una sorta di allucinazione metodologica di gruppo...

Ma soprattutto, non dimentichiamoci che nella nostra esposizione, avevamo invece incontrato un momento nel quale questa libertà era effettivamente presente, per quanto inutilizzata o inutilizzabile: questo punto era proprio l'esordio da principianti nella disciplina.

Perché allora i nostri metodi tecnici, oltre a conferirci struttura, non si occupano anche di non farci perdere quella proprietà preziosa ed apertura spontanea che tutti possediamo agli inizi?

Semplice: perché si parla PRIMA di tecnica e POI di libertà, incuranti del fatto che in un eventuale momento nel quale dedicarci finalmente alla "fase 2" del piano Aikidoistico, saremo del tutto prigionieri della "fase 1", tanto da non sentire più l'esigenza di procedere oltre.

Provate a fare caso a quanti Maestri ed Insegnanti di alto rango sono disposti mettersi in gioco ed esibirsi con uke che non conoscono, che li attaccano in un modo altrettanto ignoto!

Praticamente NESSUNO di coloro che per anni hanno insegnato ogni minimo dettaglio sull'angolo e la curvatura delle falangi di ciascun dito della mano e del piede, è poi di fatto in grado di "gestire l'imprevisto" e la novità, così come invece sarebbe auspicabile che facesse QUALSIASI praticante di arti marziali.

Mica un aggressore ti dice: "Ti attacco dopodomani alle 17:00 con uno yokomen di sinistro!".

E allora perché l'Aiki-collettività precipita in questo ossessione tecnica, capace di non far più scorgere i motivi per la quale essa stessa è nata?

Abbiamo una ipotesi in merito...

La tecnica crea consapevolezza corporea, ma anche comfort, perché più la si pratica, più al suo interno si acquisiscono competenze, si consolidano abilità: l'ignoto invece sta fuori dalla zona di comfort di ciascuno... per tutti rappresenta possibilità di fallimento (così come di successo) imprevedibili e sempre dietro l'angolo.

Perché quindi, ad un certo punto, lasciar andare tutte le sicurezze acquisite, per provare a sperimentarsi al di fuori di esse e quindi rischiare pure qualche frustrazione... quando al loro interno ci siamo ritagliati una posizione (un grado, il rispetto dei compagni di pratica...), anche se essa dovesse costituire per altri versi la più inespugnabile delle prigioni?

Chi se ne frega, stiamo in gabbia (tecnica, metodologica, etc) e diciamo a quelli nuovi che devono ancora passare per dove siamo già passati noi: avremo così un indubbio vantaggio su di loro, anche se questo non ci dovesse naturalmente traghettare in quel mondo Aikidoistico libero che tutti forse avremmo voluto.

La sicurezza e la comodità non sono qualità alle quali è facile rinunciare, benché mettano a rischio la libertà con la quale compiamo le nostre scelte...

Questo fra l'altro non vale solo in Aikido, ma in tutti i campi nei quali si compiono delle scelte che dovrebbero servirci a crescere: economia, politica, religione... tutti dietro a dei "cartelli", delle "etichette" che hanno il compito di farci sentire protetti e supportati, fino a quando non abbiamo le gambe per camminare da soli... salvo poi rimanerci legati a vita per disabitudine ad accorgerci quando non ne abbiamo più bisogno!

E allora come fare?

La ricetta - la nostra, che non è detto sia l'unica o la migliore - è quella di fornire FIN DA SUBITO ai nostri praticanti un certo numero di occasioni per conoscere e stare nella forma e - CONTEMPORANEAMENTE - altrettanti momenti nei quali starne fuori e muoversi per il gusto di farlo... senza cioè pretendere che un movimento venga fatto "giusto", risulti "efficace" o altro...

... semplicemente perché "viene così" e basta.

Il tentativo è quello di non far perdere al neofita quella preziosissima apertura e libertà innata che lo ha spinto fino all'ingresso del Dojo, mentre ovviamente gli forniamo anche un buon alfabeto tecnico con il quale potersi confrontare con i propri avanzamenti, così come dialogare con il resto del mondo dell'Aikido.

L'una cosa non solo NON esclude l'altra, ma la supporta e l'avvalora!

Certo, c'è più "roba" da fare, quando il tempo a disposizione è sempre il medesimo... forse la crescita tecnica quindi è destinata a rallentare le tempistiche, ma è altrettanto vero che procederà con più equilibrio ed accompagnata da uno spirito critico individuale, del quale si sente tanto la mancanza nelle strutture gerarchicamente più piramidali.

L'una cosa è polare rispetto all'altra, ma i due fenomeni possono coesistere ed alternarsi in un breve lasso di tempo, così come nella vita si alternano giorno e notte... e così come nessuno di noi si sognerebbe di mangiare per i primi 40 anni della vita (di certo un processo utile ad acquisire "struttura") per poi LIBERARSI delle relative scorie nei successivi 40! (perdonateci l'immagine "cacofonica"!)

Le due cose si possono fare parallelamente... non dimentichiamolo: la natura è Sensei, in molto... per non dire in tutto!

La libertà non è qualcosa che si raggiunge, ma piuttosto una condizione naturale dell'essere, dalla quale tutti proveniamo...

A volte si può essere poeti anche conoscendo solo 4 tecniche: "M'illumino di Aiki" [Morihei Ungaretti]




2 commenti:

Dijego ha detto...

Prima di esprimere ciò che penso sarebbe bello capire se anche il maestro Rubatto sente sulla sua "pelle" quanto descritto. Perché se lui, dopo che si dedica all'Aikido totalmente, conferma che quanto è scritto è anche a lui applicabile allora siamo tutti nella m....
Visto che ritengo che il Maestro Marco in realtà ( e lo dico perché ho praticato sia con lui che con Maestri che hanno 30 anni di pratica più di lui) non sia "prigioniero" di questo dualismo allora mi allaccio al fatto che tutto nasce perché siamo dei dopolavoristi.
Il mestiere che faccio per 10 ore al giorno da 7 anni lo so fare come sapeva fare Aikido il maestro Kobayashi Hirokazu dopo 7 anni. Tra 30 anni di questo mestiere sarò non dico come Ueshiba ma giù di lì..
Sono un semidio? Non penso proprio. Faccio certe cose con intelligenza, passione e dedizione tutto il santo giorno per sei giorni su sette. Se non mi migliorassi di giorno in giorno (cosa anche possibile) sarebbe solo colpa mia e non di certo della mancanza di pratica!
Io credo che il problema sia solo quello. Che però ne apre un altro:
"Ma allora l'Aikido è solo per chi ci "vive" e si "nutre" di tale disciplina?"

risposta 1:
sì, così si è fatto per centinaia di anni e così si deve continuare a fare. Punto e fine di tutti i discorsi. Citando "Small Soldiers" <>

risposta 2:
forse è il caso di pensare una nuova metodologia dell'Aikido (frasi del genere potrebbero provocare in certi contesti la condanna al rogo per apostasia e bestemmie) per far sì che anche con un impegno costante ed assiduo ma meno pressante ("se deve pur magnà", "sono le polpette che riempiono la pancia")frutto dei nostri tempi e dei ritmo moderno occidentali si possa evitare di perdere il Takemusu Aiki.

Agli altri frequentatori eventuali soluzioni 3, 4 etc...
Io sto lavorando gioco-forza per la soluzione 2 in quanto in questa vita la soluzione 1 mi è preclusa. Speriamo che almeno il rogo per me arrivi in inverno...lol

Anonimo ha detto...

Penso che lo studio della forma tecnica, con la sua continua ripetizione "meditata" e corretta sia imprescindibile, non tanto per il superamento della forma stessa ma per l'interiorizzazione dell'automatismo.. condizione necessaria per passare poi alla fase evolutiva successiva cioè lo stato di "no-mente" in cui le tecniche "sgorgheranno" spontanee..quindi penso che per questa fase ci dovrà essere innanzitutto una buona fiducia in se' stessi per il lavoro svolto ed un buon allenamento "ritmato" stile random (non ho detto randori perchè ormai è codificato come le forme tecniche)il tutto abbinato ad una buona dose di percezione e senso della sicurezza..buon Aiki a tutti!