lunedì 11 giugno 2012

Aikido in rosa: le lettrici si raccontano

Quest'oggi pubblichiamo un interessante estratto da interviste ed esperienze giuncate in Redazione da parte di alcune "AIKIDOKESSE"... che ci sono suonate particolarmente illuminanti per gettare luce su questa dimensione importante e spesso sottovalutata della pratica: l'Aikido al femminile.


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"Più che una praticante sono una fan dell’Aikido.
Ho cominciato 30 anni fa, a 15 anni, e dopo tre anni di pratica l’ho dovuto lasciare per motivi di salute.
L’ho ricominciato 10 anni dopo e poi mi sono trasferita e sposata.
Nell’inevitabile vortice familiare lavoro-marito-figlia, non sono più riuscita a riprenderlo sino ai 17 anni della figlia, età che mi permette di  uscire di casa a ora di cena senza affamarla.


Guardandomi in giro nei Dojo ho notato che non è aumentato consistentemente il numero delle donne che praticano quest’Arte Marziale, ma che molte di quante hanno cominciato lo hanno praticato con costanza e sono arrivate ad ottimi livelli; se trent’anni fa l’insegnamento in Italia era prettamente al maschile, ora in molte palestre trovo insegnanti donna.
Uno dei maestri  che seguo negli stages è una donna, cintura nera 7° dan Ki Aikido shihan, Renata Carlon.


Ed è vedendo come propone l’Aikido che mi è venuta  l’idea di un articolo che si ponesse la domanda se possiamo parlare di una via "femminile" ed una "maschile" di approcciarsi alla pratica.


Ho cominciato una serie di interviste, tra il serio ed il faceto alle donne, soprattutto cinture nere con cui sono entrata in contatto e ne sono emersi interessanti spunti di riflessione.


Il primo, sicuramente, e che non avevo minimamente preso in considerazione, anche se fa parte della mia personale esperienza, è il darsi la possibilità di praticare l’Aikido.
Perché le donne, parlando di chi si è  approcciato alle arti marziali dagli anni 60 in poi, hanno dovuto affrontare il divario tra  passione personale e ruolo sociale.


Lo sappiamo, il genere umano è l’unica specie che oltre che naturale è anche culturale: aldilà della differenziazione sessuale che attribuisce compiti riproduttivi diversi, è poi culturale il ruolo che i due sessi assumono all’interno della società.


L’eredità culturale femminile per eccellenza è un ruolo legato alla componente di “love and affection”: dimostrare la disponibilità ad accettare i bisogni emozionali dell’altro, a mediare sicurezza e calore e sentirsi realizzate mediante accettazione dell’altro.


Nell’uomo è prevalso il ruolo di “maintenance of self”, l’investimento su di sé in termini di realizzazione personale
E se le cose oggi sembrano superate, in tempi in cui parlare di realizzazione personale pare scontato per entrambi i sessi, c’è un indizio che dimostra che i giochi di ruolo sono ancora attivi: il tempo delle donne è più spendibile di quello degli uomini.
“E’ ancora estranea alla nostra cultura l’immagine della famiglia che  attende pazientemente il ritorno della mamma  dalla palestra o dalla piscina".


Alcune riescono a riappropriarsi del proprio tempo solo quando superano i loro sensi di colpa (nei confronti del marito, dei figli, dei genitori magari anziani) ricorrendo ad alibi o complicità. (Psicologia per l’autodifesa femminile – D. Nardacchione).
Questa tesi trova conferma in molte storie personali: non è stato per nulla facile darsi la possibilità di arrivare ad un alto livello di cintura: un lavoro paziente e di mediazione continua tra le proprie esigenze e quelle degli affetti personali, un ripetuto confermarsi se valesse la pena fare certi sacrifici e ritrovarsi più volte a giustificarli in famiglia.


Intervistando al riguardo Renata Carlon, non solo come Maestra, ma nel suo percorso personale d’Aikido, cominciato negli anni 60, ne emerge un quadro abbastanza tipico.
“La mia posizione era  privilegiata, dal momento che con mio marito dirigevo una palestra di Judo e che mi ritrovavo già a praticare “una vita di Dojo”  in cui la gestione della famiglia e della palestra si sovrapponevano.
Ho incontrato ed ho aiutato la divulgazione dell’Aikido attraverso la palestra ed ospitando i Maestri che in quegli anni arrivavano in Italia, come Tada Sensei, Kawamukai Sensei, e più tardi anche Nocquet Sensei.


Sicuramente l’autoironia e la capacità di sdrammatizzare aiutano moltissimo le donne ad affrontare il quotidiano: Renata mi dà un’immagine di quegli anni in una frase: “Avevo aggiunto alla mia vita un’ulteriore possibilità di frustrazione: oltre ai problemi i con lavoro, marito e figli, adesso potevo piangere di notte anche perché non mi venivano bene le tecniche koshinage, mentre per chi proveniva dal Judo erano pane quotidiano.


Si doveva viaggiare per tutta l’Europa alla ricerca dei Maestri (nota: Renata è stata un’allieva diretta del M. Tohei)  e ad un certo punto è divenuto inutile voltarsi indietro per chiedermi se fosse valsa  la pena aver fatto tanti sacrifici, perché la mia vita era divenuta parte della pratica dell’Aikido ed i principi dell’Arte erano nel mio quotidiano".


La Maestra non ne parla direttamente, ma da un’altra cintura nera ricavo un altro spunto di riflessione interessante: donne ed ambito maschilista.
Perché in vent’anni di pratica le donne hanno dovuto affrontare un ambiente che se oggi si è senz’altro aperto... nacque decisamente maschilista.


Gli uomini hanno dovuto imparare ad avere colleghe donne e a rispettarne la competenza e la serietà: per molti i rapporti funzionavano solo con disparità: un uomo principiante accetta che una donna Maestra gli insegni, ma quando entrambi erano allo stesso livello, le donne si ritrovavano a dover confermare in continuazione il loro ruolo e la loro esperienza, in un gioco di competizione che poi si allargava anche tra donne, tra invidie e giochi di potere.


E per fortuna che l’Aikido è una pratica di crescita personale, una via d’armonia, che mi auguro in questi anni  abbia contribuito a far evolvere le coscienze ed a formare essere umani con strumenti maggiori per relazionarsi gli uni agli altri.


Ad una praticante Renata consiglia tre cose: “resistere, resistere  e poi resistere. Praticare sinché non si fa un salto di qualità, allora si entra in un’altra dimensione, sia in termini di rapporto con i colleghi, sia in termini personali”.


E se forse non si può parlare di una via "maschile" e "femminile" all’Aikido, si può parlare di mettere a frutto diverse attitudini.
Il mito della donna debole e vulnerabile è un prodotto culturale, non un fatto naturale: quando le donne si trovano in situazione di superiorità fisica o in situazioni di potere possono addirittura prevaricare (pensiamo al bullismo femminile o alla violenza sui bambini o al mobbing  tra donne), ma non sono disposte facilmente ad ammetterlo”. (Psiche marziale, R. Distefano)


Nell’Aikido l’utilizzo della forza non è diretta (non importa quanto io sia forte, importa come direziono la forza del mio attaccante) e quindi io donna non ho bisogno di andare a costruirmi un’immagine di donna guerriera o “con le palle”: non ho bisogno di assomigliare ad un uomo o competere con lui perché mi riesca bene l’Aikido, ma anzi, mi riuscirà meglio quanto più io sarò riuscita a sviluppare quanto di Aikido c’è già in me e a rendere veramente mie le tecniche.


“Da questo punto di partenza l’Aikido è adatto alle donne - continua Renata - che poi come tutti devono perfezionare sempre di più la tecnica, sino ad arrivare oltre, all’armonia".
La parola armonia è un’arma a doppio taglio, che può racchiudere in sé tanta teoria e poca pratica.
Una donna è sempre nella pratica: si confronta continuamente con più cose che devono essere armonizzate fra di loro: è abituata a portare la filosofia nelle piccole cose del quotidiano e può continuare col concetto di armonia agendo nella vita come nell’Aikido: con presenza, centratura, capacità di interiorizzare le cose, sincerità di emozioni e di intenti…


Come pure è molto chiaro ad una donna quanto possa pesare una parola, di quanti significati si possa arricchire e come possa influenzare la mente.
Per esempio la parola “caduta” mi si può aprire a diverse riflessioni:


- caduta: cambio di punto di vista. La caduta mi costringe a rivedere un’idea preconcetta ed a modificare il mio atteggiamento;


- caduta: la mia abilità di proteggere il corpo, di sapermi porre in sicurezza anche in un ambito non favorevole;


- caduta: la capacità di rialzarmi arricchita di un’esperienza maggiore.


Usare le proprie attitudini per approfondire l’Arte, in una sperimentazione che non ha confine tra tatami e vita quotidiana.


L’aspetto più divertente delle mie  interviste da spogliatoio è stata la fatidica domanda: “ma perché tu hai scelto proprio l’Aikido?”


Tra le risposte ho trovato giocosamente di tutto: chi voleva un’Arte Marziale che non fosse agonistica, chi cominciato col Judo ed è passata all’Aikido dopo un incidente “per non restare ferma” e lì è rimasta per 20 anni.


Chi  ha seguito in palestra un familiare o il compagno per curiosità e si è ritrovata con una passione molto più duratura da seguire.


C’è chi è rimasta folgorata dai film con Bruce Lee che arrivavano in quegli anni, non tanto perché “io voglio essere come lui” ma perché molti dei personaggi femminili  non aspettavano l’eroe per difendersi, erano già “toste” e potenti in partenza (poi soccombevano, se no Bruce Lee che era lì a fare, ma un’idea diversa di femminile era passata).
E scorrendo anche negli anni '80 le suggestioni mediatiche non sono mancate.


Chi ha scoperto la cultura giapponese cominciando dai cartoni animati. Chi ha pianto su Candy Candy ma anche  su  Ninja Kamui organizzando poi col fratello lotte furibonde con le castagne degli ippocastani a mò di shuriken.
Chi aspettava la mezzanotte per vedersi  i telefilm della serie Samurai e poi ritrovarsi a scegliere l’Aikido ad occhi chiusi perché “l’hakama fa più Itto Ogami”.


E se forse come donne dobbiamo molto ai corsi di autodifesa personale che dalla fine degli anni 60 in poi hanno cominciato a sdoganare un immaginario di donna vittima ed avvicinato le donne alle palestre  per un motivo che non riguardasse solo il benessere fisico, non ho trovato nessuna che avesse scelto l’Aikido per difesa personale.


In molte hanno sentito molto forte il percorso di crescita e consapevolezza che l’Aikido portava con sé: metteva in luce qualità poco utilizzate, ma anche una nuova espressione di femminilità e una maggiore assertività: in un’Arte di relazione diventa fondamentale un’espressione chiara e diretta delle proprie emozioni.


In più il rapporto tori-uke, paritario, sincero, interconnesso e che permette lo sviluppo delle abilità del singolo nel sostegno reciproco, diventava un parametro ideale di un rapporto equilibrato uomo-donna.


Da quest’ultimo punto di vista alcune riconoscono all’Aikido un ruolo formativo determinante nella propria giovinezza aiutandole ad uscire dallo schema “donne che amano troppo”."


[Maddalena Bologhesi]

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Ci ha fatto molto piacere questo contributo, poiché siamo certi che sarà interessante per molti lettori e lettrici che ciò seguono. Nella nostra esperienza l'Aikido al femminile è stata una dimensione veramente molto influenzata dal tipo di pratica proposta.

I corsi più tecnici, Iwama Ryu PURO PURO, o Takemusu Aiki (che dir sbagliato si voglia) difficilmente attirano a sé grosso interessa da parte del pubblico femminile.
La pratica è determinata (a volte è aberrata con la rigidezza, che in realtà non è componente utile ad alcuna Arte Marziale), le proiezioni decise, le leve parecchio definite... un fisico femminile viene fortemente provato da questo tipo di keiko, con ematomi sotto-pelle vari che non fanno tempo a guarire e si riformano costantemente...

Non che non si possa praticare così (conosciamo abilissime "guerriere" del ramo!), diciamo solo che non è  la preferenza dichiarata della maggioranza delle Aikikoka incontrate.

Generalmente ci è parso esse preferiscano una pratica più morbida, rotonda, ricettiva... un Aikido che permetta loro di fare utili paralleli fra la pratica sul tatami e la vita quotidiana, forse con un allenamento più relazionale che marziale.

Nei nostri Dojo attualmente il numero di donne equivale praticamente a quello dei colleghi maschi e dobbiamo dire che questo ha portato non poco beneficio alla pratica di tutti.

Non c'è storia... talvolta a dispetto dell'apparente fragilità, le Aikidoka sanno invece mostrare una determinazione ed una capacità di ingaggio nella pratica che nemmeno si sognano gli Aiki-maschietti!

Fateci giungere dai vostri Dojo l'eco delle vostre esperienze al femminile, siamo particolarmente interessati ad ampliare e a discutere insieme questo interessantissimo tema.


1 commento:

Eilan ha detto...

L'argomento è davvero interessante sia da un punto di vista di una praticante "femmina" che sà bene delle difficoltà che tal volta si incontrano sul tatami e non solo, sia da quello molto piu ampio vasto del mondo delle arti marziali in generale, e non solo... purtroppo!
Credo sia un pregiudizio che la donna si porta dietro da milioni di anni, molto a causa della chiesa che ha perpetuato nei secoli l'idea che la donna non potesse avere gli stessi diritti degli uomini ecc.. ecc.. Non voglio dilungarmi oltre visto l'argomento vasto e intrinseco di sofferenze e ingiustizie, perchè non credo sia necessario, in quanto tutti (credo e spero!) conosciamo piu o meno l'argomento, ma il Vostro articolo mi ha riportato alla mente un episodio avvenuto proprio durante una lezione tenuta dal mio Maestro Alessandro che, dopo essersi accorto che alcuni "maschietti" non venivano mai a cercare ne me ne la mia amica e compagna di Aikido, in quanto penso ci ritenessero inferiori nonostante l'eperienza maturata in anni di assidua e costante pratica.
Ricordo che fermò la lezione e ci fece mettere tutti in seisa, rimproverandoci per la discriminazione che era e stava diventando intollerabile, e ricordando che nella Sua esperienza di ben oltre trent'anni di allenamento aveva conosciuto diverse donne che praticavano l'Aikido molto meglio degli uomini e ci raccontò anche che "menavano di brutto", questo per far capire ai più machi che quando si sale sul tatami, non conta se sei un uomo o una donna, non conta quanto uno possa essere piu forte di un alta ben si contano altri valori, come la TENACIA, LA PERSEVERANZA, LA PASSIONE, E SOPRATTUTTO L'AMORE PER UNA DISCIPLINA E PER UN ARTE IN CUI NON ESISTONO LE DIFFERENZE (O'SENSEI INSEGNAVA ANCHE ALLE DONNE INFATTI!!!) SE NON DENTRO I NOSTRI CUORI, ED E' LI CHE BISOGNA LAVORARE ANCORA PIU DURAMENTE PER AFFINARE LA TECNICA E FAR APRIRE I NOSTRI CUORI ALLA FRATELLANZA E ALL'AMICIZIA E AL RISPETTO INCONDIZIONATO DI TUTTI GLI ESSERE VIVENTI.
Penso che l'Aikido sia un arte meravigliosa anche per questo, perchè unisce tutti in un unica grande energia cosmica.
Per una volta almeno, possiamo essere tutti uguali se non nel corpo almeno nello spirito, ma è una trasformazione mentale che bisogna coltivare e perseguire costantemente in ogni dove.

Elianna S.