domenica 24 maggio 2009

Aiki-messaggi pericolosi: 4 - Aikido tradizionale?


Molti di noi si sono spesso imbattuti negli anni di pratica o sul Web nella pubblicità di corsi, Dojo, seminari di Aikido ai quali viene aggiunto l'immancabile appellativo di "tradizionale"...

"Aikido tradizionale" è diventato una sorta di marchio, un sinonimo di qualità, che richiama esperienza, conoscenza storica, consapevolezza profonda di ciò che si pratica o si propone a terzi.

Ci siamo sentiti di analizzare brevemente questo fenomeno, poiché ha in sé elementi importanti e paradossali al contempo.

"Aikido tradizionale" non è un logo che appartiene di diritto ad una scuola piuttosto che ad un'altra, poiché tutte più o meno ne fanno ricorso e, talvolta, anche motivo di disputa, leggi : "i più tradizionali siamo noi... (e gli altri valgono di meno)" - spesso quest'ultimo quale messaggio non verbale.

Ma cosa vuol dire esattamente praticare "Aikido tradizionale"?

Ce lo siamo chiesti, perché rispondere alla domanda è tutt'altro che banale!

Questa Arte ha origini marziali molto marcate, quindi viverla in modo tradizionale può significare mettere molta enfasi sull'efficacia della pratica, sulla precisione delle tecniche. Storicamente l'Aikido si è evoluto da questa condizione, va detto, perciò "Aikido tradizionale" potrebbe essere quello che propone un'evoluzione che ripercorre fedelmente la via storica, partendo cioè dalla solidità marziale, per poi "rilassarsi" in seguito ed aprirsi ad una maggiore fluidità.

Questo è un primo (e forse anche più diffuso) modo di intendere questo importante appellativo.

Ma non è l'unico...

L'Arte tradizionale è anche una disciplina che continua ad essere permeata dai principi culturali, filosofici... spirituali (se vogliamo), così come lo era ai suoi albori.

Anche in questo caso, l'Aikido si presta bene ad incarnare una simile via: solo un contesto nipponico avrebbe potuto generare una simile disciplina, ne converrà chi anche poco conosce la cultura giapponese dello scorso secolo.

L'Aikido era perfetto per quelle latitudini e quei tempi.

Intriso del culto animista autoctnono, lo shintoismo, e del codice d'onore del Bushido classico, la nostra Arte è forse un buon specchio per una tradizione che rischierebbe altrimenti di andare lentamente a perdersi (attualmente il Giappone pare interessato ad alto!).

Quindi "Aikido tradizionale" potrebbe essere non solo quello più tecnico ed efficace, ma anche quello nel quale viene mantenuta un'etichetta più strettamente legata alla sua cultura: gli inchini durante il saluto, l'abbigliamento che indossiamo... i rituali che si compiono sul tatami fra Insegnante ed allievi. Spesso molti di essi hanno richiami religiosi e spirituali non del tutto noti alla maggior parte dei praticanti.

"Aikido tradizionale" quindi va chiamato anche quello di chi si esprime più in giapponese sul tatami?

Perché no... avrebbe una sua ragione d'essere.

Ma Ueshiba Sensei ormai comunemente viene accettato quale inventore di qualcosa di nuovo, inedito... una sorta di evoluzione rispetto al panorama marziale disponibile prima della sua opera.

L'Aikido quindi, come sua creatura, dovrebbe essere innovativo per definizione di sé stesso.

L'Arte della Pace, che affianca - o rimpiazza - l'arte della guerra, l'Arte dell'accettazione e della tolleranza che supera le discipline caratterizzate dalla violenza...

Anche questa sua dimensione è molto importante, per alcuni è la più importante, poiché c'era già ampia disponibilità di sistemi di lotta che garantissero efficacia marziale o testimonianza dei codici cavallereschi dei Samurai.

L'Aikido forse era quel elemento mancante a completare un'intera categoria di Arti, che con il suo valore aggiunto ha saputo fare un'importante differenza nella società di allora e di oggi.

Sotto questo punto di vista, "l'Aikido tradizionale" più vero è quello innovativo, cioè quello che continua a cercare il prossimo passo dell'evoluzione marziale!

Vale a dire: l'Aikido più tradizionale sarebbe quello che tende a prendere distanza dalle usanze consolidate, così come fece storicamente O' Sensei e l'Aikido, poiché la sua caratteristica è stata proprio l'uscire dagli schemi delle tradizioni.

Questa però è la goccia che fa traboccare il vaso!

Qual è allora questo "Aikido tradizionale"?

Quello che lavora di più con le anche? Quello in cui si contemplano lezioni di Shodo... o quello che cerca di trasformarsi in Arte relazionale o in qualcos'altro di inedito?

Non ci è dato di saperlo, non ora, non qui.

Certo, tutte queste posizioni sono almeno parzialmente difendibili e per alcuni anche fonte di lucro, ma non ci paiono buoni modelli di ricerca se presi in modo assoluto.

Proponiamo quindi alcuni nuovi parametri... "Aikido tradizionale" è:

- quello in cui ci si impegna più a fondo a fare ciò che si fa, perché questo è tradizionalmente avvenuto con sicurezza;

- quello in cui si cercano di conoscere e comprendere i profondi legami con il passato, nell'ottica di prendere cosa c'è di buono da esso, senza riproporre gli errori che in esso sono stati compiuti... perché anche O' Sensei crediamo fece altrettanto;

- quello in cui non si teme di apportare un contributo costruttivo inedito a patto che si sia pronti ad assumersi la responsabilità dei propri atti e, soprattutto, si sia pronti ad accogliere le conseguenze del proprio operato... questo infatti è quanto avvenne anche storicamente.

Ci piace quindi pensare che in futuro la disputa su chi possieda l'Aikido più tradizionale possa chetarsi in favore di qualche forma più costruttiva di lavoro e collaborazione, tenendo anche conto che:

- chi si interessa per la prima volta di Aikido, magari perché vuole iniziare a praticare, non ha generalmente la minima idea di cosa dovrebbe trovarsi davanti, quindi scegliere in base all'etichetta TRADIZIONALE è perlomeno sciocco, perché non si hanno metri per valutarla!

- chi già pratica può trovarsi a disperdere molta energia a DIFENDERE la sua TRADIZIONALITA', a svantaggio del suo ingaggio nella pratica e quindi della sua crescita personale. Per definizione poi, siccome difende qualcosa, sta facendo qualcosa che in Aikido non è contemplato. O' Sensei non si difendeva dal suo avversario, lo accoglieva, si identificava con esso.

In poche parole: per chi è principiante troppi "nomi-etichetta" paiono superflui, così come per chi è già esperto.

A nostro parere, la pratica faccia emergere chi sta vivendo in profondità gli insegnamenti di O' Sensei, più che gli appellativi... altrimenti la tipica non competitività della nostra Arte rischia di creare una trappola per chi è più incline a definire che sperimentare in prima persona.

domenica 17 maggio 2009

富木謙治 Kenji Tomiki: il cuore sportivo dell’Aikido


“Si sono molti differenti sentieri ai piedi di una montagna, ma ciascuno di essi ha la speranza di raggiungere la stessa magnifica cima”.
[Kenji Tomiki]

Kenji Tomiki nacque il 15 marzo del 1900, nella città di Kakunodate, nella prefettura di Akita. Era il figlio maggiore di Shosuke Tomiki e sua moglie Tatsu.
Pare che quando avesse circa 6 anni, iniziò a maneggiare per la prima volta una spada di legno, mentre, all'età di circa 10, dopo essersi iscritto alle elementari, si unì al Club di Judo cittadino.

Nel 1913 si iscrisse alle scuole superiori nella Scuola prefetturale di Yokote. Era attivo presso il Club di Judo e, sul diploma scolastico ricevette un merito sia per il percorso accademico, sia per l'educazione fisica.
Nel novembre 1919 ricevette il suo primo Dan di Judo.

In seguito al suo diploma si ammalò e ci vollero tre anni e mezzo per recuperare completamente la salute. Durante questo periodo, ricevette l'incoraggiamento ed il supporto di suo zio Hyakusui Hirafuku che era un artista famoso dell’epoca.

Nel 1924 entrò nel dipartimento di Economia politica dell’università di Waseda. Questa era anche l’epoca d’oro del Waseda Judo Club e Kenji divenne famoso per le sue capacità brillanti nel Judo. Egli fu il segretario dell’Associazione studentesca di Judo a Tokyo ed ebbe il piacere di incontrare Jigoro Kano del Kodokan, che ebbe una grande influenza su d lui. Nel 1925 (o 1926, non è chiaro dalla sua biografia), incontrò per la prima volta in autunno il Maestro di Daitoryu Aikijujitsu, Morihei Ueshiba. Rimase affascinato dalle tecniche di Ueshiba e si aggregò alle sue lezioni. Più tardi O’ Sensei iniziò a chiamare il suo percorso personale Aikido. Iniziò così l’allenamento di una vita nell’Aikido per Tomiki. Lo stesso anno ottenne il 5° Dan in Kodokan Judo.

Mentre lavorava per il Dipartimento dell’elettricità nella Prefettura di Miyagi, nel 1929, fu scelto per rappresentare l’intera Prefettura nel primo torneo in presenza dell’Imperatore (il torneo All Japan è iniziato da questo evento durante l’anno seguente).

Nel 1931, fece ritorno alla sua città natia ed assumendo una carica presso la Junior High School di Kakunodate. Incontrò Hideo Oba (precedentemente Tozawa), figura che iniziò un encomiabile sforzo per aiutare Kenji Tomiki a realizzare i suoi ideali di Budo.

Nel 1936 si spostò a Manchukuo, lo stato provvisorio giapponese in Manciuria, prima della Guerra, in qualità di insegnante all’istituto di Daido. Insegnò a quel tempo Aiki Budo all'esercito di Kanton e all’Imperial Household Agency.

Nel 1938 divenne un professore assistente alla Kenkoku University di Manchukuo.
Ha insegnato al Aiki Budo come componente normale del programma di studi ed ha tenuto numerose conferenze sul Budo.

Nel 1940 (1942 secondo alcune altre fonti biografiche) fu il primo al mondo a ricevere l’8° Dan da Ueshiba Sensei ed iniziò la sua ricerca della modernizzazione dell’Aikido.

Ogni estate, per i 4 anni successivi, ha insegnato ai gradi più alti del Kodokan in seno ad comitato che studiava le tecniche nelle quali c’è una certa distanza fra i due partners.

Nel 1945, Tomiki continuo a lavorare per tre anni sulla sua idea di Budo durante la sua detenzione forzata in Siberia, dopo la sconfitta del Giappone nella Seconda Guerra Mondiale.

Insieme Sumiyuki Kotani e Tadao Otaki, nel 1953, si recò in America insieme ad una delegazione di Judoka, ad insegnare presso l’U.S. Airforce in 15 stati.

Nel 1954, divenne professore alla Waseda University e aprì il Dipartimento di Educazione Fisica dell’università. Ha pubblicato in quel anno il libro “Judo Taiso”. Due anni più tardi fu la volta di “Judo with Aikido” in inglese, che fu in seguito rinominato “Judo and Aikido”, mentre l’edizione francese venne pubblicata nel 1960; questi scritti aiutarono notevolmente la promozione e l’espansione dell’Aikido nei paesi dell’ovest.

Nel 1958 fondò il Waseda University Aikido Club, di cui divenne responsabile. Pubblicò “Aikido Nyumon”, che è ancora stampato tutt’oggi. Da questo anni fece notevoli progressi la sua ricerca in merito ad un Aikido competitivo.

Nel 1964 divenne capo del Dipartimento in coincidenza con l'inizio di un corso speciale di educazione fisica. Pubblicò “Shin Aikido Text” (“Il nuovo manuale di Aikido”).

Nel 1967 aprì ad Osaka lo Shodokan Dojo, con la funzione di primo Dojo eslusivamente dedicato alla ricerca nell’Aikido.

Lasciò l'università di Waseda nel 1970 e pubblicò “Taiiku To Budo” (“Educazione fisica e Budo”) e presiedette la prima All Japan Student Aikido Tournament del Giappone. Le basi per Aikido competitivo erano state gettate.

Nel 1971 ricevette 8° Dan in Kodokan Judo.

La Japan Aikido Association (JAA) fu fondata quindi nel 1974 con Kenji Tomiki quale primo Presidente, mentre l’anno successivo divenne vice-Presidente della Budo Society of Japan.

Nel 1976 Shodokan Dojo venne considerato il Dojo centrale della Japan Aikido Association, con Tomiki come direttore. Attualmente il direttore del Dojo e capo Istruttore della JAA è Tetsuro Nariyama Sensei.

Nell’inverno del 1977 visitò l’Australia a seguito dell’invito dell’Australian Aikido Association.

Kenji Tomiki si spense il 25 dicembre del 1979, all’età di 79 anni.




Lo stile competitivo da lui creato si chiamava, dal nome del suo Dojo,
Shodokan Aikido, ma tutt’oggi viene spesso identificato come Tomiki Aikido.


Formulò ed esplorò teorie e pratiche concernenti metodi di allenamento basati su kata ed una forma particolare di competizione free-style, che lo misero in disaccordo con una gran parte del mondo dell’Aikido, che considera la non competitività dell’Arte un valore aggiunto al quale non è opportuno rinunciare.

Tomiki Sensei è forse maggiormente conosciuto nel mondo del Judo, per la sua influenza nello sviluppo del Kodokan Goshin Jutsu kata. Il suo scritto “Judo”, pubblicato nel 1956, è considerato indiscutibilmente un classico. L'appendice inerente l’Aikido a tale libro è probabilmente il primo testo ad essere stato pubblicato in lingua inglese sulla nostra Arte.

Kenji Tomiki Sensei
trascorse numerosi anni con due dei più grandi geni marziali della storia giapponese, Jigoro Kano e Morihei Ueshiba, possedette sia le prospettive del Judo, che dell’Aikido a livelli molto profondi e quindi, dal punto di vista del Budo, ne classificò i principi fondamentali. Con i principi dell’Aikido come base, coniò una forma di randori che include atemi waza (tecniche di percossa) e kansetsu waza (tecniche di rottura o lussazione), cosa che Jigoro Kano stesso fu incapace di fare.



Sicuramente questo Maestro fu un grande conoscitore della tradizione marziale nipponica e un instancabile ricercatore nel campo del Budo, la cui storia ed i cui risultati notevoli sono storicamente importanti da conoscere per i praticanti di Arti Marziali.

Il suo tentativo di rendere parzialmente agonistico l’Aikido ha suscitato, come si diceva, pesanti critiche, oltre che alcuni entusiasmi… cosa forse comprensibile nell’ottica più tradizionale dell’Arte. Ma egli era un ricercatore e, dall’alto del livello raggiunto, si è sentito fortunatamente libero di continuare una sperimentazione sulla strada che egli riteneva interessante.

Da questo punto di vista ed indipendentemente dalla nostra opinione in merito all’Aikido competitivo, ci pare importante ed encomiabile la sua volontà di esplorazione che si espandesse anche ben al di là di quanto O’ Sensei gli avesse insegnato: egli ha quindi vissuto l’Arte del Fondatore come una disciplina che conferisce libertà e possibilità inedite di sviluppo… fattori importanti che gettano nuove speranze anche per l’Aikido del nostro futuro.

domenica 10 maggio 2009

Aiki-messaggi pericolosi: 3 - la tecnica è la cosa più importante


Ci addentriamo quest’oggi in uno spinoso sentiero, che forse tenderà a dividere le opinioni dei nostri lettori.
Parliamo cioè dell’importanza della tecnica e della sua corretta esecuzione nell’ambito della pratica. Ci pare di aver individuato in questo contesto un nuovo “Aiki-messaggio pericoloso”, che non esitiamo a mettere in luce.

Molte scuole e stili conferiscono all’aspetto tecnico un valore inestimabile, affermando che tramite la corretta esecuzione è possibile prendere via via sempre maggiore coscienza dell’Aikido stesso.
Concordando con un simile pensiero, non ci sentiamo di sminuirlo, e quindi non ci permettiamo di svalutare nemmeno un po’ l’importanza dell’aspetto tecnico nell’allenamento; tuttavia ci ha colpito l’affermazione più volte sentita ripetere “la tecnica è la cosa più importante”.

In essa non si attribuisce SOLO un grande valore alla tecnica, ma le si conferisce la maggiore importanza nell’Arte, rispetto a qualsiasi altra cosa presente… spesso determinando la distinzione fra l'Aikido GIUSTO e l'Aikido SBAGLIATO.
Questo è ciò che ci ha insospettito e che ha dato il via alle nostre ricerche per vederci più chiaro.

Che la formazione di un Aikidoka maturo passi attraverso il suo livello tecnico ci pare fuori discussione, ma la maggioranza dei praticanti si avvicina all’Arte soprattutto nella speranza di poter un giorno essere in grado di vivere i principi dell’Aikido ben al di fuori delle mura del Dojo, cercando cioè di integrarli nella vita quotidiana (assimilata quindi ad un allenamento continuo con se stessi, all’interno forse di un Dojo chiamato Pianeta Terra).

O’ Sensei spesso ha avuto parole di speranza affinché ciò potesse avvenire fra i praticanti dell’Arte dell’Armonia e della Pace!

Se la precisione tecnica porta inevitabilmente a conoscere meglio i principi della fisicità propria ed altrui, le leggi della dinamica del movimento corporeo… ci chiediamo ora se essa aiuti realmente anche il salto di qualità che si avrebbe nel vivere quotidianamente in atmosfera di Aikido, tanto da promuovere la tecnica come “aspetto principale e piatto unico” da curare e sviluppare.

Ci siamo posti questa domanda poiché nella nostra storia personale ci siamo imbattuti in grandi Insegnanti tecnici, veri e propri riferimenti per quanto concerne la comprensione dell’angolo migliore per effettuare una leva o una proiezione, ma abbiamo constatato anche quanto raramente essi fossero anche in grado di vivere in modo altrettanto esemplare i loro stessi insegnamenti una volta scesi dal tatami: umiltà, rispetto, compassione, apertura, accoglienza… aspetti teorizzati e conditi con un’ottima efficacia marziale, ma è questo l’Aikido?

Prima dell’avvento di O’ Sensei, il Bujutsu si era già posto la questione dell’importanza tecnica nella pratica. I praticanti tecnicamente bravi riuscivano a vincere gli incontri-scontri, quindi parevano essere coloro ai quali dare retta: più la tecnica era affinata, efficace e marziale, più il praticante era considerato esperto.

Morihei Ueshiba però fece evolvere la concezione stessa delle Arti Marziali coniando l’Aikido, una pratica in cui l’efficacia “è TUTTO” SOLO se raggiunta con mezzi ETICI, altrimenti “è UN FIASCO” che fa rotolare di secoli nel passato il suo lavoro.

Forse potremmo sintetizzare così tale balzo in avanti: “Se ledo chi mi attacca per atterrarlo, ho fallito... perché lui è una parte di me. Se ferisco lui, ho ferito me stesso…e “se non atterro chi mi attacca per non ferirlo, verrò ferito a mia volta ed avrò ugualmente fallito”.

Qualsiasi azione così diventa più complessa perché all’efficacia tecnica è necessario aggiungere la purezza di intenti e la forza di mantenerli tali durante qualsiasi scambio di energia con il proprio partner-avversario (in Aikido alla parola “contro” dovremmo forse preferire la parola “con”, quindi “partner” anziché “avversario”).

In questo modo, quando i principi dell’etica efficace e non violenta si riescono ad incarnare nell’allenamento al Dojo, diventa particolarmente interessante riuscire a fare contatto con la vita di tutti i giorni, in cui gli avversari non ci attaccano con yokomen uchi, né con una katana (di solito!), ma ci attaccano comunque in modo verbale, emotivo… più sottile forse, ma alla lunga non meno devastante.
La vita di tutti i giorni è quel luogo “di nessuno e di tutti” in cui ciascuno è sottoposto ad incessanti cicli di stress e di conflittualità, sia interna che esterna: essere capaci a rimanere “centrati”, equilibrati, determinati, coscienti di quando è bene agire e quando è più opportuno non farlo risulta importantissimo!

I praticanti possiedono già un luogo in cui tutto ciò viene allenato, esplorato, favorito… il Dojo: ma come integrare quel mondo di tatami con il datore di lavoro troppo esigente, la moglie/il marito scontenti ed i vicini di casa rumorosi?

Vi proponiamo di seguito un articolo interessante che ne parla:

Per un lungo periodo, non sono stato capace di scorgere paralleli fra l’Aikido e la vita di tutti i giorni. Immagino di non essere stato il solo incapace di correlare una serie di movimenti delle Arti Marziali alle cose che accadono nella vita di ogni giorno. Se anche voi siete in questa situazione, non abbiate timore, più chiarezza [realizzazione] verrà dopo un maggiore allenamento, quando vedrete l’Aikido non come un “JIUSTU” (metodo), ma quale “DO (Via/Cammino)

Contrariamente alla mia credenza iniziale, le tecniche in Aikido non solo veramente l’essenza dell’Arte Marziale. Mentre le tecniche distinguono l’Aikido dalle altre Arti Marziali ed attività come il Karate, la danza, la box o il Kendo, e definiscono anche il sistema dell’Aikido, non sono l’obbiettivo dell’Arte Marziale.

Come [accade in] una religione, le pratiche e le cerimonie non sono l’obbiettivo finale della religione. Noi non preghiamo per diventare esperti in preghiera, non siamo osservanti delle messe per diventare bravi a messa. Persino andare in palestra segue la stessa idea. Non facciamo la panca piana per diventare bravi alla panca piana. Tutte le pratiche e le tecniche sono un puro veicolo per qualche forma di auto-sviluppo, sia essa fisica, mentale o spirituale.

L’essenza dell’Aikido è trovata nella pratica e lo scopo, i benefici sono la crescita e lo sviluppo. Con questo in mente, possiamo disegnare numerosi paralleli con la vita quotidiana – specialmente con l’Aikido, poiché comprendente in toto nel suo scopo la crescita fisica, mentale e spirituale [dell’individuo] -.

All’interno delle sue tecniche c’è il principio di centralizzazione. È qualcosa di ritrovabile in numerosi libri di auto-aiuto. È qualcosa a cui ciascuno aspira. L’abilità di stare centrato attraverso le tue attività quotidiane. Il nostro allenamento ci fornisce una comprensione molto profonda di questo concetto ed esso tocca tutte le tre espressioni del nostro essere [fisica, mentale, spirituale]. Veniamo a comprendere che tutte e tre hanno bisogno di lavorare insieme, si influenzano a vicenda e sono riflessi della stessa realtà. Per essere fisicamente centrati è necessario esserlo anche mentalmente e spiritualmente. Noi possiamo sperimentare l’incredibile differenza che ciò compie nella nostra abilità di manifestare potenza senza sforzo, muoverci con libertà, e vedere cosa accade intorno a noi.

Cambiare è sinonimo di tai no henko. È la stessa mancanza di vincoli. È la stessa cosa con le cose che portano la miseria nella nostra vita di tutti i giorni. Nuovamente con l’Aikido noi sperimentiamo ciò con ogni fibra del nostro essere.

Per eseguire questi movimenti di rotazione, abbiamo bisogno di cambiare completamente, lasciare andare completamente, ingaggiarci completamente. Girare la testa, guardare dove vogliamo andare, dimenticare la pressione sul tuo polso. Se nella vita fossimo semplicemente capaci di lasciar correre i nostri sbagli e fallimenti, non arroccarci sui nostri successi, troveremmo meno persone depresse per bassa stima di sé o intrappolate nei circolo chiuso dei vizi, quali le droghe, il gioco o il bere.

Per eseguire una tecnica correttamente è richiesta piena presenza ed ingaggio. Ad ogni abbassamento [fluttuazione di essi] siamo pieni di aperture, come il formaggio svizzero. È richiesto completo ingaggio fisico, mentale e spirituale per essere realmente nella tecnica.

Serenità mentale focalizzata, un grido per svegliare il nostro spirito e guidarci con il nostro corpo a trovare un senso di verità effettuando la tecnica. Qualsiasi mancanza in queste funzioni sarà incontrata mediante una resistenza e una contro-tecnica. Inoltre, è la gente con questo tipo di focalizzazione che riesce nella vita. La passione muove le masse. L’ingaggio fa i miliardi.

Per essere equilibrato si deve comprendere sia lo yin che lo yang. Una tal persona è centrata naturalmente e flessibile. Tutto il potere di un attacco è ricevuto ed allo stesso istante rilasciato [indietro] di nuovo all'avversario. Essenzialmente usiamo il loro potere contro loro stessi e [quindi] loro si sconfiggono. Anche nella vita incontriamo difficoltà e siamo attaccati mortalmente, ciascuno [di questi momenti] con un proprio lato positivo se scegliamo di riconoscerli. Per capire il yin e yang è necessario vivere nella comprensione che tutti gli alti hanno i loro bassi e che questo ciclo è necessario e naturale. L'interazione di entrambi è la fonte della vita, della creatività e del movimento.

Essere un Aikidoka è essere diligenti nel proprio allenamento. È allenarsi mentre si cammina, si magia, ci si siede. Questa non-mente [mente vuota] è qualcosa alla quale anche i monaci di alto livello aspirano.

Qualsiasi tecnica marziale è intrinsecamente pericolosa e richiede una “mente vuota” per essere in grado di addestrarsi in modo sicuro. Fra i muri chiusi di un Dojo con braccia e gambe che volano dappertutto, la nostra consapevolezza è indirizzata in tutte le dimensioni [direzioni]. Durante il randori, la nostra consapevolezza danza all'interno dello spazio dei nostri attaccanti, nei turbinii ed i gorghi che li portano fuori dall'equilibrio persino prima che effettuiamo una proiezione.

L’Aikido è tutto in merito al produrre il massimo effetto con il minimo sforzo. Muoviamo solo ciò che è necessario, di quanto è necessario lungo il percorso ideale. Il nostro movimento è tanto efficiente quanto possibile per produrre la potenza o generare la velocità richiesta. Impariamo anche efficientemente ad applicare ciascun principio afferrato a tutte le nostre tecniche.

Se le nostre vite dovessero essere condotte così efficientemente, avremmo abbastanza tempo di fare tutte le cose che amiamo ed [risulteremmo] di successo in tutto. Il nostro modo di essere avrebbe una grazia che ispirerebbe e attrarrebbe gli altri.

Alcuni di questi concetti saranno completamente afferrati più avanti nelle nostre vite dell’Aikido, comunque con una pratica costante e consistente i benefici ci arriveranno ed arricchiranno la nostra esperienza quotidiana."

Gregor Erdmann


Potrete trovare il testo originale dell'articolo al seguente link.

Queste parole non ci sembrano contrarie ad una grande attenzione alla qualità della tecnica, ma paiono più interessate a rimandare l’importanza a fare con il massimo ingaggio ciò che si vive, addirittura indipendentemente da cosa ci fa.

Lo studio minuzioso di un particolare tecnico fornisce forse un privilegiato punto d’osservazione di un caso specifico, mentre qui l’attenzione pare più privilegiare uno sguardo d’insieme di un panorama, per poter beneficiare le sue analogie simboliche con la vita quotidiana.
Queste due visioni non ci paiono in conflitto, anzi complementari... ma probabilmente sarà importante il bilanciamento di questi due poli nella nostra pratica, per non incorrere nelle due pericolose estremizzazioni:

- sapere tutto della tecnica e poi non sapere cosa farsene;
- cogliere pienamente la profondità del messaggio insito nell’Aikido, ma non avere sviluppato strumenti efficaci per metterlo in pratica.

Una grande consapevolezza tecnica non è sempre sinonimo di ampia crescita personale ed applicazione dei principi etici dell'Arte, e viceversa, ovviamente.
In questo senso “la tecnica è la cosa più importante” ci pare un Aiki-messaggio pericoloso, ma questa è solo un’opinione che confrontiamo volentieri con le vostre esperienze…

domenica 3 maggio 2009

Una pietra miliare per l'Aikido


Sotto i riflettori quest'oggi una pietra... la stele che è stata posta nel 2001 nello spiazzo antistante l'Aiki Jinja ad Iwama, in Giappone.
Com'è noto questo tempio è stato voluto e costruito dal Fondatore stesso (la parte interna che si trova dietro all'edificio in fondo alla foto), per offrire una dimora allo spirito dell'Aikido stesso, l'Aiki O' Kami.

Esso è di diritto entrato a far parte con Morihei Ueshiba del pantheon shintoista, quindi il Tempio Aiki viene tutt'oggi considerato il luogo più sacro che si riferisce alla sua Arte.
Nel 2001, per opera del Tezo Doshu, Moriteru Ueshiba, nipote di O' Sensei, la stele è stata posta a ricordare la particolarità di quel luogo, divenuto negli anni una vera e propria "Mecca" degli Aikidoka.
Nel dettaglio, andiamo a scoprirne i particolari.

Sul lato frontale primeggiano i kanji "Aiki Jinja" [合氣神社], ossia "Tempio Aiki". E' possibile talvolta sentire anche "Aiki Shrine" in riferimento ad esso, a seconda dell'importanza che viene attribuita all'edificio religioso (i Jinja sono santuari di dimensione minore degli Shrine).

Sul lato posteriore invece si trovano più scritte:

la linea che scende sulla destra riporta i kanji "showa ju hachi nen" [昭和十八年], ossia diciottesimo anno dell'Era Showa. Questa ebbe inizio nell'anno 1926 con l'Imperatore Hirohito (e terminò poi nel 1989), quindi 18 anni di quella reggenza stanno ad indicare il 1944, secondo il nostro calendario. Nell'autunno di quell'anno furono infatti avviati i lavori di costruzione del santuario Aiki ad Iwama.

Segue andando verso sinistra la colonna dei tre kanji "Aikido", che è superfluo commentare.
Quindi la scritta più lunga ed in evidenza riporta i kanji "Kaiso Ueshiba Morihei. Okina ken ryuu" [開祖植芝盛平翁違立], che significa "Fondatore Morihei Ueshiba, con grande rispetto e reverenza".

I kanji più piccoli ulteriormente a sinistra "heisei ju san nen" [平成十三年] sono nuovamente una data.
L'Era Heisei (letteralmente "pace ovunque") è iniziata con la salita al trono dell'attuale Imperatore Akihito, nel 1989... quindi il tredicesimo anno del suo regno corrisponde al nostro 2001 (NB: non al 2002, come la matematica suggerirebbe, per via del fatto che l'inizio del nostro calendario non corrisponde con quello giapponese).

Per finire, sull'estrema sinistra compare la scritta "Doushu Ueshiba Moriteru" [道主植芝守央], che come si diceva è colui che ha curato la realizzazione dell'opera.

Le calligrafie sono state intagliate nella roccia da Seiseki Abe Sensei, un calligrafo estremamente famoso di Osaka. Costui, nato nel 1915 ed ancora vivente, iniziò ad allenanrsi nel 1952 sotto la direzione di Morihei Ueshiba, ed attualmente detiene ufficialmente il grado di 8 Dan presso l'Aikikai di Tokyo, ma pare che verbalmente ricevette da O' Sensei in persona il 10 Dan. Abe si occupò dell'insegnamento dell'Arte calligrafica Shodo al suo Maestro negli ultimi anni della vita di quest'ultimo.

Quanta storia, tradizione, profondità si può scorgere guardando attentamente nel mondo dell'Aikido, all'esame ciò che per alcuni può apparire solo un orpello come molti altri.