lunedì 16 gennaio 2012

La paura nell'Aikido

"Diventare invincibili... essendo in grado di atterrare qualsiasi avversario, armato o meno, senza lederlo...

... passando sicuramente per gli erori magnanimi del conflitto, che "graziano" il cattivone di turno, per permettergli di ricredersi, di cambiare vita... ritornando sui suoi passi, dopo aver constatato la follia e l'improduttività del suo gesto".

Si tratta di molto di più che il sogno nel cassetto di molti Aikidoka in tutto il mondo: è la chiara manifestazione di numerosi complessi personali ed insicurezze represse, che si specchiano idealmente nello scenario di cui sopra.

"Vado a fare Aikido, così un giorno sarò capace di tutto ciò"...

NO: "Vai a fare Aikido perché adesso hai paura!".

Il tema della paura è trasversale nella vita di ciascun essere vivente, essendo un'emozione forte, talvolta controllata o controllabile, altre volte esplosiva, improvvisa e disarmante.

E quindi in "tempo di pace" alcune persone pensano a come poter affrontare nel modo migliore questo argomento. C'é chi pensa di diventare più forte degli altri, in modo da essere sempre in condizione di incutere timore e di non avere attorno nessuno in grado di fargli paura.

C'é chi cerca disperatamente un luogo sicuro nel quale avere la certezza che queste emozioni indesiderate non lo seguano.

Inutile dire - concordi sociologi e psicologi - che entrambe queste categorie hanno in qualche modo fallito in partenza!

Poi arriva l'Aikido, "l'Arte della pace", che promette la capacità di gestire in modo efficace ed etico le situazione pericolose ed inaspettate di conflittualità... fisica prima di tutto, ma poi anche mentale ed emotiva per estensione.

"Andiamo tutti a fare Aikido!"


OCCHIO a non cerecare in esso l'ennesimo rifugio, la verità primaria è che si è mossi dalla paura, o perlomeno dall'insicurezza che si avverte in sé: se si cerca l'equilibrio, evidentemente si è in una situazione di squilibrio!

Putroppo però le persone difficilmente rifrettono in profondità sulle ragioni essenziali che li spingono ad agire, a fare e prendere posizione.

Di conseguenza a ciò, molti Aikidoka si trovano ad essere dei paurosi che non sanno di avere paura e di praticare Aikido per cercare in qualche modo di prendere contatto con questa realtà e/o di esorcizzarla.

Ma chi è incapace di partire dai solidi piani di realtà, difficilmente compie strada lunga.


Si sente necessità di squilibrare il proprio partner di allenamento perché si gode a propria volta di un equilibrio precario?

E così il mondo dell'Aikido viene "corrotto" da molteplici problemi umani irrisolti, solo perché sono numerosi "malati" a comporne le fila... e spesso sono "Insegnanti malati" a determinarne le rotte.

Non c'è nulla che non va nella natura umana e nella sua intrinseca fragilità, c'è solo responsabilità nel come e quanto ne si prende coscienza.

Se iniziamo a frequentare l'Aikido per paura, questa sarà stata una validissima causa scatenante di un percorso che ci può in effetti aiutare molto a prenderne coscienza e quindi anche ad imparare a gestire, ma cosa succede se non lo sapiamo?


Che faremo Aikido come se fossimo interessati solo ad acquisire lo spirito di un Samurai, senza acorgerci che abbiamo nell'anima il coraggio di un pulcino bagnato ed infreddolito.

Se così fosse, cercheremo la Scuola migliore dove allenarci, non una buona Scuola...

Il Maestro migliore, non un buon Maestro...

Ma visto che le Scuole e gli stili sono tanti, e altrettanto dicasi per gli Insegnanti, subito scatterà l'ansia di fare la celta migliore... e quindi di difenderla a denti stretti.

"E se sbagliamo a scegliere?" Forse non apprenderemo al meglio "lo spirito del Samurai"...

TU HAI PAURA! Paura di prendere la decisione giusta (per te).

"E se qualcun altro non dovesse concordare con la nostra scelta?
Dobbiamo svalutarlo e svalutare ciò che dice e fa... perché se sta facendo bene lui, significa che stiamo facendo male noi"...

Meglio allontanare o... "distruggere" questa possibilità...

TU HAI ANCORA PAURA! Paura che stai facendo la cosa sbagliata.

Mentre pratichiamo poi tutti noi abbiamo avuto ed abbiamo alcuni timori e paure: quella di farci male, di fare brutta figura davanti ai nostri compagni, di non essere all'altezza della situazione e delle aspettative che abbiamo su noi stessi.

Ma è forse male tutto questo?

Forse NO, se la pratica stessa ci permette di prendere confidenza con aspetti poco conosciuti della nostra ed altrui personalità: più sapremo chi realmente siamo, più questi "problemi" tenderanno a stemperarsi.

Ma allora non stiamo innanzi tutto apprendendo come atterrare un numero qualsiasi di avversari armati che ci attendono dietro l'angolo... stiamo piuttosto cercando di capire chi siamo e perché alcune cose ci mandano in tilt più di altre...

E quali sarebbero le cose che ci possono così spaventare?!


- il rapporto che abbiamo con il nostro corpo... che metà mondo vorrebbe avere più sodo e snello, l'altra metà più attraente: manca appunto l'accettazione del dato di realtà... prendere il nostro fisico innanzi tutto per ciò che è.

Si parla di ACCETTAZIONE, piuttosto che di cambiamento (mal grado l'allenamento prolungato in effetti abbia anche l'effetto collaterale di tonificare e rendere aggraziato)

- il rapporto che abbiamo con i nostri pensieri, le nostre emozioni: nel rumore di fondo nel quale viviamo abbiamo l'abitudine a non renderci conto che non siamo noi a governare loro, ma è piuttosto il contrario.

Non che sia necessario mettersi a controllare tutto (sarebbe un ennesimo segno di paura di ciò che non si può controllare!), ma conoscersi un po' di più potrebbe non guastare.

Ci sono istinti con i quali è parecchio difficile convivere costruttivamente: la sessualità, il desiderio di possesso e soddisfacimento di ciò che si reputa piacevole, il rapporto con il cibo...

E se una cosa ci fa male, ma ci piace... se ci fa bene, ma non ci piace?
"Voglio smettere di fumare! Nuoce alla salute, costa e non mi porta nulla di buono"... quante volte avete sentito, o detto frasi simili?

Come va a finire in una buona maggioranza di casi?
Sigaretta 1, buoni propositi 0!

Perché ciò accade?
Forse perché il servo ha preso il posto del padrone, in quanto quest'ultimo stesso aveva dimenticato il suo ruolo.

In una mente allenata il vizio non trova terreno fertile, né l'emozioni sono completamente in grado di offuscare il buon senso.


Ed in Aikido utilizziamo il corpo, ma anche i pensieri e le emozioni... anzi, facciamo di tutto per integrare al meglio fra loro questi diversi aspetti che ci compongono.

Ma allora nuovamente... non stiamo innanzi tutto apprendendo come atterrare un numero qualsiasi di avversari armati che ci attendono dietro l'angolo... quanto stiamo cercando di capire chi siamo, ed il libretto delle istruzioni di noi stessi.

Bene saperlo... per dare alle cose il loro nome più appropriato e per impedire alle paure di lavorare nell'ombra.

Poi ci sono le nostre convinzioni, sulle cose, sulle persone, sui movimenti... e quale parco giochi migliore per testarli che un luogo condiviso da altre persone che cercano di fare la stessa cosa?

Certo, a volte dovremmo cedere all'evidenza che ci sbagliavamo, mentre un nostro compagno ci aveva visto più lungo... mentre altre volte capiterà il contrario...

Però in generale ci sono aspetti di noi che si rendono visibili solo all'interno di una società... che ci "specchia" la bontà o meno delle nostre azioni, convinzioni, modi di essere.

Un altra volta un Dojo si presta bene ad un micro esperimento sociale di questo genere: si è tutti sufficientemente accomunati dalla volgia di diventare un po' giapponesi da essere d'accordo su quale orario e giorno trovarsi... e su come vestirsi... ma si è così tanto divesi da poter apprendere per approssimazioni succesive gli uni dagli altri.

Ma allora non è cosÏ importante che il Sensei sia il migliore!
E nuovamente, chi se ne frega se sbattiamo o meno a terra chi si finge l'aggressore di turno...

Paradossalmente il Maestro potrebbe essere "un cane qualsiasi" ed al posto del Dojo potremmo essere in un ritrovo parrocchiale (senza voler per questo svalutare questo ambito) e questa dinamica sociale sarebbe ugualmente possibile!

Stiamo cercando di capire chi siamo attraverso la relazione, prima ancora che grazie all'Aikido!

Non esiste poi luogo migliore di testare se stessi che durante un conflitto...

Perché?
Perché solitamente è in esso che siamo capaci di dare il peggio di noi stessi!

Siamo tesi, rispondiamo per stereotipi perché abbiamo l'esigenza di gestire le nostre aspettative di vincere il conflitto (non importa se facendo dei cadaveri...). Siamo tutto fuorché noi stessi: lasciamo spazio a manifestare il demone che è in noi, e che solitamente viene celato sotto 1000 maschere sociali di convenienza.

Ma O' Sensei non era scemo... questo lo sapeva.

Inventa quindi un'Arte nella quale il conflitto diviene un laboratorio per conoscersi... anche negli aspetti più scomodi della nostra vita, poiché il conflitto è un dato di realtà del nostro quotidiano.

Ma allora non è tanto importante quale stile pratichiamo, chi insegna e come si fa kotegaeshi...

... o meglio, ciascuna di queste cose è importante, ma solo in quanto ci siamo noi ad essere presenti a quanto avviene, e che sotto coperta siamo impegnati a prendere confidenza con tutto il resto (noi stessi, la relazione, gli imprevisti, i conflitti).

Le paura allora possono non essere solo il motore che ci spinge al Dojo, ma anche uno strumento da utilizzare quando serve e/o un tema da affrontare durante gli allenamenti!

Se così fosse, il mondo dell'Aikido sarebbe ugualmente composto da "Aikidoka malati" di inconsapevolezza di se stessi e del mondo che li circonda... ma cosientemente malati e soprattutto riuniti proprio per la comune volontà di migliorare la situazione, supportandosi a vicenda.

Così attualmente non avviene di solito!

Che le paure abbiano in Aikido un posto preminete di potere occulto?

Chi può rispondere meglio di noi stessi, ciascuno per sé...

3 commenti:

mad ha detto...

ho appena scoperto questo blog facendo una ricerca su Nocquet, che avevo avuto la fortuna di vedere a Torino degli anni 80. Un bel lavoro, grazie! Io avevo cominciato Aikido proprio in quegli anni, ma dopo 3 anni avevo lasciato: adesso, in "tarda età", grazie ad una palestra sotto casa di ki aikido, l'ho ripreso...e sono d'accordo con quanto scrivi

massimo ha detto...

concordo come sempre sulla riflessione esposta. Mi piacerebbe però evidenziare come il Sensei nel confronto con se stessi non è un guru e nemmeno deve-dovrebbe- atteggiarsi a tale. spesso chi segue questa pericolosa strada ha grandi paure o grande ego.

Viviana B. ha detto...

Approdo un po' per caso su questo blog; complimenti per l'analisi, molto accurata e approfondita, dei meccanismi che possono condurre un individuo alla pratica delle arti marziali (da praticante di Kung Fu, mi permetto di dire che credo che quanto detto per l'Aikido si possa applicare a molte altre discipline, cui molta gente approda per paura).
Buona serata e… buon cammino marziale! :-)