lunedì 24 novembre 2008

白田林二郎 Rinjiro Shirata: l'osservatore dei cambiamenti


“Chi può resistere alla forza della non resistenza?” [Rinjiro Shirata]


Shirata Rinjiro nacque il 29 marzo del 1912 ad Oyamura, nella prefettura settentrionale di Yamagata, da una famiglia prestigiosa, composta per generazioni da samurai ed alti funzionari governativi dello shogunato.

Solo dal 1871, dopo l’abolizione del sistema feudale, i suoi parenti si dedicarono all’agricoltura. I genitori di Rinjiro erano devoti seguaci della setta Omoto Kyo, ed suo padre conobbe proprio in quel contesto Morihei Ueshiba. Dato il forte interesse di entrambe i genitori verso la tradizione del bushido (la madre era stata una praticante di Aiki-Budo), venne deciso che Rinjiro continuasse i suoi studi marziali sotto la direzione del Maestro Ueshiba, dopo aver praticato Kendo, Judo sin dall’età di 12 anni.

Il primo incontro tra i due avvenne quando Rinjiro, appena diciannovenne, si diplomò e fu quindi condotto dal padre a Tokyo, presso il neo-inaugurato Kodokan. Correva l’anno 1931.

Riportiamo le parole di Shirata Sensei in cui egli descrive le prime impressioni avute in presenza del Fondatore:
”Benché fosse decisamente basso, un'energia formidabile si sprigionava dal suo torace a barilotto e dai suoi spessi muscoli addominali. Sorrideva e rideva in continuazione, ma il suo sguardo restava fiero e penetrante. Erano presenti due allieve più o meno della mia età ed il Fondatore mi disse di cercare di atterrarne una. Malgrado la mia stazza e la mia conoscenza del Judo, non ci fu niente da fare. Quella, continuava a sbattermi sulla stuoia con una tecnica, per me dolorosa, che appresi più tardi chiamarsi shi ho nage. Dopo quest'esperienza umiliante, chiesi al Fondatore di diventare suo allievo".

Rinjiro, fin dalla giovinezza, ha mostrato un fisico particolarmente prestante e molto dotato in ambito sportivo e marziale, ma, nonostante ciò ricorda come la sua ammissione alle lezioni in qualità di uchideshi non fu né semplice, né immediata:

“Era molto difficile riuscire ad essere ammessi in quel periodo. Ci volevano due garanti di fiducia e chiunque non possedesse i requisiti necessari veniva immediatamente respinto. Non esisteva un corso sistematico d'insegnamento. Quando gli si chiedeva la tariffa per le lezioni il Fondatore soleva tuonare: `Non insegno per denaro!'. Così, una volta accettati, si metteva sull'altare del Dojo un'offerta in denaro, e successivamente ogni studente e la sua famiglia contribuivano secondo le loro possibilità. Nel mio caso, mio padre forniva al maestro riso é fibre tessili. Anche dopo l'ammissione non mi fu permesso di unirmi agli allenamenti… e per alcuni mesi potevo solo stare ad osservare ed occuparmi della pulizia e di altri piccoli lavoretti di questo tipo".



Shirata Sensei ha confermato più volte nelle interviste quanto gli allenamenti a quel tempo fossero durissimi. Ai tre turni giornalieri si aggiungevano molti allenamenti esterni e lezioni speciali, ponendo sempre particolare enfasi all’aspetto marziale dell’Arte, piuttosto che a quello armonico e relazionale tra i praticanti. Questo rendeva l’allenamento fisico ancora più provante: infatti, non si parlava ancora in quegli anni di Aikido, ma piuttosto di Daito Ryu Aiki Jutsu, Aiki Budo, Kobukan Judo, Ueshiba Ryu Jujutsu, tanto da aver fatto prendere al Kobukan, il meritato nomignolo di “Dojo dell'Inferno”.

Rinjiro divenne presto noto come la "Meraviglia del Kobukan", specialmente dopo il suo soggiorno di un anno nella prefettura di Okayama, dove venne inviato nel 1934 per insediare una filiale della "Società di diffusione del Budo". Nella capitale la presenza del Fondatore scoraggiava tutti gli sfidanti, tranne qualche temerario sconsiderato, ma in provincia erano molti a sentirsi tentati di saggiare l'abilità dei suoi giovani allievi.
Praticanti di Judo, Kendo, lottatori di Sumo, pugili, e semplici attaccabrighe si presentarono per sfidare il nuovo istruttore. Shirata Sensei accettò sembra ogni tipo di lotta; a quanto pare ci furono parecchie braccia rotte e nessuno poté vantarsi di aver battuto il "non guerriero", come egli si definiva, forte degli allora principi dell’Aiki Budo.

Nel 1937 Shirata Sensei venne chiamato alle armi e successivamente prestò servizio come ufficiale in Manciuria ed in Birmania.
Per un breve periodo fu anche prigioniero di guerra, prima di essere rimpatriato nel 1946.
In un’intervista egli in merito a questo periodo riporta:

"Durante la guerra ci venne detto che Bushido significa imparare a morire. Mi resi conto invece che non è questo il vero Budo; il vero Budo è imparare a vivere, vivere in pace e in armonia con gli altri".

Dopo un'interruzione di nove anni, Shirata Sensei riprese a studiare con il Fondatore sia a Tokyo che ad Iwama.
Nel 1949 divenne agente assicurativo, si sposò e rientrò al distretto natio per crescere tre figli ed insegnare Aikido. In parte ritiratosi dagli affari, Shirata Sensei fu direttore dell'All Japan Aikido Association, Presidente della Commissione della Rivista Internazionale di Aikido e Capo Istruttore del Giappone settentrionale.



Come molti altri praticanti, con il trascorrere del tempo le tecniche di Shirata Sensei si basarono sempre più sul potere del Ki e su quello della respirazione, affinandosi e divenendo sempre più efficaci ed economiche sotto il punto di vista dell’impegno fisico.

Nel 1972 ricevette il 9º Dan Aikikai.

Nel 1984 supervisionò il testo inglese “Aikido: The Way of Harmony” di John Stevens, tradotto e pubblicato poi successivamente in tutto il mondo.

Questo grande Maestro si spense il 29 maggio del 1993 e ricevette postumo a titolo onorifico il 10º Dan Aikikai.

Poiché Shirata Sensei si interessò all’Aikido fin dalla sua fondazione, è stato osservatore diretto e partecipe dei molti cambiamenti avvenuti nel corso degli anni, fatto che attualmente risulta molto interessante per chi si sta interessando ai nostri giorni a questa poliedrica Arte.

Conoscere anche qualche nozione su questo importante personaggio storico, ci auguriamo possa agevolare il nostro stesso processo di ricerca ed approfondimento.

domenica 16 novembre 2008

Aiki-messaggi pericolosi: 1 – siamo i migliori di tutti


Il nostro mandato non consiste certo nel convincere qualcuno in merito ad una tesi, ma certamente offrire spunti su cui riflettere si…

Perciò, con questa serie di Post, iniziamo a proporre alcune tipologie di “messaggi pericolosi”, a nostro dire, che è possibile che vengano veicolati sui nostri tatami, proprio al fine di agevolare una riflessione ed un confronto sugli stessi.

Va premesso che non crediamo però che tali piccole “patologie” o “pecche”, come le si vuole chiamare, appartengano in realtà all’Aikido stesso di per sé, quanto piuttosto agli uomini che ad esso si accostano con i loro difetti oltre che con i pregi… con i loro lati in ombra, mancanze e parziali consapevolezze.

Non è nemmeno in ordine di priorità o importanza che affrontiamo quelle che, sempre secondo noi, possono rivelarsi delle vere e proprie “trappole” per i praticanti seri ed appassionati: semplicemente ci tuffiamo in esse, per conoscerle, prenderne coscienza… così da poterle quantomeno evitare o da diventare capaci a trasformarle alchemicamente in qualcosa di migliore, dove possibile.

Un ultimo rimando in merito alle responsabilità di tali zone d’ombra dell’Arte: così come le floridità e potenzialità delle quali essa gode sono da riconoscere alle grandi guide che da O’ Sensei in poi hanno agevolato l’opera di diffusione dell’Aikido, anche le attuali piccole patologie di questa disciplina potrebbero dipendere dalle stesse fonti… Maestri di rango elevato, essi stessi uomini, hanno compiuto unitamente importanti traguardi e notevoli errori nei loro percorsi: questo parrebbe naturalmente che sia avvenuto, poiché nella normalità delle dinamiche umane in genere.

Ad essi si indirizzano quindi anche, a nostro dire, le responsabilità maggiori rispetto ai bug che è possibile incontrare su un tatami. Questo non per puntare facilmente il dito su qualcuno, ma per stimolare questa classe dirigenziale ad un continuo sforzo al miglioramento, ed al contempo in sostegno ai Maestri del futuro sull’importanza di non tergiversare sugli errori del passato.

“Non esistono cani cattivi, ma cattivi padroni”, recita un famoso proverbio… così forse si può dire per ogni ambito in cui sia possibile un ulteriore miglioramento dei vertici operativi di una comunità… come quella formata dagli Aikidoka, appunto.

Iniziamo.

Non avete mai sentito dire dai vostri compagni di pratica che il Dojo in cui vi allenate è migliore di un altro… che il vostro Maestro è più in gamba di tizio o di caio… o peggio ancora, è più bravo di tutti?

Non avete mai sentito dire che l’Organizzazione, Ente di appartenenza, Associazione di cui siete membri per la pratica dell’Aikido è la migliore o la più seria o la più tradizionale… efficace… elegante… o peggio ancora, tutte queste grandi doti messe insieme?

Purtroppo è facile di si… che abbiate sentito dire tutto ciò, ed anche più volte, soprattutto se praticate Aikido da qualche anno!

La precedente forma di critica distruttiva del “concorrente” è una dinamica molto comune tra Enti diversi che patrocinano in modo diverso una stessa realtà: non è una caratteristica peculiare dell’Aikido, ma con esso pare si sposi veramente in modo splendido, data la mancanza di competizione aperta sul tatami.

Non affermiamo certo che le gare con punti ed arbitri renderebbero migliore l’Aikido, ci mancherebbe! Questa Arte è nata appositamente con un fine non competitivo e sono infatti perlopiù falliti tutti i tentativi di inserimento della competizione sportiva al suo interno: quello che intendiamo è che, proprio a causa di quest’assenza, il piano del confronto si sposta dal tatami (come invece avviene per il Kendo, il Judo, il Karate… ) ai pensieri ed alla bocca degli “atleti”… cioè gli allievi o gli Insegnanti stessi, in questo caso.
Iniziano così lunghe discussioni e diatribe su chi abbia l’Aikido più puro, più vero, più etico… dimenticando il fine stesso della pratica che “ichiban” (“prima di tutto”) è quello di migliorarsi e di unire.

I Maestri, dobbiamo dire, talvolta offrono in merito un esempio tutt’altro che saggio ai loro allievi: sono generalmente i primi a discordare su tutto, tranne che fare Aikido sia "bello" e "faccia stare bene".
Tutto il resto però spesso è una lotta: avere maggiore nomea, più gradi, maggiori allievi, più Dojo…

Dovrebbero ricordare che il loro compito è di donazione e di guida su un percorso molto importante e delicato, a prescindere dalle opinioni altrui ed indipendentemente da esse: la crescita dell’allievo.

La sociologia e la psicologia ci insegnano infatti che il confronto è il modo più diretto ed efficace per accrescere la propria esperienza, misurare la propria consapevolezza… mettersi in discussione profonda e quindi, in ultima analisi… crescere!

Il fatto che non si possa gareggiare a colpi di kotegaeshi però non impedisce questo, anzi: frequentare GRUPPI DIFFERENTI DAL PROPRIO, i LORO raduni, le LORO dinamiche, è di grandissimo aiuto a fare un serio punto della situazione sul PROPRIO gruppo, sui PROPRI raduni, sulle PROPRIE dinamiche.

Ebbene, ancora oggi non sono pochi i Maestri, anche di alto rango, che richiedono ai loro allievi, ai loro Dojo, di NON frequentare giri e personaggi diversi dal proprio enturage… scegliendo prima ed imponendo poi agli allievi le tipologie di seminari da frequentare e quelli invece da EVITARE, i maestri da contattare e quelli messi all’indice.

Le ragioni sono più che mai varie, ma sempre banalmente radunabili in:

- pericolo di perdere tempo/soldi con cose sciocche;
- pericolo di subire inquinamenti della propria “divina” forma;
- pericolo di mancare di rispetto alla loro autorità;
- pericolo di essere traviati da filosofie non fondate…

Potremmo continuare ancora a lungo, purtroppo. Il gruppo degli Autori stessi solo nel 2002 è stato estromesso da una organizzazione di Aikido italiana, con un'altra decina di praticanti, perché si era “permesso” di presenziare al seminario di un Maestro considerato “antagonista” dal “Presidente pontefice” di turno... figurarsi!

Le cose però non sono così semplicistiche: le persone talvolta “disubbidiscono ai sacri ordini” perché sono fortunatamente libere e intelligenti ed avvertono che le richieste troppo rigide sono esclusivamente segnali di PAURA del confronto aperto e spontaneo, oltre ad incapacità di vera applicazione dei sentieri di "integrazione del diverso", predicati dall’Aikido stesso.

Esistono, è vero, luoghi che è più produttivo frequentare per avere un significativo avanzamento tecnico, etico, filosofico e spirituale… ma il punto è che non dovrebbero decidere gli altri per noi quali essi siano!
Quando potremo formarci una critica autonoma su ciò che facciamo, se qualche luminare continuasse sempre a scegliere per noi, anche solo a scopo protettivo?! Chi è genitore sa che molte lezioni vengono imparate dai figli a seguito di una spiegazione sui rischi di una condotta, ma altre si comprendono solo dopo che essi constatano le conseguenze delle libertà che si sono presi. Anche questo è un aspetto importante dell’educazione, anzi, negli anni dell’adolescenza è ciò che può fare la differenza.

Nell’ultima decina di anni gli Autori, ad esempio, hanno frequentato gruppi di Aikidoka anche molto diversi fra loro, eterogenei per tecnica, stile, modalità di pratica, eticità… questo sia in Italia, che nel resto del mondo: si sono conosciuti Maestri illustri per tecnica, potenza, didattica, dinamica, creatività, filosofia… ma si sono incontrati anche alcuni pressapochisti, superficiali, inclini al delirio di onnipotenza... o semplicemente cialtroni.

… ma sinceramente non possono dire di aver incontrato un contesto in cui NON CI FOSSE NULLA DA APPRENDERE!
Ci sono stati luoghi che abbiamo imparato ad evitare, altri ai quali abbiamo iniziato ad amare la frequenza, abbiamo incontrato Aikidoka mediocri ed altri veramente illuminanti, ma da ciascun incontro c’è stato uno scambio, abbiamo avuto qualcosa.

Ciò forse perché è possibile far tesoro di ogni esperienza, permettendo ad essa di integrare le proprie consapevolezze e creando con essa una propria originale indipendenza di pensiero e di azione… una capacità critica autonoma, che generalmente è sinonimo di una qualche maturità, sempre incrementabile, ma già presente!

Volete quindi avere uno strumento per misurare le capacità di un Insegnante?

- guardate quello che fa, come si muove nella vita oltre che sul tatami… più che quello che dice;
- verificate come tende a risolvere lui stesso i conflitti che gli appartengono,
prima ancora che inizi a spiegare a voi come fare con i vostri;
- valutate quanto rispetto gli sia spontaneamente riconosciuto da chi lo circonda in modo naturale, rispetto a quanto egli richieda che gli venga attribuito;
- guardate quanto vi lascia liberi: un bravo insegnante non ha bisogno di vincolare nessuno a sé con il ricatto, sarà naturale non volersi allontanare dalla sua presenza e se si decidesse di farlo per un reale bisogno personale, egli dovrebbe essere il primo a spronarvi a farlo, non l’ultimo che cerca di trattenervi.

Volete avere un termine di paragone rispetto alla reale genuinità dei vostri compagni di allenamento?

Fate caso a quanto del loro tempo essi trascorrano a studiare intensamente sul tatami, piuttosto a quanta parte di esso destinino alle critiche poco costruttive di altri praticanti, maestri, Dojo, organizzazioni…

In una disciplina in cui l’esperienza personale funge da bussola, concludiamo questa prima parte col le parole stesse di un Maestro, nelle quali non è stato facile riscontrare ombre dovute alla piccolezza umana (non le abbiamo proprio ancora trovate!):

“Pratica con sincerità l’Aikido e pensieri e sentimenti negativi spariranno spontaneamente. La pratica quotidiana permette al divino che é in te di risplendere sempre più radioso. Non bisogna preoccuparsi degli errori o dell’abilità degli altri. Non bisogna agire in modo innaturale o calcolato. Metti il tuo cuore nell’Aikido e non criticare gli altri Maestri o le altre scuole. L’Aikido comprende tutto e purifica ogni cosa”.

[O’ Sensei, Morihei Ueshiba]

lunedì 10 novembre 2008

袴 Hakama: 3 – il rituale di fine lezione


Ci chiedevamo nei giorni passati quali aspetti della nostra Arte siano più importanti da coltivare... e così tante tematiche sono sopraggiunte, da farci iniziare dal fondo... dal rituale di piegare l'hakama alla fine di ogni allenamento!

E si, perchè piegare l'hakama è un vero e proprio rituale, che a nostro avviso aiuta, come molti altri, a calarci sempre di più nei panni di Aikidoka... anche quando letteralmente ci stiamo togliendo i panni dell'Aikidoka!

Si impara quando ci si veste, quando si pratica, quando ci si spoglia... si impara sempre, insomma...

Non molti però hanno attualmente cura di questo rito, spesso forse spinti letteralmente fuori dal tatami dal corso che segue il proprio nelle palestre più affollate (dall'atmosfera molto differente da un Dojo).

Un tempo piegare l'hakama sul tatami era importante in quanto la superficie ampia e liscia ne consentiva pressoché l'unico spazio/strumento utile per farlo.

Vediamo un primo modo per farlo:



... ma la tecnica di piegatura degli himo può anche essere più sofisticata, ad esempio:



Interessante anche prendere il punto di vista di un praticante di Kendo, completamente analogo a quello di un Aikidoka per questo aspetto...


Insomma, come vediamo le forme possono anche essere molteplici, ma riteniamo comunque che la ripetitività di questi gesti apporti qualcosa dell'Aikido stesso in chi li compie: la tradizione di fermarsi ancora qualche istante, con la mente sgombra o forse ancora piena dell'ultima tecnica eseguita (poco importa forse) ci sembra sempre più parte integrante dell'allenamento stesso.

E' un rito insomma al quale non riusciamo più a rinunciare ed i cui risvolti profondi vorremmo condividere con ciascuno di voi.

domenica 2 novembre 2008

Muri che crollano


Qualcosa sta accadendo... ed è un movimento inedito in Italia.

Numerose Realtà dell'Aikido da qualche tempo stanno intensificando la ricerca di collaborazione fra loro, spesso al di là dell'Ente di appartenenza, stile praticato, referenza tecnica...

Cosa sta succedendo?!

Molto probabilmente "alcuni muri sono crollati", come ha di recente commentato un famoso Maestro italiano, ed ora ci troviamo dinnanzi ad uno scenario nuovo, pieno di stimolanti possibilità e di nuovi possibili errori da compiere... ma comunque una situazione che sottolinea evoluzione, proprio perché è comunque cambiata!

In questo noi troviamo solo un che di positivo: il cambiamento è una caratteristica fondamentale della crescita di per sé.

Già da un paio d'anni l'Ass. Yuki organizza l'Aikimarathon, evento più volte pubblicizzato anche nelle pagine di Aikime, nel quale diversi Insegnanti, provenienti da estrazioni differenti, si ritrovano per far trascorrere ai loro allievi una giornata di pratica ininterrotta...

il lite motive è STARE INSIEME.

Il maggio dello scorso anno l'Ass. Shumeikai Italia ha invitato un Maestro che pratica lo stile di Iwama al proprio seminario, e proprio lo scorso mese, a Rozzano, il sodalizio si è nuovamente concretizzato in uno "Stage dell'Amicizia", interstile, in cui gli Insegnanti si sono fra loro avvicendati, ciascuno proponendo il piatto forte della propria scuola agli allievi propri e degli altri...

Il prossimo 22 e 23 novembre ad Ostia per la prima volta si avrà l'ingresso all'interno della Federazione F.I.J.L.K.A.M. di numerosi gruppi di pratica che non appartengono al circuito Iwama Ryu - Takemusu Aiki, quindi questa volta addirittura uno stage nazionale sarà co-condotto da più Maestri, che proporranno il loro peculiare lavoro ai presenti...

Da tempo si sta facendo strada il Progetto Aiki, per unire le persone che sono accomunate dal piacere della pratica, a prescindere dalla loro estrazione e provenienza: le persone sono al centro.

Non è semplice stare sullo stesso tatami senza la presunzione di affermare che il proprio Aikido è il migliore, il più autentico, efficace, tradizionale... ma ci si sta provando... e pare che il fenomeno si allarghi, denotando che era ora che accadesse.

Aikime, nato per favorire lo scambio ed il dialogo tra le diverse Realtà, non può che essere entusiasta di ciò e volentieri rimane ad osservare gli sviluppi di questa nuova dinamica.

Certo nelle parole del Fondatore è data per scontata la collaborazione proficua di tutti coloro che stanno sotto il tetto dell'Aikido, non fosse altro che per mostrare con l'esempio che si è recepito il messaggio che questa Arte si è proposta di veicolare: difficile forse nella realizzazione pratica, ma i testi scritti parlano da sé.

Per stare con gli altri è necessario ridimensionare sempre qualcosa di nostro ed essere pronti ad accettare eventualmente anche qualche aspetto indesiderato della convivenza... diventa fondamentale darsi alcune norme che la regolino, almeno all'inizio, almeno fino a quando non saremo tutti convinti di volere stare insieme al 100%, costi quel che costi.

Questo traguardo è forse ancora lontano, ma un primo passo è stato fatto, una prima breccia tra i recinti-gabbia dei singoli gruppi è evidente dalle iniziative che abbiamo riportato e da molte altre che stanno nascendo, anche in ambito regionale (la nostra conoscenza è maggiore nel nord Italia, ma ci auguriamo che la tendenza sia uniforma nel Paese... informateci se avete sentore del contrario).

Ora ci si dovrà porre problematiche inedite e nuovi conflitti si preannunciano: il riconoscimeto di un grado all'interno di una realtà multi-stile... le commissioni d'esame diversificate a seconda della direzione tecnica dei candidati agli esami... la co-presenza di tutte le realtà significative al tavolo delle decisioni...

Belle gatte da pelare, belle occasioni per mostrare nel profondo cosa abbiamo capito o meno della filosofia dell'Aikido.

In controtendenza, c'è ovviamente chi ancora è fermo a ritenere che lo stare con gli altri possa contaminare la tecnica, infrangere la tradizione... chi costruisce sapientemente il proprio recinto di solidi mattoni, discernendo (o facendo discernere da qualcun altro per lui) cosa è bene e cosa è male, cosa è giusto e cosa è sbagliato... fino a quanto forse non si ritroverà imbattibile ed illuminato... ma solo!

Le chiusure portano sicurezza, perché "delimitano un'area", ma noi pratichiamo l'Arte del perdere il nostro centro per poi riacquistarlo: ogni passo che si compie con il corpo implica la perdita dell'equilibrio vecchio per andare a trovarne uno nuovo... niente sbilanciamento, niente spostamento, lo insegna la natura!
Per questo riteniamo che le situazioni che non evolvono alla lunga possano solo rivelarsi claustrofobiche per chi le vive.

La capacità di un Insegnate di "servire la palla" a colui che lo segue e questi di prendere la staffetta, sviluppando un tema... improvvisando magari in base delle sensazioni del momento che arrivano dal gruppo... implicano preparazione, senso dell'unità e capacità di ricezione...

Non è semplice fare ciò, ma questa è la direzione che alcuni apri-pista stanno intraprendendo INSIEME... dovremmo forse essere loro grati, poiché si stanno esponendo, mettendosi in gioco in prima persona.

Certo ci vuole coraggio ad ingaggiarsi in una nuova avventura, che presenta anche notevoli rischi e lati oscuri... ma se un giapponese del secolo scorso non avesse creduto in simili dinamiche e non avesse investito l'intera sua vita in esse, oggi non avremmo l'Aikido!

La tradizione del Budo insegna il Kiai, la tradizione dell'Uomo insegna ad esplorare.