lunedì 29 giugno 2009

Aikido, Ueshiba e Paulo Coelho


" I Guerrieri della Luce hanno appreso che Dio si serve della solitudine per insegnare la convivenza. Si serve della rabbia per mostrare l'infinito valore della pace [...] si serve del silenzio per fornire un insegnamento sulla responsabilità delle parole [...] si serve del fuoco per impartire una lezione sull'acqua. Si serve della terra perchè si comprenda il valore dell'aria. Si serve della morte per mostrare l'importanza della vita"

[Paulo Coelho, da Il Manuale del Guerriero della Luce]


Quest’oggi siamo andati ad incontrare l’Aikido e le sagge parole di O’ Sensei a casa di uno dei più famosi scrittori contemporanei: Paulo Coelho.

Ci ha sorpreso infatti scoprire quest’ultimo interessato alla nostra Arte da alcuni Post comparsi ormai quasi un anno fa circa sul suo Blog personale.

Coelho non si esime dal riconoscere gli insegnamenti filosofici e spirituali di Morihei Ueshiba densi di importanza, tanto da volerli riproporre all’attenzione del grande pubblico... essendo l'Aikido una delle Arti che lui stesso ha praticato.

Chi ha letto i suoi libri può avere avuto più di una volta l’impressione di avere sotto mano qualcosa di “imparentato” con il mondo dell’Aiki, e questa inaspettata conferma del famoso Autore ci autorizza a ritenere possibile una sorta di influenzamento o, magari anche solo, naturale condivisione con il pensiero di O’ Sensei, di cui si dice grande estimatore.

Pochi sanno infatti che la vita personale di Paulo Coelho potrebbe aver molto contribuito a creare quella sorta di “illuminato della scrittura”, come tanti lo ritengono.

Egli ha avuto vicende veramente sofferte, capaci normalmente di scardinare l’equilibrio fisico e mentale di una persona comune. In qualche modo, pare si sia trovato a confronto con il conflitto dei conflitti, cioè se stesso… e sia uscito trionfante da questa esperienza, utilizzandola poi spesso in chiave romanzata nei suoi scritti più famosi (tra i quali ricordiamo: Il Cammino di Santiago, L'alchimista, Sulla sponda del fiume Piedra mi sono seduta e ho pianto, Monte cinque, Il Manuale del Guerriero della Luce, Veronika decide di morire, Il diavolo e la signorina Prym, Undici Minuti, Lo Zahir, Sono come il fiume che scorre, La strega di Portobello, Brida)

Come fu per Morihei Ueshiba, egli dovette crearsi una sua realtà poiché il suo acume e sensibilità lo ponevano fuori tempo rispetto alla società in cui ha vissuto in passato. La sua stessa famiglia lo face rinchiudere in un manicomio per farlo desistere dal suo sogno di diventare scrittore.

Pur non essendo nostra intenzione paragonare due personaggi così diversi, ci pare perlomeno interessante aver scorto il dichiarato interesse di Paulo Coelho per gli insegnamenti di O’ Sensei, seguiti dal riecheggiare di Aiki-filosofia nei suoi romanzi.

Abbiamo tradotto per voi i due Post nei quali egli parla dell’Aikido, e ve li proponiamo di seguito:

Continuando il tema [trattato] nel [Manuale del] Guerriero della Luce, vorrei dure qualcosa in più sull’Aikido, una delle poche Arti Marziali in cui mi sono allenato. Creato dal Maestro giapponese Morihei Ueshiba (1883-1969), la parola significa “L’Arte /o Via) della Pace” [nulla contro questa definizione, ma sappiano non essere quella letterale N.d.T.].
Ricordo l’aver trascorso infinite notti con i miei compagni, ad imparare a combattere in modo che l’energia negativa dell’avversario sia diretta [nuovamente] contro di esso.
Ueshiba, che è noto da chi pratica Aikido come “Il Grande Maestro”, ha lasciato dietro a sé una serie di pratiche filosofiche, durante le sue conferenze, nelle sue poesie e conversazioni con gli allievi. Ecco qualcuno dei suoi principali insegnamenti.

“Dove inizia l’Arte della Pace


L’Arte della Pace inizia dentro a voi; lavorate per riuscire a mantenerla al vostro fianco. Ciascuno o ha uno spirito che può essere perfezionato, un corpo che può essere addestrato e un percorso da seguire.
Siete qui per compiere queste tre mansioni e per fare ciò due cose saranno necessarie: rimanere calmi ed esercitarsi nell'Arte in tutto quello che fate.
Nessun di noi abbisogna di soldi, potere o status sociale per esercitarsi nell'Arte; in questo preciso momento siete un passo dal paradiso e dovreste allenarvi adesso.


L’Universo e l’Uomo

L'intero universo viene dalla stessa fonte. Questa fonte, che chiamiamo vita, contiene il nostro passato, il presente ed il futuro.
Come l’uomo avanza, può sia dissolvere, che armonizzare la sua energia vitale.
La malvagità nasce nel momento in cui cominciamo credere che quello che appartiene a tutti, appartenga soltanto a noi stessi; ciò causa l'orgoglio, i desideri inutili e la rabbia.
Ma chiunque non sia posseduto dalle cose, diventa finalmente signore di tutto.



L’Uomo e le otto forze

Per praticare l'Arte di Pace, si deve ad un certo punto ricercare alternatamente nelle otto forze opposte che compongono l’Universo:

Movimento ed inerzia
Solidità ed adattamento
Contrazione e distensione
Unificazione e divisione.

Queste sono presenti in tutto, dall’ampio spazio alle più piccole piante; ogni cosa trasporta una riserva gigantesca di energia universale, che può essere usata a beneficio di tutti.


Sviluppo costante

La vita è sviluppo. Per realizzare questo, arrampicatevi sui più alti monti e discendete nelle valli più profonde della vostra anima.
Inspirate e percepite che state inalando tutto che esiste in cielo e terra. Espirate e percepite che l'aria che lascia il vostro corpo trasporta il seme della fertilità, e renderà l'umanità più autentica, migliore e più bella.


Respiro infinito

Tutto ciò che esiste sopra e sotto, esiste anche in voi. E tutto respira; quando realizzate questo, comprenderete anche l'Arte della Pace.
Coloro che praticano questo sono guerrieri che proteggono Madre Natura e con ogni respiro stanno mettendo in sé il sole e la luna, il cielo e la terra, le alte e basse maree, primavera e l'inverno, l'estate e l’autunno
L'intera esperienza dell'uomo può essere riassunta in come uno respira consciamente.
Ogni volta agite in tal modo, condividete la potente energia che sostiene la Creazione.


Attenzione conscia

Fate [di] ogni giorno realmente [qualcosa di] unico, indossando le benedizioni del Cielo, bagnandovi nella saggezza e nell'amore, e disponendo voi stessi sotto la protezione di Madre Natura.
Imparate da uomini saggi, dai libri sacri, ma non dimenticate mai che anche ogni montagna, fiume, pianta o albero, ha qualcosa insegnarvi.”


Potrete trovare l’edizione originale al seguente link… e le avvincenti opere di questo importante Autore in qualsiasi libreria.

lunedì 22 giugno 2009

Aikimarathon: la sfida riprende!


La sfida ricomincia!

Ma quale sfida, l'Aikido non prevede solitamente competizione?!

Inizia nuovamente la sfida alla nostra capacità di condividere esperienze, stare insieme a praticare, imparare e, perché no.... anche divertirci!

Anche quest'anno, infatti, si sta velocemente avvicinando la data della prossima Aiki-maratona di pratica, ossia una giornata di 12 ore di pratica consecutive!

Durante l'evento - il cui ricavato viene devoluto in beneficenza -, viene messo a disposizione dei partecipanti una vera e propria cartella personale, che indica quante e quali ore di Aikido si è deciso di frequentare. Alla fine non vince colui che mostra il kotegaeshi più devastante, ma chi è stato più con gli altri sul tatami!

Maestri provenienti da diverse estrazioni Aikidoistiche co-insegneranno e si daranno il cambio a direzione dell'evento, solitamente un occasione davvero arricchente per conoscersi, sperimentare, condividere.

L'Aikimarathon 2009, così come le sue passate edizioni, ci pare realmente una scommessa innovativa, alla quale è importante offrire visibilità sul panorama nazionale, anche se la sua ubicazione geografica non può ovviamente garantire una comoda partecipazione a chiunque.

L'idea però e vincente e siccome non siamo distanti, noi ci andremo, per poi fornirvi un dettagliato reportage...

Intanto vi offriamo una rassegna fotografica della scorsa edizione nella presentazione seguente:



Un in bocca al lupo a tutti gli Aiki-maratoneti ed un augurio di strepitoso successo ai suoi Organizzatori!

www.aikimarathon.org

lunedì 15 giugno 2009

Aiki-messaggi innovativi: 3 – connessioni internazionali


Guardando a tutte le novità rese possibili dall'attuale contesto, grazie allo straordinario sviluppo di tecnologia e comunicazione, vi teniamo aggiornati nei riguardi di un interessante progetto di cui abbiamo già trattato, cioè li World Dojo (cfr “Aiki-messaggi innovativi: 2 - World Dojo”).

Come da programma, questa adunanza internazionale di Aikidoka, che avuto origine da un idea di Patrick Cassidy Sensei a Montreux (Svizzera), si prefigge di creare una catena di collaborazione e supervisione fra tutti gli individui interessati a procedere nel cammino dell’Aikido, indipendentemente dal loro grado, affiliazione o località.

Uno dei sotto-progetti è costituito da una cerchia più ristretta di Aikidoka Insegnanti, che hanno intenzione di confrontare e condividere le proprie esperienze ed attività sul territorio.

Proprio in merito a quest’ultimo, siamo lieti di informarvi che domenica 7 giugno 2009, è avvenuta la prima conferenza internazionale dell’Instructors Circle in seno al World Dojo!

Alle ore 20:00 (ora svizzera… e quindi anche italiana), undici Insegnanti residenti in cinque aree geografiche distinte, si sono incontrati in una conferenza on-line via Skype di circa un paio d’ore.
A questo primo appuntamento hanno partecipato Olanda (1 Insegnante), Germania (2 Insegnanti), Stati Uniti (1 Insegnante), Svizzera (6 Insegnanti, fra cui Patrick Cassidy a conduzione e moderazione degli interventi) e Italia (c’eravamo noi!).

Così, in modo praticamente gratuito (Skype è un’applicazione scaricabile gratuitamente e che consente di video-dialogare senza costi fra gli utenti che la utilizzano) si è discusso su quali prospettive ciascuno di noi stava assumendo nella pratica dell’Aikido, quali traguardi sviluppati con il proprio lavoro e quali problematiche incontrate nella direzione di un Dojo.

L’incontro si è mostrato veramente interessante, per più di una ragione.

Era alquanto eterogenea la composizione del gruppo di lavoro, ma da subito è stata sensibilmente presente una reale voglia di collaborazione e confronto costruttivo.
Inoltre, lo sa bene chi insegna, è veramente rara l’occasione di dialogo sulle dinamiche che si creano all’interno di un gruppo di praticanti.
Accade pressoché di tutto: c’è chi favorisce concordia, chi si guarda di cagnesco, chi fa crescere amicizie, fidanzamenti e talvolta matrimoni, chi fomenta dubbi, divisioni o talvolta per l’Aikido divorzia!

Un Insegnante non è in genere preparato alla conduzione di un gruppo di persone, anche se lo è tecnicamente rispetto all’Aikido. Semplici nozioni di sociologia, psicologia e pedagogia divengono sempre più irrinunciabili se si vuole fondare qualcosa di stabile, sano e duraturo con gli individui.
Ma ecco che generalmente gli Insegnanti si trovano soli dinnanzi a queste tematiche e spesso procedono per tentativi ed aggiustano il tiro in base agli errori che compiono con la speranza di fare meglio in futuro.

Comprendete quindi che la possibilità di affrontare queste tematiche delicate con chi è coinvolto nello stesso processo, in contesti analoghi, non può che essere d’aiuto per far fruttificare anche le esperienze altrui, per non compiere errori già noti magari ad altri.

Sotto questo punto di vista, gli Insegnanti si possono sentire liberi di parlare di “politiche” dell’Aikido, senza che questo crei disturbo ai propri allievi e per giunta favorendo un confronto diretto con realtà spesso molti differenti dalla propria… che quindi, per definizione, affrontano gli stessi problemi da altri punti di vista.

Bello ed arricchente quindi lo scambio che si è avuto, per nulla riguardante chi possieda l’Aikido più Aikido di tutti, come invece talvolta accade quando i Maestri discutono fra loro.

Il ritrovarsi fra Insegnanti motivati ha fatto emergere quanto questa discussione si svolgesse fra semplici allievi di un livello diverso da quello di principianti, ma pur sempre allievi, cioè persone che hanno ancora molto da imparare e che hanno pensato di potersi essere di aiuto gli uni gli altri.

Da questa conferenza sono emerse alcune tendenze nazionali rimandate dai singoli partecipanti: parrebbe che in ogni nazione dialogante (anche qui in Italia pare da un piccolo nostro sondaggio recente) le scuole “tradizionaliste”, cioè quelle più rigide, sia come pratica che come mentalità stiano sempre più scomparendo, facendo invece spazio a Dojo in cui si vive la pratica come occasione esplorativa di sé e della relazione fra gli individui.

Questa dimensione sociale dell’Aikido è emerso non essere in contrasto con il suo aspetto marziale più genuino, ma che appare sempre più necessaria la ricerca di una pratica equilibrata, vigorosa, ma non favorevole infortuni o compromissioni fisiche a lungo termine… focalizzata a sciogliere la tensione mentale attraverso il lavoro fisico, quindi non un apprendimento di tipo cattedratico.

Una pratica integrata di corpo, mente e spirito che in effetti è raro contattare con la stessa qualità in ciascuno di questi tre aspetti.

Ciascuna scuola tende a preferenziare uno o due di essi, risultando talvolta deficitaria della/delle dimensione/i su cui ha posto meno l'attenzione.

Molti Insegnanti concordavano sul fatto che l'Aikido stesso, dalla sua nascita, sembrerebbe aver mostrato una sorta di intelligenza autonoma, che permette solo agli aspetti più sani ed utili di passare al setaccio della storia, tralasciando gli esperimenti infruttuosi ed i versanti che non avrebbero realmente perseguito i sui fini profondi.

Molti si sono quindi chiesti quale sia la direzione più opportuna da prendere in futuro rispetto a questa poliedrica Arte, specie chi sente su di sé la responsabilità dell'insegnamento, della direzione di un Dojo e quindi di tramandare ciò che gli è stato trasmesso.

Qualcuno ha suggerito che se l'Aikido ha saputo realmente scegliere con cognizione di causa le cose migliori per sé, potrebbe essere importante affidarsi alla sua stessa intelligenza anche in avvenire, quand'anche i suoi piani dovessero sembrarci parzialmente oscuri.

In conclusione ci si è augurati di poter divenire strumenti consci attraverso cui l'Arte stessa - vista come essere vivo e senziente - potesse agire... anche al di là dei propri limiti e piccolezze.

Ma essersi incontrati per la prima volta ha fornito la certezza di non essere soli in questa non facile impresa, avendo sentito la voce di chi, più o meno vicino sta facendo un analogo cammino.

A nostro modesto giudizio, ci è parso che se l'intento di O' Sensei fosse realmente stato quello di affratellare le persone nel nome di un ideale e di una pratica, questo "ritrovarsi e condividere" poteva sembrare uno fra i primi segnali tangibili del fatto che questo stia avvenendo a molte latitudini e contemporaneamente.

In tal caso non ci potrebbero essere notizie migliori.

lunedì 8 giugno 2009

Stereotipi improbabili e Aiki-realtà imprevedibili 2


La settimana scorsa ci siamo lanciati nel vastissimo universo dei dubbi sulla reale efficacia di un atto marziale basato sulle nostre consapevolezze dell’Aikido, in caso di reale necessità di proteggere la propria incolumità fisica.

È un viaggio realmente vasto, e che incontra tutte le perplessità che moltissimi praticanti si sono posto o si porranno lungo il loro cammino di pratica. Alcuni cadranno in profonda crisi forse dopo l’essersi chiesti onestamente se ciò che stanno facendo li aiuterebbe in una situazione di pericolo inaspettata, soprattutto se dovessero scoprire che ciò che si apprende risultasse un po’ “disconnesso” dalla realtà…

Ma le crisi probabilmente non vengono a caso e l’esitazione in loro presenza potrebbe essere in sé un ulteriore passo del cammino marziale che stiamo compiendo.

La settimana scorsa abbiamo sollevato alcuni dubbi:

- cosa accadrebbe se imparassimo a controllare attacchi non realmente efficaci, oppure realmente efficaci, ma assolutamente fuori tempo rispetto a quelli che potremmo subire oggi nelle zone malfamate dei nostri quartieri residenziali;

- cosa accadrebbe se ci scoprissimo abili a ripetere efficacemente molte “forme” di tecnica, ma non avessimo poi quella di cui necessitiamo in caso di reale necessità.

La realtà è imprevedibile e il fatto che sappiamo cadere su un tatami non implica che cadremmo incolumi da una scala… molte sono le variabili che differiscono.
Sicuro però anche che potrebbe avere più probabilità di contenere il danno di una simile caduta chi è comunemente abituato a gestirne alcune altre, rispetto a chi si è allenato solo a guardare la TV in poltrona! (- nulla contro le teledipendenze, s’intenda! -)

Sono pensieri logici da farsi, soprattutto da parte di chi investe energia, tempo e soldi in un’attività costante come quella di frequentare un Dojo per allenarsi nell’Aikido (o anche in qualsiasi altra cosa, in realtà).

Non tenteremo in queste pagine di ipotizzare quale è la scuola di Aikido che più potrebbe agevolare lo “street fighting”, ma proveremo a fornire uno spunto di riflessione scaturito dalla nostra esperienza personale, che non vorrà essere per nulla l’ultima parola sull’argomento, ma piuttosto un invito ad esaminare la questione sotto un punto di vista spesso inedito e ricco di potenzialità, a nostro dire.

Ma bisogna fare un passo indietro: spesso quando si vuole risolvere una questione sul piano marziale, è necessario accettare momentaneamente un abbassamento di questa marzialità, che ci permetta di esaminare la stessa da un’ottica filosofica e forse più sensibile.

Se infatti ci chiediamo semplicemente se l’Aikido sia efficace o meno in caso reale, non se ne esce!

Se ci chiediamo se una scuola sia più buona di altre, confronteremo un personaggio di quella scuola, con le sue qualità specifiche (e che quindi, per definizione, non ci apparterranno mai del tutto), non la scuola stessa.
Se ci chiediamo se una tecnica sia efficace, staremo confrontando una situazione specifica in riferimento ad un contesto denso di infinite variabili che non si è in grado di valutare.

Funziona kotegaeshi?



Si, ci verrebbe da dire…

E se uno attacca così? E se ha un polso immenso? E se c’è il vento, per terra è bagnato, ho appena divorziato, perso il lavoro e mi è morto il pesce rosso?
In questo caso non sapremmo: forse verrebbe da consigliare Lourdes, anziché un Dojo!

Iniziamo a considerare il fatto che praticare le tecniche utilizzando il nostro corpo, è un processo molto utile innanzi tutto per comprendere come esso sia fatto, come funzioni e quali caratteristiche abbia.

Durante il tentativo di riprodurre quello che l’insegnante ci mostra, ci ingaggiamo nel fare mille connessioni tra le diverse parti di noi: il braccio destro con quello sinistro, il ginocchio con la spalla, l’aspetto mentale e quello fisico… pensiamo e agiamo, poi ci rendiamo conto che non abbiamo agito in conformità a quello che avevamo ipotizzato, ed aggiustiamo il tiro con la prossima ripetizione.

Ci sorprendiamo a non essere attenti osservatori ed a non riuscire sempre a copiare fedelmente quello che ci viene proposto, quindi abbiamo una reale opportunità di acuire la nostra attenzione e migliorare in questo aspetto specifico.

Ci stiamo allenando soprattutto ad essere più consci di noi stessi, rispetto a quanto ci appartiene e caratterizza, e rispetto all’ambiente che ci circonda.
Poco importa ora la scuola che seguiamo, questo avviene comunque sempre durante l’allenamento: stiamo imparando il solfeggio del nostro “strumento”, lo stiamo accordando e preparando a suonare le prime timide canzoni.

A questo livello non siamo marziali forse, ma stiamo sicuramente lavorando.

Nel ripetere numerose tecniche poi, si arriva ad un certo punto in cui avviene un fenomeno strano, paradossale potremmo dire: l’allenamento che prima poteva apparirci composto da numerose parti incontestabilmente diverse e indipendenti, risulta ad un altro livello, composto da altrettante numerose “scatole” riempite da un contenuto simile o perlomeno analogo.

Le tecniche così diventano veri e propri contenitori di un aspetto più profondo, che chiameremo “principio”. Mentre quindi un neofita compie i suoi primi sforzi mnemonici per realizzare Ikkyo (dove mettere i piedi, dove dirigere lo sguardo, come mantenere l’equilibrio…), un Aikidoka esperto riconoscerà sicuramente il principio di Ikkyo che sta dietro a ciò che sta mostrando il suo insegnante.

Poco importerebbe addirittura se lo si vedesse realizzare in un modo diverso da quello che si è soliti realizzare nel proprio Dojo (nei seminari, ad esempio)…

Il principio di Ikkyo continuerà ad essere il principio di Ikkyo su tutto il pianeta, almeno fra gli esseri che hanno due gambe e due braccia!

In questo caso il lavoro non è sulla costruzione di una nuova scatola, ma sul rinforzo di ciò che esse contengono, il “principio delle tecniche” cioè.

Ogni tecnica prevede che il partner venga sbilanciato: kuzushi (ossia lo sbilanciamento) è il principio, mentre le fasi operative che seguono sono esclusivamente il mezzo attraverso il quale esso prende vita.

In questo caso le tecniche divengono uno strumento, non un fine. Sapere moltissime forme amplia il proprio bagaglio tecnico, ma considerarle le une indipendenti dalle altre è segno che si sta lavorando sui recipienti, non sul loro contenuto.

Se invece ci si focalizza sui principi, non è assolutamente importante conoscere molti vestiti da calzare per le varie situazioni di attacco, poiché i principi possono essere utilizzati indipendentemente dal contesto: potremmo dire che sono “universali”, svolgono cioè la funzione di chiavi di interpretazione del contesto, anche se esso fosse inedito.

Questo, crediamo, sia il motivo di alcune delle parole lasciateci da O’ Sensei:

あるとあれ
太刀習って
何かせん
唯一筋に
思い斬るべし

“Aru to are
tachi narrate
nanika sen
tada hitosuji ni
omoi kiru beshi”

"Questo o quel colpo,
o tecniche di spada
per farne cosa?
Un colpo solo
e va dritto al cuore delle cose.”
[Doka 74, Morihei Ueshiba]

Il “sapere” dell’Aikido, quindi, potrebbe non essere da intendersi in senso enciclopedico (cioè, molte voci, per ciascuna situazione), ma essere stato pensato per creare una sorta di atmosfera olistica, nella quale ogni aspetto è legato e interdipendente da tutto il resto, in modo tale che non ci possano essere vere e proprie situazioni inedite, ma solo possibilità risonanti fra loro.

In questo senso non sarà maggiormente pronto alla realtà chi conosce 1000 tecniche di Aikido, ma chi, grazie ad esse, si sarà meglio integrato con la realtà stessa.
Il salto di consapevolezza non è immediato, ma è notevole!

L’Aiki-armadio, come si era chiamato nello scorso Post, sarà utile per impararsi a vestire e svestire rapidamente di una forma, consci che la sostanza… il principio, cioè, rimane stabile e radicato, solo cambia la configurazione con la quale si manifesta nella situazione specifica.

Da questo punto di vista si comprende meglio l’esempio fatto poc’anzi: forse chi cade da una scala non avrà la certezza di rimanere illeso, ma l’essere abituati a cadere sul tatami aumenta queste possibilità.

Forse chi viene aggredito per la strada non ha la certezza di saper affrontare al meglio la situazione, ma è certo che se ha svolto un buon lavoro di conoscenza ed integrazione su di sé e padroneggia i principi dell’Aikido indipendentemente dalle forme in cui si manifestano… ha qualche probabilità in più di uno sprovveduto!

In realtà poi, ciò che abbiamo fino ad ora espresso non è appannaggio esclusivo dell’Aikido, ma di qualsiasi Arte Marziale tradizionale: un Karateka o un Judoka potrebbero rimandare pensieri analoghi dalla propria esperienza.

Ma quale aspetto è specifico dell’Aikido?
Non c’è dubbio, la sua filosofia “non-dualistica”!

Ci dimentichiamo infatti che nell’interrogativo “ce la potrei fare con ciò che ho imparato ad affrontare il borseggiatore nel parcheggio?” è profondamente radicata una mentalità dualistica che è completamente estranea alla summa del pensiero di O’ Sensei!

Dietro a questa domanda c’è l’ipotesi che chi la pone rappresenti in qualche modo “l’innocente”, il buono della situazione, che si reca in un luogo in cui improvvisamente e spietatamente “il malvagio ed astuto” aggressore cerca di usare violenza con il malcapitato.
Se esso avrà fatto centinaia di kotegaeshi avrà qualche speranza in più di non perire, ma certamente in una simile situazione chiunque avrebbe voluto avere il tempo di farne migliaia, per sentirsi più preparato.

È tutto sbagliato, a nostro dire!

O’ Sensei affermava “io ed il mio avversario siamo uno”, "io e l’Universo siamo uno”… se l’avversario tentasse di aggredirmi, dovrebbe quindi vedersela con l’intero Universo.

Ma prima di questo pensiero c’era forse l’amore… l’amore per tutti e per tutto, pesino per chi tenta di aggredire con la violenza.

Se si riuscisse ad avvolgere questo “brigante” con la propria compassione - letteralmente “passione simile” - non rifiutandolo, non considerandolo cioè qualcuno da abbattere per non essere abbattuti… qualcuno che non è sacrificabile per salvarsi la propria pelle, siamo certi che egli avrebbe ancora tutta la sua spocchia e sicurezza?

Molto probabile che possa restare semplicemente spiazzato: “lo sto aggredendo per ferirlo e questi mi accoglie?...O è pazzo o sto impazzendo io”. Potrebbe essere questo un pensiero verosimile.

In questo il suo vacillare interno di intenzione, in questo la sua auto-sconfitta nei confronti della semplice e sempre presente armonia dell’Universo che egli contatterebbe.

In Aikido gli avversari si dovrebbero auto-sconfiggere, non venire sconfitti per quello che gli facciamo noi. Il binomio “attaccante” e “attaccato” dovrebbe cedere il posto al monomio “attaccante-attaccato”, costituenti una solo nuova ed inedita realtà.

L’Aikidoka dovrebbe essere grato al suo aggressore poiché egli è la fonte del dono di energia (aggressiva, ma pur sempre energia), attraverso la quale è concesso a Nage di manifestare il suo Aikido, Takemusu Aiki, ossia la sorgente dalla quale il principio, e quindi la tecnica, scaturiscono spontaneamente… non perché si prova a replicare quello che si è fatto centinaia di volte al Dojo.

C’è uno spirito di abbandono nelle parole scritte sopra, una sorta di fiducia nell’armonia intrinseca delle cose, una volontà di non volere tenere sotto controllo ogni situazione.

Se ci interroghiamo sulla nostra efficacia marziale, in fondo, è segno che vediamo ancora le cose sotto un’ottica dualistica ("noi" + "il bruto da sedare"), e ci chiediamo se sarebbe possibile piegare eventualmente a nostro favore un evento pericoloso e malaugurato come quello di un’aggressione.

Ma perché dovremmo avere quest’ansia? Perché questa mancanza di fiducia sulla nostra capacità di improvvisare qualcosa di rispettoso di noi e del prossimo?

L’Aikido dovrebbe insegnarci questo: ad essere più liberi, non cioè “schiavi” del nostro miglioramento, per la preoccupazione di doverlo rendere operativo quando meno ce lo aspettiamo!

Questo è solo un punto di vista, si intende… ma ci pare molto conforme al pensiero del Fondatore stesso.
Infatti, quale aggressore (solitamente dotato di ottimo istinto di sopravvivenza, se abituato ad utilizzare la violenza nel quotidiano) si avventurerà a molestare chi è serenamente pronto in qualsiasi istante a mettersi completamente in gioco per salvaguardare l’incolumità di sé e del brigante stesso… chi sarà così pazzo da prendere una nasata contro l’intero Universo?!

In psicologia solitamente si postula che chi aggredisce, lo faccia per due distinte ragioni:
- per farla franca, godersi il bottino e prepararsi ad aggredire di nuovo;
- per essere fermato da qualcun altro, poiché lui non riesce a farlo da solo imponendosi su di sé.

Nella filosofia del Fondatore, invece, indipendentemente dalle ragioni che lo possono muovere a livello conscio ed inconscio, è chiaro che l’aggressore si ponga con il proprio agire in direzione opposta all’ordine naturale delle cose. Può quindi solo incontrare persone che non lo sanno e che gli permettono di continuare a perpetrare il suo auto-omicidio, oppure incontrare qualcuno che ne è conscio e che lo possa aiutare - ripetiamo il termine - AIUTARE a fermare la sua follia.

In quest’ultimo caso l’aggressore non può che essere grato a colui che favorisce il termine di tanto spreco di energia, opportunità e vita.

Il compito dell’Aikidoka non è quindi quello di “castigamatti”, sui quali provare l’efficienza di ciò che ha imparato, ma piuttosto quello di cercare questo equilibrio tra le cose che esistono e non avere eventualmente timore di condividere le sue scoperte con chi incontra sulla sua strada.

Il confronto marziale non dovrebbe neppure esistere nei suoi pensieri, e forse, proprio per questo egli potrebbe divenire agli occhi del mondo incredibilmente e marzialmente efficace.

Un Aikidoka che si trova aggredito nel parcheggio auto e che pensa a quale tecnica lo potrebbe salvare, a nostro dire, è semplicemente un Aikidoka che ha già sbagliato qualcosa.

Egli dovrebbe essere conscio di sé, del parcheggio… egli stesso dovrebbe “essere il parcheggio” e tutti gli individui che contiene, siano essi innocue vecchiette, siano pericolosi rapinatori Ninja!

Più che chiederci se l’Aikido sia efficacemente marziale o meno, forse faremmo meglio a capire se intendiamo realmente aderire alla sua profonda filosofia di vita, la quale ci esorta a non considerare il mondo in cui viviamo come un pericolo costante che trama dietro alle nostre spalle e dal quale quindi dobbiamo difenderci.

Giungiamo così al paradosso che è possibile imparare la marzialità nel Dojo per poter quindi apprendere come farne a meno nei nostri pensieri ed azioni… e così facendo diveniamo autenticamente marziali nei confronti di chi non compie questo processo.

Da questo specifico punto di vista, ci piace pensare all’Aikido come all’Arte Marziale più efficace che ci sia, poiché insegna a gestire le continue aggressioni e sabotaggi che avvengono in noi stessi, e quindi a sventarne di nuovi nell’ambiente che ci circonda.

Ci piace pensare che l’Aikido sia efficace in quanto in grado di percepire e toccare la guerra prima che si scateni al fine di trasformarla in pace.

Post complesso, ce ne rendiamo conto: fateci sapere il vostro pensiero, noi volentieri abbiamo condiviso il nostro.

Concludiamo girando ad O’ Sensei la domanda sull’efficacia marziale della sua creatura per immaginarci che cosa avrebbe risposto…

惟神
合氣の技を
きわむれば
如何なる敵も
襲うすべなし

"Kannagara
aiki no waza o
kiwamureba
ikanarunaru teki mo
osou sube nashi”

"Se padroneggi
i principi dell’Aikido
nessun nemico mai
si vorrà arrischiare a sfidarti sul campo” [Doka 99, Morihei Ueshiba]

lunedì 1 giugno 2009

Stereotipi improbabili e Aiki-realtà imprevedibili 1


Sia sui tatami, sia nei Dojo virtuali del Web si fa un gran parlare rispetto all'efficacia dell'Aikido in caso di aggressione reale da parte di un mal intenzionato.

C'è chi crede ciecamente nella potenza devastante dei suoi kotegaeshi, chi guarda la nostra pratica alla luce di altre esperienze marziali... magari giudicandola inefficace in caso di applicazione realistica... si trova veramente di tutto.

Il fatto veramente straordinario è che qualsiasi posizione si prenda in merito c'è sempre chi è pronto a difendere a spada tratta l'esatto contrario.

Non siamo qui per stabilire l'effettiva potenzialità marziale dell'Aikido, ce ne guardiamo bene, ma per favorire una riflessione personale ed uno scambio rispetto ad uno dei temi più controversi della nostra Arte: gli attacchi e le tecniche di Aikido da cui esse scaturiscono.

Prese di tutti i tipi, operate da uno o più individui contemporaneamente, fendenti, affondi, a mano armata o meno...

Da questi punti di partenza ciascuno di noi apprende come sbilanciare il proprio attaccante e controllarlo al suolo. Ma c'è un aspetto profondo che lega gli attacchi al realistico e sfortunato caso di confronto reale con l'inaspettata violenza?

Shomen uchi, yokomen uchi, kata dori, ushiro ryote dori... sono attacchi codificati che più o meno tutti noi conosciamo. Ci siamo mai chiesti per quale ragione sono fatti in questo modo e non in un altro?

Semplice: questi attacchi sono il risultato dell'ottimizzazione di moltissimi altri precedenti, rispetto ai quali si sono rivelati più efficaci e decisivi in caso di loro applicazione reale contro una persona! Un tempo c'era molto materiale umano con cui studiare, perciò le tecniche di offesa venivano provate e promosse sul campo, più che in sedi accademiche!

I praticanti si allenavano a colpire, oltre che ad evadere gli attacchi. C'era una cura e tecnica dell'attacco, così come ora cerchiamo principi che ne controllano gli effetti.

Poteva essere letteralmente mortale ricevere uno shomen uchi al tempo in cui le mani erano allenate al punto di poter ledere le ossa del cranio.

Un tempo i samurai giravano normalmente per le strade con una spada: tachi dori poteva essere applicabile poiché c'era chi sapeva e poteva colpire con questa micidiale arma!

Ora forse la maggior parte dei praticanti si fratturerebbero le mani se arrivassero realmente a segno con un loro attacco, né c'è più alcuna possibilità di incontrare dietro l'angolo un ronin che ci attacca con la katana...

Un attacco codificato è interessante se realmente massimizza il suo effetto rispetto a qualunque altra cosa simile che potremmo realizzare: è come dire "se riesci a controllare questo attacco, riuscirai a maggior ragione a fare lo stesso con tutto ciò che funziona meno".

Questa crediamo fosse stata l'antica ragione che ha portato a creare la diffusione delle stereotipie, un'ottima e razionale ragione didattica.

Ma oggi non è più quel tempo: siamo sovente così impegnati ad imparare le tecniche di evasione dai suddetti attacchi, da non prestare sufficientemente attenzione alla pericolosità reale degli stessi... con il rischio di "difenderci bene da un pericolo inesistente".

Pensate, allenarsi per anni ed anni a gestire un attacco inefficace, credendolo mortale... quanto snaturerebbe l'autenticità delle capacità marziali che crediamo di andare sviluppando!

Sotto quest'ottica, che efficacia reale può avere l'Aikido in caso di applicazione ad un attacco vero?

Nessuna, se ci siamo allenati ad incontrarne solo di finti... ed inoltre, chi ci attaccherebbe comunque con un jo per la strada o ci farebbe yokomen uchi?

Queste sono le tesi di coloro che vorrebbero screditare marzialmente l'Aikido nei confronti di Kick Boxing, Muay Thai e di altre discipline da combattimento... o più semplicemente di un ubriaco che aggredisce con un collo rotto di bottiglia in mano!

Molti dibattono a questo livello e non trovano una reale soluzione dell'arcano: si confrontano scuole, praticanti... "quello non riuscirebbe ad evadere dalla mia presa", "questo non si può fare se lo attaccassi io"... etc, etc, etc.

La stessa cosa dicasi per le tecniche che si apprendono: c'è chi ne studia tantissime, per avere più possibilità in caso di confronto realistico (l'Aikido è pur sempre un'Arte Marziale, oltre che una via di integrazione e crescita personale)... c'è chi non ne studia alcuna perché non ritiene più che si debba praticare Aikido per giungere a controllare un conflitto fisico reale, ma solo per studiare se stessi tramite l'energia che il partner ci regala.

Che posizione scegliere? Perché soprattutto scegliere?!

Chi impara molte tecniche credendo di avere così più strumenti di difesa in caso di necessità, forse non sbaglia del tutto: è come se si provasse tanti abiti diversi, per essere sempre abbigliato al meglio in caso dovesse essere invitato ad occasioni mondane di diverso tipo... un battesimo, un matrimonio, un funerale, un addio al celibato...

Il problema è che comunque, per quanto sia grande il suo guardaroba, non potrà contenere tutti i vestiti del mondo (che gli garantirebbero un successo evidente in ogni situazione), quindi dovrà comunque sempre adattare ciò che ha alla situazione che si presenta. Se ha 3 vestiti, avrà 3 possibilità di scelta, se ne possiede 30, avrà più probabilità di trovarne uno adatto...

... ma adatto, non fatto per l'occasione, in quanto i tipi di festa - fuor di metafora - i tipi di attacco sono pressoché infiniti, e non si può pensare di avere precedentemente appreso una tecnica adeguata per ciascuno di essi.

Se così fosse l'energia dell'aggressione ci travolgerebbe prima che noi terminassimo di cercare quale tecnica da indossare nel nostro grande "Aiki-armadio"!

Poi noi ci alleniamo per anni ad intercettare una mano che colpisce più o meno efficacemente il capo in modo frontale, ma cosa succederebbe se ci calciassero un ginocchio, se ci dessero una testata nel torace?

C'è chi dice che gli attacchi più "tosti" sono quelli su cui ci si prepara, ma siamo certi che ci sapremo all'istante adattare all'inaspettato e sconosciuto?

In realtà nessuno forse sa davvero come potrebbe gestire una simile situazione imprevista, fino a quando non ci si dovesse malauguratamente trovare.

La realtà è la realtà, ed è per definizione molto distante da ogni forma di stereotipia: la sua caratteristica principale è una polimorfica imprevedibilità.

Nessuna Arte Marziale, a nostro dire, fornisce la certezza di completa efficacia in caso di confronto reale, proprio per via di questa intrinseca imprevedibilità degli eventi. Il praticante più esperto del mondo potrebbe venire aggredito proprio il giorno in cui si sente triste e meno in salute, mentre sta contro sole camminando in direzione di una buccia di banana!!!

Cosa sarebbe servito divenire così esperti se le circostanze fossero così distanti dalla pratica alla quale ci siamo dedicati per anni?

L'adattabilità potrebbe essere una prima chiave di lettura.

L'essere capaci di ricondurre ciò che abbiamo appreso alla situazione peculiare che ci troviamo a vivere è come cercare il vestito in nostro possesso che meglio figura all'occasione mondana che ci attende. Ma per scegliere velocemente in caso di vita o di morte è richiesta estrema flessibilità, versatilità di pensiero e di azione, pena vestirsi in modo giusto solo per il proprio funerale.

Poi adattabilità, come si diceva, non è sinonimo di completa adesione alla realtà, di piena efficacia.

Come fare dunque?

Noi non siamo interessati ad offrire una ricetta magica, ma vi esortiamo a riflettere fino alla conclusione di questo articolo, on-line nel Post della prossima settimana.

Intanto uno sguardo a quanto, talvolta, le proprie credenze si rivelino parziali o infondate al momento del confronto con il reale, con il prossimo.
Nel video che segue, il Maestro di Ki probabilmente era realmente convinto di poter eseguire queste fantastiche evoluzioni energetiche con i propri avversari...



ma nel prosieguo c'è la dimostrazione di quanto gli è stao mostrato che si sbagliasse!


Uno dei segreti potrebbe essere proprio una sana adesione alla realtà che non ci costringa alle gabbie dorate di tranquillizzanti certezze: essere al posto giusto al momento giusto è la dinamica migliore sia di chi vuole attaccare, sia di chi vuole gestire un attacco...

Questo è difficile: ecco perché studiamo!

(to be continued...)