Non rinnego nulla di quanto ci fosse scritto, tuttavia da allora ho maturato un'esperienza che mi ha permesso di comprenderlo meglio e sotto molte sfaccettature ulteriori.
Ho tenuto Seminar in molte parti d'Italia e talvolta anche all'estero e per molto tempo sono stato accompagnato da alcuni miei allievi, in particolare dalla mia ex-compagna Eleonora, che è stata per me l'esempio più importante ed autentico di "otomo".
Quando vai ad insegnare in un luogo nel quale non ti conosce quasi nessuno, risulta un'enorme semplificazione avere con te "chi parla già la tua lingua", per far si che le spiegazioni risultino più chiare possibili.L'uke-otomo sa già prima cosa vuoi spiegare alle persone che sono venute all'evento, quindi fa del suo meglio per facilitarti il compito... mettendosi nelle posizioni che mettono in risalto un certo principio... talvolta persino facendo domande che "rompono il ghiaccio" e che rendono più sereni interventi di altri che temevano di parlare e doversi portare con loro a casa i dubbi che avevano.
In questo senso l'otomo è un vero e proprio "facilitatore" di un sacco di aspetti differenti, da quelli più spicci di farti compagnia durante un lungo viaggio in auto, a quelli più significativi legati al supporto che è in grado di dare al Sensei con il quale viaggia.
Non è impossibile andare in giro ad insegnare da soli, l'ho fatto molte volte e credo che dovrò farlo parecchio in futuro... però sono veramente molti gli aspetti ai quali deve badare chi lo fa, ed indipendentemente dalla sua età e dalle forze che ha a disposizione.Quando si è invitati in un Dojo o a tenere un Seminar è buona prassi non presentarsi a mani nude: talvolta basta un piccolo pensiero da portare al Dojo-Cho o all'organizzatore dell'evento; si hanno bagagli variabili da uno zainetto ad alcune valigie, e sacche di armi, a seconda della distanza e di cosa servirà avere con sé. Viaggiare è bello, ma non sempre risulta anche comodissimo...
L'otomo è quella persona che pensa che in auto, in treno o in aereo venga caricato esattamente tutto ciò che dovrebbe esserci, evitando di tralasciare qualcosa di importante... così come è la persona che poi si ricorda che venga portato indietro tutto ciò che non deve essere dimenticato nel luogo di destinazione.
Al di là dell'immenso aiuto che offre sul tatami, spesso intervenendo come uke del Sensei, l'otomo è anche la persona che pensa a portarti un bicchiere di acqua quando parli da ore e non hai il tempo per procurartelo da solo.
Ai Seminar di Aikido o alle lezioni fuori sede si creano quasi sempre buone atmosfere, ma è altrettanto vero che incontriamo persone che non si vedono sempre: quella diventa anche occasione per "gli indigeni locali" di farti domande e - talvolta - anche di riversarti addosso tutti i loro dubbi, perplessità e difficoltà nel portare avanti i loro percorsi.Al Sensei si fanno domande su come tenere un corso, come regolarsi con i pagamenti degli allievi, si portano esempi di allievi "difficili" con i quali relazionarsi... insomma: si lavora sul tatami, ma quasi sempre il lavoro continua negli spogliatoi, a colazione, a pranzo ed a cena.
L'otomo è il guardiano del suo Sensei, che spesso lo sottrae dalle grinfie di coloro che se lo vorrebbero succhiare fino alle ossa, approfittando della sua generosità: è come viaggiare con una guardia del corpo silenziosa, pronta a fare ciò che serve per agevolarti in tutto e per tutto la tua azione e per ottimizzarne l'efficacia. É una figura estremamente importante, che solo ora inizio ad apprezzare nella sua complessità: servire ha molte accezioni e l'otomo lo fa in modo umile e silenzioso, ovvero qualcosa che lo pone dietro le quinte di ciò che accade... e le persone del pubblico non si rendono nemmeno conto di quanto lo spettacolo dipenda dal suo importantissimo lavoro!
Qualche settimana fa ho avuto la visita annuale del mio Sensei al Dojo: abbiamo festeggiato il suo 20º Seminar in Italia, ma c'è stato un piccolo-grande contrattempo che ha rischiato di mettere tutto in forse a questo giro.Il mio Sensei abita a Montreux, ovvero a meno di 3 ore di automobile da Torino, però il venerdì a pranzo mi ha chiamato per comunicarmi che si era ammalato e non gli sarebbe stato possibile essere presente alla lezione della sera... e molto probabilmente nemmeno a tutte le altre lezioni previste nel week end.
PANIKO bestiale!
Il suo programma era quello di venire in macchina insieme ad un suo uchideshi storico - Jeremy San - ed ad un'altra persona che arriva dalle sue parti, ma non se la sentiva di guidare, aveva la febbre.Abbiamo pattuito che io tenessi la lezione della sera al posto suo e che lui mi aggiornasse sulle sue condizioni il giorno seguente: ma ecco intervenire l'angelo otomo Jeremy!
Egli ha rinunciato a venire per i fatti suoi (come invece ha fatto poi l'altro praticante) per partire con il suo Sensei il giorno seguente, mettendo a disposizione la sua auto ed offrendosi di guidare per lasciare riposo ulteriore a quest'ultimo.
Da comodo passeggero a guidatore non appena si è reso conto che il suo supporto poteva essere di grande aiuto al Sensei!
Poi si è fatto tutto il week end a Torino, essendo molto spesso scelto come uke... quindi si è curato che tutto fosse pronto per il rientro, mettendo il suo Sensei (che è anche il mio) nelle condizioni più comode per fare ciò che doveva fare, in considerazione del suo stato di salute non ancora proprio ottimale.Se fossimo su Pandora, l'otomo è una persona che potrebbe affermare: "io ti vedo!"... e quindi agisco di conseguenza, senza aspettarmi nulla in cambio, ma solo perché so che questo è il compito che ho scelto e che mi compete ora.
Si tratta della condizione nobile quindi di chi sceglie di servire, ma senza essere servo di nessuno: per etica, per prospettiva ed ingaggio su proprio cammino marziale.
Parecchio tempo fa, consideravo l'otomo una figura molto meno dignitosa: quasi uno schiavetto tirapiedi e portaborse ai comandi di un Sensei che volesse solleticare particolarmente il proprio ego: mi sbagliavo di brutto.
L'otomo fa del bene al proprio Maestro, ma SOPRATTUTTO fa del bene a se stesso, scegliendo la disciplina della continua attenzione e cura del proprio Sensei... cosa che gli tornerà molto utile quando lui stesso sarà divenuto un Maestro e dovrà avere la stessa cura verso i propri allievi.
Come al solito, la tradizione che è passata intatta al setaccio del tempo ci ha visto molto ma molto bene: servire, dedicarsi è un'arte di raro valore, ma che può essere allenata ed affinata.
Ora che sono cresciuto, sia come esperienza, sia come età anagrafica, cerco di servire il mio Maestro al meglio delle capacità che posseggo: ogni volta risulta un'attività veramente stressogena, ma anche appagante; prevedere le sue difficoltà e cercare di dipanarle ancora prima che possano manifestarsi è qualcosa che allena in modo ferreo zanshin (la mente vigile), fudoshin (la mente stabile), yoshin (la mente giovane), shoshin (la mente del principiante) e mushin (la mente libera).
Tutti elementi che risultano poi essenziali nella mia pratica marziale quotidiana.Dare É ricevere...
Marco Rubatto
PS: grazie di vero cuore di tutto, Eleonora!









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