lunedì 22 ottobre 2012

La non-violenza dell'Aikido e la marchetta dell'efficacia



"la vera scelta non è fra non violenza e violenza, ma fra non violenza e non esistenza... Se non riusciremo a vivere come fratelli, moriremo tutti come stolti"
[Martin Luther King]

Abbiamo ascoltato in svariate occasioni praticanti di Aikido interrogarsi sulla valenza marziale del proprio allenamento.

Spesso gli studenti che hanno questo tipo di problema sono neofiti.
Altre volte, a causa di una scarsa frequentazione del Dojo, l’allievo si scoraggia nel non percepire un incremento di abilità e una conseguente maggior intensità della pratica giudicata troppo soft.

Di efficacia e valore marziale dell’allenamento abbiamo trattato nel post "Efficacia": tecnica o principi?.

Questa settimana vogliamo invece riflettere e far riflettere sulla visione non violenta dell’Aikido e sull’impronta che essa lascia sul metodo di difesa insegnato.

L’individuo medio che si appresta ad entrare in un Dojo di Aikido per la prima volta si immagina un’Arte Marziale che garantisca una difesa personale e al contempo mantenga illeso chi ci attacca. Questo aspetto, piuttosto semplificato ma non errato, è non a torto uno degli slogan di Aikido più diffusi sulla rete.

Chi vuole apprendere una disciplina per sapersi difendere, trova in queste frasi un’offerta che non viene data altrove. La scelta dell’Aikido come Arte Marziale diventa così molto appetibile.

Dopotutto la risoluzione non violenta di un conflitto è un principio che facilmente può essere nelle corde di chi teme un’aggressione ma non ama l’aggressività. Il rispetto di chi ci attacca viene quindi visto come una risorsa oltre che come un’esigenza.

Ma uno studio basato sul rispetto reciproco può poi diventare per alcuni praticanti un limite.
Se oltre che a sé stessi bisogna tutelare anche chi attacca, difendersi diventa  complesso e poco intuitivo. Viene automatico pensare che conviene appropriarsi di strumenti più pratici e diretti.

Sicuramente in passato il valore di un’Arte Marziale si basava su quanto essa potesse essere letale. Bujutsu è un termine che indicava - in modo generico - i sistemi di lotta sviluppati con lo scopo di affrontare situazioni di guerra.

Sotto il dominio Tokugawa entrò in vigore un sistema di subordinazione al potere da parte delle provincie che pose fine alle continue guerre interne fino a quel momento avvenute.
Questo avviò nei secoli successivi un progressivo mutamento della pratica delle Arti Marziali, finalizzato anche ad un percorso educativo del guerriero.

Facciamo un salto temporale.

Conclusa la seconda guerra mondiale gli americani imposero in Giappone il divieto alla pratica delle Arti Marziali.
Fu anche per questo che, per continuare ad esistere, alcune di queste acquisirono un carattere sportivo.

In altri casi la pura pratica di tecniche da combattimento fu affiancata da uno studio introspettivo e legato ad una maggiore consapevolezza.

Un grande testimone di questo generale cambiamento è proprio l’Aikido.
O’Sensei modificò progressivamente le prospettive della sua Arte.
La trasmissione di tecniche marziali come sistemi efficaci di lotta divenne il supporto per l’insegnamento di una filosofia di vita.

È frequente leggere sul Web commenti su quanto l’Aikido non costituisca una difesa completa e adeguata contro attacchi di atleti marziali esperti.
Dall’altra parte troviamo commenti di Aikidoka che difendono a spada tratta l’arte di O’Sensei,  decantando di quest’ultimo la passata invincibilità e vantandosi di capacità inaudite.

L’Aikido però non ha - in sé - la pretesa di essere superiore ad altre Arti Marziali.
Insegna a confrontarsi con sé stessi, non a voler dimostrare di essere migliori degli altri.

Recentemente abbiamo avuto modo di parlare con un nostro vecchio compagno di pratica.
Questo ragazzo dopo un breve trascorso al Dojo decise di non continuare ad allenarsi nel nostro gruppo. Rimase scoraggiato dal lungo percorso che lo attendeva e del lento progredire dei risultati.
In seguito provò con altre discipline tra cui il Krav Maga.

Durante la conversazione il ragazzo ci ha raccontato di quanto - secondo lui - un sistema come il Krav Maga sia superiore all’Aikido in termini di difesa.
Un sistema del genere, sempre a dire dell'ex-compagno, mette lo studente di fronte alla paura e a situazioni reali come può essere una situazione di stupro.

Certo è molto più pratico questo che non il morote dori kokyu ho.

Inoltre, di questa disciplina, ci veniva indicata la maggior comprensione e facilità d’apprendimento in breve tempo  rispetto alle Arti Marziali tradizionali.
Tutto a convenienza di chi vorrebbe vivere la propria vita senza doversi recare troppo spesso nel luogo di allenamento.

Non è di nostro interesse indagare su quali strumenti possa offrire un’Arte Marziale piuttosto che un’altra. Siamo anzi sicuri che ognuna di esse ponga l’attenzione su aspetti interessanti e che meritano approfondimento.

Certo è che non esistono formule magiche o scorciatoie per arrivare a qualcosa di così fisicamente e psicologicamente complesso come il sapersi difendere.

Possiamo pensare a un milione di situazioni di possibile aggressione e ad altrettante soluzioni per reagire.
Se dovessimo mai trovarci in una situazione di pericolo sarà importante la capacità di controllare il proprio corpo e le proprie emozioni più che la possibilità di ricordarsi cosa indicava il corso di difesa personale su quello che abbiamo davanti.

Questo si ottiene attraverso un consapevole e costante allenamento, qualsiasi strada si sia intrapresa.

Quello che vogliamo far emergere da questa riflessione è l’importanza di conoscere cosa si ha tra le mani.

Se pensiamo che la soluzione ad un conflitto non debba essere per forza pacifica e pensiamo che l’impegno nello studio di queste dinamiche sia una perdita di tempo, forse non è il caso di insistere ad andare contro ciò che non ci appartiene.


Meglio cercare altre strade.

A volte durante l’esplorazione scopriamo che ciò che ci realizza sta altrove. Altre volte l’allontanamento diventa necessario per comprendere il valore di quello che si aveva.

In entrambi i casi ne sarà valsa la pena.

1 commento:

mad ha detto...

leggevo su un mensile di arti marziali che uno dei maggiori insegnanti di krav maga in Israele, considera un tempo di almeno 5-6 anni di allenamento per essere realmente efficaci in uno dei disimpegni più pericolosi: togliere la pistola ed immobilizzare un aggressore, non tanto per la cosa in sè, ma per l'attenzione che si deve avere sul fatto che l'arma in nessun caso dovrà sparare e ferire accidentalmente qualcuno. Questo tanto per ribadire che nessuna cosa, se fatta bene è immediata. Essendo una donna ed essendo per natura soggetta a molestie (per natura degli altri purtroppo) amo l'aikido non tanto per la presunta capacità che potrò avere nell'affrontare nugoli di malintezionati, ma per la capacità di fare attenzione, annusare l'aria, essere presente, che spero mi farà essere altrove in caso di pericolo. E di questi tempi il gesto di coraggio più marziale che occorrerebbe sfoggiare è quello di impugnare il cellulare e chiamare soccorsi, senza tirare dritto "perchè tanto non mi riguarda" quando ci imbattiamo in situazioni di bisogno.