lunedì 4 maggio 2026

L'allievo ideale, quello reale e perché le cose stanno come stanno

Ogni Insegnante desidera avere allievi modello...

Ma com'è lo stereotipo dell'allievo ideale?

Una persona sana, sveglia, intelligente, interessata, costante, ricettiva, ingaggiata, fedele, devota, grata, empatica, impegnata, naturalmente dotata, supportante il processo del gruppo del quale è parte (oltre al suo), disponibile, leale, ambiziosa, matura, rispettosa, fiduciosa, sincera, onesta, umile, resiliente, promettente, preparata, curiosa, equilibrata, qualcuno sul quale poter contare...

Chi di voi ha degli allievi sa per esperienza quanto non sia comune trovare tutte queste caratteristiche in una sola persona, ma neanche la loro metà... ma neanche un loro quarto o un ottavo!

E come sono invece gli allievi reali?

Beh, molto meno ideali di quanto non li vorrebbe il loro Sensei...

Io ho splendidi allievi, con qualità eccezionali, però ho anche persone che riescono talvolta a risultare nel contempo anche parecchio... incostanti, dubbiosi, deboli, paurosi, pigri, sleali, immaturi, rigidi, passivi, egoici, egoisti, sbruffoni, litigiosi, bigotti, manipolatori, pieni di pregiudizi, falsi, disimpegnati, ingrati, irrispettosi, ottusi, narcisisti, arrivisti, disfattisti, indisponenti, perditempo, chiacchieroni, fannulloni, sanguisughe, indisponenti, oppositivi, distratti, leccaculo, internamente scissi, con personalità doppie (triple, quadruple... multiple), schizofrenici, depressi, nemmeno lateralizzati da adulti, troppo mentali, grezzi, gretti, sfiduciati, (auto)limitati, impertinenti, con inutili manie di protagonismo e deliri di onnipotenza... qualcuno cioè sul quale chiunque si guarderebbe bene dal riporre la benché minima fiducia.

Già immaginando di avere anche tutte le caratteristiche migliori presenti in contemporanea, il numero di quelle negative superano di gran lunga quello delle prime, e vi assicuro che il secondo bestiario non è poi così raro fra le persone che entrano nel Dojo.

Ciascuno può fare leva sulla propria esperienza personale per costatarlo o meno.

Ci siamo mai chiesti però come mai le cose stanno così?

Perché fare tutta questa fatica per trasformare un informe pezzo di materia organica anfibia (comunemente detta m...) in un diamante prezioso?

Perché ci si riesce così poche volte?

Me lo sono chiesto molto negli anni, poi ho compreso che non stavo osservando il fenomeno esattamente dalla prospettiva più utile e saggia, sia per me, che per i miei stessi allievi. E come Insegnante, ho il dovere di cercare il punto di vista migliore che posso per tutte le persone sulle quali ricopro delle responsabilità.

Ho quindi cercato di capire se le diffuse problematicità che riscontravo nei miei allievi fossero lo specchio di un karma non del tutto riscattato di vite passate (in questo caso dovevo avere commesso crimini inenerrabili contro l'umanità, a guardare chi mi capitava davanti!), se rispecchiassero i miei numerosi limiti attuali e le parti in ombra di me... secondo il detto "gli allievi assomigliano al proprio Insegnante"...

Forse tutto questo, ma anche qualcosa di ulteriore: le persone non intraprendono un percorso nell'Aikido perché si percepiscono già in possesso di un equilibrio buddico... il più delle volte vengono mosse da alcuni loro disagi e bisogni, più o meno consapevoli.

É quindi più che naturale avvicinarsi alla pratica di una disciplina per il senso di limite di sé che si avverte (di nuovo, non per forza a livello cosciente), mascherando magari una necessità profonda con una curiosità superficiale.

Se andiamo ad esaminare tutte le caratteristiche negative che ho menzionato poco sopra, ci accorgeremo che la loro nemesi (ovvero le caratteristiche positive, che piacciono a chiunque) non provengono sempre da una sorta di "dote naturale", quanto dall'avere esperienzialmente compreso (prima) e scelto (dopo) di volere essere una persona diversa.

Un "perditempo" per definizione non può avere capito quanto il tempo sia prezioso e risulti limitato, perciò procrastina, rimanda, non sfrutta appieno le occasioni che gli capitano, perché esse gli richiederebbero anche qualche forma di impegno serio, di tanto in tanto: una persona diventa "impegnata" quando percepisce il limite insito nel comportamento annacquante di chi crede che ci sarà sempre un'occasione ulteriore di fare le cose. Quindi "impegnati" talvolta non ci si nasce, ma ci si diventa ad un certo punto del proprio cammino!

Una persona incostante e poco ricettiva non è in grado di ottimizzare il processo di apprendimento, poiché sprecherà nuovamente un sacco di tempo su aspetti e dettagli pressoché inutili, non essendo in grado di realizzare cosa sia realmente importante per sé: un allievo quindi più facilmente sceglierà di uscire il sabato con gli amici, anziché frequentare un Seminar nel week end.

Non che l'Aikido richieda di smettere di divertirsi in leggerezza, ma - nuovamente - il tempo e le risorse sono limitate, perciò se uno prima lavora, poi pensa alla famiglia, poi a divertirsi con gli amici... e quindi offre il resto al suo studio dell'Aikido, potremo meravigliarci molto se questo studio non lo porterà molto lontano?

Direi di NO: chi offre briciole ottiene briciole... ma lo posso affermare con sicurezza solo ora che - offrendo tutto - sento di avere ottenuto molto, se non proprio tutto!

Quanti però arrivano a comprenderlo esperienzialmente?

E fino a quando non arrivano a comprenderlo esperienzialmente, quanto faranno resistenza al loro Insegnante quando questi li inviterà a seguire qualche Seminar durante il week end?

Prendiamo ad esempio ora le persone che arrivano a 40, 50 anni senza mai avere conosciuto a dovere o essersi trovate a loro agio nel loro corpo: quante ce ne sono?!

Bella gente che "pensa" ma è assolutamente incapace di trasformare quel pensiero astratto in qualsiasi forma di azione concreta: quando chiedi loro di muovere il loro corpo secondo una logica specifica, quelli ti guardano con la rotella che gira negli occhi, tipo "error 404, file not found".

Ora... devo spiegarlo io alle persone che siamo fatti ANCHE di un aspetto fisico, che va esplorato, conosciuto ed utilizzato in modo consapevole e costante? Non credo proprio...

É qualcosa che fa perte dell'esperienza umana, ma non crediate che ci siano arrivati proprio tutti... specie nella società di oggi, la maggioranza dei colletti bianchi soprattuto, più inclini ad "avere" un corpo, piuttosto di identificarsi anche con un corpo!

Per queste persone il percorso che sarebbe necessario fare da bambini o da adolescenti inizia a maturità piuttosto avanzata: non si può quindi pretendere che a 60 anni siano dei fulmini di guerra a livello fisico, soprattuto se hanno iniziato ad "abitare" il loro corpo 5 minuti prima...

Esaminiamo ora il caso delle persone "frenate", rigide, bigotte... ma non solo in termini religiosi: mi riferisco più che altro a coloro i cui sistemi di credenze di fatto minano le principali possibilità di evoluzione (praticamente il 99% della popolazione umana!). Parliamo di chi NON sta bene nella propria condizione di vita abituale e lo riconosce (più o meno consapevolmente), ma NON mostra nessuna intenzione di effettuare dei cambiamenti sostanziali che permetterebbero loro di migliorare il proprio status, anche solo sperimentando nuove prospettive, sia teoriche che pratiche.

Tutta sta gente qui ha il cuore che chiede aiuto, ma ha la testa e le natiche ben inchiodate ad abitudini inerziali "allenate" e consolidate per decenni: saranno buoni allievi, oppure incostanti, dubbiosi, deboli, paurosi, pigri, immaturi, rigidi, passivi, pieni di pregiudizi, oppositivi, disimpegnati, disfattisti, distratti, internamente scissi, sfiduciati ed (auto)limitati?

Un numero esiguo di ore passate su un tatami ad entrare in contatto con una disciplina dell'attenzione, della presenza, del "togliere", dell'essenziale... e decenni di esperienza maturata a fare il contrario di tutto ciò, ovvero a farsi programmare dalla famiglia, dalla scuola, dalla religione, dalla società a delegare al prossimo praticamente ogni aspetto importante della propria esistenza... Cosa avrà la meglio secondo voi?

Non è cattiveria vera la loro, è inabitudine a percepirsi, ad auto-determinarsi... a notare i propri limi ed imparare ad accettarli o fare del proprio meglio per espanderli!

Sono cioè come il 99% delle persone che è possibile incontrare nel proprio vissuto in qualunque ambito, solo che questi avrebbero scelto di fare una qualche differenza, sottoponendosi ad una disciplina che permetta loro di fare alcuni cambiamenti sostanziali (ci si augura migliorativi): possiamo meravigliarci davvero che non ce la facciano da subito e su tutti i fronti?

Credo proprio di no...

Un Insegnante, del resto, è in grado di crescere moltissimo facendo da tutor a questo processo: TUTTE le sue ombre vengono - prima o poi - solleticate dalle parti oscure di quelli che salgono sul tatami, con la differenza che mentre questi ultimi sono li proprio per imparare a scoprirle e modificarle... il docente dovrebbe essere colui che ha già appreso quando e come tenerle a bada le proprie.

Supponiamo che arrivi una persona molto rigida (mentalmente e/o fisicamente) ed il Sensei si imponga con durezza con il proposito di farlo cambiare... Come è possibile insegnare la "non resistenza" se si accoglie un rigido con una rigidezza nell'atteggiamento?

L'Insegnate sarà stimolato a comprendere a che livello LUI STESSO ha compreso la "non resistenza", proprio perché ha davanti uno che gliene fa un botto!

In questo senso l'allievo NON risulta una punizione per colpe di un lontano passato, né una maledizione divina o una zavorra al sereno andamento del corso di Aikido... quanto una cartina di tornasole, che mette il docente nelle condizioni di comprendere QUANTO lui stesso ci tenga a fare ciò che fa, ad incarnare le belle filosofie che ama raccontare agli altri a parole.

Un banco di prova che lo mette di fronte alle sue capacità e limiti... che gli fa comprendere a che livello ci tenga a mandare avanti la baracca, GRAZIE alle resistenze che incontra, piuttosto che nonostante ad esse.

L'Insegnante si SPECCHIA nell'allievo non tanto perché egli sia ancora soggetto a tutte le miserie di quest'ultimo, ma la promiscuità delle ombre che incontra gli consente un continuo lavoro di indagine ed ridimensionamento delle proprie (ma anche di espansione, nei casi peggiori).

É vero che "gli allievi assomigliano al proprio Insegnante"... ma al massimo dopo qualche decennio che lo frequentano, non appena entrati dalla porta del Dojo: e soprattuto NON è sempre vero l'opposto, cioè che l'Insegnate debba per forza assomigliare ai suoi allievi!

Ringrazio quindi l'imperfezione di tutti i miei allievi, accolgo ben volentieri il loro essere ben lontani dall'ideale, così da ricordarmi quanto lo sia pure io... e quanto volentieri ci sia ancora da lavorarci su, ovviamente insieme.


Marco Rubatto




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