lunedì 21 settembre 2026

Iwamista si... ma solo fino ad un certo punto

Il nostro esimio Ministro degli Esteri, Antonio Tajani, spesso ne spara di veramente grosse ed io sono stato ispirato dall'ormai celebre: "Il diritto internazionale è importante, ma fino a un certo punto"... per trovare un titolo azzeccato a questo Post.

Infatti, pur senza intenzione di offendere nessuno, volevo mettere in evidenza che distanza considerevole talvolta si nota fra chi dice di praticare il cosiddetto "Aikido tradizionale" e le azioni che compie (o non compie) in concreto sul tatami.

Uno iato spesso più considerevole del previsto, forse anche dovuto al fatto che talvolta ci si riempie la bocca di termini conosciuti solo in parte... e si finisce per militare in una "scuderia" della quale ci piace il nome, o nella quale c'è anche il nostro amico o Maestro.

Innanzi tutto, lo specificare che ci dovrebbe essere un "Aikido tradizionale" parte forse dalla necessità di alcuni di prendere distanza da come questa disciplina spesso è praticata in giro attualmente: se l'Aikido fosse una ricetta del pesto, allora "quello tradizionale" sarebbe forse quello fatto rigorosamente nel pestello, con foglie di basilico ligure e pinoli... giusto per creare un'etichetta che distingua da tutte le altre forme di pesto (o di Aikido) che si trovano in giro (quello senza aglio, quello coi pistacchi, quello con i pomodorini secchi, etc...). É una forma di branding o di rebranding.

C'è quindi una parte di praticanti - non considerevole, ma comunque significativa - che vuole chiamarsi fuori da ciò che più si vede in giro e rivendicare una sua forma più autentica ed - appunto - tradizionale... come per dire: "Guarda che noi siamo quelli che fanno le cose come si facevano una volta!".

Ciò è più che legittimo, e per una quindicina di anni sono stato il primo a farlo con una certa convinzione... salvo però poi nei seguenti vent'anni comprendere meglio COSA significhi sul serio praticare in modo "tradizionale". Inizialmente pensavo fosse qualcosa di inerente ad uno stile specifico di Aikido, ad una didattica... ho capito poi tramite l'esperienza diretta che si trattava invece molto più del "come", che del "cosa"...

Ne segue un minuscolo vademecum di distonie fra chi dichiara di praticare in modo tradizionale, salvo poi di fatto comportarsi in modo non poi così coerente con il suo dire.

I praticanti che provengono dalla metodologie didattica creata da Morihiro Saito Sensei, i cosiddetti "Iwamisti" (dal nome della località dove essa nacque) sono perlopiù le persone che si rifanno più spesso e con più insistenza ad uno studio tecnico più rigoroso, al grande valore insito nella tradizione, e alla loro necessità di rimanere ad essa più fedeli possibile.


Le lezioni iniziano quindi con un saluto shintoista, che consiste in 2 (o 4) battiti di mani e 3 inchini... si tiene un atteggiamento molto rispettoso del reishiki (le regole che regnano in un Dojo), si praticano le tecniche prima nella loro forma di base e quindi nelle eventuali forme fluide e varianti...

La pratica inizia quasi sempre con katatedori tai no henko e morotedori kokyuho... e termina quasi sempre con suwari waza ryotedori kokyuho; si da una notevole importanza fra il riai (l'armonizzazione) delle tecniche di armi e di quelle a mani nude... etc, etc, etc...

Questa è la buccia superficiale, almeno... ora diamo un occhio a cosa significasse un tempo praticare in modo tradizionale.

La maggioranza dei Maestri (reali) di Iwama Ryu che ho conosciuto hanno trascorso dai 3 ai 6 ANNI di studio in qualità di uchideshi (allievo interno) nel Dojo di O' Sensei, sotto la direzione giornaliera di Morihiro Saito Shihan; alcuni altri vi si sono recati spesso in visita, quando il loro lavoro glielo permetteva, magari soggiornando li per qualche settimana ogni anno... ma di solito ciascuno di essi ha trascorso qualche periodo come uchideshi, praticando OGNI giorno ed anche più volte al giorno; questa è la PRATICA TRADIZIONALE.

Quanti Insegnanti di Iwama Ryu attuali hanno speso parte del loro tempo di formazione presso qualche Dojo come uchideshi?
Non dico trattenendosi anni, ma almeno qualche settimana?
Chiunque - almeno sulla carta - dica di praticare in modo "tradizionale", senza però avere fatto questa esperienza, sta affermando qualcosa di ben parziale...

Quante volte alla settimana poi pratica un Aikidoka che vuole dichiarare di farlo in modo tradizionale?
C'è solo UNA risposta possibile: TUTTI i santi giorni, come un semplice sotodeshi (allievo esterno) del Dojo di Iwama... quindi non può certo dichiararlo chi si allena un paio di volte a settimana per un'ora e mezza alla volta!

"Eh, ma qui i corsi normalmente sono bisettimanali..." VERO, però ciò è incompatibile con una pratica tradizionale, agevolandone una interpretazione invece molto moderna ed occidentale... che sarà forse quella che ha preso più piede dalle nostre parti, forse l'unica possibile alle nostre latitudini (falso!) ma che non centra proprio un tubo con lo schedule che ancora oggi è possibile vivere presso un vero Dojo tradizionale (e non solo di Aikido, ma di qualsiasi forma di Budo), sia in Giappone, che in giro per il mondo... e non ce ne sono pochi luoghi così!

Il tuo Dojo offre ai suoi membri uno schedule tradizionale (lezioni quotidiane multiple) e la possibilità di ospitare allievi interni residenti (uchideshi)?
Se NO, sarà pure un luogo dove magari tecnicamente e didatticamente si studia l'Iwama Ryu, ma NON si tratta di un Dojo tradizionale di sicuro!

La tradizione prevede che ci siano keiko di prima mattina e di sera: alla mattina si fa tendenzialmente armi all'aperto, mentre di sera più taijutsu: il vostro corso di Aikido ha sia delle sessioni sia mattutine, che serali?

"Ehm, in realtà no... c'è keiko solo alla sera, perché di mattina si va a lavorare".... ed anche "il mio corso non ha uno spazio esterno per praticare armi"...

Perfetto, sono sicuro che si possa apprendere molto bene l'Aikido anche frequentando un corso solo di sera (per quanto 2 volte a settimana sia comunque abbastanza pochino), ed anche se non si ha uno spazio per allenarsi all'aperto: solo sappiate che questo mondo di fare NON risulta per nulla tradizionale, tutto qui!

Le cinture colorate NON si usano: tradizionalmente i gradi kyu hanno tutti la cintura bianca, come mai quindi che molti corsi di Iwama Ryu hanno preso la bizzarra abitudine di fornire ai loro allievi le cinture che si utilizzano nel Judo?
Comprendo ancora il caso di corsi per bambini, che devo avere un elemento visibile che connoti i loro progressi... ma gli adulti? Non volevamo essere tradizionali?

Secondo le usanze del Budo, è possibile insegnare con il grado MINIMO di 3º dan, ovvero raggiunto il titolo di [指導員]"shidoin" - che significa "Istruttore" o "Allenatore Qualificato" -. Risulta ovvio che per essere i responsabili di un vero e proprio corso, sia necessario prima avere raggiunto una certa maturità nella disciplina... non ci si può certo improvvisare.

Persino la Federazione e gli EPS italiani (che non hanno proprio nessuna ambizione di essere considerati "tradizionali"!) NON consentono ad una semplice cintura nera di insegnare in autonomia, se non a fronte di un grado dan minimo e della frequenza di alcuni corsi di specializzazione... Abitudine che mi pare più che responsabile!

Alla luce di ciò, quanti sedicenti "Maestri di Iwama Ryu" dovrebbero esserci secondo voi in Italia con il solo grado di "shodan" (1º dan)? "Nessuno", mi si potrebbe rispondere... e invece no: ce ne sono, eccome!
Anche in questo caso, tutti elementi che sposano la tradizione, fino a quando essa non impedirebbe loro di fare ciò che fanno... momento nel quale non ci sono remore ad essere molto meno tradizionalisti.

Addentriamoci ora in elementi ancora più importanti...

Il cartello qui a fianco è comparso nel Dojo di Iwama nel marzo del 1992: la celebre frase giapponese "Gambariai keiko wo kinshi shimasu" (頑張り合いの稽古を禁止します), tradotta in inglese come "Using force to stop your partner from completing the techniques is prohibited", e fu affisso per volere di Morihiro Saito Sensei.

Il testo in inglese e la grafia che si vedono nel cartello originale furono scritti da Patricia Hendricks Sensei, una delle più importanti allieve occidentali di Saito Sensei, su esplicito incarico del suo Maestro, mentre la storica fotografia in bianco e nero del cartello appeso alla parete di legno del Dojo fu scattata da Bill Essig Sensei.

L'inglese non è sicuramente una traduzione letterale, ma in italiano può essere resa con:"È vietato usare la forza per impedire al partner di completare le tecniche".

Ora ho postato questo documento storico perché chi si è allenato secondo la metodologia di Iwama per qualche tempo sa molto bene quanto sia diffusa l'abitudine di USARE LA FORZA PER IMPEDIRE AL PARTNER DI COMPLETARE LE TECNICHE!

Ebbene, signori... a quanto pare questo elemento NON ha proprio nulla a che vedere con l'allenamento tradizionale, per dichiarazione e richiesta autografa di Morihiro Saito Sensei...

Qui qualcosa di importante deve essere stato misinterpretato, almeno qui in Italia: eseguire una presa solida, infatti, non ha nulla a che vedere con un comportamento rigido o con il maldestro tentativo di impedire al partner di terminare la tecnica che sta eseguendo.

Bloccare con fermezza significa imporre una stagnazione di quel ki che dovrebbe naturalmente scorrere, quindi ha senso proporre un allenamento nel quale io possa sentire pienamente la forza fisica del mio attaccante... ma non c'è relazione con il fatto che questi debba per fare di tutto per sabotarmi. Tanto più che egli sa già cosa andrò a performare, quindi gli risulta molto semplice muoversi in modo da annullare i miei movimenti.

Io devo spostare una mano verso l'altro, lui preme verso il basso e la mano resta ferma: è una semplice risultante delle forze applicate su un punto... diverso invece e molto più utile è se uke stringe forte un punto - ma in modo neutro - ed io riesco a far muovere quel punto utilizzando l'angolo più appropriato.

Resistere NON è sinonimo di attaccare, ed uke deve fare per ruolo questa seconda cosa, evitando la prima... altrimenti si preclude la possibilità di imparare i kaeshi waza.

Un altro punto importante: è assolutamente veritiero che O' Sensei stesso considerasse FONDAMENTALE l'allenamento statico, ma è una perfida misinterpretazione che TUTTO l'allenamento di base debba essere STATICO, almeno fino al raggiungimento del 1º dan.

Questo lo sa bene chi ha frequentato stabilmente il Dojo di Iwama negli anni nei quali c'era sia il Fondatore, che Saito Sensei: gli allenamenti erano sia statici che dinamici... da subito e per TUTTI, yudansha o principianti che fossero!

Non c'è nulla nella tradizione e traduzione giapponese del termine [基本] kihon che rimandi alla staticità: i due kanji sono [基] "moto/ki" che significa "fondamento, origine" e [本] "hon" che vuol dire "principale, reale, genuino, appropriato, sapere, libro"... potremmo dire "origine del sapere", "fondamento principale".

Il kihon quindi NON si contrappone al cosiddetto ki no nagare, come molto spesso si sente dire proprio nei cosiddetti "corsi di Aikido tradizionale"... poiché è possibile praticare in modo fluido anche una tecnica di fondamento, di base... pensiamo al tai no henko, per esempio.

Non smette di essere un esercizio fondante SOLO perché lo eseguiamo in modo dinamico!

Anzi, rincaro la dose: a livello tradizionale, le tecniche si distinguono in [固体] kotai, "corpo solido", [柔体] jutai "corpo cedevole"... [流体] ryu tai, "corpo fluido" e [氣体] ki tai, "corpo energetico"...

Mi aspetto quindi che un Aikido sedicente "tradizionale" contempli TUTTI questi tipi di allenamento... e non sicuramente solo il primo: nel vostro bel Dojo tradizionale... voi praticate proprio TUTTI, TUTTI questi livelli? Vi dicono forse che non avete ancora esperienza sufficiente per farlo? Il Maestro ce l'ha almeno?

Se anche solo faceste regolarmente pratica con i primi 3 dovreste già considerarvi super fortunati!

Un ultima considerazione, che non piacerà ad alcuni: il fatto che Saito Sensei abbia votato la sua intera esistenza alla diffusione dell'Aikido in modo più tradizionale possibile NON è assolutamente sinonimo che tutti quelli che lo hanno frequentato abbiano compreso sempre tutto e nel migliore dei modi...

L'Iwama Ryu che si pratica dalle nostre parti mi pare spesso più una sorta di "museo storico" che un vero e proprio metodo d'allenamento
: pochissima capacità dinamica, scarso rilassamento, uke che cadono come gatti di piombo, leve portate inutilmente allo spasimo, abitudine diffusa ad infiggere dolore inutile, gente che ripete ore ed ore le stesse menate... con la convinzione mistica che "un giorno sarà concessa loro l'illuminazione marziale". Beh, non ci trovo proprio nulla di tradizionale in tutto ciò!

Per non dimenticarci poi che Tohei, Tada, Tamura, Kobayashi, Yamada, Yamaguchi... e molti altri - pur non risiedendo ad Iwama stabilmente - hanno sicuramente praticato Aikido in modo piuttosto "tradizionale", non tanto come indirizzo tecnico, quanto come intensità, ingaggio, ritmo e tempo trascorso sul tatami.

Ho incontrato diversi praticanti e docenti che giungevano da altri lineage rispetto a quello di Iwama che avevano piuttosto chiaro a loro volta che:

- ci si allena tutti i giorni;
- non si usano le cinture colorate;
- per insegnare è necessario raggiungere prima un grado dan minimo non banale;
- l'allenamento di base è importante;
- l'allenamento è sia statico, che dinamico;
- non serve un tubo cercare di bloccare il proprio partner con la forza muscolare;
- la pratica consiste in vari livelli, dal più materiale al più sottile,  ed è necessario fare esperienza di tutti loro!

Quindi se ci piace la tradizione è ok, ma non possiamo viverla come se fosse una pasticceria, nella quale facciamo nostri solo gli elementi che ci solleticano di più il palato... questo elemento si, quell'altro non molto, un altro ancora proprio per nulla...

A me la tradizione piace molto, perché è il lascito del passato a noi e rappresenta la staffetta che dobbiamo portare con noi nel nostro cammino, per poterla poi cedere a nostra volta alle generazioni che verranno: però la tradizione NON può e non dovrebbe diventare una gabbia o un vanto... quanto una precisa responsabilità per chiunque vi si accosti.

Spero vivamente che il rischio di venire considerati Iwamisti nella maniera in cui Tajani ha descritto il diritto internazionale vi faccia desistere dall'essere "tradizionalisti"... e vi conduca a comprendere cosa significhi realmente aderire alla tradizione, ben al di là dell'angolo che utilizzate nell'eseguire le varie tecniche.

"La tradizione è custodire il fuoco, non adorare le ceneri"
[Gustav Mahler]


Marco Rubatto








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