Dal mio punto di vista, una tale tipologia di domanda risulta molto utile, perché ci spinge a fare qualche riflessione più approfondita e magari non così comune sulla disciplina che magari pratichiamo da anni.
Sui Social questo Post aveva un numero piuttosto elevato di interazioni, in termini di persone favorevoli e contrarie a considerare l'Aikido ancora tale, se depauperato di tutti gli elementi contenuti nella domanda: a me non interessa in questa sede trovare una risposta ultima e definitiva alla questione, né generare polemica... però mi è stato utile in passato riflettere su questi temi, così desidero condividere con voi alcuni pensieri."Aikido" è un termine giapponese comparso molto probabilmente intorno al 1935 e sicuramente formalizzato anche prima del 1942; in quell'epoca Morihei Ueshiba aveva fra i 52 ed i 59 anni: difficile pensare che "non facesse già Aikido", seppure raggiunse solo successivamente la maturità nella sua disciplina.
Questo ci porta a dire che non sta necessariamente nel nome con il quale chiamiamo le cose la loro essenza: fra l'altro stoicamente il nome "Aikido" non fu nemmeno una idea di O' Sensei, e chi vuole approfondire la questione può leggere QUI.
Egli praticava, studiava, evolveva, affinava... ben prima di dare un nome alla sua "creatura", quindi mi viene da dire che se togliessimo il nome "Aikido" all'Aikido esso potrebbe rimanere tale e quale!Se rimuoviamo le uniformi saremo da subito forse molto più scomodi nei movimenti, forse impacciati, forse rischieremo di rovinare qualche indumento... ma ho già fatto questa prova a lezione: ho chiesto agli allievi di venire in abiti comodi, ma senza keikogi, cinture ed hakama.
Il risultato è stato per me strabiliante: ho notato quanto mi fossi auto programmato ad un atteggiamento che - a questo punto - dovevo ammettere di attribuire più al mio vestito che al tizio che lo indossa, ovvero me stesso!
Mi sono pure sorpreso dare una pacca per aggiustare le pieghe dell'hakama mentre mi mettevo in ginocchio: cosa risibile visto che non avevo nessuna hakama!!! La forza dell'abitudine, che però è al contempo anche la morte della consapevolezza e della presenza mentale...Praticare in abiti quotidiani non è comodo, ma nella mia esperienza mi ha addirittura fatto apprendere molte cose sull'Aikido... ad esempio che la mia disciplina NON risiede in ciò che indosso, e che quindi posso considerarmi un Aikidoka pure con l'accappatoio, appena uscito dalla doccia.
O' Sensei - fra l'altro - non era sempre solito praticare con un keikogi addosso, spesso lo faceva in abiti comuni, per quanto essi fossero diversi dai nostri. Ancora adesso nell'Iwama Shin Shin Aikido si pratica con un'hakama destinata al lavoro all'aperto (nobakama), proprio ad indicare che l'allenamento era (e dovrebbe continuare ad essere) un'estensione della vita quotidiana.
La nomenclatura giapponese: è qualcosa alla quale sono molto affezionato e farei fatica ad estrometterla dalla pratica... credo sarebbe controproducente, perché ogni lingua spiega al meglio alcuni suoi concetti originari; tuttavia negli anni spesso ho partecipato a lezione nelle quali "arigatou gozaimasu" era stato sostituito con un nostro più nostrano "grazie", o nelle quali "katatedori" veniva reso con "presa alla mano" oppure si preferiva contare in italiano anziché in giapponese.La rimozione della barriera linguistica di solito è molto utile alla divulgazione di qualsiasi cosa provenga da aree geografiche lontane, cosa che accade anche con sanscrito nello Yoga, per esempio... risulta meno utile all'approfondimento di certi principi... ma non toglie di per sé la possibilità della pratica.
Diciamo che continua ad essere possibile la pratica dell'Aikido anche senza termini giapponesi, anche se un po' a livello amatoriale/superficiale a mio dire.
Se nel Dojo non ci fosse uno Shomen/Kamiza forse lo sentirei meno tale, però ho praticato in luoghi veramente dimenticati dai kami, nei quali mi sembrava di essere facoltoso come uno Sceicco anche solo perché c'era il tatami!La riconoscenza verso il Fondatore e verso lo spirito dell'Aiki credo sia molto importante, però O' Sensei non si inchinava di fronte alla sua fotografia (sarebbe stato piuttosto ridicolo, poi perché sul kamiza si può esporre SOLO l'immagine di chi è già morto)... Secondo la dottrina shintoista i kami abitano il kamiza, ma anche ogni altro luogo, ovvero sono ovunque, quindi di per sé non è necessario avere un punto fisso che li rappresenta per rivolgere a loro il nostro pensiero di gratitudine.
Al massimo il kamiza, o luogo fisico che li rappresenta è utile a noi, ma non certo a loro.Quindi se rimuoviamo kamidana, kamiza, shomen, fotografie e kakemono vari... ancora possiamo praticare Aikido con un cuore puro e desideroso di migliorare se stesso.
Ora mi muoverò ancora più distante di quanto stimolato nella domanda iniziale...
Se l'Aikido perdesse ogni suo stile tecnico, sarebbe da considerarsi ancora Aikido?
La risposta per me è semplice, almeno quanto paradossale: certamente SI!
Noi già oggi facciamo una quantità straordinaria di cose differenti sul tatami alle quali attribuiamo tutte il nome "Aikido", ma sono diversissime fra loro... spesso addirittura in contrasto e contraddizione reciproca!
Questo quindi indica che l'Aikido che per noi si esprime con una forma tecnica specifica (quella della Scuola alla quale apparteniamo) per un'altra persona possiede un'altra forma pur rimanendo la stessa disciplina: il Fondatore - in effetti - fu in primo a non lasciarci grandi indicazioni scritte riguardo alla tecnica... e permise a quasi ogni suo allievo di studiare ed esplorare la propria interpretazione della pratica.Si arrabbiò numerose volte di quanto - a suo dire - a Tokyo si stesse "pervertendo" la sua metodologia, ma continuò ad offrire supporto all'Honbu Dojo, nonostante tutto. Evidentemente considerava che ci fossero fattori ancora più importanti da considerare.
Il mio Insegnante di Meditazione, Padre Antony Elenjimittam, spesso ripeteva che tutto ciò che possiede un nome ed una forma è limitato nel tempo: in questo senso, l'Aiki può assumere nomi e forme temporanee per manifestarsi, ma essendo un principio universale è coerente che la sua essenza sia fuori dallo spazio-tempo.Rare volte qualcosa è stato più divisivo dei gradi dan nella nostra disciplina, tuttavia è bene ricordarci che all'inizio della sua pratica, questi "riconoscimenti" non c'erano... o meglio, c'erano ma erano anarchicamente decisi solo dal Fondatore.
"Ehi Morihiro san, tu da domani sei 4º dan!", così... avrà avuto le sue buone ragioni per affermare ciò che affermava alla persona alla quale si rivolgeva, ma era impossibile "guadagnarsi" un grado, se non praticando sotto la sua attenta supervisione.
I programmi tecnici e gli esami venero parecchi anni più tardi, quando fu necessario un tentativo di standardizzazione, giacché anche gli allievi iniziavano a salire notevolmente di numero.Ma all'inizio le persone praticavano E BASTA, senza alcuna promessa di "promozione" ad alcunché: quanti degli attuali pluri DANnati attuali proseguirebbero se all'improvviso una mano a mandorla gli andasse a sottrarre tutti i bei diplomi vergati con kanji appesi alle pareti del Dojo?
Credo che gli eserciti degli Shihan si ridurrebbero considerevolmente!
Allora mi chiedo: quali potrebbero essere gli elementi tolti i quali l'Aikido smetterebbe di essere tale anche per me?
Ne ho individuati 2:
- il conflitto;
- un gioco non a somma 0, ovvero nel quale vince chiunque vi si cimenti, indipendentemente dal ruolo che ricopre.
Se per attaccare forte, uke schiaccia il proprio tori/nage, per quest'ultimo sarà complicato apprendere da questa esperienza... però guai se non gli mette addosso un po' di pressione, se non gli crea una qualche sorta di difficoltà; si starebbe solo recitando uno Yoga o danza di coppia, nel quale il conflitto è estromesso al fine della resa armonica dell'azione. Una sorta di coreografia marziale e nulla più.
Parimenti, se per performare una tecnica, tori/nage è irrispettoso di uke ed impositivo, il gioco non è più "win/win", quindi ricadremo in una sorta di ju jutsu moderno, pieno di filosofie ispiranti almeno quanto vuote; ciò non è sbagliato, ma credo si collochi al di fuori dell'Aikido.Questo equilibrio è delicato da mantenere, anche perché è dinamico: spesso osservo ancora tori impositivi per essere marziali ed uke compiacenti per risultare armonici; nessuna di queste due deformazioni/perversioni mi sembra accettabile per la nostra disciplina.
Di sicuro però parliamo anche di un'attività trasformativa per gli individui che la praticano... quindi chissà quali sembianze prenderà per me e per ciascuno di voi l'ESSENZA dell'Aikido in futuro.É già cambiata molte volte negli anni della pratica... sono quindi molto curioso di scoprirlo!
Marco Rubatto













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