lunedì 25 maggio 2026

Frangar & flectar: spezzarsi ma non piegarsi, o piegarsi ma non spezzarsi?

Risulta importante realizzare come culture differenti osservino uno stesso fenomeno da prospettive diverse, spesso antinomiche fra loro.

Nella cultura occidentale, si sente talvolta utilizzare l'espressione "frangar, not flectar"... che in parole brevi si traduce con "mi spezzo ma non mi piego". È usata per indicare un'integrità morale che non cede davanti a nessuna minaccia o pericolo.

Utilizziamo anche l'espressione "essere tutti d'un pezzo", che - nuovamente - è sinonimo di una persona estremamente integra, coerente, seria e onesta, che non scende a compromessi morali di alcun tipo.

Dall'altra parte del mondo, ad esempio in Giappone, le cose sembrano stare in modo diverso... e si preferirebbe forse utilizzare l'espressione opposta: "flectar, not frangar", cioè "mi piego, ma non mi spezzo".

In questo caso, viene rimandata l'importanza di una duttilità che consente di passare attraverso prove anche estreme, deformandosi ma rimanendo al contempo integri, sia a livello fisico, che intellettuale ed emotivo.

A me sembra evidente come "essere tutti d'un pezzo" e "mi spezzo ma non mi piego" siano modi di dire un po' contrastanti fra loro: se vuoi restare tutto d'un pezzo, non devi romperti!

E se non devi rompersi, devi magari piegarti per non farlo... esattamente come fanno i rami degli alberi sotto il peso della neve.

Questa immagine è molto utilizzata, specie nel Judo, per mettere in evidenza un atteggiamento cedevole, che però non è sinonimo di debolezza... ma di capacità di sopportare un carico notevole, per poi utilizzarlo a proprio favore in modo elastico. Nel periodo Edo, divenne famoso il nome [楊心流] Yōshin Ryū, "La scuola dello Spirito del Salice" (da non confondere con 幼心 "yoshin", omofono che invece significa "mente giovane").

Insomma dalle nostre parti si da preminenza agli aspetti INTERIORI, che quindi dovrebbero restare inflessibili, immodificabili e granitici anche all'interno di ogni tipo di crisi e traversie... mentre in oriente si sottolinea l'importanza di una flessibilità ESTERIORE, che consente di tenere botta ed addirittura di utilizzare le forze ostili a proprio vantaggio, proprio in virtù della propria capacità di adattarsi e fluire con esse.

Come sempre, NON me la sento di indicare né che qualcuno sbagli, né che abbia ragione in modo assoluto: comprendendo entrambi i punti di vista, mi pare ovvio che indichino atteggiamenti in grado di non escludersi a vicenda, sempre se non ci fermiamo alla loro apparente completa antinomia.

Come Aikidoka, dovremmo forse avere ideali irrinunciabili, prospettive poco dispose a cedere a compromessi... come ad esempio la volontà di non portare nel mondo altro conflitto o sofferenza inutile (ce n'è già in abbondanza!), o smettere con qualsiasi gioco malato a somma zero (win/lose): in questo caso, mi piace la posizione "mi spezzo, ma non mi piego", non mi sembra troppo rigida, ma piuttosto essenziale... che taglia fuori qualsiasi tipo di paura, opportunismo o manipolabilità dei valori che contano di più.

A livello fisico e psicologico, tuttavia, sappiamo piuttosto bene che enorme valore abbia il mantenimento di un corpo e di una mente flessibili ed aperti: il [柔体] jutai (corpo cedevole) è la base di molte [古流] Koryū ("scuola antica") e di parte del [現代武道] Gendai Budō ("arte marziale moderna") o [新武道] Shinbudō ("arte marziale nuova").

Quasi come dire che abbiamo bisogno di sviluppare un'anima cristallina (perciò poco flessibile), in un corpo ed una mente morbidi (quindi duttili): nel fare così stiamo facendo nostro il meglio della saggezza occidentale ed orientale insieme. Si tratta di un'operazione di SINTESI, che preclude la possibilità di schierarsi, e necessita la capacità di integrare e far lavorare insieme a reciproco supporto gli opposti duali.

Possiamo immaginare che il Budoka debba coltivare un atteggiamento sia fisico che mentale OPPOSTO a quello che si utilizza nel costruire una buona spada... La katana, infatti,  ha necessità di essere molto dura a livello superficiale, ma morbida nel suo interno, così da poter resistere a forti sollecitazioni.

In questo aspetto, il guerriero e la sua arma sono un esempio perfetto di tao: l'uno è il duale opposto dell'altro... e quindi nuovamente si completano a vicenda!

Constaterete che lo "schierarsi" non è sempre un'opzione saggia, specie quando abbiano a che fare con sistemi complessi e completi come l'essere umano... In Aikido mi pare sempre più crucciale piuttosto l'apprendere come armonizzare ed integrare questi "opposti", ragione per la quale mi pare altrettanto fondamentale che la pratica possa toccare TUTTI gli aspetti ritenuti fra di loro antinomici: fisicità e intelletto., marzialità e spiritualità, morbidezza e determinazione, utilizzo di armi ed esercizi a mani nude, custodia della tradizione e coraggio di avventurarsi in territori inesplorati, capacità di ascolto... e possibilità di esprimere la propria inedita ed unica prospettiva.


Marco Rubatto





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