domenica 22 febbraio 2009

Che cos'è l'Aikido?


Siamo qui a fare ricerca a 360° sull’Aikido, ad indagare sul suo conto, a tentare di entrarne nell’ottica…

ma non ci siamo fino ad ora mai fermati a definire con precisione questa disciplina.

Cos’è l’Aikido?!

È tutt’altro che banale la domanda, e ancora meno lo è il darle una risposta univoca e definitiva!

L’Aikido “è l’Arte Marziale coniata nello scorso secolo da Morihei Ueshiba”… bla, bla, bla…
abbiamo più o meno tutti sentito esordire il discorso in questo modo…

… non asseriamo che sia falso, ma la storia dell’Arte ne comprende la sua essenza?
Ne chiarifica le origini, ne esplica gli intenti, forse ne fa scorgere gli orizzonti… ma è questo l’Aikido?
Anche altri Arti Marziali sono scaturite dal genio dei fuoriclasse che hanno fatto la storia del Budo, indipendentemente dal loro tempo e luogo (in Cina si sarebbe detto Kung Fu, Pa Qa Chan, in Medio Oriente Kalaripajit… poco importa ora).

Cosa fa dell’Aikido una disciplina a sé?

Il fatto di mirare alla crescita personale e di cercare la pace anche dentro la guerra?

No, questo è comune ad ogni disciplina che ha sostituito la parte finale del suo nome con [道] DO… (Aikijutsu, Karatejutsu, Jujutsu, Kenjutsu, Iaijutsu, Jojutsu, Kyujutsu…. Bujutsu, con AikiDO, KarateDO, JuDO, KenDO, IaiDO, JoDO, KyuDO… BuDO)

Il kanji della parola Bu sta proprio a raffigurare l’atto di “seppellire l’alabarda” [武].
Budo quindi è “la Via di seppellire le armi”…. Cioè la ricerca della Pace.
Il pacifismo è profondamente insito nell’Aikido e lo permea, ma non lo contraddistingue da tutte le forme marziali precedenti, a dire storicamente la verità…

Molte volte per definire una realtà è più semplice pensare a cosa in realtà questa NON sia…

L’Aikido è sicuramente una realtà tangibile e quindi continuiamo l’indagine su cosa essa possa o non possa essere!

Molti sono propensi a credere che la tecnica sia veramente importante in Aikido e contraddistingua questa Arte tra tutte…
Ci chiediamoci quindi: l’Aikido è la tecnica?
Può darsi che lo sia, ma studi storici hanno mostrato che anche altri stili di lotta adottano movenze del tutto analoghe ai nostri cari kotegaeshi, ikkyo e shihonage! Alcuni stili interni (cioè morbidi) del Kung Fu ne sono una chiara testimonianza, in primis le forme marziali ormai quasi del tutto scomparse di Tai Chi Chuan. Queste incredibili analogie hanno addirittura portato alcuni a chiedersi: “O’ Sensei è veramente il creatore dell’Aikido, o esso pre-esisteva a Morihei Ueshiba?”.

Per via della profonda etica pacifista che permea l’Aikido, alcuni tendono ad identificare quest’ultimo con l’etichetta incarnata sul tatami.

L’Aikido è quindi la sua etichetta?

E cosa dire del caratteristico abbigliamento di cui si vestono i praticanti e che li contraddistingue da altre importanti discipline del ramo…
L’Aikido è fatto dal suo abbigliamento?

L’Arte della Pace e dell’Armonia è poi sicuramente di origine marziale ed in questo contesto esprime un suo particolare valore: si parla di contatto fisico, di gestione dell’energia ricevuta dall’attaccante, di rispetto delle sue articolazioni mentre si controlla il suo impeto…

L’Aikido è qualcosa di fisico?
Se si, abbiamo bisogno di un fisico per poterlo vivere…
tuttavia anche agire consapevolmente per sciogliere una tensione interpersonale potrebbe essere considerato di diritto un’efficace tecnica d’Aikido…. ben prima di venire interessati da una colluttazione fisica!
…. e, in oltre, se è fisico…. cosa è essenziale che ci sia in un corpo umano per poter fare Aikido?
Abbiamo visto nel Post della settimana scorsa che anche i diversamente abili possono cogliere frutto dalla sua pratica… ma cosa è indispensabile che abbia… occhi, mani, braccia? Gambe?
Abbiamo notizia di praticanti ciechi, con un arto sintetico… nella foto vediamo addirittura una simulazione di chi prova a fare Aikido anche senza gambe!

Pur non volendo necessariamente rispondere in modo esaustivo, ci pare evidente come l’Aikido non possa essere univocamente definito da nessuno degli aspetti che fino ad ora abbiamo citato, se presi ciascuno in maniera a sé stante.

L’Aikido non è solo la tecnica, l’etichetta, l’abbigliamento, l’aspetto fisico… anche se è sicuramente contenuto profondamente in ciascuno di questi campi.

Alcuni ritengono che l’Aikido possa essere appropriatamente definito dai principi che contiene: questi sono di carattere geometricamente fisico, ma anche etico, filosofico… e forse anche spirituale

ma il problema, in questo caso, si manifesta proprio nell’impalpabilità di tali principi, che ne consente la percezione solo in virtù di una esperienza personale della loro esistenza…. e non grazie alla descrizione che altri possono fare di essi.
È l’eterno problema che presentano le forme d’Arte più autentiche: l’ineffabilità!

È il dramma di chi non può ANCORA parlare di una cosa prima di averne fatta esperienza… e di chi non può PIU’ parlarne dopo averla fatta, senza rischiare che qualcosa venga sminuito!!!
Anche "Dante Sensei" parla in modo diffuso di questo paradosso nell’ultimo Canto della Commedia…

“O somma luce che tanto ti levi da’ concetti mortali,
a la mia mente ripresta un poco di quel che parevi,”
e fa la lingua mia tanto possente, ch’una favilla sol
de la tua gloria possa lasciare a la futura gente”.

[Paradiso, Canto XXIII]

Questi principi sarebbero comunque sempre ulteriormente indagabili ed approfondibili e nemmeno il Fondatore dichiarò mai di averli posseduti in modo completo… tanto da affermare in più occasioni che una vita intera non è sufficiente per conoscere e padroneggiare l’Aikido!
Le cronache rimandano che in punto di morte, O’ Sensei avesse dichiarato: “Vado a praticare da un’altra parte”…. non “Vado ad insegnare”, ma “Vado a praticare”…. in segno della sua consapevolezza che questo cammino di crescita può essere praticamente senza fine.

Ciò che è sottile, spirituale forse potremmo dire, per definizione non si vede, ma pare essere più vasto e potente di ciò che è oggettivabile: un buon parallelo potrebbe essere dato da il nostro stesso Dojo…

… durante la pratica siamo sorretti dal tatami e lo vediamo, ma cosa sorregge il tatami?

Il terreno sorregge il tatami, è più vasto di esso, ma non lo vediamo perché sta sotto, nascosto dalle materassine stesse che ci consentono l’allenamento.

Un’ipotesi: forse anche l’Aikido è simile… si manifesta e si esprime in tecniche, etichette, filosofie che lo contraddistinguono… ma la sua essenza rimane forse celata e radicata ad un livello più sottile e profondo, con il quale ci auguriamo presto di entrare in intima relazione e di poter forse esperire proprio attraverso la pratica.

È noto in sociologia che la relazione “io + qualcun altro” genera da sé la presenza di una terza entità “vivente” (la relazione stessa) che agisce e modifica i partecipanti all’incontro, secondo la nota equazione:

“Io + qualcun altro” > “io” e “qualcun altro”

… ciò è vero nelle relazioni umane in genere, prima che sui nostri tatami.

Ma in un’azione marziale in cui le parti coinvolte CO-creano una risposta, collaborano ad un processo di risoluzione del conflitto, non si ha un aggredito che genera una risposta SU un aggressore, ma piuttosto CON l’aggressore.

Da questo si può ipotizzare che il famoso Takemusu Aiki non si altro che l’interazione creativa ed inedita che fiorisce tra gli individui coinvolti nel processo marziale che li riguarda.

L’Aikido potrebbe essere definito in modo debole come la pratica che permette questo processo di co-creazione in modo fisico, etico e rispettoso di tutte le parti coinvolte…

Oppure potrebbe essere ancor meglio definito come la capacità di “essere al posto giusto al momento giusto”…. in modo aperto e ricettivo ed “insieme a qualcun altro”.

Certo, ci allontaniamo dalle definizioni più canoniche, ma nel solo tentativo di generalizzarle maggiormente.

Dopodichè diciamoci anche che definire con precisione la nostra Arte è un obbiettivo interessante ma probabilmente non vitale per ora…. Ci piace più praticarla e cercarne gli attributi profondi “dal di dentro”, più che intellettualizzare!

Certo è che calcare un tatami...
- ingaggiandosi liberamente nella pratica
- rimanendo aperti
- abbandonando i preconcetti che possiamo esserci formati
- rilassando la nostra tipica tendenza a voler tenere le cose sotto controllo (la tecnica, la definizione, il giusto e lo sbagliato…)

potrebbe essere una sana scorciatoia al cuore stesso del significato dell’Aiki.

È li che puntiamo, con qualsiasi metodo ci aiuti a fare il nostro prossimo passo.

E ancora una volta non ci rammarichiamo di avere sollevato solo nuove domande, senza essere giunti a nessuna risposta esaustiva.

A noi ora piace definire l’Aikido come”uno specchio”, che parla nel dettaglio di chi si affaccia ad esso…. e grazie ad esso ha grande possibilità di lavorare su di sé per modificarsi, laddove ne sentisse la necessità. Vogliamo ora credere che le tecniche dell’Aikido siano lo specchio di una relazione umana, che esso sia specchio di noi stessi quando ci troviamo dinnanzi ad una crisi o ad un conflitto… così possiamo lavorarci su.

Ci piace cioè pensare all’Aikido come “mezzo”, più che fine….. e in ciò attribuiamo ancora più valore al suo geniale padre: è difficile creare un buon strumento, utile ed efficace che porti il proprio nome… estremamente più raro è coniarne uno talmente potente, pulito, trasparente ed affilato da rendere secondaria l’importanza di marchiarci a fuoco le proprie iniziali.
Se così fosse, si tratterebbe di dono gratuito alla società, senza presunzione di ricevere di rimando un riconoscimento: una cosa davvero straordinaria ed encomiabile!

Proviamo ariscrivere quindi la definizione:

- “l’Arte Marziale coniata nello scorso secolo da Morihei Ueshiba…”

con

- “è lo specchio delle possibilità di saper stare nel posto giusto al momento giusto, con se stessi e gli altri, in ogni situazione si possa creare, in conformità e rispetto dell’intero contesto che ci coinvolge e supporta, per co-creare qualcosa di ineditamente armonico; questo strumento ci è stato messo gratuitamente a disposizione nel secolo scorso dal genio, lungimiranza ed amore di Morihei Ueshiba, che dopo un meticoloso studio di sé ha scorto l’armonia che regge l’Universo e dall’appassionato ingaggio nella vita e nell’osservazione di quanto esiste ha ricevuto indietro l’eco di se stesso”.

Se l’Aikido fosse “QUESTA COSA QUI”, ancora non sarebbe un’Arte inedita: numerosi sono stati nella storia i saggi che sono arrivati a vette così elevate e che quindi hanno tenuto a rimandare al prossimo la loro esperienza…. ma sarebbe comunque la NOSTRA Arte, cioè lo strumento scelto da noi per fare QUESTA COSA QUI, e questo gli conferirebbe un valore che va al di là di ogni definizione.

“chi non ha legato se stesso al vero nulla, non potrà mai comprendere la Via dell’Aikido”
[Morihei Ueshiba]

lunedì 16 febbraio 2009

Come essere un buon studente

"una buona cintura nera è prima una buona cintura bianca"
[Kensho Furuya]

il seguente articolo è stato tradotto da "Aikido Word Blog".... un ottimo sito per trovare spunti inediti di riflessione sulla nostra poliedrica Arte.


Per essere un buon studente...

1) rimboccatevi le maniche per l'allenamento: so che questo può suonare sciocco, ma è proprio rilevante.

Se decideste di rimanere a casa e guardare la TV... solo (vi consiglio) "non sentitevi così", non starete ottenendo alcun beneficio. Soprattutto, recatevi al Dojo in modo fisico ed in maniera regolare. Quando i vostri amici e familiari si abituano al fatto che in determinati orari della settimana vi state allenando, ciò diventerà quanto di più facile ci sia da comprendere rispetto alla vostra assenza per le poche serate passate al Dojo!

Solo recatevici regolarmente (meno due volte alla settimana... e tutto ciò che starete facendo sarà solo mantenere il vostro livello, anziché migliorarlo!) Questo è il primo punto;

2) Il punto seguente è di essere là realmente con la mente del principiante e di essere mentalmente pronto ad intraprendere l'allenamento.
Questa energia che produrrete motiverà chiunque entri in contatto con voi e renderà le sessioni di allenamento un'occasione di reale beneficio per tutti;

3) rimboccatevi le maniche con il vostro corpo. Sentite tutto con ogni centimetro del vostro corpo. Lasciate che il vostro corpo riceva l'addestramento, gli insegnamenti e che li interiorizzi. Lasciate perdere il desiderio di intellettualizzare ogni piccola cosa dell'allenamento e semplicemente (abituatevi a) sentite, avvertite.

A volte, soprattutto se cosa vi stanno mostrando è completamente nuovo per voi, può essere meglio provare a ricordare un punto chiave importante ed quindi solamente "andate con il flusso", godendo dell'esperienza della pratica senza preoccuparsi troppo di ciò che ricorderete: sarete sorpresi di quanto dell'insegnamento radicherà in voi;

4) Esercitatevi in ciò che l'insegnante ha indicato, tentate di padroneggiare innanzi tutto quello. L'intenzionalità del gruppo è molto importante. L'istruttore conduce le lezioni in una direzione specifica ed in modo che tutti possano imparare dalla pratica. Provate realmente ad osservare e sentire cosa sta accadendo ed esercitatevi sui principi che l'istruttore sta
presentando. In primo luogo acquisite padronanza dei concetti di base, o delle tecniche fisiche... ed allora passate verso i livelli più avanzati di pratica;

5) Arrivate con una buona energia. Persino prima di camminare nel Dojo dovreste lasciare espressamente tutto fuori da quel luogo.

Tutto: carriera, problemi della famiglia, reclami con il mondo e qualsiasi genere di fattore controproducente. Il Dojo dovrebbe sempre essere un luogo di energia luminosa e tutto ciò comincia con voi stessi. La vostra buona energia motiverà gli altri membri del vostro Dojo ad
esercitarsi con la stessa buona energia e quella buona energia sarà (quindi) moltiplicata esponenzialmente.

Il mio vecchio insegnante usava sempre dire: "Lasciate la vostra vita dietro a voi quando salite sul tatami". Se talvolta non gradite l'energia del Dojo, solo emanate cose buone e continuate ad allenarvi intensamente!

Ecco il link alla versione originale, postata da AIKIDOforBEGINNERS, il primo agosto 2006

domenica 15 febbraio 2009

Aikime banzai!

Banzai! Un augurio che letteralmente significa "diecimila anni (di vita)!"...
Pochi secondi per festeggiare insieme i nostri primi 10.000 ingressi al Sito... con un attivo di quasi 20.000 pagine visitate dai nostri appassionati lettori.

Grazie di cuore da tutta la Redazione per questo primo piccolo grande trionfo!

Si moltiplicano anche benauguratamente i link verso questo Sito... le sue positive recensioni da parte di terzi... i membri del nostro Gruppo su Facebook (oltre 50 Aikidoka in meno di due mesi di attività)!

Bene: un incentivo in più per migliorarci e continuare a dare il massimo!

...presto on-line il nuovo post settimanale: "come essere un buon studente", ancora grazie a tutti!

lunedì 9 febbraio 2009

Aiki-messaggi innovativi: 1 – l’Aikido e la disabilità


Come promesso la scora settimana, ci ritroviamo puntuali con un nuovo Post… questa volta però orientato alla ricerca di tutti quei messaggi positivi, spesso anche innovativi in modo ardito, che la nostra Arte sta mostrando capace di cogliere, fare propri e rimandare alla società.

Si tratta di una sorta di rovescio della medaglia rispetto a quando troviamo necessario esplicitare alcuni pericoli che potrebbero essere contattati dentro e fuori dai tatami… intendendo bene che, anche questi, paiono forse per ora maggiormente da attribuirsi agli uomini che interpretano l’Aikido, più che dell’Aikido stesso.

Ci piace quindi pensare che per la stessa ragione alcuni talentuosi possano sperimentarsi nel dare nuovo e maggiore lustro alla disciplina che amiamo, grazie alla loro capacità di impegno e lungimiranza.

È il caso di oggi, nel quale vi parliamo di alcuni interessanti orizzonti che parrebbero aprirsi nell’utilizzo dell’Aikido in modo semplice, utile, intelligente e proficuo.

Vi parliamo cioè dell’esperimento intrapreso negli ultimi mesi dello scorso anno da tre giovani Aikidoka, tuttavia due dei quali già in possesso di un’esperienza di insegnamento tutt’altro che banale e di un relativo grado di maturità nell’Arte che ne garantisca al contempo competenza, esperienza e serietà, pur messe al servizio di idee fresche, giovanili ed innovative.

I Maestri Luca Gri e Sandro Lucagnano e la loro allieva ed amica Maddalena Neglia, appartenenti al Dojo ASD Judo Aikido Vittorio Veneto, infatti, dallo scorso 5 novembre hanno iniziato la collaborazione con una Struttura Residenziale per l'assistenza alla disabilità fisica e mentale chiamata “Piccolo Rifugio, nei pressi del loro centro urbano.
Il progetto consiste nel praticare Aikido con sei Utenti, per ora tutte ragazze, per una volta alla settimana fino al prossimo giugno… con una reciproca soddisfazione ed un profitto che tuttavia non si sarebbe nemmeno potuto ipotizzare prima del suo avvio!

Le problematiche delle ragazze Ospiti del Piccolo Rifugio sono varie: una di esse manifesta la Sindrome di Down, altre sono colpite da distrofie ed altre forme di ritardo mentale di tipo medio-grave, oltre ad essere interessate da tratti autistici (con problemi di vista, udito, linguaggio) e riconducibili a sindrome da iperattività.

Sono insomma il tipo di persone che la “brillante” società odierna non considera interessanti, utili o attraenti… e che spesso (ma sicuramente non in questo caso) si tende più che altro a “confinare” nelle Strutture Residenziali… limitandosi ad agire per esse con atti di pura baldanza, più che di vera assistenza sociale e valorizzazione all’individuo.

Quella che segue è una parziale sintesi della loro attuale e pregiatissima esperienza.

Superate le non poche difficoltà burocratiche che normalmente si incontrano nell’intraprendere simili iniziative, anche grazie all’esperienza datata del loro Dojo che ha messo a disposizione i tatami, che si è impegnato a prendere contatti con il Comune per il patrocinio, le assicurazioni.. alla Struttura che ha messo a disposizione i suoi locali…

i tre praticanti sopra citati, o forse per meglio dire, i tre autentici Maestri di Aikido in senso ideologico e profondo oltre che pratico… come si diceva, ogni mercoledì incontrano queste sei ragazze per un’ora e con esse condivide la gioia della pratica dell’insegnamento e dell’apprendimento…

Già, perché quello che può non essere così immediato cogliere, è che risulta veramente difficile insegnare Aikido (così come qualsiasi altra cosa!) a chi è sensibilmente differente da noi.
È necessaria una giusta dose di umiltà e coraggio per uniformarsi ad una capacità di comprensione mentale differente, possibilità di memorizzazione inferiore, capacità di concentrazione scarsa, se non talvolta quasi nulla… unitamente ad alcune problematiche fisiche che limitano oggettivamente la reale possibilità di muoversi durante gli incontri. Può essere simile a voler danzare un ballo di gruppo di cui si ignorano i ritmi e nel quale gli altri membri pare danzino su un'altra musica.

La pratica dell’Aikido con i disabili, in qualche modo, costringe a ridisegnare la disciplina stessa a loro misura, per aprire un canale comunicativo e relazionale che altrimenti rischierebbe di rimanere inutilizzato.
Questo pare che però non stia proprio avvenendo in questo caso, anzi: sia le Ospiti, la loro Equipe Educativa, i loro familiari, che i tre promotori dell’iniziativa stanno probabilmente cogliendo di essere solo all’inizio di una progettualità reciproca fruttuosa e profonda.

Come hanno infatti reagito le sei ragazze al tatami?
In modo più che soddisfacente sembrerebbe!

I Maestri Gri e Lucagnano infatti rimandano che nonostante alcuni problematiche di coordinazione corporea, di dolori alla schiena e forse paure che frenano la familiarizzazione delle neo-Aikidoka con le cadute ed il tatami in genere, le stesse hanno mostrato una capacità di memorizzazione corporea ben più sviluppata dei loro colleghi normodotati che, a parità di esperienza, potrebbero essersi iscritti ad un Dojo tradizionale.

La percezione del loro stesso corpo pare stia migliorando in modo sensibilmente visibile dopo solo quattro mesi di pratica (che per loro significano poi circa 16 ore soltanto!)
Le spiegazioni si sono fatte più brevi, per non dover puntare eccessivamente sulla concentrazione e molto è affidato alla memoria muscolare stessa (ma quale problema c’è in questo! Anche la tradizione vuole che i Maestri spieghino poco e gli allievi pratichino molto… è solo dalle nostre parti che si tendono a fare conferenze sul tatami!).

Per questioni di privacy non è corretto citare ulteriormente dinamiche che riguardino direttamente le sei Ospiti, ma questo non ci impedisce di fare alcune prime considerazioni rispetto a questo primo step del progetto…. considerazioni che spesso non è semplice reperire, data la diffusa mancanza di consapevolezze sulla diversa abilità che mostrano i portatori di handicap in genere.

Si sappia che il termine handicap deriva dal linguaggio ippico, e veniva utilizzato per riferirsi al cavallo più veloce di tutti, quello che probabilmente sarebbe riuscito a vincere ogni corsa, sbaragliando sempre i suoi concorrenti.
Ad esso veniva appositamente interposto un ostacolo sul suo tragitto (l’handicap, appunto) per far si che ci potesse essere ancora gara con gli altri…
Questo faccia capire come sia spesso facile etichettare come disabile chi possiede semplicemente una marcia in più degli altri, probabilmente proprio perché ne si temono inconsciamente le potenzialità.

In qualsiasi caso tuttavia, come si diceva il relazionarsi con il diverso costringe gli interlocutori a trovare una mediazione rispettosa di entrambe i mondi coinvolti (non sa di Aikido questo?) per poter collaborare con profitto.
Il cosiddetto normodotato deve forse “farsi un po’ disabile”, così come a questi è richiesto di assumere un’ottica, una mentalità ed anche una postura che non gli appartiene completamente di natura.
Ma cosa succede quando questa alchimia, come in questo caso, pare avvenire in modo spontaneo e naturale?

Si può forse percepire che questa ipotizzata disabilità realmente non esista, oppure appartenga contemporaneamente a tutti…. ma che comunque la diversità NON impedisce lo scambio adulto e qualitativo di movimenti, valori, pensieri ed emozioni.

Ci si abbraccia poi forse, perché ci si riscopre fratelli che erano stati disgiunti solo da un pregiudizio… guarda caso però radicato nella società ad opera dei normodotati (perché sono la maggioranza?) e non dei disabili stessi!

Se questa alchimia avviene, l’Aikido ha compiuto la sua missione: è riuscito ad unire, a conciliare con rispetto posizioni distinte e apparentemente antinomiche.

Già, perché non si deve pensare che praticare Aikido con i portatori di handicap si collochi solo in un nuovo ambito di badanza… per far fare qualcosa a queste persone, insomma. Non è così.

Dai rimandi è chiaro come essi apprendano, e lo facciano con passione, impegno e velocità…. ma anche i promotori stessi vengono arricchiti da qualcosa di sano autentico e profondo: lo scambio è alla pari.

Che un portatore di handicap dia il massimo è comprensibilissimo in questa ed altre situazioni: le sei ospiti del Piccolo Rifugio non solo hanno trovato tre persone esperte e competenti nella tecnica dell’Aikido, hanno trovato innanzitutto un team (i familiari, gli Operatori/Educatori del loro Centro, gli Aikidoka) che ha voluto credere in loro e che sta investendo settimanalmente tempo ed energie in loro favore.

Chiunque di noi, se fosse stato etichettato dalla nascita come “diverso”, “DISabile”, “INadatto”, fosse stato svalutato ed accantonato per le capacità che NON possiede, a volte persino occultato alla vista altrui e mantenuto con un distaccato ed igienico progetto di badanza (leggi: “ti faccio mangiare, dormire e ti tengo pulito, basta che non disturbi”)… se incontrasse qualcun altro disposto a scommettere le proprie energie su cotanta “inutilità”… non donerebbe cuore, mente e corpo a questo benefattore dell’anima?

Noi lo faremmo.

Forse i disabili non sono più in gamba di noi a darsi da fare, sono solo persone NORMALMENTE capaci di darsi da fare, solo alle quali nessuno tende a chiederlo con frequenza per errata valutazione delle loro reali capacità.
Che possa essere l’Aikido a far emergere queste potenzialità che la società aveva scioccamente occultato, come non può essere un immenso e moderno Goal di quest’Arte?

L’Aikido non preveda la beneficenza tra i suoi ranghi, ma l’amore e lo scambio paritario… cosa che al Piccolo Rifugio ora avviene settimanalmente, forse in futuro anche di più, non appena tre Ospiti del Reparto Maschile avranno modo di unirsi alle loro sei compagne, ormai divenute nel frattempo meritoriamente senpai!

Le cronache narrano che quando Morihiro Saito Sensei incontrò il Fondatore e richiese di essere accettato come suo allievo, questi disse: "Ti insegnerò come servire la società e la gente con quest'Arte Marziale".
Pare proprio quindi che l’Aikido possa a diritto essere utilizzato nella società di ieri e di oggi come disciplina di servizio…

... servizio alla riscoperta delle bellezze ed autenticità nascoste e valorizzabili, delle potenzialità inespresse in ciascuno, dei valori profondi e umanamente condivisibili con il prossimo.

L’Aikido può fare questo, nel Veneto lo sta già facendo e ci auguriamo lo possa fare sempre più in futuro in numerosi altri luoghi, ed anche grazie all’interazione con i preziosi portatori di diverse abilità, grazie a come essi stanno mostrando di saper essere allievi modello e (per chi è in grado di scorgerlo) talentuosi Maestri dell’Arte dello scambio pacifico e rispettoso.

Ci sentiamo di esplicitare il nostro augurio a Luca, Sandro, Maddalena e le loro sei neo-Aikidoka per la lodevole iniziativa che stanno insieme svolgendo, che getta ulteriore utilità, lustro e senso ad un’Arte che così facendo non rischia certamente di invecchiare, nonché per la loro evidente lungimiranza nell’incarnare nel qui ed ora… in modo attento e profondo… il messaggio di fratellanza, amore e rispetto che O’ Sensei stesso pareva tenere tanto a tramandarci.

lunedì 2 febbraio 2009

Aiki-messaggi pericolosi: 2 – non torneranno i bei tempi


Eccoci periodicamente di ritorno sul nostro proposito di offrire ai lettori spunti di riflessione in merito a quel insieme di “messaggi pericolosi”, che a nostro dire, è possibile sentire veicolati sui nostri tatami, in modo più o meno conscio da Maestri, allievi, compagni di pratica.

Quest’oggi un particolare spazio viene offerto ad una diffusa “linea di pensiero Aikidoistica”, ossia a quella convinzione di fondo che non sarebbe più possibile eguagliare le altezza raggiunte in passato dall’Arte ad opera dei grandi Maestri che ci hanno preceduto (H. Kobayashi, M. Saito, K. Ueshiba, K. Tohei… ancora vivo quest’ultimo, ma fuori dalla scena diretta dell’insegnamento), men che meno dal Fondatore stesso.

Soprattutto negli ambiti più tradizionali, appare infatti subito chiaro quanto lavoro sia stato compiuto nello scorso secolo da questi incredibili personaggi, al contempo sportivi instancabili, grandi tecnici, talvolta anche filosofi di alto livello.

Abbiamo confessato noi stessi nel Post “Keiko: quanto è bene allenarsi?” che sarebbe veramente ostico per l’uomo d’oggi vivere un’esperienza sul tatami anche solo lontanamente paragonabile a quella conquistata da O’ Sensei… e da molti altri grandi nomi che ne hanno seguito le orme.

La società è cambiata (anche in Giappone!) e offrire ogni energia personale per lo studio e la divulgazione di un’Arte Marziale è una missione che può coinvolgere sempre meno individui… per tante ragioni.

Un tempo l’apprendimento di tecniche di difesa poteva efficacemente fare la differenza fra la vita e la morte, ma da quando le discipline marziali hanno sviluppato una maggiore propensione a divenire strumenti di studio interpersonale per i praticanti, si è subito fatto strada un “contesto esterno” ad esse nel quale andare a confrontare le esperienze, far vivere i loro principi, sperimentarne le dinamiche (più sottili di pugni e calci…).
Questo implica però di non poter stare tutto il giorno chiusi in un Dojo a studiare, senza sentirsi addirittura svuotati del significato stesso di quello studio (leggi: “il confronto con la vita sociale di tutti i giorni”).
Forse questo è più che altro un dato di fatto, ma non è immediato il passo tristemente diffuso di credere di non poter più fare la differenza con l’Aikido rispetto al passato.

Proviamo ad esaminarne infatti le possibili ragioni.

Chi studiava un elevato numero di ore al giorno su un tatami nipponico del secolo scorso, sicuramente prima di noi riusciva a divenire padrone di alcune dinamiche del corpo e della mente, di alcune tecniche, numerose tecniche rispetto a quelle che riusciamo ad apprendere noi oggi… il suo livello di maestria era destinato a consolidarsi sempre più…. preparando le fondamenta del “mostro sacro dell’Aikido” che si avviava a divenire.

La tradizione più pura, in aggiunta, ha sempre rimandato la rigida necessità del tramandare stile, tecnica, didattica e filosofia in modo diretto ed esperienziale, ossia dal Maestro all’allievo fino al punto in cui questi non diveniva capace di analoga maestria.

I siti internet “fotocopia” di ogni nazione pululano di genealogie e lineage del tipo O’ Sensei, ebbe come allievo (per es.) Saito Sensei, che istruì il famoso coordinatore nazionale che lo rappresenta, che si curò di insegnare al Maestro del Dojo dietro l’angolo di casa mia”.

Questo, lo ripetiamo, avviene per ogni nazione e per ogni grande allievo che generò un suo più o meno ampio seguito mondiale. Ha quasi l’aria di una investitura cavalleresca fra i personaggi coinvolti nella sequela, se non talvolta, di una sorta di “discendenza divina”, che vorrebbe dimostrare la validità e l’accreditamento del mandato attuale del Maestro X o del Maestro Y.

Talvolta però ci si scorda di consultare veramente a fondo la storia delle citatissime tradizioni secolari, con il rischio di non esaminare i fatti per quelli che realmente furono, al di là dei romanticismi nipponici.

Nel secolo scorso, Morihei Ueshiba Sensei coniò una tipologia di disciplina marziale realmente inedita al suo tempo e nella sua società: introdusse in essa l’efficacia del Bujutsu classico con l’innovativo sistema filosofico non violento che caratterizza la nostra amata Arte. Un connubio veramente azzeccato, anche per via della sua capacità di mantenersi in equilibrio fra questi due aspetti apparentemente antinomici.
Accettare realmente l’attaccante per come egli è, renderlo efficacemente inoffensivo, ma badando nel contempo di rispettarlo profondamente e quindi… di non lederlo e addirittura proteggerlo se servisse… è un pensiero di una potenza veramente vastissima, a nostro dire (e non solo nostro!).

Egli tuttavia, nel compiere questo mirabile progetto, fece realmente l’unica cosa che non ci si aspetterebbe da lui: non fu tradizionalista!

I giapponesi sono rinomati nel mondo per la loro grande capacità di copiare ed affinare le tecnologie e le arti che posseggono e quelle che contattano. Un giapponese classico pensa a come fare ancora meglio quello che sa già fare. Non è solitamente interessato e impegnato in creazioni ed invenzioni ex-novo.

O’ Sensei, invece, dopo avere appreso la tecnica micidiale del grande Maestro Sokaku Takeda, iniziò a percepire che qualcosa di questo insegnamento stonava con il suo sentire più profondo, andava, in qualche modo, contro di lui… e prese la storica decisione di cambiare strada.
Si accostò a pratiche spirituali e quindi coniò un sistema innovativo in cui venissero integrate le sue conoscenze precedenti, ma che fosse al contempo coerente con le correnti filosofici pacifiste e costruttiviste che aveva abbracciato.

In psicologia questa fase si chiama tecnicamente “la crisi dell’adolescenza”, ossia il passaggio dall’essere figli ad essere adulti: è un passaggio fondamentale della maturità di ciascuno, nel quale diventa possibile mettere in discussione “la norma” data dai propri genitori, il proprio Maestro, la propria società, per costituire il proprio sistema di valori, per abbracciare un’identità che si sente più propria, anche se essa dovesse scostarsi dai canoni sui quali altri proiettano le proprie aspettative.

Egli però storicamente lo fece e, come tutti quelli che affrontano questo delicato passaggio, ovviamente lo fece senza avere alcuna possibilità di comprendere la bontà del proprio gesto. Assumendosi alcune inedite responsabilità, si rischia infatti di fare la differenza (come poi Morihei Ueshiba seppe ampliamente dimostrare), ma anche di cadere in errori inaspettati.
Tutto quello che si ricerca in questo processo è “tentare di assomigliarsi di più”, di essere più autentici… costi quello che costi.

O’ Sensei, in modo molto distante dalla cultura del suo tempo, lo fece al di là della “tradizione di portare avanti la tradizione” del proprio Maestro (le famose discendenze divine di cui sopra), al di là del giudizio severo di coloro che rimasero molto più legati ai modi di pensare della società nipponica del 1900.
Fece il giapponese atipico, insomma… fu realmente un esempio del giapponese meno giapponese che si potesse incontrare per la sua capacità preziosa di innovare.

Perché questo excursus?

Perché di recente abbiamo riflettuto su i contenuti di un seminario al quale eravamo presenti, in merito ad una più che ripetuta insistenza dell'Insegnante che sottolineava l'ineguagliabilità dei grandi Maestri di Aikido che ci hanno preceduto... O' Sensei in testa. Il nostro spunto nasce da una frase, che più di altre ci ha colpito: "Non inventatevi niente, perché tutto quello che c'era da inventare è già stato inventato".

Specie nei contesti in cui viene attribuita grande valenza all'aspetto tecnico della nostra Arte, pare più che doverosa una grande attenzione a ciò che si fa sul tatami, a riguardo degli angoli, alla distribuzione dei pesi, al mantenimento di una forma chiara e facilmente trasmissibile...

Le parole dette da quel Maestro ci sono suonate "familiari", poiché ricordavamo di averne già sentite pronunciare di simili da un importante scrittore e filosofo del 1800, incontrato sui banchi di scuola e sui libri di filosofia. Costui era un tal Friedrich Nietzsche... famoso per il suo culto dell'insuperabilità dell'arte teatrale greca, alla luce della quale, secondo lui sarebbe stato già possibile spiegare tutto quanto esisteva in materia... ed impossibile inventare ulteriori cose che migliorassero una tale magnificenza...

Non ci è sembrato tanto diverso il discorso...

Né ora, né qui ci sentiamo di discordare con la saggezza contenuta nell'umiltà di studiare giorno per giorno cercando di pretendere sempre più da se stessi...
ma ancora il valore "assoluto" di quelle parole ci ha spaventato, a causa delle seguenti riflessioni...
Certo che il Grande Maestro “Tal Dei Tali” poteva esibire 20 variazioni di una tecnica, mentre noi ne conosciamo magari solo un paio… certo che si rischia di mandare perduto un immenso bagaglio tecnico che con gli anni ed il sudore i grandi del passato hanno radunato.

Ma noi dobbiamo esclusivamente competere tecnicamente con i tempi che furono?


Perché migliorare ogni giorno se stessi dovrebbe essere sinonimo di non piacersi mai del tutto! Chi lo ha detto?!

I testi più autorevoli di psicologia affermano esattamente il contrario: non si può fare nessun cambiamento/progresso autentico se non ci si accetta profondamente per ciò che si è, istante per istante.

Masakatsu agatsu significa "vinci su te stesso", ogni giorno, non "quello che farai non sarà mai sufficiente ad arrivare dove giunsero i Grandi"...

Altrimenti praticare Aikido sarebbe una continua svalutazione, anziché un'inesauribile risorsa!

Non tutti gli Aikidoka, certo, sono destinati a giungere alle vette a cui arrivò O' Sensei, ma questo ne rende forse insignificanti gli sforzi?
E' più importante diventare fedeli copie di un grande del passato o autentici esemplari della propria individualità?

Sappiamo che rari saranno coloro capaci di brillare per genialità tanto quanto fece il Fondatore… ma se si volesse essere veramente tradizionali, non sarebbe anche doveroso il tentativo di compiere un analogo passo verso la propria maturità nell’Arte, oltre che tentare di apprendere la sua tecnica?

Se non potessimo rendere interessante la nostra attività nel contesto attuale in cui viviamo (leggi: “non possiamo innovare”) e fossimo coscienti che ogni sforzo compiuto non sarebbe nemmeno sufficiente a porci “all’altezza” di chi ci ha preceduto… perché praticare ancora?

Avremmo già perso in partenza la possibilità di fare qualsiasi differenza con il nostro operato!

Preservare la tradizione riteniamo sia veramente importante, poiché essa è un contenitore colmo di principi importantissimi da vivere… ma farsi travolgere da questa “missione” come fosse un dictat assoluto è qualcosa a cui pare abbia rinunciato Ueshiba stesso.

Diciamo piuttosto che ci pare coerente sentirci autorizzati ad essere tanto tradizionali, quanto anticonvenzionali come egli stesso seppe essere, assumendoci cioè le nostre nuove responsabilità in merito a dove faremo dirigere l’Aikido nei prossimi anni, grazie al nostro impegno.

La mitizzazione di O’ Sensei e dei grandi suoi allievi del passato ci pare educativamente pericolosa, perché ci tiene legati ab-libitum alla condizione di Aikidoka “figli”… e ci viene in mente che questo potrebbe essere di grande utilità anche ai “Maestri” che ci fanno volentieri da genitori, per mantenere intatta la nostra sudditanza e dipendenza nei loro confronti, oltre ad essere una posizione che svaluta a priori le proprie risorse.

I Maestri veri non dovrebbero temere di essere abbandonati dai propri allievi, come successe a Takeda Sensei, se questo volesse dire far sbocciare un “nuovo” Fondatore (leggi:”innovatore”).

Qualcuno potrebbe ribattere che i grandi geni paiono scarseggiare sui tatami attuali, ma questa argomentazione non spiegherebbe tuttavia come mai, anche dove la tradizione tecnica e filosofica viene mantenuto con assoluta rigidità, i praticanti spesso mostrano di brillare molto meno dei loro Insegnanti (leggi: “non sono nemmeno capaci di copiare bene”)!

Forse si rischia semplicemente di diventare cattivi Aikidoka sia se mantenuti in cattività, sia se si prova ad essere free landers… ma il senso della nostra riflessione è proprio quello di evidenziare l’ottica relativa di ogni dogma che pare possa esprimersi sull’Aikido.

Ciò non tanto per amore della relatività in sé, quanto nella speranza di poter identificare meglio in futuro ciò che in Aikido possa essere considerato più essenziale, fermo e profondo… a costo di fare qualche esperimento in più. Probabilmente O' Sensei non sarebbe stato entusiasta di creare un'Arte destinata esclusivamente all'inesorabile appiattimento o declino dopo la scomparsa sua e dei grandi che lo seguirono: doveva forse avere in mente qualche cosa d'altro quando affermava che l'Aikido era per l'umanità...

Il discorso non è semplice: cosa tenere del passato, cosa poter permetterci di tralasciare, cosa innovare?

Diteci la vostra, ma nel frattempo una nostra ricerca mirata sta già portando alcuni interessanti risultati su forme nuove, inedite e a nostro dire intelligenti di adattare al meglio l’Arte ai nostri tempi… con risultati di pubblica utilità indiscussi, perfettamente in linea con la filosofia del Fondatore ed i cui affascinanti orizzonti paiono essersi appena dischiusi.

La prossima settimana sarà on-line il Post che ne parla.