lunedì 29 giugno 2026

La clessidra dell'Aikido: un'evoluzione nell'evoluzione

Siamo portati a credere che il tempo sia lineare, e che scorra in un'unica direzione... perché così è come ci hanno detto stare le cose sin dalle scuole elementari.

E altrettanto tendiamo a pensare che problemi e progressi si dispongano su questa linea in modo progressivo ed incrementale... l'esperienza diretta però ci mostra qualcosa di differente!

In Aikido, ad esempio, spendiamo i primi anni di pratica ad accumulare tecniche, terminologie, modi di fare, abitudini o caratteristiche di questa o quella Scuola... ed iniziamo a trattare gli allenamenti come se fossero un salvadanaio: una monetina oggi, una monetina domani... fino a quando non abbiamo accumulato un certo gruzzoletto di Aiki-soldi.

E ci convinciamo che se continueremo così per tutta la vita, potremo finalmente diventare ricchi!

Questo modello, all'inizio, sembra funzionare per davvero e piuttosto bene: scopriamo come si fa ikkyo da presa katate dori, shomenuchi, ushiro ryotedori... poi accumuliamo qualche centinaio di tenkan, qualche migliaio di cadute, un set nuovo di kotegaeshi da giardino; gli anni passano e spesso ci rendiamo conto che alcuni elementi che davamo per certi, lo sono molto meno di ciò che avremmo creduto.

Aumenta la nostra capacità di copiare il Sensei in modo fedele, la nostra propriocezione, persino la qualità tecnica con la quale ci muoviamo sul tatami: sembra proprio che la direzione sia tracciata, il passo sia finalmente cadenzato, ed i segreti della disciplina si stiano per dischiudere, anche grazie al nostro instancabile impegno!

Si arriva però ad un momento critico, nel quale le cose sembrano non quadrare più poi così tanto: il progresso tecnico continua, ma diviene minimale rispetto al passato, come se ci stessimo ingolfando da soli... proviamo nuove geometrie, ma lo spirito non è più quello d'una volta...

L'entusiasmo neppure: ci stiamo dirigendo verso una strettoia... e chi immagina come scorre l'acqua attraverso un imbuto sa che più il cono si stringe, più il fluido accelera la sua velocità e la sua rotazione.

Qui il tempo cambia passo: si intensifica, perde la sua linearità per diventare iperbolico... ciò che abbiamo sopportato per anni, ora non siamo in grado di reggerlo più nemmeno per settimane o giorni. La bulimia tecnica entra in profonda crisi ed a questo punto molte persone smettono di praticare, non ricevendo più un vero e proprio valore aggiunto dallo stare sul tatami, che è divenuto ormai un'abitudine, magari un tempo anche piacevole, ma non più un autentico momento di crescita, almeno quanto lo era in passato.

Abbiamo impiegato almeno una decina, se non una ventina di anni per accumulare know how, gradi, titoli e posizioni all'interno di Organizzazione dell'Aikido... ed ora non sappiamo più che senso abbia tutto ciò?

Ne avessi conosciuto uno solo ad avere questo problema, ma non é così... ed io stesso sono passato da questo punto intricato diverso tempo fa, quindi so per esperienza personale diretta di cosa parlo.

Stiamo passando da una CRISI naturale, che non è evitabile in alcun modo... anzi è piuttosto sana da vivere: è il passaggio nella clessidra dell'Aikido, da un cono all'altro... attraverso il diametro più piccolo!

Quando però si giunge nella seconda stanza, il tempo "rallenta", proprio come si comporta l'acqua, quando da un fiume arriva al mare. Il fluido si allarga, frena la sua corsa, si prende il suo tempo: continua a scorrere, ma non più imbrigliato nel cono dal quale è arrivato... ora sue le prospettive si ampliano.

E quelle di un Aikidoka pure...

A questo livello l'Aikido smette di essere un accumulo di cose da saper fare ed inizia ad essere il semplificare, togliere il superfluo, tornare semplici come da principianti... qualcosa da saper essere, piuttosto che da poter esibire. Se il fisico inizia ad essere datato e provato, non trae più soddisfazione dalle performance atletiche che non si può più permettere, senza pagare un caro prezzo in cambio. La soddisfazione inizia ad essere altrove...

Terminato un percorso di analisi, che ha richiesto il tempo per esaminare nel dettaglio ciascun componente della pratica, ora inizia un processo di sintesi, nel quale si desidera osservare le cose più nel loro complesso. Si cerca "the big Picture", come dicono gli anglofoni.

In questa strettoia si perdono molto praticanti, come dicevo in precedenza: in fondo l'Aikido ci entusiasma proprio per la sua capacità di farci cambiare, ma talvolta si teme che continuare a farlo significhi perdere le certezze che nel frattempo abbiamo già acquisito.

Invece non è proprio così: si tratta solo di cambiare prospettiva e guardare le pratiche "vecchie" con occhi "nuovi"!

Se da giovani principianti amavamo essere proiettati per lezioni intere (per esempio io ero così!), magari da praticanti più esperti ed in là con l'età non potremo più permetterci tutta quell'atleticità: ma questo non significa rinunciare ad essere uke, dobbiamo trovare solo un modo nuovo per farlo... che rispetti le nuove ed attuali condizioni del nostro fisico.

É importante sottolineare come i problemi ci fossero prima e continuino ad esserci anche adesso: cambiare prospettiva non significa eliminarli, ma rileggerne il significato. Non aspettiamoci quindi che il cammino "da esperti" risulti meno complicato o provante di quello "da principianti"!

Ad esempio, una frustrazione notevole sorge proprio nel momento in cui ci sentiamo sempre più "principianti", pur avendo accumulato un numero di anni di pratica tali da essere quasi autorizzati a considerarci "esperti", o ad essere considerati così dagli altri... ciò infatti fa parte del cambio di paradigma di cui parlavamo poc'anzi.

Che la definizione di "esperto" sia proprio "colui che riesce ad avvertire quanto ancora non conosce"?

Se i nostri strumenti di percezione si affinano è facile che ci si notino di più anche i nostri disallineamenti, disconnessioni e problematiche...

Ad un certo punto avremo attraversato la clessidra da cima a fondo, dal cono superiore a quello inferiore... e poi cosa succederà?

Nella mia esperienza personale, al termine del secondo cono - dove tutto si espande - ho trovato nuovamente un cono che si stringe... come se alla prima clessidra ce ne fosse collegata in serie una seconda, nella quale si inizia un nuovo periodo di contrazione, di accelerazione, di analisi...

Si ritorna così a studiare in modo simile a quello iniziale... ma non uguale, solo simile: l'operazione di analisi e di sintesi che avremo passato ci farà forse affrontare l'analisi successiva "con una certa sintesi"... e forse la sintesi successiva con un certo "grado di analisi" intrinseco.

Stiamo cioè percorrendo la via del Tao, nel quale un nuovo inizio è in un rapporto armonico con il concetto di termine, così come questi esisterà solo in co-presenza di una nuova partenza!

Il tempo non mi risulta quindi lineare, ma un qualcosa di "pulsante", come un respiro, come un pianto ed una risata, come le contrazioni di un parto che permettono lo sbocciare di una nuova vita: è descrivibile come qualcosa di circolare e rettilineo allo stesso tempo... un moto che può essere immaginato sia sinusoidale, che spiraliforme...

Questo spiazza parecchio, perché fa alternare fasi di costruzione a fasi di demolizione, fasi di serenità a periodi di crisi... nei quali l'unico elemento COSTANTE è proprio il CAMBIAMENTO! [cit. Eraclito]

Le celebri equazioni di Einstein postulano che il tempo non sarebbe una grandezza assoluta, ma relativa - ad esempio - alla velocità del soggetto: secondo queste equazioni, più la velocità aumenta, più il tempo scorre lentamente.

Con questa teoria abbiamo spiegato la vita dei muoni, ad esempio, ovvero particelle elementari altamente instabili che si formano nella alta atmosfera e che hanno una vita troppo breve (circa 2,2 micro-secondi) per riuscire a raggiungere il suolo terrestre: vanno però molto veloci, quindi a quanto pare ce la farebbero per quello ad arrivare da noi...

E molti di voi avranno visto il celebre film di fantascienza "Interstellar", nel quale un astronauta parte verso un pianeta lontano, muovendosi ad altissima velocità e lasciando sulla Terra la figlia piccola; al suo ritorno la trova anziana ed in punto di morte su un letto di ospedale, proprio perché per lui il tempo sarebbe trascorso più lentamente che per lei (dato che si è mosso ad alata velocità nello spazio, mentre la figlia è rimasta "ferma" sulla Terra).

Ecco, le cose non stanno realmente proprio così... infatti non ne sappiamo ancora molto sul tempo e sulle sue regole: nonostante sembri che queste equazioni abbiano trovato alcune conferme sperimentali, ancora non quadra il fatto che la velocità è evidente essere una proprietà legata ad un sistema di riferimento, non una proprietà di un oggetto e basta!

Cosa vuol dire questo?

Che se prendiamo la Terra come terna cartesiana di riferimento, allora i muoni vanno "veloce" e non decadono perché per loro il tempo rallenta... e l'astronauta torna giovane come quando è partito, perché si è mosso veloce quindi per lui il tempo è rallentato... ma se il sistema di riferimento fosse, ad esempio, il Sole (che viaggia a circa 800.000 km/h rispetto al centro della Via Lattea), allora il muone non andrebbe poi così veloce... e se prendessimo la navicella dell'astronauta come sistema di riferimento, allora sarebbe la figlia che sta sulla terra a muoversi velocemente... quindi alla fine, chi invecchierebbe rispetto all'altro? L'astronauta!

Ci si ritrova principianti DOPO avere creduto di essere esperti, in Aikido... ma è perché ci sbagliavamo sul nostro livello di preparazione (sovrastimandolo) o perché DAVVERO da principianti siamo diventati esperri e poi nuovamente principianti?

Magari abbiamo solo cambiato, nel frattempo, i nostri "sistemi di riferimento"...

Ho trovato tutti questi paradossi nell'Aikido, magari li troverete a vostra volta o magari scoprirete qualcosa di diverso da me, per questo sarà fondamentale continuare a conoscerci, incontrarci e condividere il vostro punto di vista... così da potermi ulteriormente arricchire e crescere; parlo per sano egoismo!


Marco Rubatto


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