lunedì 27 maggio 2019

Quando atterrare qualcuno ci migliora la vita

Nelle tecniche di Aikido, atterrare il proprio uke è qualcosa di auspicato: proiettandolo o immobilizzandolo al suolo... ma al suolo comunque deve finire!

Cosa rappresenta il suolo?

Simbolicamente, la madre terra, l'elemento dal quale tutti proveniamo... ciò che ci da la vita.

"Volare in cielo" si usa spesso per persone che muoiono... e pure "andare sotto terra": invece "toccare terra" viene utilizzato da chi vola in aereo, deltaplano o elicottero... come sinonimo di concludere un viaggio, ritornare da dove si è partiti.

Invece, "toccare il fondo" risulta ciò che è necessario fare per ripartire daccapo, con uno slancio rinnovato.

Andare a terra quindi può essere visto come una condizione positiva, di "rinascita"... non per forza come una sconfitta, una perdita.

Potremmo dire che per uke perdere l'equilibrio e finire per terra rappresenta una chance di rinascita, trasformazione ed evoluzione di energie ed intenti.

POSITIVO, quindi!

Ma mentre uke ha comunque questa opportunità, se la sa cogliere... quand'è che la sua caduta migliora la vita del suo compagno, tori?

Ce lo chiediamo poiché sovente abbiamo percepito che rispondere non è per nulla qualcosa di scontato.

Se un tori non atterra il proprio uke, di solito è segno che qualcosa nella sua tecnica deve essere andato storto.

L'Insegnate mostra come fare, poi la classe tenta di imitarne i movimenti, a ruoli alterni.

Quando tocca a noi il ruolo di torici sentiamo "in errore"- di solito - se non ci riesce di mandare al suolo il nostro attaccante...

Ciò ci spinge a falsare in parte la nostra azione, magari utilizzando più forza di quella che servirebbe se fossimo riusciti ad usare quella dell'attacco... ma l'importante è che uke cada!

L'aspettativa di ciò che deve avvenire si impadronisce di molti di noi, facendoci optare per una forzatura nel nostro rapporto con il partner, al fine di ottenere ciò che dovrebbe avvenire se solo noi fossimo già armonici: usare la forza se serve... ma mandarlo a terra!

Non siamo certi che ciò ci migliori la vita, anche se riuscissimo a compiacere le aspettative nostre e di un Insegnante che non si accorge dei nostri truschini.

Ed allora quand'è che atterrare qualcuno migliora la vita di tori?

Proviamo ad indicare ciò che al momento abbiamo compreso in merito, pur non trattandosi di nulla di definitivo, né di certo.

Già molto anni fa, ci colpirono molto le parole del Fondatore: "Ferire il proprio avversario è come ferire se stessi"... bizzarro tutto ciò nell'ottica di una disciplina marziale, nella quale dobbiamo cercare di salvarci la vita dagli attacchi di questo avversario!

Ma cosa ci può essere dietro quindi alle sue parole?

Crediamo che Morihei Ueshiba avesse scoperto una dimensione non-duale, nella quale tori ed uke potessero percepirsi come una sorta di unico ESSERE, o meglio, nel quale uke potesse impersonare la parte in ombra del proprio avversario.

Uke potrebbe rappresentare quella parte interna di noi che ancora non conosciamo del tutto, e dalla quale sovente ciascuno di noi tende numerose trappole a se stesso.

Tori, in qualche modo, teatralizza il suo conflitto interiore all'esterno... ed uke lo aiuta a recitare la parte della sua parte in ombra. Uke fa lo specchio di ciò che tori non vede di sé!

A questo punto, mentre la parte in ombra di noi stessi ci attacca, non possiamo né permetterci di farla vincere... né di distruggerla per difenderci, poiché per quanto scomoda quella parte ostile è sempre ROBA NOSTRA!

Quindi uke attacca, tori deve rendere questo attacco inefficace... ma contemporaneamente deve pure garantire la completa protezione del suo avversario, che - come dicevamo - è qualcosa che lo riguarda a livello molto personale.

Tori non vuole rompere lo specchio che gli consente di conoscere se stesso: sarebbe un idiota a farlo!

Ed ecco la sua enorme difficoltà: salvarsi la vita e curarsi anche dell'incolumità di quella parte di sé che lo sta attaccando.

Crediamo però che... quando egli riesce ad atterrare uke mantenendo questa prospettiva, sia esattamente in cui uno si migliori la vita, atterrando qualcun altro!

Solo che questo va completamente in contrasto con la noncuranza per il nostro compagno... che spesso ci assale quando sentiamo che la nostra azione è in parte inefficace: forzare la tecnica fa aderire alle varie aspettative, ma non garantisce automaticamente la cura e la protezione verso l'attaccante!

La concezione più diffusa di arte marziale - pure di Aikido - vuole che chi viene attaccato si difenda con efficacia, se poi l'attaccante rimane vivo o addirittura illeso è meglio... ma sovente si crede che ciò sia un requisito secondario.

Il primo sembrerebbe ancora quello di salvarsi la pellaccia, insomma: un nostro compagno di Dojo, di origini siciliane, ci ricorda spesso un detto: "Meglio in galera che al cimitero"...

Crediamo che questa diffusa posizione NON si addica alla prospettiva che Morihei Ueshiba ha voluto nella sua disciplina... e che la rende qualcosa di differente rispetto a qualsiasi altra pratica marziale tradizionale giapponese.

Salvarsi E dare supporto alla parte in ombra di se stessi NON sono due condizioni SCINDIBILI!

Atterrare qualcuno per soddisfare l'aspettativa di qualcun altro (poco importa chi esso sia) può renderci guerrieri temibili, ma in sé NON ci assicura alcuna forma di evoluzione personale: atterrare qualcuno avendone invece cura, significa avere compreso che egli è parte di NOI... quindi è un'attività che ci rende persone più consapevoli di sé... e quindi forse migliori.

Il contrario potrebbe rivelarsi solo una pericolosa deriva ed ingrassamento dell'ego: qualcosa di paradossalmente ed inutilmente competitivo in una disciplina che ha bandito in modo esplicito ogni forma di competizione con il prossimo, per concentrarsi SOLO su uno sviluppo personale ATTRAVERSO e GRAZIE al prossimo.

Forse in ciò risiede non rara sensazione di fallimento che si ha incontrando alcuni Aikidoka, che sembrano essere caratterialmente ed umanamente PEGGIORATI dopo decadi di pratica della nostra disciplina...

... vale la pena di farci una pensata su!







lunedì 20 maggio 2019

Aikido e compiti a casa

In Aikido c'è l'Insegnante, e ci sono gli allievi... come a scuola!

Ci sono le lezioni da seguire e gli esercizi da fare per comprendere quanto padroneggiamo la disciplina, come a scuola!

C'è un aspetto che però è molto differente dall'ambito scolastico dal quale tutti noi proveniamo: NON ci sono i compiti a casa.

Le lezioni di Aikido sono solo in palestra, oppure al Dojo: fuori di Aikido neanche più l'ora, fino all'allenamento successivo.

Nell'immaginario collettivo, applicare l'Aikido fuori dal tatami vorrebbe dire usare qualche tecnica in caso di aggressione fisica, rapina, etc... che poi - per nostra fortuna - non accade cosi di frequente, quindi niente Aikido fuori dal tatami!

Non suggeriamo di provare quindi koshinage a casa sul propio nonno, né di immobilizzare a terra una zia con un sankyo ura... no, questo no!

Ma cosa sarebbe della nostra disciplina, se gli allievi si abituassero - in una certa misura - a fare anche una sorta di "compiti a casa"?

È possibile una cosa del genere?

CERTO che lo è!

L'Aikido è una disciplina trasversale, che comprende movimenti fisici ed anche una certa qual filosofia presente negli stessi, ciò che normalmente definiamo "principi"... ad esempio:

- non opporre resistenza alla forza di uke;

- utilizzare la sua forza per eseguire l'azione;

- spostarsi dalla linea di attacco;

- radicarsi al suolo;

- estendere il ki;

- centralizzare il movimento;

- comprendere la differenza fra "go no sen" e "sen no sen", fra "omote" e "ura", fra "irimi" e "tenkan";

- utilizzare al meglio il timing;

- evitare di reagire all'attacco, ma imparare ad agire contemporaneamente ad esso;

- essere ricettivi e determinati al contempo;

- sviluppare presenza consapevole;

- accompagnare la nostra azione con la respirazione ad essa più adatta;

- imparare ad armonizzarci con l'aggressore;

- imparare come avere una mente libera, stabile, focalizzata, curiosa...

E si potrebbe continuare ancora un bel po'!!!

Ecco: tutti questi principi sono utilizzabili BENISSIMO anche nella vita di tutti i giorni, anche in contesti in cui il conflitto NON viene esplicitato sul piano fisico... ma bensì lavorativo, relazionale, sociale, etc.

Quindi se un allievo si allena ad utilizzare questi principi sul tatami, non dovrebbe farlo solo per mostrare l'incremento delle sue abilità durante gli allenamenti, quanto per saper vivificare queste sue consapevolezze nella vita di tutti i giorni... anche nei luoghi dove non esegue alcun kotegaeshi o kesa giri.

Ora l'idea potrebbe essere questa: si potrebbe chiedere agli allievi di notare quante e quali volte in una settimana affrontano dei conflitti, di qualsiasi natura essi risultino.

È possibile chiedere di analizzare di quale tipo di conflitto siano i più ricorrenti nella loro quotidianità e di osservare qual è l'atteggiamento più frequente con il quale loro si pongono nei confronti dei loro momenti di crisi.

Quindi, sarebbe possibile chiedere loro se riescono ad intravvedere nei loro modi di affrontare il conflitto qualche principio fra quelli appresi sul tatami (non mettersi "contro", scegliere il timing migliore, essere accoglienti ma determinati, agire e non reagire, etc...).

Se un allievo fosse abituato a farlo, gli si potrebbe proprio chiedere di fare una sorta di "compiti a casa", nei quali mostrare se o come egli padroneggia o meno l'Aikido anche FUORI dal tatami:

- quante vote questa settimana hai scelto di fare tenkan di fronte al tentativo di qualcuno di "prenderti in centro" (emotivo, relazionale, lavorativo)?

- quante volte hai optato invece per un irimi, deciso e potente?

- hai rispettato il tuo avversario durante il conflitto, come fai con uke sul tatami?

- sei stato troppo aggressivo o remissivo dinnanzi alle grane che ti sei trovato a risolvere?

- Hai notato una differenza nella risoluzione dei conflitti, se riesci ad applicare i principi dell'Aikido in come parli, ti atteggi, ti comporti?

Se riuscissimo ad applicare nelle vita i principi di quello che facciamo sul tatami... e scoprissimo che essi funzionano sul serio e ci permettono di vivere meglio, non credete che le persone salirebbero sul tatami più spesso e più volentieri?

Teniamo separati i contesti e poi ci lamentiamo che la gente non viva le filosofie che dice di amare: per quale motivo?

Se non c'è questa corresponsione fra passione (Aikido) e vita di tutti i giorni, la prima si spegne e la seconda diventa qualcosa che taglia fuori ciò che sentiamo importante.

Diventiamo personaggi settoriali, che alienano parte di se stessi.

Pensiamoci a provare a fare i compiti, non è impossibile... è solo strano, almeno fino a quando non ci si abitua... dopodiché sembrerà qualcosa di strano NON FARLI!


E domani... tutti alla lavagna!!!



lunedì 13 maggio 2019

L'inchino quando non c'è nessuno

I praticanti di Aikido sono soliti fare un inchino con il capo, o anche un saluto in seiza, quando salgono o scendono dal tatami.

È un gesto di rispetto verso il luogo nel quale si alleneranno o hanno appena finito di farlo.

Un senpai potrebbe rimproverare un kohai che accede o lascia l'area di pratica con troppa leggerezza/disattenzione rispetto a questo rituale.

Ma supponiamo che uno di noi abbia avuto le chiavi del Dojo, per allenarsi da solo (ci sono in Aikido esercizi che possiamo fare da soli, specie davanti ad uno specchio)... e vi ci entri in un momento in cui non c'è nessuno...

Una stanza silenziosa, un tatami davanti: lo fareste l'inchino salendo e scendendo... o vi sentireste idioti?

Ci sono riti che facciamo "perché si fa così", "perché qualcuno ci ha detto di farlo", o "perché c'è qualcuno che ci osserva"...


E poi ci sono quelli che si fanno perche li reputiamo importanti, indipendentemente da come la pensino gli altri.


Se l'Aikido è una disciplina che pratichiamo per conoscerci meglio, a livello personale... fisico, emotivo, spirituale... le cose che facciamo dovremmo farle innanzi tutto PER NOI.

In questo caso la nostra riflessione va ad un gesto semplice, che è segno di rispetto verso un luogo, che forse viene considerato "sacro" per le scritte giapponesi che svettano suoi muri... ma forse che lo è ancora di più quando e perché siamo noi a riempirlo.

Beh, quel gesto semplice perché lo facciamo?!

Perché molti altri lo hanno fatto molto prima di noi e non vorremmo proprio essere noi i responsabili dell'interrompere questa importante tradizione?

Perché se no qualcuno ci rimprovera?

Per abitudine?

Perché lo fanno i nostri compagni e noi non ci chiediamo più di tanto il motivo, ma li imitiamo a nostra volta... e forse un giorno capiremo cosa stiamo scimiottando?

Come tratteremmo un Dojo vuoto la dice lunga su come lo trattiamo quando è pieno: la stessa cosa vale per il modo di salire sul tatami.


Se ci venisse spontaneo un gesto esteriore di rispetto anche quando non c'è nessuno che potrebbe coglierlo (oltre NOI), è forse segno che a noi stessi questo gesto SERVE, e vogliamo coglierlo.

Se non ci venisse spontaneo e ne approfittassimo di lasciare perdere tutte ste smancerie a mandorla ora che nessuno se ne accorge... beh, il nostro consiglio è di smettere altrettanto con esse quando ci sono anche gli altri.

Non si può percorrere una via personale in un certo modo SOLO perché ci sono anche gli altri: è normale essere influenzabili e influenzati dalla presenza altrui... ma non così tanto quando si scende nell'essenza di ciò che facciamo.

Altrimenti un giorno potremmo dovere render conto a noi stessi che abbiamo recitato per una vita, che ogni gesto - per quanto estetico, profondamente significativo, tradizionale - non era altro che un fake di se stesso.

Così non serve a nessuno: né a noi che mentiamo a noi stessi, né ai nostri compagni che vedendoci fare l'inchino potrebbero pensare che attraverso di esso ci viviamo qualcosa di importante.

Le discipline come l'Aikido NON servono a nascondersi dietro ad una maschera, ma - al contrario - ad insegnarci il coraggio di tirarla giù e imparare a farne anche senza.

O' Sensei diceva che quando ci inchiniamo all'universo, esso ricambia il favore.
La realtà potrebbe quindi essere solo uno SPECCHIO!

A questo punto, quando ci inchiniamo al tatami, ci inchiniamo a noi stessi: non è una cosa banale, né forse inutile.

Che ci sia o meno qualcun altro nella stanza, non cambia il senso profondo delle cose!




lunedì 6 maggio 2019

氣結びの太刀 Ki musubi no tachi: la spada che non fa rumore

Quest'oggi entriamo nel cuore dell'Aiki ken, con l'esercizio che spesso è considerato la summa di questa pratica, ovvero [氣結びの太刀] "Ki musubi no tachi": la spada annodata dal ki.

Si tratta di un'armonizzazione precostituita fra uchitachi (colui che attacca, armato di bokken) ed uketachi (chi riceve gli attacchi con il suo bokken): un kata è un esercizio formale, nel quale sono previsti alcuni movimenti e non altri, quindi diventa abbastanza speculativo chiederci come mai i comportamenti di entrambi siano stati schematizzati in un modo, piuttosto che in un altro.

Tuttavia è possibile studiare piuttosto bene ciò che avviene, tanto da comprenderlo ad un certo livello di profondità.

Iniziamo dicendo che la didattica dell'Aiki ken richiede un approccio progressivo alle sue pratiche; i gradini principali sono:

- ken suburi nanahon (serie di 7 esercizi da eseguire in solitaria);

- ken no awase (armonizzazioni di spada, 4 esercizi sono famosi in tutto il mondo, ma ne esistono numerosissimi da praticare);

- kumi tachi go hon (serie di 5 combattimenti prefigurati con la spada);

- henka no tachi (variazioni dei 5 combattimenti prefigurati con la spada).

Di solito questo studio può serenamente richiedere una ventina di anni di impegno settimanale costante... e questa è la ragione per la quale in queste pagine ci siamo più volte chiesti a cosa serva mettersi a studiare Kashima Shin Ryu o Katori Shinto Ryu PRIMA di avere chiari questi esercizi che invece sono - di default - appannaggio dell'Aikido, ed espressamente creati per esso!

Non è il caso di fomentare polemiche, ma capite bene che l'arricchimento di altre discipline ha sicuramente senso e risulta piuttosto proficuo quando prima si è praticato un po' della PROPRIA, ci sono invece un sacco di Aikidoka che imparano decine di kata mirabolanti e se la cavano malissimo con gli esercizi di base delle armi dell'Aikido... comprendete perciò come questo sia un po' un paradosso?

In ogni caso, Ki musubi no tachi - tradizionalmente parlando - viene considerato ciò che viene "dopo", quindi una pratica di livello piuttosto avanzata.

Per questa ragione - sempre tradizionalmente parlando - questo esercizio NON viene spiegato [説明 無し "setsumei nashi", "senza spiegazione"], ma solo mostrato e quindi viene richiesto di imitarlo.

Comprendiamo molto bene le ragioni che possono avere spinto storicamente ad un approccio così "a mandorla" nella didattica: mostrare e quindi chiedere di ripetere è uno dei metodi migliori per far acuire l'attenzione dei praticanti, stimolare in loro curiosità ed impegno, ed un sacco di altri atteggiamenti marziali utili al loro percorso personale.

La parte in ombra di tutto ciò - secondo noi contemporaneamente presente - è il maldestro tentativo di MANTENERE IL CONTROLLO sugli allievi, creando dipendenza dall'Insegnante "che queste cose le sa"... e quindi, necessitare del suo intervento per capire meglio gli esercizi più avanzati e complessi (e Ki musubi no tachi può esserne un esempio egregio!).

Ma ripetere una fraccata di volte senza capirci un tubo abbiamo già compreso essere qualcosa di piuttosto inutile, se non addirittura controproducente.

Delineiamo quindi le peculiarità di questo importante esercizio.

Innanzi tutto "la spada annodata dell'energia" sta a significare che le armi non hanno un contatto fisico diretto fra loro, ma il loro movimento sembra appunto coordinato, armonizzato e diretto dal ki.

Un altro nome tradizionale di questo esercizio è infatti [音無しの剣] "Otonashi no ken", ovvero "la spada silenziosa/senza suono/che non fa rumore".

Uketachi ed uchitachi partono ad una distanza surreale per un vero combattimento: da isshoku sito no maai (un passo una distanza, nel quale le spade di incrociano di circa 10 cm), entrambi fanno due passi indietro... raggiungendo la distanza reciproca di circa 4 metri.

Entrambi compiono sul posto un movimento che corrisponde all'incirca (se non per il movimento dei piedi) al terzo suburi di ken, solo che uchitachi colpisce con shomeuchi (fendente frontale) sul sei chu sen (la linea che congiunge il centro di praticanti), mentre uketachi si sposta leggermente alla sua destra.

Al termine del PRIMO movimento di entrambi quindi, avremo uchitachi che taglia nel vuoto, mentre uketachi taglia in direzione del centro del compagno, ovviamente senza poterlo colpire, per via dell'enorme distanza che separa i due.

SECONDO movimento sincrono...

Uchitachi fa un passo in avanti con la gamba sinistra, nella direzione in cui si trova ora il centro del compagno, caricando un secondo shomenuchi.

Uketachi blocca la discesa di questo colpo con uno tsuki (colpo di punta) e quindi si appresta a passare dall'altra parte del sei chu sen per colpire il compagno con uno yaku yokomenuchi (fendente laterale alla tempia opposta, quella destra di uchitachi).

A questo punto, egli deve compiere un ulteriore parata verso il basso, per impedire che la prossimità che si è venuta a creare consenta ad uchitachi di effettuare un taglio orizzontale verso l'addome di uketachi.

Questa parata è uno dei rari momenti dell'Aiki ken nel quale la tsuka kashira del bokken NON guarda in direzione dell'hara del praticante, ma è verso il tatami.

TERZO (ed ultimo) movimento sincrono...

Uketachi fa un passo indietro con la gamba sinistra, per sfilare la sua arma dal blocco laterale creato dal partner, e carica il bokken, con l'intento di colpire nuovamente uketachi.

Quest'ultimo ne approfitta per fare un cambio rapido della posizione dei piedi e bloccare i polsi del compagno, all'apice del loro caricamento.

La forma di base di Ki musubi no tachi FINISCE QUI: il problema è che...

- essendo un esercizio che di solito non viene spiegato;

- essendo una pratica considerata piuttosto avanzata...

TUTTO finisce qui.

E invece no, in realtà... proprio NO!

Le possibilità di eseguire delle variazioni di questa forma di base (per quanto ritenuta avanzata) sono veramente enormi... ed oggi intendiamo offrirvene una piccola testimonianza diretta.

Di seguito potete vedere la registrazione di un Senpai Special Class avvenuto nel nostro Dojo a fine dello scorso marzo.

Abbiamo raccolto per voi 10 VARIAZIONI della forma di base di Ki musubi no tachi, che - fra l'altro includono:

- ken no riai (2) e taijutsu no riai (8), ovvero armonizzazioni alternative con il bokken e movimenti tipici delle tecniche a mani nude;

- tachi dori kokyunage (2), shinken shihara dori (2)  e koshinage (2);

- henka (variazioni) derivanti da movimenti tipici dei kumi jo (2), nella fattispecie del 6º e del 9º kumi jo.





Questo ci porta ad alcune considerazioni finali...

- il buki waza (tecniche di armi) dell'Aiki ken tradizionale ha un bagaglio tecnico ALMENO ampio QUANTO quello del tai jutsu (tecniche a mani nude);

- l'Aiki ken e l'Aiki jo sono DUE SISTEMI completamente COMPATIBILI ed INTEGRATI fra loro, cosa che invece NON accade in nessun'altra Scuola di scherma giapponese e di Jodo;

- il buki waza ed il taijutsu risultano facce differenti di una medesima realtà, e da ciò l'importanza di studiare armi in contesti primariamente Aikidoistici, anziché andarsi a prendere Scuole di armi esterne, come invece fa una buona fetta di praticanti odierni;

- certe pratiche possono pure essere considerate avanzate, ma questo NON dovrebbe essere un pretesto per aspettare di avere 20 anni di esperienza per cimentarvisi... altrimenti continueranno ad essere qualcosa di irraggiungibile.

Non bisognerebbe mai essere sul tatami per "fare giusto", ma per fare del nostro meglio. L'imprecisione ed anche l'errore sono una parte importantissima del processo di apprendimento!

Buona pratica a tutti!