lunedì 10 settembre 2018

Aikido: ponti che crollano, ponti che vengono gettati

Lo scorso 14 agosto siamo rimasti tutti più o meno scioccati dalla notizia del crollo del ponte Morandi, a Genova. Una tragedia infatti piuttosto considerevole!

Moltissimi di noi avevano percorso quel viadotto numerose volte, e lo avevano fatto ANCHE per andare a fare Aikido da qualche parte.

Eravamo a nostra volta proprio in Liguria in quei giorni, quindi questa notizia ci ha investiti in modo ancora più intenso.

Ora sarà più complesso spostarsi dal nord al centro Italia, senza quel prezioso collegamento autostradale: talvolta ci rendiamo conto dell'importanza di quanto avevamo solo quanto lo perdiamo...

Ci sono state decine di morti (43 per l'esattezza) e decine di responsabilità che da un mese circa vengono rivoltate come un calzino per capire chi sapesse, chi avrebbe dovuto intervenire, cosa si sarebbe potuto evitare... etc, etc, etc.

Alcuni allievi del nostro Dojo erano passati pochi giorni prima del crollo per accompagnare un familiare al traghetto verso la Sardegna, altri erano andati da Torino a Rapallo per sostenere un esame, sempre nell'ambito delle arti marziali.

Non erano li nel momento del disastro, quindi ora sono ancora vivi: non possono dire la stessa cosa invece oltre 40 persone, che si sono trovate nel punto sbagliato, nel momento sbagliato... diremmo umanamente, ed ora non ci sono più.

Tutto ciò ha fatto fare a tutti noi una poderosa considerazione sull'importanza di quel "vivi l'attimo" del quale molte volte parliamo a lezione.

Durante un attacco, non è bene pensare al passato, né proiettare la propria mente nel futuro: vivere l'attimo - per quanto spaventoso e pericoloso sia - è l'unica cosa che distingue la possibilità reale di fare la differenza, rispetto ad essere colpiti.

Se si esperisce in modo pieno e totale il momento presente, non si sarà vissuti in vano anche se esso dovesse risultare l'ultimo!

Questa era la filosofia quotidiana di qui guerrieri che ad esempio nel medioevo giapponese - avevano in continuazione a che fare con la morte: per essi non era mai scontato fare ritorno a casa alla sera, quindi avevano naturalmente sviluppato un modo "sano" di approcciare l'imprevedibilità e di conviverci ogni giorno.

E come facevano?

Gettavano ponti verso loro stessi: non permettevano di avere troppe aspettative rispetto alla vita, se avevano un desiderio nel cassetto, non lo lasciavano marcire li dentro per anni... perché forse non ci sarebbe stato così tanto tempo utile per realizzarlo!

Vivevano in continuazione i loro attimi, e qualcuno diventava pure vecchio facendolo... ma questo non era per loro il goal principale: meglio era "vivere bene", al meglio ed a fondo il tempo che c'era... indipendentemente da quanto che ne fosse.

Si riappacificavano con loro stessi, così da non avere nulla da perdere e ben pochi attaccamenti anche nel caso la morte fosse sopraggiunta repentinamente e senza alcun preavviso.

Gettiamo pochi ponti verso noi stessi nella nostra epoca: ecco che quando un ponte di calcestruzzo viene giù all'improvviso, siamo incapaci di farci una ragione di quelle vite, spezzate così all'improvviso.

Diremo forse una banalità, invece, ma NESSUNO sa con precisione quanto dura la propria avventura terrena: è connaturato con nascere il fatto che bisognerà morire e nel "contratto" nessuno ci dice QUANDO ciò avverrà.

Perché quindi stupirsi di quando questo avviene senza preavviso?

Per alcuni questa dipartita avviene ancora nell'utero materno, per altri all'età dell'asilo o delle scuole elementari, mentre vanno all'università... per altri ancora mentre stanno lavorando (anche a Genova ciò è accaduto), in vacanza... e per molti in vecchiaia, magari in un letto dell'ospedale.

Ma nessuno sa quando sarà la sua ora: questa è la ragione che dovrebbe spingere TUTTI a vivere al meglio il loro tempo... ma non accade così nella nostra società, vero?

Si rimanda: prima ci sono "i doveri da fare", quello che noi o gli altri si aspettano che noi si faccia... poi - QUANDO ANDRÀ MEGLIO - ci iscriveremo in palestra, o andremo a frequentare quel corso di arti marziali giapponesi che tanto ci affascina da anni.

A volte tutto ciò NON avverrà mai, perché non siamo capaci ad avere cura di noi: ci sentiamo falsamente eterni a livello fisico, quindi ci disperiamo quando la vita ci viene a dire - magari all'improvviso - che quel "tempo" è finito!

Ma siamo inopportuni, perché per camminare su questa terra ci viene richiesto in cambio di non sapere per quanto potremo farlo... e questo chiunque lo sa.

L'Aikido aiuta nell'operazione di "gettare quei ponti" con se stessi: non è l'unica disciplina che lo permette, ovviamente... ma crediamo che sia una di quelle che lo fa in modo più che dignitoso, perché consente a chiunque di "studiarsi", in modo graduale, progressivo e profondo.

Permette perlomeno di darsi il permesso di utilizzare il proprio TEMPO per farlo... cosa che proprio banale o consueta purtroppo non è!

Non è che adesso dobbiamo iscriverci ad un corso di Aikido per combattere la paura di passare sopra ad un viadotto autostradale, ma crediamo che abbiate compreso cosa intendiamo con il nostro Post.

Le responsabilità di potenziali drammi sarebbe bene cercarla nel quotidiano, non a riparazione sempre incompleta dei disastri che sono accaduti e che ci hanno colto impreparati.

Questo vale per i viadotti liguri, ma a maggior ragione vale per noi stessi a livello personale: sono drammi i ponti di calcestruzzo che vengono giù per una lacuna manutentiva, ma altrettanto (e più numerosi) sono drammatici i ponti che non vengono mai gettati per comprendere perché siamo su questa terra e come abbiamo intenzione di utilizzare al meglio gli attimi a nostra disposizione (che sappiamo pure essere un numero finito!).

L'imprevedibilità della vita non è un fenomeno - di per sé - solo negativo: anche le grandi emozioni positive nascono dall'inaspettato... il problema quindi è proprio COME CI PONIAMO noi di fronte all'ignoto, all'inatteso.

E questo è funzione del livello di introspezione che siamo in grado di fare con noi stessi.

Quelli che hanno fatto un tot, come San Francesco di Assisi - ad esempio - erano arrivati a chiamare "sorella morte" la fine della propria esistenza terrena... ma non crediate che sia questione di cristianesimo o di religione in generale: a congetture analoghe sono giunte persone inserite in contesti religiosi di ogni tipo, e perfino un tot di atei!

La religione può forse aiutare (e se così è, bene che lo faccia), ma ora parliamo di qualcosa che è trasversale ad ogni tipo di credo religioso: è forse molto di più questione di UMANITÀ vissuta sul serio, specchio di una SPIRITUALITÀ immanente che accompagna e caratterizza la nostra specie dalle sue origini, con ogni strumento che ci aiuti ad onorare questi aspetti al top delle nostre potenzialità.

Noi abbiamo trovato che l'Aikido è capace di aiutarci in questo viaggio da e verso noi stessi: utilizzatelo pure voi se vi può essere utile, oppure fornitevi degli strumenti che credete più utili per farlo - in questo siate fantasiosi - ma FATELO!

Perché non sapremo quando "toccherà a noi", e sarebbe proprio un peccato se giungessimo a quell'istante con la sensazione di esserci dimenticati di vivere un pezzo importante di esistenza!

Il Fondatore dell'Aikido diceva di sentirsi sul "Ame-no-ukihashi", ovvero "il ponte fluttuante che unisce il cielo e la terra": questa posizione di risonanza fra ciò che è umano e ciò che è divino forse gli permetteva di sentirsi appartenente a diversi reami in modo contemporaneo.

La nostra natura forse è di esseri multidimensionali, che possono essere in grado di ricordare la loro natura spirituale anche quando muovono i loro polverosi passi sulla terra... così come percepire la necessità e bellezza di un viaggio nella materia, anche nella più pura e rarefatta delle forme spirituali.

Il ponte di Genova ci faccia riflettere: così forse a livello materiale tragedie simili potranno in futuro essere evitare... come i mancati ingegneri civili dello spirito potranno ricordarsi dell'importanza della loro professione.

Ame-no-ukihashi - fortuna nostra e di Autostrade per l'Italia - non ha bisogno di manutenzione, ma di utenze che lo attraversino in modo consapevole!








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